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sabato 14 novembre 2020

Perché nell'inchiostro dei papiri egizi c'è del piombo?


 Secondo quanto scoperto da uno studio pubblicato su PNAS, condotto da un team di ricercatori dell'Università di Copenaghen, gli antichi egizi utilizzavano inchiostri colorati a base di piombo per favorire l'asciugatura della tinta evitando nel contempo sbavature sul supporto. Prima d'ora questa soluzione era stata documentata solo per le pitture europee del XV secolo: ora l'utilizzo di pigmenti a base di piombo può essere retrodatato di 1.400 anni.

Con una tecnica di microscopia a raggi X gli studiosi hanno analizzato 12 frammenti di papiri egizi risalenti agli anni dal 100 al 200 d.C., periodo di dominazione romana: «La nostra analisi ha evidenziato ingredienti finora sconosciuti negli inchiostri rossi e neri utilizzati dagli antichi egizi», spiega il responsabile dello studio, Thomas Christiansen, «in particolare il piombo e il ferro».

Il ferro è stato trovato negli inchiostri rossi, creati probabilmente a partire dall'ocra, un pigmento naturale nel quale sono presenti anche alluminio ed ematite. 

Il piombo, invece, è stato ritrovato sia negli inchiostri rossi, sia in quelli neri.

 Per questo gli studiosi ritengono che il piombo non servisse a colorare l'inchiostro, ma ad asciugarlo rapidamente sui papiri.


I frammenti di papiro studiati formano parte di una serie di manoscritti appartenenti alla biblioteca del tempio dell'antica città di Tebtunis. 

È probabile che i sacerdoti del tempio, autori dei papiri, non producessero gli inchiostri, ma li acquistassero. 

Secondo quanto rivelato dalle analisi, infatti, gli inchiostri rossi erano particolarmente complicati da ottenere e richiedevano la mano di specialisti.

Le parole di un incantesimo impresse su un papiro alchemico greco del III secolo d.C. supporterebbero proprio questa ipotesi: «L'incantesimo fa riferimento a un inchiostro rosso preparato in un laboratorio», afferma Christiansen, «a conferma che le nostre ipotesi sono corrette, e che i sacerdoti non producevano l'inchiostro da soli».

Fonte: focus.it

giovedì 21 novembre 2019

Linee di Nazca: scoperti grazie al satellite 143 nuovi disegni in Perù


Con l’aiuto dei satelliti e dell’intelligenza artificiale, un gruppo di ricercatori ha individuato una serie di nuovi “geoglifi” che raffigurano animali, persone e oggetti.

 Circa 2000 anni fa, gli antichi popoli del Perù meridionale crearono centinaia di enormi disegni nel terreno (appunto i geoglifi) che oggi sono noti come Linee di Nazca. 
 Ora alcuni scienziati, usando tecniche avanzate, sono riusciti a scovarne altri 143. 

A fare la scoperta è stato un team di ricerca guidato da Masato Sakai, antropologo culturale presso l’Università di Yamagata in Giappone, che ha trascorso anni a caccia di geoglifi durante alcune spedizioni in loco a seguito delle immagini ad alta risoluzione delle Linee di Nazca ricavate dallo spazio.
 Questi sforzi, alla fine, hanno portato al rilevamento di nuove figure che hanno lunghezze che partono da 5 e arrivano fino a 100 metri. 

I nuovi geoglifi scoperti dal team di Sakai raffigurano una vasta gamma di cose e oggetti viventi, tra cui persone, uccelli, scimmie, pesci, rettili ma anche disegni astratti.

 Questi furono realizzati dall’antica cultura peruviana rimuovendo il terriccio nero roccioso sotto il quale vi era la sabbia chiara.






Sakai e i suoi colleghi hanno notato che i geoglifi più grandi, etichettati come di tipo A, tendevano a rappresentare animali. Questi si estendono per almeno 50 metri e in genere sono più tardivi nella linea temporale della civiltà di Nazca, ossia risalgono al 100-300 d.C.

 I geoglifi più piccoli, di Tipo B, sono in genere i più antichi e risalgono al periodo che va dal 100 a.C. al 100 d.C. Le figure di tipo B si trovano spesso su pendii e percorsi, quindi i ricercatori ritengono che potrebbero essere stati progettati come punti di riferimento per le persone. 
Le figure di tipo A, invece, sono spesso disseminate di frammenti di ceramica, suggerendo che fossero siti di cerimonie rituali che comportavano la rottura di oggetti. 

