martedì 16 ottobre 2018
Il Castello Odescalchi
Edificato sulla preesistente rocca della famiglia Di Vico, proprietaria del territorio di Bracciano fin dal XI secolo, il Castello Odescalchi venne aperto al pubblico nel 1952 per volere del principe Livio IV Odescalchi e raccoglie gli arredi e le opere d'arte collezionati dal principe Baldassarre Odescalchi dalla metà dell'Ottocento.
Nella prima metà del XV secolo la famiglia Orsini venne in possesso del territorio di Bracciano e, tra il 1470 e il 1485, iniziò la costruzione del Castello per volere di Napoleone Orsini.
Conteso nel corso dei secoli dalle più importanti famiglie nobili romane, nel 1696 il maniero passò alla famiglia Odescalchi che, dopo varie vicissitudini: assedi, matrimoni, papi e re, agli inizi del Novecento lo fece tornare all'antico splendore con l'architetto Raffaello Ojetti.
Il Castello si presenta con una tripla cinta muraria e cinque torri cilindriche più una mozza, di origine più antica.
All'ingresso verrete accolti da un arco cinquecentesco su cui è riportato lo stemma di famiglia, opera di Jacopo del Duca.
Molte e di grande interesse le varie Sale, come la Sala dei Cesari con i 12 busti del XVII secolo in marmo bianco e piperino, il settecentesco letto siciliano in ferro battuto, la clessidra del Cinquecento ed il grande affresco di Antoniazzo Romano che raffigura Gentile Virginio Orsini che guida le truppe aragonesi a Bracciano ed il suo incontro con Pier de' Medici.
Da questa Sala dal soffitto altissimo, è stata ricavata, costruendone un altro più in basso, la Sala delle Armi o Sala d'Ercole del piano superiore.
Quest'ultima, detta d'Ercole per il fregio che la circonda raffigurante episodi della vita del mitico eroe, raccoglie una collezione di armi e armature con lance, alabarde e spade che vanno dal XV al XVII secolo.
Molti celebri personaggi hanno soggiornato nel Castello, come il re di Francia Carlo VIII e papa Sisto IV della Rovere, rifugiatosi a Bracciano nel 1481 per sfuggire alla pestilenza di Roma.
A ricordarlo la Sala Papalina, che si presenta con il soffitto splendidamente decorato a grottesche su fondo oro dai fratelli Zuccari, che vi lavorarono nel 1560 per le nozze di Isabella de' Medici e Paolo Giordano Orsini realizzando l'oroscopo e gli emblemi delle corti dei due sposi.
La Sala Umberto, con gli arredi cinquecenteschi ed il soffitto a cassettoni; la Sala del Trittico, con la pala d'altare con due ante d'organo che rappresentano un'Annunciazione di Antoniazzo Romano e la Sala del Pisanello, chiamata così per lo stile del fregio, che raccoglie una prestigiosa collezione di ceramiche italiane prodotte dal XV al XVIII secolo, sono solo alcune delle testimonianze storiche e artistiche custodite nel Castello.
Da non dimenticare le pregiate pitture rinascimentali con la Crocifissione, il Sant'Antonio da Padova e la Maddalena, attribuite alla scuola di Crivelli; il celebre ciclo della donna medievale, che illustra la vita di corte del tardo Medioevo; la Sala Gotica, con il severo arredamento di gusto neogotico; la Sala Isabella, l'ultima sala del piano nobile, affrescata da Antoniazzo Romano; nonché le antiche cucine con i 4 enormi camini, i tegami di rame e l'incensiere simbolo degli Odescalchi.
I camminamenti, le logge e il giardino pensile sul lago di Bracciano, sovrastato da due cedri secolari del Libano, contribuiscono a regalare al Castello quell'area fiabesca che da sempre incanta i visitatori.
Il suo aspetto attuale è dovuto all'attenta gestione della principessa Maria Pace Odescalchi.
Fonte: italiaparchi.it
lunedì 15 ottobre 2018
Scoperta, nell’ambra, una lumaca incredibilmente conservata per 99 milioni di anni!
