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martedì 13 luglio 2021

Specchio di Venere: l’affascinante Spa naturale a cielo aperto sull’isola di Pantelleria


 Sull’isola di Pantelleria, a metà tra l’Africa e la Sicilia, si incontra un luogo ricco di fascino, dove si fondono mito e realtà: il lago di Venere. Questo splendido bacino lacustre è così chiamato per via di una leggenda che narra che la dea romana si specchiasse nelle sue acque dai colori cangianti che vanno dal verde chiaro al blu.

Lo specchio di Venere è situato nella parte settentrionale di Pantelleria, all’interno del Parco nazionale dell’isola. 

Si tratta di un cratere spento di un antico vulcano e le sue calde acque raggiungono una profondità massima di 12 metri. 


Attorno al bacino lacustre, unico lago dell’isola di Pantelleria, la vegetazione è molto rigogliosa: crescono specie come il limonio con rami secondati (Limonium secundirameum) e il lentisco e non è raro incontrare uccelli acquatici migratori. Per questo motivo è una località molto apprezzata dagli amanti del bird-watching, soprattutto nel periodo primaverile e autunnale.

Oltre ad offrire una vista incantevole, lo specchio di Venere è considerata una Spa naturale a cielo aperto. È, infatti, la meta perfetta per una vacanza a contatto con la natura e all’insegna del benessere. Le sue acque calde hanno una temperatura compresa tra i 40° C e 50° C e sono ricche di zolfo.

 Nei fondali sono presenti dei fanghi nero-verdastri dalle proprietà benefiche per la pelle. 


Per godere a pieno dei benefici di questo lago benefici bisogna immergersi per un po’ di minuti dove l’acqua bolle, uscire dal lago e cospargersi il corpo con il fango raccolto dai fondali per poi far asciugare il fango, magari mentre si passeggia.

 Si consiglia di risciacquarsi soltanto solo dopo che il fango si sarà essiccato. La vostra pelle risulterà liscia e purificata. Un trattamento di bellezza efficace, 100% naturale e…gratis!


domenica 4 luglio 2021

Gli ipogei del Colosseo: per la prima volta si possono ammirare i sotterranei del più grande anfiteatro del mondo


 Sono stati aperti per la prima volta nella storia  gli ipogei del Colosseo, visibili solo parzialmente fino all’avvio del cantiere nel dicembre 2018.

 Ora ben 160 metri di passerella accessibile condurranno il pubblico a conoscere la storia della macchina scenica più grande al mondo, dall’inaugurazione in età Flavia fino alla fine dei giochi nel 523 e alla riscoperta archeologica dalla fine dell’Ottocento.



Avviato 3 anni fa, il progetto di restauro aggiunge così una nuova tappa al più ampio intervento di riqualificazione e valorizzazione dell’Anfiteatro Flavio, già segnato dai lavori esterni ultimati nel 2016 e dalla nuova arena “tecnologica e sostenibile” .

Non è solo la prima volta in 2000 anni che l’area – descritta come il “cuore” dell’edificio – venga aperta, poiché i livelli sotterranei, gli “ipogei”, erano dove i gladiatori e gli animali aspettavano prima di entrare in combattimento, questa è la prima volta nella storia del monumento che il pubblico sia mai stato ammesso.


Ora i turisti potranno percorrere i corridoi su una piattaforma di legno e ammirare i passaggi e gli archi che collegavano gli ipogei tra le stanze dove attendevano gladiatori e animali, prima di essere catapultati nell’arena.

All’epoca, gli ipogei erano illuminati a lume di candela.

Archeologi, restauratori, ingegneri e architetti sono tra gli esperti che hanno lavorato per riportare il monumento il più vicino possibile al suo antico splendore.

 Il team ha utilizzato rilievi fotografici, mappatura della superficie e il lavoro lento e meticoloso di lavare via secoli di sporco, depositi e microrganismi come alghe e licheni. 

I restauratori hanno anche installato un sistema per ridurre le infiltrazioni d’acqua nella muratura, che è una delle principali cause di degrado.