 Una delle figure di tipo B sembra rappresentare una figura umanoide ed è stata scoperta con l’aiuto di IBM Watson Machine Learning Community Edition, un modello di intelligenza artificiale. Il team di Sakai ha lavorato con l’IBM Thomas J. Watson Research Center negli Stati Uniti per addestrare l’intelligenza artificiale a scansionare le immagini satellitari della regione e contrassegnare così i siti promettenti per trovare nuovi geoglifi.

 

 I ricercatori hanno in programma di continuare a utilizzare le nuove tecnologie per trovare, mappare e classificare nuove figure eventualmente presenti. 
 Questo sforzo è importante non solo per comprendere la vasta estensione e complessità delle Linee di Nazca ma anche per aiutare a preservarle (ricordiamo che sono Patrimonio dell’Umanità Unesco). 


 Francesca Biagioli

mercoledì 30 ottobre 2019

Scoperti tunnel segreti dei templari sotto la città israeliana di Acri. Forse c’è anche un tesoro


Una spedizione di archeologi guidata dall'esploratore Albert Lin della National Geographic ha scoperto sotto la città portuale di Acri, in Israele, una fitta rete di tunnel segreti utilizzata dai cavalieri templari al tempo della Terza Crociata o Crociata dei re (1189 – 1192). 
Alcuni di questi tunnel sono già noti da molto tempo, ma quelli appena individuati sono sepolti e non sono mai stati esplorati dagli studiosi.

 Lin e colleghi hanno rilevato anche una casa di guardia e i resti di una torre ad essa associata.
 Forse si tratta della famosa torre del tesoro, dove i membri dell'ordine religioso cavalleresco trasferivano oro dal porto, proprio passando attraverso i tunnel segreti. 

 Per scoprire questa meraviglia archeologica, sepolta sotto metri di terra e roccia, il dottor Lin e colleghi si sono avvalsi della più moderna tecnologia applicata alle scienze. Nello specifico hanno sfruttato la LiDAR, acronimo di Laser Imaging Detection and Ranging, una tecnica di telerilevamento che attraverso impulsi laser permette di scrutare sotto la superficie senza dover scavare.


Il famoso ordine dei cavalieri templari (Pauperes commilitones Christi templique Salomonis) si stabilì nella città di Acri – conosciuta anche come Tolemaide – per un centinaio di anni; vi arrivò attorno al 1.190 dopo Cristo, in seguito alla sconfitta del loro centro di comando a Gerusalemme per mano dei soldati guidati da Saladino.

 Il nuovo quartier generale dell’ordine religioso, nato dopo la Prima Crociata per proteggere i pellegrini europei in visita alla Terra Santa, fu costruito proprio ad Acri. 
Qui i cavalieri rimasero fino al 1291, quando furono costretti a trasferirsi a Limassol sull’isola di Cipro. 

 Oltre al quartier generale, si ritiene che sotto la città di Acri vi fosse anche la torre con il leggendario tesoro dei templari; potrebbe essere proprio quella rilevata dalla tecnologia LiDAR, utilizzata per non compromettere l’integrità dei monumenti storici della città israeliana. 

Al momento non sono ancora previsti scavi per accedere ai tunnel e alle altre costruzioni sotterranee individuate, ma è possibile che una spedizione venga organizzata in futuro.
 Gli scienziati guidati dal dottor Lin hanno utilizzato i dati laser per ricostruire al computer in 3D la fitta rete di tunnel dei templari. I dettagli di questa affascinante scoperta sono stati rilasciati durante una puntata della serie di documentari “Lost Cities” della National Geographic. 

 Fonte: scienze.fanpage.it

martedì 15 ottobre 2019

Machu Picchu è stata costruita volutamente dagli Incas in un’area altamente sismica


Durante il GSA Annual meeting conclusosi a Phoenix, in Arizona, il geologo brasiliano Rualdo Menegat, del Departamento de Paleontologia e Estratigrafia, Universidade Federal do Rio Grande do Sul, ha presentato la relazione “How Incas used geological faults to build thei settlements” secondo la quale l’antico santuario Inca di Machu Picchu, considerato una delle meraviglie architettoniche dell’umanità, la città nascosta costruita in una remota area andina in cima a una stretta cresta, in alto sopra un canyon che precipita in un fiume, sarebbe stato costruito volutamente in un’area a fortissimo rischio sismico. 


 Machu Picchu è famoso per la sua perfetta integrazione con il paesaggio spettacolare che l’ha nascosta ai conquistadores spagnoli, ma la posizione della città/santuario ha a lungo sconcertato gli scienziati: perché gli Incas hanno costruito il loro capolavoro in un posto così inaccessibile? 
La ricerca di Menegat suggerisce che la risposta potrebbe essere legata alle faglie geologiche che si incrociano sotto il sito e da una dettagliata analisi geo-archeologica viene fuori che gli Incas avrebbero costruito intenzionalmente Machu Picchu, come altre loro città, in luoghi in cui si incontrano faglie tettoniche.
 Menegat è convinto che «La posizione di Machu Pichu non è una coincidenza. 
Sarebbe impossibile costruire un sito del genere in alta montagna se il substrato non fosse fratturato».