Di tutte le creature preistoriche trovate intrappolate nell’ambra, mai ci saremmo aspettati una lumaca.
Questo è esattamente ciò che i paleontologi hanno trovato, così perfettamente conservato che il suo delicatissimo guscio è intatto, e per la prima volta sono stati osservati tessuti preistorici di lumache morbide.
Un secondo guscio di lumaca, meno ben conservato, si trova nella stessa porzione di ambra.
Racchiuse nell’ambra di 99 milioni di anni fa proveniente dal Myanmar, le lumache vivevano quindi nel Cretaceo, quando alcuni dei dinosauri più amati del mondo, come il T. rex , il velociraptor e il triceratopo calpestavano la Terra.
La loro morfologia suggerisce che essi siano antenati della famiglia dei Cicloforidi, famiglia delle lumache terrestri.
Questo le rende non solo le più antiche lumache mai trovate nell’ambra, ma li collocherà anche tra i cicloforoidi più antichi trovati in Asia.
Le lumache, come probabilmente sapete, sono straordinariamente fragili e i loro corpi sono morbidi e soffici, e i loro esoscheletri; noti anche come i loro gusci, sono assai fragili.
Alcuni sono stati conservati nella documentazione sui fossili, ma le lumache conservate nell’ambra sono eccezionalmente rare.
Questo pezzo, acquistato da un collezionista di fossili privato nel 2016, è 70 milioni di anni più vecchio di qualsiasi altro tessuto molle di lumaca che sia stato identificato fino ad oggi.
“La resina di un albero antico ha un eccezionale potenziale di conservazione, catturando i minimi dettagli di organismi fossili vecchi di milioni di anni in perfetto spazio tridimensionale, tanto da apparire come se fossero rimasti intrappolati nella resina giusto un giorno fa”, ha dichiarato il paleontologo Jeffrey Stilwell di La Monash University in Australia a John Pickrell di National Geographic .
Siccome la chiocciola è molto giovane, è difficile identificarla in modo certo, sebbene abbia diverse caratteristiche morfologiche comparabili a quelle osservate su specie di Cyclophoridae fossili e viventi, come un opercolo , una sorta di “coperchio” che la lumaca usa per sigillare il suo conchiglia.
Ciò che forse è ancora più interessante è che la lumaca era probabilmente viva quando è stata racchiusa nell’ambra, e il suo corpo era teso e deformato.
“Le parti molli della lumaca sono molto tese, e questo potrebbe rappresentare un ultimo tentativo di fuga senza successo”, hanno scritto i ricercatori nel loro articolo . “Dato che la lumaca era rimasta apparentemente sepolta nella resina degli alberi mentre era in vita, ciò potrebbe spiegare la pronunciata distorsione dei tessuti molli preservati.”
La probabile sequenza di eventi, ipotizzano che la minuscola lumaca strisciasse con il suo occhio peduncolato quando la resina ha cominciato a inghiottirla.
Si allungò nel tentativo di fuggire, e questo avvenne quando la resina iniziò a scorrere intorno al suo corpo.
Una volta intrappolata, la lumaca trasudava aria, probabilmente da un polmone dentro il suo guscio, che ribolliva verso l’esterno e oscurava la sua testa.
Anche se questo non aiuta l’identificazione, il fatto dell’esistenza della lumaca è una straordinaria aggiunta agli incredibili reperti trovati negli ultimi anni nell’ambra di Myanmar risalente a circa 99 milioni di anni fa, che rivelano un livello senza precedenti di dettagli sulla regione durante il Cretaceo.
Fonte: www.sciencealert.com
venerdì 12 ottobre 2018
Eruzione del Vesuvio del 79 d. C.: le vittime finirono per "esplodere"
L'ondata di morte causata dal Vesuvio nel 79 d. C. non fu per tutti immediata: a Ercolano i gas, il vapore e le ceneri roventi emessi dal vulcano (i cosiddetti flussi piroclastici) arrivarono 12 ore dopo l'eruzione, quando mutò la direzione dei venti.