GERMANA CARILLO

mercoledì 30 giugno 2021

Il Buddha d’oro: la scoperta casuale della statua da 5,5 tonnellate d’oro massiccio


 Il fondatore del buddhismo fu Siddhartha Gautama, che visse fra il 566 e il 480 a.C. 

Egli visse una giovintù agiata, sino a quando non decise di cercare il vero senso della vita. Divenne un asceta pellegrino, che viveva senza beni terreni, e vagava per tutto il territorio indiano.

 Un giorno, durante una delle sue meditazioni, egli identificò nelle quattro nobili verità la via per il Nirvana.

 L’esistenza di queste gli sopraggiunse nel Parco dei Cervi (o delle gazzelle) di Sārnāth, presso Varanasi.

Le quattro verità sono: la Verità del dolore, la Verità dell’origine del dolore, la Verità della cessazione del dolore, la Verità della via che porta alla cessazione del dolore.

Dopo aver raggiunto il Nirvana, Siddhartha Gautama si chiamò “Il Buddha”, traducibile con “illuminato”, e passò la propria vita a predicare.

Le statue che rappresentano il Buddha si trovano in tutto il mondo, soprattutto nei paesi dove il buddismo è il credo più diffuso.

Una statua buddista che merita una menzione particolare è il Phra Phuttha Maha Suwan Patimakon, un Buddha alto 254 centimetri per 5,5 tonnellate di peso che si trova nel tempio Wat Traimit a Bangkok, in Thailandia.

La raffigurazione della statua è nella posizione Bhumisparsamudra, con le gambe incrociate, la mano destra che sfiora il terreno e la sinistra a palmo aperto di fronte al ventre.

 La Usnisa, la fiamma sopra alla testa, raffigura l’energia spirituale che fluisce al di fuori del corpo, mentre i lobi forati e allungati mostrano il precedente status di principe di Siddhartha Gautama.


Lo stile della statua richiama altre simili costruite durante la dinastia Sukhotai, fra il XIII ed il XIV secolo, durante l’omonimo regno che governò vaste aree della Thailandia. Inizialmente il Buddha d’Oro si trovava a Sukhothai, per poi esser trasferito, nel 1403, ad Ayutthaya, dove rimase sino al 1801. 

Durante il 1765 i birmani assediarono la città, e la statua venne ricoperta di stucco dorato, mascherandone il reale valore. Solo così riuscì a salvarsi dal saccheggio della città avvenuto nel 1767.

Nel 1801 il Buddha d’Oro, sempre nascosto sotto uno strato di stucco, venne trasferito a Bangkok, quando il re Rama I, sostenitore dei monaci buddisti, proclamò Bangkok nuova capitale.

 Ordinò la costruzione di nuovi templi, popolati di rappresentazioni del Buddha provenienti da quelli in rovina. 

Durante il regno di suo nipote, Rama III, il Buddha d’Oro fu collocato nel tempio principale di Wat Chotanaram.


Wat Chotanaram, con gli anni, perse i suoi fedeli e venne infine abbandonato.

 La statua venne trasferita a Wat Traimit nel 1935 ma, dato che non c’era uno spazio per posizionare la scultura, rimase sotto una tettoia in lamiera per circa 20 anni. 

Nel maggio del 1955 il Buddha d’oro, sempre ricoperto di gesso, fu destinato ad un nuovo tempio a Bangkok. Quando la statua fu sollevata le corde si spezzarono e cadde, causando la rottura dello stucco.

Gli operai, pensando ad un cattivo presagio, scapparono dal tempio, lasciando la statua sommersa dal fango di un diluvio che avrebbe inondato la città per un giorno intero. 

Terminata la pioggia, il responsabile del tempio esaminò i danni alla scultura, scoprendo che, al di sotto del gesso, si nascondeva una statua di oro massiccio.

 La statua non era integra, ma smontata in nove parti, e all’interno del piedistallo vi era una chiave che consentiva di montare e smontare la statua, in modo da consentirne un più facile trasporto.


La statua d’oro fu scoperta in prossimità delle celebrazioni per la commemorazione del venticinquesimo periodo buddhista (2.500 anni dopo la morte di Gautama) per cui i media tailandesi diedero un enorme risalto al ritrovamento, e molti buddisti parlarono di miracolo.