Utilizzando una combinazione di immagini satellitari e misure sul campo, Menegat ha mappato una fitta rete di fratture e faglie che si intersecano sotto il sito peruviano patrimonio mondiale dell’Unesco e a sua analisi indica che queste caratteristiche variano ampiamente: «Alle minuscole fratture visibili nelle singole pietre ai grandi allineamenti di 175 chilometri che controllano l’orientamento di alcune delle valli fluviali della regione». 

Menegat ha scoperto che queste fratturazioni «Si verificano in diversi insiemi, alcuni dei quali corrispondono alle principali zone di faglia responsabili del sollevamento delle Ande centrali negli ultimi 8 milioni di anni. 
Poiché alcuni di questi difetti sono orientati a nord-est-sud-ovest e altri a nord-ovest-sud-est, creano collettivamente una forma a “X” dove si interseca sotto Machu Picchu»
 La mappatura del ricercatore brasiliano suggerisce che le suddivisioni urbane della città/santuario Inca e i campi agricoli circostanti, ma anche i singoli edifici e le scale, siano tutti orientati lungo queste tendenze: 
«Il layout riflette chiaramente la matrice della frattura alla base del sito – ha detto Menegat – Anche altre antiche città Inca, tra cui Ollantaytambo, Pisac e Cusco, si trovano all’intersezione di faglie, ognuna è precisamente l’espressione delle direzioni principali dei difetti geologici del sito».

 I risultati dello studio di Menegat indicano che la rete di faglie e fratture sottostante alla città sacra è parte integrante della costruzione di Machu Picchu quanto le sue leggendarie pietre che stanno insieme senza malta e così perfettamente montate che è impossibile far scivolare tra di loro una carta di credito.

 Menegat spiega che «Come capimastri, gli Incas hanno approfittato degli abbondanti materiali da costruzione nella zona di faglia. 
L’intensa fratturazione ha predisposto le rocce a rompersi lungo questi stessi punti di debolezza, riducendo notevolmente l’energia necessaria per scolpirle».






Oltre a contribuire a modellare le singole pietre, la rete di faglie di Machu Picchu probabilmente offriva agli Incas altri vantaggi, secondo Menegat «Il principale tra questi era una fonte d’acqua disponibile. 
Le fratturazioni tettoniche dell’area hanno incanalato l’acqua di fusione e l’acqua piovana direttamente nel sito. La costruzione del santuario in un crinale così in alto ha anche avuto il vantaggio di isolare il sito da valanghe e frane, rischi fin troppo comuni in questo ambiente alpino».

 Le falde e le fratture sotto Machu Picchu hanno anche contribuito a drenare il sito durante gli intensi temporali della regione amazzonica peruviana: «Circa i due terzi dei lavori di costruzione del santuario hanno comportato la costruzione di drenaggi sotterranei – conclude Menegat – 
Le fratture preesistenti hanno aiutato questo processo e hanno contribuito alla sua notevole conservazione. Machu Picchu ci mostra chiaramente che la civiltà Inca era un impero di rocce fratturate». 

 Fonte: greenreport.it

martedì 9 luglio 2019

La bellezza mortale delle lacrime blu che illuminano la costa di Cina e Taiwan


Belle quanto mortali. 
Le spettacolari Blue Tears che illuminano il Mar Cinese Meridionale sono dovute ad alghe bioluminescenti che stanno aumentando anno dopo anno, creando non pochi problemi.

 Le alghe che rendono «incandescenti» le coste fra Cina e Taiwan sono infatti tossiche: gli ultimi studi sui microrganismi che rendono possibile questo surreale spettacolo notturno hanno rivelato che il loro passaggio è in grado di «avvelenare la vita marina».
 «Quando iniziano a brillare lungo le coste, queste alghe rilasciano ammoniaca e altre sostanze chimiche che avvelenano l'acqua circostante».
 E non solo: questi organismi assorbono tantissimo ossigeno e continuano a farlo senza mai spostarsi, fino a quando nelle acque circostanti non ce ne è più.


«I turisti pensano solo a quanto sia romantico e bello vedere questo spettacolo», ha detto l'oceanografo Chanmin Hu a Live Science, ma «in realtà è tossico».