In quell'arco di tempo in molti provarono a mettersi in salvo, ma chi riuscì a non finire arso vivo dal materiale che avvolse la città non fece, purtroppo, una fine migliore.
Nuove analisi di decine di scheletri rinvenuti nell'antico insediamento romano rivelano che le temperature estreme dell'eruzione causarono una vaporizzazione dei fluidi corporei che fece esplodere il cranio delle vittime dall'interno, come una pentola sottoposta a eccessiva pressione.
Un gruppo di archeologi dell'Azienda Universitaria Federico II di Napoli ha studiato le ossa ritrovate in una dozzina di edifici sul lungomare che avrebbero dovuto costituire un rifugio per circa 300 abitanti di Ercolano, ma che si trasformarono nella loro tomba.
Sulle ossa, sui crani e sulle ceneri trovate attorno e all'interno di quelli che dovevano essere i corpi delle vittime, è stato individuato uno strano residuo minerale nero e rosso.
Analisi spettroscopiche per determinare la presenza di sostanze metalliche nei campioni hanno rivelato un contenuto di ferro e ossido di ferro in queste incrostazioni, compatibile con la degradazione termica del sangue: in sostanza, quel che resta di fluidi corporei che, per l'estremo calore (tra i 200 e i 500 gradi °C), presero prima a bollire per poi trasformarsi in vapore.
Non si può affermare con estrema certezza che i residui provengano dal corpo delle vittime.
Alcuni di essi sono stati trovati, infatti, vicino a oggetti metallici come anelli e monete. Altri però sono del tutto isolati da artefatti metallici: da qui l'ipotesi che possa trattarsi di residui di sangue.
I rifugi sul lungomare furono probabilmente investiti dai flussi piroclastici, intrappolando gli occupanti in un inferno rovente.
La maggior parte delle ossa dei 103 scheletri analizzati presenta crepe, fratture e bruciature simili a quelle che si formano durante la cremazione, compatibili con un'estrema ondata di calore.
Un'analisi più ravvicinata di alcuni teschi ha rivelato segni di rottura ed esplosione nella parte sottostante alla calotta cranica, che risulta annerita come per la fuoriuscita del materiale ferroso ritrovato.
«Questi effetti sembrano il risultato combinato dell'esposizione diretta al calore, e di un incremento della pressione intracranica esercitata dal vapore e indotta dall'ebollizione del cervello. L'esplosione del cranio è una possibile conseguenza», scrivono i ricercatori.
Un risvolto inquietante di uno degli eventi naturali più distruttivi di cui si abbia testimonianza.
Fonte: focus.it
In Irlanda c'è un muro della vergogna costruito da un conte troppo geloso
Talmente geloso da costruire un muro.
E' questa la «più grande follia d'Irlanda», opera del conte Robert Rochfort: un uomo così violento e ossessionato da recludere in casa la seconda moglie, Mary Molesworth.
La donna è stata sua prigioniera per oltre trent'anni, rinchiusa insieme ai figli in una «prigione dorata» sulla collina di Mullingar, perché accusata di tradimento.
La settecentesca Belvedere House è ancora oggi visitabile, così come il meraviglioso giardino che la donna poteva ammirare solo dalla finestra.
Ma la «vergogna» del conte è ben in vista sul lato sud della proprietà: un muro alto 20 metri, costruito nel 1760 dal conte per impedire al fratello George, proprietario del terreno attiguo, di guardare dentro casa sua.
Il Muro della gelosia oggi è una rovina in stile neogotico: lo si può visitare con il biglietto d'ingresso al Belvedere House Gardens ma è talmente alto che lo si può ammirare anche da fuori, con le sue finestre che ricordano il palazzo di Diocleziano.
La storia non gli fa onore, ma nonostante tutto Belvedere House oggi è una delle mete architettoniche più celebri d’Irlanda.