Il 14 febbraio del 2010 fu inaugurato un grande edificio al Tempio di Wat Traimit, adatto ad ospitare il Buddha d’Oro.

 Al suo interno, oltre alla sala con il Buddha, si trovano le fotografie del ritrovamento e anche alcuni pezzi del gesso che ricopriva la statua.



Fonte: vanillamagazine

venerdì 11 giugno 2021

La bellissima leggenda della grotta Zinzulusa del Salento


 La grotta Zinzulusa è tra le dieci più importanti al mondo, al suo interno si spalanca un meraviglioso paradiso fatto di laghetti, formazioni calcaree, stalattiti e stalagmiti. 

Un nome curioso che deriva dal dialetto popolare salentino dove gli zinzuli sono gli stracci. 

La leggenda vede nelle numerose stalattiti e stalagmiti proprio le sembianze di stracci di un abito logoro.

La grotta Zinzulusa è stata scoperta nel 1793 dal vescovo locale Antonio Francesco del Duca, ma è stata esplorata dopo gli anni Cinquanta per studiarne le origini e la conformazione.

Nata da un fenomeno carsico risalente al periodo preistorico, la grotta è caratteristica per via delle sue curiose forme create dall’erosione. Un esempio? I visitatori potranno ammirare sentinelle, cascate, un’aquila, un presepe.

 Bellissimi anche i dintorni, con coste dirupate, acque limpidissime e incantevoli insenature che sembrano scolpite a mano.


Un fenomeno che troviamo in molte sorgenti di acqua dolce che si mescolano con il mare e rendono l’acqua particolarmente fredda all’interno della grotta.

 Il colore è di un azzurro-verde intenso.

La grotta è lunga 160 metri ed è costituita da tre parti.

 La prima è la Conca, una caverna con base ellittica che si apre verso il tratto più lungo della Zinzulusa, detto Corridoio delle Meraviglie. Qui ci sono le formazioni stalattitiche e stalagmitiche che impreziosiscono le pareti e alcune, per la loro straordinaria somiglianza con alcuni oggetti, hanno dei nomi curiosi, come ad esempio, Prosciutto, Pulpito, Spada di Damocle.


Lungo il corridoio si trova un altro laghetto, chiamato Trabocchetto che porta al secondo tratto: la Cripta (conosciuta anche come Duomo), una caverna di dimensioni ridotte e ricca di colonne calcaree. 

Questa caverna è alta ben 25 metri ed è stata un tempo rifugio di centinaia di pipistrelli che l’hanno abitata per molti secoli. Infine si raggiunge il Cocito, un piccolo bacino chiuso che si è così trasformato in un sistema ipogeo subacqueo.



La tradizione popolare narra che un tempo, vicino al luogo, vivesse il Barone di Castro, signore delle terre attorno al paese, un personaggio crudele e malvagio, nonché ricchissimo, il quale per la sua cattiveria lasciò morire la moglie di dolore e faceva vestire la povera figlioletta solo di stracci. 

La sua avarizia e cupidigia erano tali che, nonostante la grande quantità di denaro della quale era fornito, egli preferiva accumulare beni piuttosto che spendere qualche soldo per vestire la figlia.

La bambina, mancando delle cure e dell’amore paterno e materno, cresceva cupa e triste. 

Un giorno però una fata buona si presentò al cospetto della bimba, e le donò un vestito stupendo, stracciando quello vecchio e logoro che indossava.

 Gli stracci (in dialetto zinzuli) volarono insieme al vento fino ad adagiarsi sulle pareti della grotta, dove si pietrificarono. Da quel momento, la grotta, appunto perché le sue estremità erano ornate da quegli stracci di vestiti, venne chiamata Zinzulusa.