 Con il suo team, Hu ha utilizzato dati satellitari per tracciare le dimensioni della «fioritura» delle alghe bioluminescenti negli ultimi 19 anni, riuscendo a identificare la «firma univoca» delle lacrime blu. 
«È come un'impronta digitale», che sta crescendo anno dopo anno, lasciando dietro di se solo distruzione.


«L'ossigeno nell'acqua è così basso che pesci e piante acquatiche possono morire».
 E il fenomeno è destinato ad ampliarsi, a causa dei riversamenti in mare di fertilizzanti e altri scarichi che forniscono alle lacrime blu i nutrienti di cui hanno bisogno per proliferare. 

Una triste scoperta per quello che è considerato uno degli spettacoli della natura più affascinanti al mondo. 


 Fonte: lastampa.it

giovedì 13 giugno 2019

Una ricerca svela il segreto delle zanne micidiali di un pesce abissale, l'Aristostomias scintillans


Un abitante delle profondità oceaniche con il corpo allungato, da anguilla, e la bocca costellata di denti acuminati ha svelato agli scienziati uno dei suoi formidabili segreti: quello che rende le sue fauci invisibili alle prede.

 Il killer in questione è l'Aristostomias scintillans, un pesce della famiglia delle Stomiidae chiamato "drago di mare" per il barbiglio che penzola vicino alla sua bocca (una sorta di barba dalle proprietà tattili).




Questa creatura, che popola i fondali della California fino circa a 1.000 metri di profondità, ha organi bioluminescenti sulla mandibola inferiore e lungo il corpo: con i segnali luminosi attira le prede, ma non è un abile nuotatore, perciò adotta una strategia predatoria più complessa.

 In un articolo pubblicato su Matter, i ricercatori dell'Università della California di San Diego hanno dimostrato che la struttura della dentatura dell'A. scintillans rende le sue zanne praticamente invisibili agli animali di cui va ghiotto.


I suoi denti, come i nostri, sono fatti di uno strato di smalto esterno e di una polpa interna a base di dentina (un tessuto osseo).
 La differenza è nella struttura: i nanocristalli di smalto sono disposti in modo da impedire a ogni frequenza luminosa che dovesse raggiungere le profondità oceaniche di riflettersi sulla superficie dei denti. 
La bocca risulta così invisibile: l'A. scintillans rimane fermo nella colonna d'acqua, in attesa che le prede lo raggiungano. 
Inoltre, i nanocristalli conferiscono alle zanne una resistenza maggiore di quella dei denti di super predatori come il piranha o il grande squalo bianco.

 «Inizialmente pensavamo che i denti fossero fatti di un altro materiale ancora sconosciuto - hanno commentato i ricercatori - ma poi abbiamo scoperto che sono fatti della medesima "pasta" dei denti umani: idrossiapatite e collagene. 
Stessi blocchi costituenti, ma in diverse scale e gerarchie.
 La natura è meravigliosa, nella sua ingegnosità». 

Al di là dell'interesse biologico, la scoperta potrebbe portare alla messa a punto di nuovi materiali sintetici, trasparenti e resistenti allo stesso tempo.

 Fonte: focus.it

martedì 28 maggio 2019

L'incredibile visione a colori dei pesci abissali


Più in profondità vive una creatura acquatica, più primitivo sarà il suo sistema visivo: finora questo era uno dei pochi punti fermi di chi studia i pesci abissali, che sono impossibili da prelevare dal loro habitat naturale (per via della differenza di pressione, o anche per le conseguenze sulla vescica natatoria) e sono perciò poco conosciuti. 


Ci sbagliavamo: secondo uno studio pubblicato su Science, pesci che nuotano a profondità non raggiunte dalla luce solare vantano un set di geni extra per la codifica dell'opsina, una proteina presente nei bastoncelli (un tipo di fotorecettori della retina) sensibile alla luce fioca. 
Nell'uomo, questa proteina consente di distinguere le sagome in bianco e nero in situazioni di oscurità. Ma in diverse specie di pesci abissali sembra essere espressa in una varietà tale che consente di vedere a colori, distinguendo tra molteplici lunghezze d'onda anche nelle condizioni in cui noi vedremmo "nero".

 In generale, l'ultima luce si percepisce in acqua a circa 1.000 metri di profondità.
 Sotto quel limite è buio profondo, eppure gamberi, polpi, pesci e altre creature che vivono in zone più profonde sono in molti casi bioluminescenti. 
A che cosa serve segnalare così la propria presenza, se nessuno lo vede?


Per approfondire la questione alcuni scienziati dell'Università di Basilea, in Svizzera, hanno studiato le proteine della retina dei pesci abissali, analizzando i genomi di un centinaio di specie - inclusi quelli di sette pesci abissali dell'Atlantico il cui DNA era già stato codificato.