E porta la firma anche di un architetto italiano, tal Barrodotte, chiamato dal conte in persona per sovrintendere i lavori di costruzione del muro.
Fonte: lastampa.it
giovedì 11 ottobre 2018
Serpent d’Océan, lo scheletro del gigantesco serpente che gioca con le maree
Il Serpent d’Océan è una straordinaria scultura in metallo collocata sulla spiaggia di Saint-Brevin-les-Pins, un piccolo comune francese situato al limite dell’estuario della Loira che poi si unisce all’Oceano Atlantico.
Si tratta di un’istallazione permanente che ritrae lo scheletro di un enorme serpente preistorico capace di giocare con le maree
Il Serpente dell’oceano è un’imponente opera dell’artista cinese Huang Yong Ping, creata per il Festival “Voyage à Nantes“, come parte della mostra d’arte contemporanea Estuaire 2012.
L’artista, diviso da sempre tra impulso distruttivo e ingegno creativo, attraverso la figura di quest’animale legato alla mitologia cinese, sembra abbia voluto lanciare un messaggio a sostegno della tutela ambientale.
Lo scheletro, interamente realizzato in alluminio, misura 130 metri di lunghezza e si presenta come uno scavo archeologico; un terrificante e immenso serpente che sembra emergere dai fondali marini.
Il movimento sinuoso delle sue vertebre crea l’illusione di una creatura vivente, come volesse sorgere dalle acque dell’oceano per apparire o sparire al ritmo della marea.
Fonte: mybestplace.com
martedì 9 ottobre 2018
Nella basilica sotterranea di Porta Maggiore a Roma presto scorrerà il mare
Porta Maggiore di Roma nasconde una suggestiva basilica sotterranea. Una chiesa neopitagorica di epoca tiberiana o claudia, tra il 14 ed il 54 d.C., considerata la più antica basilica pagana di tutto l'Occidente.
La sua scoperta è stata del tutto accidentale, dovuta al cedimento di una volta durante la costruzione del viadotto ferroviario da e per stazione Termini.
E presto brillerà di nuova luce, grazie ai restauri che da questo mese non solo riporteranno all'antico splendore uno dei luoghi più misteriosi della Capitale, ma faranno addirittura «arrivare» il mare.
Nonostante i danni del tempo, la struttura è rimasta praticamente intatta.
E' rimasta interrata per almeno 1800 anni, e questo ha preservato la sua antica architettura, che si presenta senza rimaneggiamento alcuno.
Con le sue tre navate con abside centrale, è la forma basilicale più antica ritrovata a Roma: «Per le sue caratteristiche è un monumento unico.
Non ha nulla a che fare con il cristianesimo ma la sua pianta sarà riproposta nelle basiliche cristiane.
C'è una preponderanza di figure femminili rappresentate», ha spiegato all'Ansa l'archeologa Anna De Santis.
«Quest'anno - ha annunciato - finiremo i restauri della navata centrale e inizieremo con una delle laterali».
E la Soprintendenza Speciale ha previsto anche una nuova illuminazione e un suggestivo progetto di videomapping per «ricreare nell'abside il mare Egeo dove si getta Saffo, facendo risaltare la particolare luminosità degli stucchi».
Una piccola magia, che renderà la basilica sotterranea ancora più ipnotizzante.
Fonte: www.lastampa.it
lunedì 8 ottobre 2018
Chi fu davvero Vercingetorige?
Per conquistare la Spagna, Roma impiegò secoli. Per la Giudea quasi 200 anni. La Germania non l’ha mai conquistata, la Dacia (nei Balcani) la perse in poco tempo.
La Gallia, invece, cadde in soli otto anni, quelli del proconsolato di Giulio Cesare, a metà del I secolo a.C.
Eppure, quegli otto anni furono lunghissimi per gli abitanti di quei territori, determinati a rifiutare il dominio romano.
A guidare la resistenza fu Vercingetorige.
Prima di lui la Gallia non era mai stata unita. Le singole tribù erano perennemente in contrasto tra loro.