Il Barone invece venne scagliato dalla fata nel profondo delle acqua sottostanti alla grotta, e laddove egli si adagiò, scaturirono dal fondo marino delle acque infernali, creando il laghetto chiamato Cocito; secondo la leggenda, i crostacei che assistettero a tale avvenimento rimasero accecati per sempre. Invece la bambina si sposò con un principe ricco e buono, e la sua vita cambiò per sempre.



giovedì 3 giugno 2021

L’origine delle Teste di Moro: una storia tra gelosia e passione


 Qualsiasi siciliano, passeggiando per le vie della propria città o del proprio paese, si sarà imbattuto almeno una volta nella vita nelle Teste di Moro, cioè quei vasi ornamentali di ceramica dipinti a mano che raffigurano il volto di un uomo e di una donna.

Questi vasi, emblema della cultura e dell’arte siciliana, non nascono da un sorprendente estro creativo da parte degli artigiani siculi, ma sono il frutto di una leggenda propagata nel corso dei secoli.

 Dietro alle Teste di Moro, in siciliano note anche come Graste, si nasconde una storia d’amore fatta di passione, tradimenti, gelosia e sfociata nella vendetta.


Si narra che intorno all’anno 1000, durante la dominazione dei Mori in Sicilia, nel quartiere arabo Kalsa (nel cuore di Palermo) viveva una bellissima fanciulla che passava le sue giornate dedicandosi alla cura delle sue piante.

 Un giorno, dall’alto della sua rigogliosa balconata, venne notata da un Moro che stava passando da quelle parti.

Questo, non appena la vide, se ne invaghì immediatamente e non esitò un attimo a dichiarargli il suo amore. La ragazza, colpita da tale dichiarazione, ricambiò con passione il sentimento del Moro, ma la loro storia iniziata con tanto ardore era destinata ad una vita breve. Ben presto la giovane scoprì che il suo amato doveva fare ritorno in Oriente dove ad attenderlo c’erano moglie e figli.

Nel cuore della notte, sentitasi tradita ed umiliata, la ragazza si abbandonò ad un momento di gelosia e ira funesta uccidendo il suo Moro mentre stava dormendo.

 Successivamente ne tagliò la testa e vi creò una sorta di vaso in cui piantò all’interno un germoglio di basilico di cui si prese cura giorno per giorno.

 Grazie al suo inebriante profumo, la pianta di basilico, considerata l’erba dei re (dal greco Basilikos),  raccolse l’invidia dei vicini della fanciulla che non persero tempo a realizzare vasi in terracotta con le stesse fattezze della Testa di Moro.

Oggi le Teste di Moro sono riprodotte quasi sempre in coppia. Entrambi i vasi, che sul capo tengono una corona e un turbante che richiama all’Oriente, sono riccamente ornati con gioielli, fiori e agrumi. 

Fonte: liveuniversity.it

lunedì 31 maggio 2021

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido


 Casette in miniatura, rigorosamente in legno grezzo, con porticine che permettono ai bambini di entrare a curiosare, di giocare nelle diverse ambientazioni. 

La cucina per preparare i pasti, il laboratorio dove costruire, l’angolo pittura per disegnare, una chiesetta con banchi e campanile per suonare le campane.

E poi ancora staccionate, casette sugli alberi raggiungibili con ponticelli di corde e scalette, un castello sospeso fra i rami d’ un albero a guardia del villaggio, un castello in miniatura simile ai tanti castelli che un tempo presidiavano la valle e che ancora oggi si ergono a testimonianza di antiche glorie.

Questo è il Villaggio degli Gnomi di San Candido, inaugurato nell’estate 2018 ai piedi del Monte Baranci, un luogo per giocare nella natura, di fronte a vette dolomitiche, nato dal desiderio  di riprodurre l’ ambiente di vita degli gnomi, protagonisti, insieme al Gigante Baranci, di un’ antica leggenda.


Baranci, da bambino, bevve da una fonte magica ed acquisì una forza sovrumana, diventando un gigante buono.

Aiutò, con la sua smisurata forza, gli abitanti di San Candido a trasportare a valle i massi tolti alla montagna per costruire la Collegiata del paese.

Gli gnomi della montagna lo aiutarono in questa impresa ed oggi proprio a loro è dedicato il delizioso villaggio, ulteriore piacevole testimonianza  di come sia possibile coniugare tradizioni, artigianato, eco sostenibilità, per creare piccoli mondi dedicati al gioco dei più piccoli, in contesti naturali di una bellezza unica.