 La maggior parte di questi animali mostrava uno o due tipi di geni che codificano per l'opsina, come gran parte dei vertebrati. Tuttavia, quattro specie di pesci ne avevano almeno cinque, e una di queste, la spinosa d'argento (Diretmus argenteus) ne esibiva addirittura 38, 14 dei quali espressi ed attivi: una caratteristica completamente inedita per una creatura vivente, che oltretutto nuota a 2.000 metri di profondità.


Studiando le sequenze di amminoacidi dei vari tipi di opsina, gli scienziati sono riusciti a capire a quali lunghezze d'onda il pesce risultava più sensibile. E hanno scoperto che la spinosa sa captare diverse sfumature del blu e del verde, i colori della bioluminescenza, anche grazie a 24 mutazioni genetiche che affinano le opsine prodotte e le rendono specializzate ciascuna per un ristretto intervallo dello spettro luminoso. 

 Ognuna di queste opsine potrebbe essere specializzata nel percepire i segnali bioluminescenti che avvertono della presenza di cibo, che mandano segnali di pericolo o codificano comportamenti sociali. 

L'abbondanza di geni per le opsine si riflette nella strana composizione della retina di questo pesce, che ha bastoncelli di dimensioni e forme diverse, talvolta disposti l'uno sull'altro, per catturare diverse lunghezze d'onda. 


 Le quattro specie di pesci muniti di più opsine appartengono a diverse famiglie, e questa è la prova che la sensibilità della vista si è evoluta in modo indipendente, in risposta alle condizioni ambientali. 


 Fonte: focus.it

martedì 21 maggio 2019

Manoscritto Voynich: è stato davvero decifrato il codice più misterioso della storia?


Sembra sia stato finalmente decifrato il 'codice' del testo più misterioso del mondo, il manoscritto Voynich.

 Il documento, che risale alla metà del '400, è scritto in una lingua romanza molto antica ed estinta, ed è una sorta di enciclopedia illustrata realizzata da un gruppo di monache domenicane per Maria di Castiglia, all'epoca regina di Aragona.


 Nell'impresa di scorprirne le chiavi di lettura sarebbe riuscito Gerard Cheshire, ricercatore dell'università britannica di Bristol, che ha pubblicato il risultato della sua ricerca sulla rivista "Romance Studies".
 Dalla ricerca emerge che il manoscritto sarebbe un compendio di rimedi erboristici, bagni terapeutici e letture astrologiche riguardanti questioni di cuore, di mente e di riproduzione, secondo le credenze del periodo. 

"Quando ho realizzato l'entità del risultato, sia in termini di importanza linguistica che di rivelazioni sulle origini e il contenuto del testo mi sono sentito incredulo ed eccitato", ha detto Cheshire. 


Conservato nell'università americana di Yale, il manoscritto prende il nome dall'antiquario polacco Wilfrid Voynich che lo acquistò nel 1912, anno in cui il suo luogo di origine, il Castello Aragonese di Ischia, è stato acquistato da privati.
 E' stato mostrato per la prima volta al pubblico nel 1915 e da allora le sue intriganti illustrazioni e i simboli sconosciuti hanno catturato l'immaginazione degli studiosi di tutto il mondo.






Il documento contiene anche una bellissima mappa che racconta la straordinaria missione di salvataggio via nave, guidata dalla regina Maria, per salvare i sopravvissuti di un'eruzione vulcanica vicino all'isola di Vulcano, nel 1444.


Secondo Cheshire, a rendere così affascinante il manoscritto è l'uso di una lingua estinta che ha preceduto le lingue romanze moderne, delle quali fa parte l'italiano, e che era utilizzata nel linguaggio quotidiano, ma non in quello scritto: il suo alfabeto combina simboli familiari ad altri insoliti, usa le lettere come punteggiatura ed è costellato di abbreviazioni di parole latine.