Vercingetorige fu il primo a dare unità ai galli (poi si dovranno aspettare i franchi di Clodoveo - cinque secoli dopo - e la dinastia merovingia per vedere la futura Francia unita sotto un’unica corona).
Vercingetorige aveva militato nell’esercito romano come ausiliario. Un cronista di molto posteriore, Cassio Dione (III secolo d.C.), si spinse a dire che fosse amico personale di Cesare.
A partire da questa indiscrezione c’è chi ha supposto che il capo gallico fosse addirittura un agente di Cesare, che lo avrebbe incaricato di scatenare la rivolta per permettergli di consolidare il proprio potere.
Quel che è certo è che cominciò tutto a Cenabum, dove in pieno inverno i carnuti (popolo celtico stanziato tra la Senna e la Loira) compirono un massacro di funzionari e commercianti romani. L’azione riaccese ovunque il nazionalismo gallico e ci furono sollevazioni in serie, alle quali mancava solo una guida comune per sfociare in rivolta generale.
L’uomo che i galli aspettavano si trovava tra gli arverni, uno dei popoli più potenti della Gallia, stanziato nella regione dell’Auvergne (Francia centrale): era Vercingetorige, spirito incendiario e animo fiero.
Per prima cosa arruolò nelle campagne i poveri e i disperati.
Messo insieme questo nucleo, convinse chiunque incontrava a passare dalla sua parte, a prendere le armi per la libertà comune.
In breve tempo legò a sé i senoni, i parisi, i pittoni, i cadurci, i turoni, gli aulerci, i lemovici, gli andi e altre tribù che abitano lungo la costa dell’oceano.
A uno zelo grandissimo accompagnava una grandissima severità nell’esercizio del potere: bruciava vivo chi cospirava contro di lui e tagliava orecchie e cavava occhi agli insubordinati.
La resa dei conti fra l’armata gallica (che arrivò a quasi 100mila uomini) e i romani ebbe luogo ad Alesia, oggi in Borgogna. Quando la città fu alla fame e l’esercito di soccorso sconfitto, il giovane capo arverno rassegnò il proprio mandato davanti all’assemblea dei capi e si consegnò al proconsole.
La scena della sua resa, raccontata dallo stesso Cesare nel suo autocelebrativo De bello Gallico, è certamente una delle più famose della Storia.
Il proconsole racconta che il capo gallo si presentò al suo cospetto in equipaggiamento completo, su un cavallo bardato di tutto punto, con il quale compì al galoppo un giro intorno alla postazione del vincitore in attesa su una sella curule (sella pieghevole riservata alle personalità più importanti di Roma), prima di smontare, gettare armi e corazza ai suoi piedi e sedere accanto a lui senza dire una sola parola.
Il Grande Re degli Eroi, Vercingetorige, non avrebbe più dato noie al futuro dittatore.
Fu giustiziato sei anni dopo, strangolato a Roma nel carcere Mamertino, dopo essere stato esibito come un trofeo per le vie della città.
Una fine che contribuì, soprattutto nell’Ottocento romantico, a farne un simbolo del nazionalismo gallico e un campione della libertà.
Fonte: focus.it
Nuova scoperta a Pompei: riemerge il Giardino Incantato
Gli scavi archeologici di Pompei non cessano di deliziare e stupire fin da quando, verso la fine del XVIII secolo, si scoprì che l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., insieme a morte e distruzione, aveva anche dato vita ad un piccolo miracolo.
La colata di lava e lapilli aveva ucciso centinaia di persone e devastato quella che fino a poco prima era stata una prospera cittadina di mare. Allo stesso tempo, aveva ricoperto e conservato tutto perfettamente immobile nel tempo, pronto ad essere riscoperto negli anni successivi.
Sono passati dei secoli, in realtà, prima che Pompei potesse tornare, poco alla volta, alla luce.
La maggior parte di quello che sappiamo dello stile di vita e delle abitudini quotidiane degli antichi abitanti dell'Impero Romano lo dobbiamo ai ritrovamenti fatti a Pompei.