Il Villaggio degli Gnomi a San Candido è raggiungibile con la seggiovia che sale sul Monte Baranci.


Appena scesi dalla seggiovia c’è tutto ciò che occorre per trascorrere una giornata nel verde, tra giochi e panorama:

rifugio, parco giochi, laghetti a forma di impronte giganti dove rinfrescarsi con percorso kneipp, sdraio e prati dove correre e giocare e questo splendido villaggio dedicato ai piccoli aiutanti del Gigante buono.

Fonte: playgroundaroundthecorner.com

martedì 25 maggio 2021

Camera delle meraviglie, la misteriosa stanza dipinta di blu scoperta (per caso) in un appartamento di Palermo


 Palermo c’è un luogo speciale, scoperto per caso da una coppia di giornalisti che, nel 2013, acquistò casa in un palazzo del centro storico. Nessuno di loro immaginava cosa si nascondesse dietro quelle pareti. Ma un giorno, grazie a un’infiltrazione d’acqua che iniziò a sgretolare l’intonaco, venne alla luce la cosiddetta “Camera delle meraviglie“, una stanza blu decorata con magnifici caratteri arabi.


Grazie al restauro curato da Franco Fazio, sono riemerse scritte arabe in argento con cornice dorata, una volta dipinta, decorazioni sulle porte nascoste sotto strati e strati di vernice. Una frase in particolare ricorre ovunque, “Quello che Dio vuole accade, quello che Dio non vuole non accade”.

Le pareti della stanza blu nascondono persino una melodia musicale, come ha intuito il percussionista Giuseppe Mazzamuto riconoscendone le note. Misteriosa melodia che si può leggere e suonare sia da destra verso sinistra che da sinistra verso destra. 



La cosa curiosa è che ancora oggi non si sa con precisione a cosa servisse. 

Si è ipotizzato fosse la casa di un mercante, un luogo adibito alla preghiera o al relax. 

Secondo l’Istituto di Lingue Orientali e Asiatiche dell’Università di Bonn potrebbe trattarsi di una camera magica dove si svolgevano riti iniziatici legati alla massoneria, ipotesi questa formulata dagli studiosi dell’Istituto di Lingue orientali e asiatiche dell’Università di Bonn.  In ogni caso le sue origini rimangono un mistero. 

Di qui, nel frattempo, sono passati Vittorio Sgarbi, che ne è rimasto impressionato, Ezio Bosso, Fareed Al Kothani, presidente per l’Europa della Lega islamica mondiale. E molti altri. 


venerdì 21 maggio 2021

Nuova scoperta archeologica in Egitto: rinvenute 250 tombe risalenti a 4.200 anni fa


 Sono circa 250 le antichissime tombe rinvenute in questi giorni in Egitto.

 L’affascinante scoperta è avvenuta presso la necropoli di Al Hamdiya, nella provincia egiziana di Sohag, sulla riva orientale del Nilo. Qui gli archeologi hanno portato alla luce tombe scavate nella roccia risalenti a 4.200 anni fa, nello specifico alla fine dell’Antico Regno e del Periodo tolemaico. 

A dare l’annuncio dell’ennesimo emozionante ritrovamento il Ministero del Turismo e delle Antichità del Paese. Alcune delle tombe appena rinvenute sono a pozzo, mentre altre hanno una rampa che termina con una camera funeraria. 

Ad incuriosire maggiormente gli archeologi è stata una tomba in particolare (risalente alla fine dell’Antico Regno) che – come spiegato dal Segretario generale del Consiglio supremo delle antichità Mustafa Waziri – presenta una “porta immaginaria con i resti di iscrizioni geroglifiche”.

Inoltre, nel sepolcro sono state trovate anche scene raffiguranti il defunto intento a compiere dei sacrifici e un gruppo di persone che fa offerte per i defunti. 


Oltre alle tombe, sono emersi anche numerosi vasi di ceramica, alcuni dei quali venivano usati nella vita quotidiana, e piccoli capolavori noti come “vot”, ovvero vasi sferici in miniatura con residui di rivestimento giallastro all’esterno. 