Ma la sua versione non convince tutti, in primis Lisa Fagin Davis, direttrice della Medieval Academy of America che spiega: 

 “Come la maggior parte delle interpretazioni sul manoscritto Voynich, anche questa versione è ambiziosa: Cheshire inizia teorizzando che cosa potrebbe significare una particolare serie di segni, di solito per via della prossimità di una parola con un’immagine che crede di potere interpretare.
 Poi consulta il maggior numero possibile di dizionari medievali di lingue romanze fino a quando trova una parola che sembra adattarsi alla sua teoria.
 In seguito sostiene che la sua teoria è corretta, visto che ha trovato una parola in una lingua romanza che ben si adatta alle sue ipotesi. Le sue traduzioni da ciò che è essenzialmente una farneticazione, un amalgama di più lingue, sono ambizioni più che traduzioni vere e proprie”, scrive la studiosa che smonta poi anche l’ipotesi di una lingua protoromanza: “L’argomento di fondo di tutto questo, cioè che ci sia una cosa come una “lingua protoromanza” – è completamente priva di prove e in contrasto con la paleolinguistica. Infine, la sua associazione di particolari segni con determinate lettere dell’alfabeto latino è ugualmente priva di prove.
 Il suo lavoro non è mai stato analizzato da altri suoi studiosi indipendenti e alla pari”.

 Fonte:repubblica.it
           greenme.it

giovedì 18 aprile 2019

Le colate piroclastiche sono più veloci di quanto dovrebbero


I flussi piroclastici sono le valanghe di cenere, gas e rocce che possono precipitare a valle da alcuni vulcani durante un'eruzione, così velocemente che sembrano violare le leggi della fisica.

 I materiali di cui sono composti dovrebbero fare attrito, invece non rallentano neppure in presenza di ostacoli come alberi e rocce. 

I vulcanologi hanno scoperto il meccanismo che rende possibile questo comportamento: un cuscinetto d'aria tra la colata piroclastica e il terreno.


Non le ceneri, né la lava: sono i flussi piroclastici il fenomeno vulcanico più letale. 
Sono responsabili di più del 50% delle vittime delle eruzioni: una delle prime memorie storiche che abbiamo di questi eventi risale all'eruzione che ha decimato la popolazione di Pompei e di Ercolano.

 Ad uccidere sono il calore e la velocità distruttiva, che a volte supera i 700 km/h.


Il problema fisico della velocità delle colate piroclastiche non è semplicemente un puzzle scientifico, ma uno studio che può salvare molte vite.

 I ricercatori dell'Università di Massey, in Nuova Zelanda, hanno creato un modello fisico per simulare il flusso piroclastico:si è scoperto che la colata piroclastica supera l'attrito grazie a un cuscinetto d'aria che si forma fra la colata e il terreno, e che permette al flusso caldo di avanzare veloce anche su superfici frastagliate o quasi pianeggianti.

 «Una volta avviato, e ci impiega solo qualche millisecondo,» spiega al Guardian Gert Lube, primo firmatario dello studio pubblicato su Nature, «il cuscinetto d'aria lubrifica la colata piroclastica allo stesso modo in cui il gas che esce dai piccoli fori dei tavoli di air-hockey lubrifica il dischetto.»


Dopo aver raccolto i dati, i vulcanologi li hanno inseriti in modelli computerizzati di flussi piroclastici: i risultati promettono di modificare profondamente le mappe delle aree a rischio - e con una migliore conoscenza dei segnali precursori potrebbero salvare molte vite, almeno per alcune tipologie di vulcani e di eruzioni. 

 Fonte: focus.it

giovedì 11 aprile 2019

Trovato in California un misterioso mondo sottomarino con cascate di vapore viola


Gli esploratori del mare profondo hanno scovato un meraviglioso mondo sottomarino celato nel bacino di Guaymas, depressione del fondale marino del Golfo della California. 

Diversi studi hanno evidenziato come il flusso di calore nel fondale del bacino sia decisamente elevato, grazie a numerosi sorgenti idrotermali e di idrocarburi naturali.
 Ma comunque i ricercatori non hanno creduto ai loro occhi quando si sono trovati davanti a questo spettacolo. 

 Stiamo parlando di una surreale distesa di bocche idrotermali alta 23 metri, costellata di gas cristallizzati, piscine scintillanti di liquidi incandescenti e forme di vita dai mille colori, dove il fluido idrotermico ribolle verso l'alto, rimanendo «intrappolato» sotto una sporgenza minerale, creando a sua volta un vaporoso effetto a cascata.

 L'insolito spettacolo si è probabilmente formato in appena 10 anni: si trova a 1.800 metri di profondità e «definirlo sorprendente non è abbastanza», sostiene Mandy Joye, la biologa marina presso l'Università della Georgia che ha guidato la squadra che ha scoperto lo psichedelico sito subacqueo seguendo le «scie idrotermiche» oceaniche con dei sommergibili telecomandati dal ponte della nave dello Schmidt Ocean Institute.


«È stato uno shock, per usare un eufemismo», ha detto Joye a Live Science. «Credo che la mia mascella abbia letteralmente colpito il pavimento», racconta, sorpresa anche dal fatto che in quello stesso punto nel 2008 non c'era niente di tutto questo. 
«Molto probabilmente - sostiene - da allora si sono aperte nuove bocche o il flusso idrotermale è drasticamente aumentato».