Tanto è stato portato alla luce e tanto ancora resta invece da scoprire.
Gli scavi in realtà non cessano mai, e il lavoro degli archeologi ha portato ad una nuova scoperta che è stata mostrata in anteprima all'Ansa.
Le foto della villa che si sta liberando dai detriti, e che sono state diffuse in rete, hanno dell'incredibile.
Anche se Pompei ci ha abituati ai suoi splendidi affreschi, la magnificenza del larario che è stato rinvenuto non ha davvero paragoni.
Il larario era una zona sacra della casa degli antichi romani.
Qui venivano venerate le divinità familiari, i cari defunti, le anime degli antenati.
In questa casa, sicuramente appartenuta ad un uomo molto ricco, il larario è un Giardino Incantato.
Sulle pareti spiccano animali esotici dipinti con un realismo impressionante.
Due grandi serpenti dorati sono segno di buon augurio; un pavone dalle piume colorate sembra passeggiare davvero tra i vialetti del giardino.
Poi si scorgono pantere, cinghiali, uccelli in volo, e persino un uomo con la testa di cane.
La raffinatezza di questi affreschi ha lasciato senza fiato persino Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei. Osanna ha sottolineato come vi siano in queste stanze affrescate delle peculiarità che le rendono assolutamente uniche rispetto a qualunque altra cosa sia stata ritrovata in passato a Pompei.
Il particolare più commovente è la presenza di una piccola ara in terracotta su cui sono stati bruciati dei doni sacrificali. Probabilmente l'ultimo gesto degli abitanti della casa per salvarsi dall'eruzione.
Una finestra ostruita dai detriti ci racconta che purtroppo non ce la fecero.
Fonte: blastingnews.com
giovedì 4 ottobre 2018
Ritrovati antichi "fumetti" in una tomba di 2.000 anni fa
Gli archeologi in Giordania hanno scoperto una tomba di epoca romana decorata con spettacolari affreschi che includono "fumetti" rudimentali, scritti in aramaico con lettere greche.
I disegni forniscono una straordinaria testimonianza del diverso e cosmopolita ambiente nelle città di confine ellenistico dell'impero romano.
Come altre meravigliose scoperte archeologiche, la sepoltura di quasi 2000 anni fa è stata portata alla luce alla fine del 2016 durante i lavori stradali , in questo caso di fronte a una scuola nel villaggio giordano di Beit Ras, appena a nord di Irbid.
Da allora un gruppo di ricercatori locali e internazionali sta studiando il ritrovamento, che credono di far parte di una necropoli nell'antico insediamento greco-romano di Capitolias, riporta il CNRS , Centro nazionale francese per la ricerca scientifica.
La tomba di 52 metri quadrati è divisa in due camere funerarie e contiene un grande sarcofago di basalto, tutto in ottime condizioni considerando che ci sono indicazioni che la tomba sia stata saccheggiata in passato, dice l'archeologo e epigrafista Julian Aliquot.
Risale probabilmente agli albori della città, fondata nel tardo I secolo aC.
La caratteristica più sorprendente del sito è l'arazzo di dipinti che copre le pareti e il soffitto della tomba con scene di iconografia pagana e immagini della vita quotidiana.
Circa 260 figure sono rappresentate nei pannelli colorati che mostrano le divinità che banchettano allegramente mentre gli umani portano loro offerte propiziatorie; contadini che coltivavano campi e vigneti e operai edili che costruivano un baluardo per la città.
"Personaggi che assomigliano ad architetti o capisquadra stanno accanto ai lavoratori che trasportano materiali sul dorso di cammelli o asini, con scalpellini o muratori che scalano le pareti, a volte provocando incidenti", spiega Aliquot.
"Questa scena precisa e pittoresca di un cantiere è seguita dall'ultimo dipinto, in cui un sacerdote offre un altro sacrificio in onore delle divinità guardiane della città ".