Gli archeologi hanno anche portato alla luce diversi vasi di alabastro di piccole dimensioni, i resti di uno specchio rotondo di metallo e ossa appartenenti sia ad esseri umani che ad animali.

 Tra i ritrovamenti ci sono anche dei pezzi di calcare riportanti alcune iscrizioni che rappresenterebbero dipinti funerari dei proprietari di tombe, risalenti alla fine della VI Dinastia, detta anche Antico Regno. 




mercoledì 19 maggio 2021

La leggenda del cimitero degli elefanti


 Già nell’800 e nel ‘900, quando l’esplorazione del continente africano si andò intensificando, schiere di avventurieri ed esploratori europei si spingevano nel folto della savana o della giungla africana, in cerca di questo luogo mitologico dove si narrava che, fra gli scheletri dei giganteschi pachidermi, si potessero trovare montagne di avorio e quindi ingenti ricchezze per chi ne entrava in possesso.

Fra le altre cose, è stata soprattutto Hollywood a rendere famoso il mito: non solo grazie al ‘Il re leone’, ma anche grazie a due film precedenti usciti negli anni ’30: ‘Tarzan, l’uomo scimmia’ e ‘Trader Horn’. In entrambe le pellicole degli esploratori si recavano alla ricerca di questo luogo leggendario.


Il mito si fonda sul fatto che gli elefanti riescano a capire istintivamente quando sta per sopraggiungere l’ora della loro morte e, per questo motivo, decidano di separarsi dal gruppo per raggiungere questo luogo di riposo eterno da cui, secondo la leggenda, si sentono attratti.

Ed è per questo motivo che nel corso dei secoli gli esploratori si sono avventurati nei recessi profondi dell’Africa, sperando di trovare questo cimitero che diventava una specie di El Dorado africana.

La verità, però, è che molti di questi non solo tornavano a mani vuote, ma a volte non tornavano affatto. Inoltre, alcuni di loro, raccontavano anche di aver provato a seguire gli elefanti più anziani nella speranza di giungere al cimitero.

Stando ai loro racconti avevano provato per giorni o addirittura settimane a seguire i pachidermi che però, astutamente, secondo loro, li facevano girare in cerchio appositamente e senza mai portarli nel luogo sperato. 

Questo ovviamente, ha fatto aumentare l’alone di mistero sulla leggenda.

Altre leggende parlano di misteriosi guardiani messi a protezione di questo luogo.

Il cimitero degli elefanti, infatti, secondo alcune storie e tradizioni africane tramandate dalle popolazioni indigene, viene visto come un luogo sacro in cui solo pochi eletti possono entrare.

Ed è proprio per evitare che chiunque si avvicini e profani la sacralità del luogo, considerato quasi mistico, che pare ci siano dei guardiani. 

Costoro, in alcune versioni della storia, sono umani (siano essi sciamani, stregoni o semplici guerrieri), in altre elefanti o, altre ancora, terribili creature.

Ed è da qui che si sono originate altre speculazioni: secondo alcuni, infatti, gli esploratori che si sono perduti e non sono più tornati indietro sono stati catturati o uccisi proprio da queste misteriose guardie.

Un’altra versione ancora più straordinaria e bizzarra della storia dice che, all’interno del cimitero, pare sia nascosto un libro magico contenente la soluzione che potrà porre fine a tutte le guerre.


Ogni leggenda che si rispetti ha un minimo di fondo di verità. È infatti, senza dubbio vero, che, molto spesso, nel corso dei secoli, durante alcuni scavi, gruppi di studiosi ed archeologi si sono imbattuti in gruppi di scheletri di elefanti tutti ritrovati nel medesimo luogo. Proprio questo non ha fatto altro che aumentare le ipotesi sulla possibile esistenza di un sacro cimitero degli elefanti.

Volendo fare un esempio, uno dei ritrovamenti di gruppi di scheletri, che ha intensificato il mito, è quello di un gruppo di 27 scheletri di Elefante dalle zanne dritte ( una specie di pachiderma estinto e risalente al Pleistocene) in uno scavo nella Sassonia.