 Ma i ricercatori non sanno ancora come abbia fatto: un «mistero» che ora gli scienziati cercheranno di risolvere, a partire dal suo insolito colore. 

 Fonte: ilsecoloxix.it

mercoledì 10 aprile 2019

Forse scoperto come è possibile si siano conservate per 2.000 anni le armi in bronzo dell’esercito di terracotta


Fin dalla loro scoperta negli anni ’70, la preservazione perfetta delle armi sepolte accanto ai duemila soldati dell’esercito di terracotta di Xi’an ha messo in crisi gli scienziati. 
Nonostante il loro posizionamento protetto all’interno del mausoleo dell’imperatore cinese Qin Shihuang per più di duemila anni, né i guerrieri né le componenti in bronzo delle loro armi, si sono deteriorate molto.

 Per decenni, gli scienziati hanno creduto che i produttori di armi Qin avessero sviluppato un’avanzata tecnologia antiruggine, nota oggi come rivestimento per la conversione del cromato, basata sulla rilevazione di tracce di cromo sulla superficie delle armi di bronzo sepolte con i soldati, una tecnologia brevettata solo nel inizio del XX secolo e ancora oggi in uso. 

Pubblicando i loro risultati su Scientific Reports, un team di ricercatori suggerisce ora che questa teoria dovrebbe “essere abbandonata”. 
Invece, l’incredibile conservazione del metallo potrebbe derivare probabilmente dal terreno di Xi’an. 
Il team ha analizzato 464 parti di armi e ha scoperto che meno del 10% aveva tracce di cromo; una scoperta che, dicono, conferma che la presenza della sostanza chimica non è universale e non era una tecnica di conservazione intenzionale, ma piuttosto avesse una funzione decorativa.


Quindi sarebbe stato creato un nuovo trattamento antiruggine? 
I ricercatori dicono che è stato semplicemente il risultato della contaminazione da materiale organico in decomposizione. “Abbiamo trovato un notevole contenuto di cromo nel rivestimento laccato, ma solo una traccia di cromo nei pigmenti e nel terreno vicini, forse contaminazione”, ha detto l’autore principale Marcos Martinón-Torres in un dichiarazione, aggiungendo che le più alte tracce di cromo trovate sui bronzi erano sempre su parti di armi direttamente associate a materiali organici, come quelle fatti di legno e bambù, che da allora sono decadute.

 Per queste armi, il trattamento al cromo avrebbe fornito un rivestimento decorativo laccato piuttosto che un “antico trattamento antiruggine”.


Il team ha rilevato che il terreno a pH moderatamente alcalino trovato nel sito, probabilmente ha contribuito alla conservazione così particolare. 

Per confermare, hanno simulato una replica dei bronzi in una camera modificata a livello ambientale. 

Quelli sepolti nel terreno dal sito di Xi’an sono rimasti in condizioni quasi perfette anche dopo quattro mesi di temperatura e umidità estreme, rispetto alla grave corrosione osservata nei bronzi sepolti nel suolo britannico. 

Sebbene promettente, la coautrice dello studio Xiuzhen Li, osserva che esiste ancora una possibilità che questa antica società abbia sviluppato una sorta di nuova tecnologia. 
“L’alta presenza di stagno nella tecnica del bronzo, la tempra e la particolare natura del suolo locale, vanno in qualche modo a spiegare la loro notevole conservazione, ma è ancora possibile che la Dinastia Qin abbia sviluppato un misterioso processo tecnologico e questo merita ulteriori indagini”


Più di 40.000 guerrieri di terracotta sono stati ritrovati dopo la loro scoperta avvenuta più di 40 anni fa e si stima che ce ne siano ancora diverse migliaia. 
Erano tutti forniti di armi completamente funzionali in bronzo, tra cui lance, alabarde, spade, archi, oltre a ben 40.000 punte di freccia (100 erano presenti nella faretra di un guerriero). 

 Tratto da www.iflscience.com

martedì 18 dicembre 2018

Great Blue Hole: che cosa c'è sotto?


È una delle strutture sommerse più fotografate al mondo: il Great Blue Hole, un sinkhole sottomarino situato nel cuore del Lighthouse Reef, un piccolo atollo a una settantina di km dalla costa del Belize, conquistò la sua fama grazie all'esploratore francese Jacques Cousteau, che nel 1971 lo dichiarò uno dei cinque siti per immersioni più affascinanti al mondo, prima di calarvisi in prima persona.