I dipinti sembrano rappresentare varie fasi coinvolte nella fondazione di una città nell'antico mondo romano, tra cui consultare gli dei sul sito appropriato, ripulire la trama, innalzare le mura e infine offrire un sacrificio di grazie alla divinità protettrice - in questo caso Giove Capitolino, che ha dato il nome alla città di Capitolias ed è stato anche il protettore di Roma stessa.
"Secondo la nostra interpretazione, c'è una buona probabilità che la figura sepolta nella tomba sia la persona che si è rappresentata mentre officiava nella scena del sacrificio dal quadro centrale, e che di conseguenza era il fondatore della città", dice Pierre -Louis Gatier, storico con il laboratorio di storia e fonti del mondo antico a Lione, in Francia.
"Il suo nome non è stato ancora identificato, anche se potrebbe essere inciso sull'architrave della porta, che non è stato ancora ripulito."
È raro trovare rappresentazioni così ben conservate e dettagliate della fondazione di una città antica. Ma i ricercatori erano ancora più eccitati dalle circa 60 iscrizioni che accompagnano le immagini.
Alcuni sono tag che identificano le divinità regnanti, che sono state scritte in greco.
Nessuna sorpresa: la città di Capitolias, conosciuta anche come Dion, faceva parte della Decapoli, un raggruppamento di città ellenistiche semi-autonome sulla frontiera orientale dell'impero romano, tra l'odierna Israele, la Giordania e la Siria.
Tuttavia, osservando da vicino, i ricercatori hanno trovato altri testi scritti usando lettere greche ma in aramaico, che è stato ampiamente parlato dai popoli locali semitici del Vicino Oriente. L’effetto grammaticale dell’Aramaico scritto usando l’alfabeto greco è del tutto singolare, perché nella lingua semitica le vocali non sono esplicitate, mentre nel dipinto della tomba invece sì.
I personaggi mostrati offrono spiegazioni su ciò che stanno facendo o su ciò che sta accadendo loro, dice Jean-Baptiste Yon, un altro ricercatore del CNRS.
Yon fornisce alcuni esempi di questi fumetti antichi (e non particolarmente umoristici) dalla scena del cantiere, in cui un personaggio dice "Sto tagliando (pietra)."
Un altro, forse la vittima di un incidente, esclama "Ahimè per me ! Sono morto! "
Gli esperti stanno ancora lavorando per decifrare altre iscrizioni.
Fonte:
www.haaretz.com
Silfra fissure, la spaccatura sommersa che divide due continenti
La Silfra Fissure è una fessura che si trova nel Þingvellir National Park in Islanda e la sua particolarità è che divide la placca nordamericana da quella eurasiatica del nostro Pianeta.
Nuotare nelle acque cristalline di questo luogo significa letteralmente nuotare tra due continenti.
Fare un tuffo in queste acque non è per tutti, le temperature sono molto basse ma in compenso sono chiare e limpidissime a tal punto che si riesce a vedere oltre i 100 metri godendo così di un panorama marino mozzafiato.
La Silfra Fissure è nata dalla deriva delle due placche quella eurasiatica e quella nordamericana.
Ogni anno queste due piastre si allontanano di circa 2 centimetri, e causano tensioni tra le piastre e la massa terrestre.
Questa tensione viene scaricata attraverso terremoti di grande entità che si verificano circa ogni dieci anni, che hanno portato alla formazione di fessure nella valle di Þingvellir.
Silfra precisamente si trova sul bordo del lago Þingvallavatn ed è una delle più grandi e profonde di queste fessure.
Massi e rocce cadono nelle crepe andando a creare delle vere e proprie caverne.
E’ uno dei luoghi più frequentati dagli amanti delle immersioni, qui possono esplorare le varie caverne sommerse e avventurarsi nelle tre sezioni in cui si divide la fessura: il salone, la laguna e la cattedrale.
La cattedrale in particolare offre un panorama incredibile, lunga 100 metri permette di vedere l’inizio e la fine dei due continenti.
Fonte: viaggiare.moondo
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