Tuttavia, per quanto sia effettivamente vero che ci sono stati ritrovamenti simili, è altrettanto vero che di spiegazioni razionali a riguardo gli scienziati sono riusciti a darne molteplici.

Innanzitutto gli elefanti più vecchi, solitamente, hanno i denti molto più consumati rispetto a quelli dei pachidermi più giovani. Proprio per tale motivo preferiscono fermarsi dove l’acqua e il cibo sono più facili da trovare.

 Questo spiegherebbe perché, molto spesso, ci sono stati ritrovamenti di scheletri in gruppo nello stesso posto.

Secondo altri studiosi, un’altra ipotesi molto probabile è che si potrebbe trattare di gruppi di elefanti massacrati dall’uomo stesso per impadronirsi dell’avorio delle zanne.

Altra spiegazione ulteriore, che giustificherebbe l’alimentarsi del mito, è dovuta al comportamento degli elefanti stessi di fronte alla morte.

Secondo alcuni studi, infatti, è stato dimostrato che gli elefanti “piangono” la morte dei loro simili. Sembra, infatti, che dopo la morte di un elefante, tutti gli altri continuino ad interagire con la carcassa del defunto, anche per lungo tempo, toccandola con la proboscide.

Gli scienziati hanno inoltre osservato che, quando un elefante muore e si accascia a terra, subito tutti gli altri accorrono attorno e provano a sollevarlo e a smuoverlo emettendo anche piccoli barriti. Altre volte è stato persino osservato alcuni pachidermi tentare di “seppellire” le carcasse cospargendole di terra.


Questo tipo di abitudini potrebbero ulteriormente aver aumentato  speculazioni e racconti immaginari sulla leggenda di un fantomatico e sacro cimitero degli elefanti.

 La cosa certa è che, come tutte le leggende e gli enigmi antichi, continuerà ad affascinare generazioni di persone per molto tempo ancora.

Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 13 maggio 2021

Il lago di Tovel, gioiello naturalistico del Trentino


 Il lago di Tovel, situato nel cuore della Val di Non ad un’altitudine di 1178 metri, è uno dei tesori naturalistici del Parco Naturale Adamello-Brenta, la più vasta area protetta del Trentino. 

Questo incantevole specchio d’acqua, circondato da un fitto bosco di conifere incastonato ai piedi delle maestose cime delle Dolomiti di Brenta, misura una superficie di circa 360 mila metri quadrati e una profondità massima di 39 metri.


Il lago di Tovel, oltre ad essere una riserva idrica importantissima, è principalmente conosciuto con il soprannome di Lago Rosso per l’inspiegabile fenomeno di arrossamento delle sue acque durante il periodo estivo.

 Ogni estate, quando la temperatura dell’acqua saliva, il lago si tingeva di un rosso intenso, un evento insolito che per molti anni ha affascinato e incuriosito i turisti di tutto il mondo dando vita alle più svariate ipotesi. 

Dopo molte ricerche si è finalmente scoperto che il misterioso fenomeno era dovuto all’azione della Tovellia Sanguinea, una particolare alga che durante le ore più calde del giorno rilascia un olio ricco di carotenoidi.

 L’ultima vivace colorazione si è verificata nel 1964, per poi attenuarsi e sparire definitivamente intorno al 1980.


Recenti studi hanno stabilito che il mancato arrossamento del lago è probabilmente dovuto alla scomparsa delle mandrie di bovini che un tempo pascolavano nelle vicinanze del lago. La mancanza del carico organico, ricco di azoto e fosforo, prodotto dagli animali contribuiva alla riproduzione dell’alga.

 Oggi la Tovellia Sanguinea non fiorisce più, ma il lago continua a mantenere il suo fascino, caratterizzato da accese tonalità di blu e verde smeraldo, fino ad assumere una colorazione turchese sulla riva sabbiosa, tanto da renderla simile alle spiagge dei tropici e assegnargli il nuovo appellativo di “Caraibi del Trentino”.

Fonte: mybestplace

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