 Questa dolina carsica di forma circolare, larga 318 metri e profonda 124, è il secondo blue hole più grande al mondo dopo il Dragon Hole, nel Mare Cinese meridionale. 

Si pensa che la grotta calcarea da cui ha avuto origine si sia formata durante l'ultima Era glaciale, quando i livelli del mare erano inferiori a quelli odierni, e che sia poi stata sommersa dall'acqua, fino a che le sue pareti superiori sono collassate, dando origine al "buco" che vediamo.




Chi vi si è immerso racconta di una grotta scura disseminata di stalattiti, ma i sub umani non possono spingersi a profondità di molto superiori ai 40 metri. 

Ecco perché Fabien Cousteau, figlio di Jacques, ha deciso di unire scienziati, imprenditori visionari (come Richard Branson, il fondatore di Virgin Galactic) ed esperti subacquei nella Blue Hole Belize 2018 Expedition, una missione di esplorazione scientifica della misteriosa struttura. 

 In queste settimane il team sta visitando i fondali del "buco" con alcuni sommergibili, uno dei quali, l'Aquatica Stingray 500, può alloggiare due persone.
 Obiettivo principale della spedizione sarà mappare la struttura interna del blue hole usando una tecnologia sonar. 

Altre immersioni raccoglieranno dati sulla qualità dell'acqua, sulla quantità di luce a varie profondità, sulla presenza di batteri e sull'ossigenazione: si pensa che vicino al fondale possa esserci uno strato anossico (privo di ossigeno) vicino a un deposito naturale di solfuro di idrogeno (H2S), una composizione che si pensa contrasti la degradazione e che potrebbe aver favorito la conservazione di reperti biologici di varia natura.

 Le operazioni andranno svolte con la massima delicatezza, per non danneggiare il sito protetto dall'UNESCO. 
Il team ha comunque già esperienza di immersioni pilotate attorno a relitti e sa come spostarsi senza toccare nulla. 
Lo stesso fondale è rivestito da una fanghiglia accumulata nel corso di 100 mila anni: neanche lì ci si potrà appoggiare. 

Fonte: focus.it

venerdì 9 novembre 2018

Nel catrame il segreto del successo dei Vichinghi


A lanciare i Vichinghi alla conquista dell'Europa fu - anche - una svolta nella produzione di catrame, sostanza indispensabile per l'impermeabilizzazione delle navi: è la tesi sostenuta in uno studio dell'Università di Uppsala (Svezia) pubblicato sulla rivista di archeologia Antiquity, che indaga le origini del successo di questo popolo di navigatori guerrieri. 

 L'utilizzo di catrame o pece nera, un liquido viscoso ottenuto dalla decomposizione, per combustione, di sostanze vegetali come il legno di pino, era conosciuto, in Scandinavia, già nella preistoria. Ma a partire dall'ottavo secolo d.C., la produzione di questa sostanza subì una profonda trasformazione, passando da una dimensione domestica a una scala industriale.
 Il numero di pozze di catrame aumentò e la loro posizione si spinse sempre più vicino alle foreste di pini attorno ai villaggi, che divennero così più strettamente connesse ai centri abitati. 

 Tutto ciò avvenne contemporaneamente all'espansione vichinga in Europa: a bordo delle invincibili drakkar, le piccole e agili navi da guerra di questi popoli, dalla fine del '700 all'XI secolo i navigatori scandinavi arrivarono a conquistare vaste porzioni di Inghilterra, Islanda e Groenlandia, spingendosi fino alle coste del Nord America e a sud fino a quelle del Nord Africa.


La crescente domanda di catrame per rifinire le navi spinse a costruire pozze di catrame sempre più vicino alla materia prima: le foreste di pini. 
Ampie buche venivano riempite di legname e torba (un tipo di suolo poco decomposto) e incendiate per ricavare il liquido appiccicoso.

 Andreas Hennius, autore dello studio, ha documentato la transizione dalle pozze di catrame domestiche vicino ai centri abitati (100-400 d.C.) a quelle più larghe e adiacenti alle foreste (680-900 d.C.) analizzando una serie di strutture a forma di imbuto individuate nel sottosuolo. 
Ciascuna di esse poteva dare origine anche a 300 litri di catrame in un singolo ciclo produttivo, sufficienti a rendere impermeabile un gran numero di navi.

 La produzione di catrame è l'ultimo fattore in ordine di tempo chiamato in causa per giustificare il successo vichingo.
 In passato sono stati citati un'espansione delle attività agricole dovuta a un clima particolarmente favorevole, e la competizione tra re vichinghi rivali, che sarebbero ricorsi a saccheggi e scorribande per consolidare ricchezze e potere davanti agli avversari.


 Fonte: focus.it
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