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giovedì 3 ottobre 2019

Trovato in Bulgaria un balsamario a testa di pugile


Lo scheletro di un appassionato di sport è stato scoperto accanto ad un contenitore di 1800 anni fa a forma di testa di lottatore o di pugile.

 Il balsamario, un contenitore utilizzato per conservare liquidi come balsami o profumi, è stato trovato in una sepoltura nel sudest della Bulgaria, l'antica Tracia. 

Il balsamario risale ad un'epoca in cui l'impero romano controllava la Tracia, una regione che comprendeva parti della Bulgaria, della Grecia e della Turchia.
 Realizzato in ottone, il balsamario raffigura un uomo con  il naso che sembra storto o piegato, come se fosse stato rotto e non fosse completamente guarito. 
Indossa un berretto ricavato dalla pelle di un felino, probabilmente una pantera o un leopardo.




Esempi di balsamari con caratteristiche simili sono stati trovati altrove nell'impero romano e sono spesso interpretati come riproduzioni di pugili o lottatori.
 Il berretto felino indossato dall'uomo può alludere al leone di Nemea, una creatura che il dio greco Ercole ha combattuto e sconfitto. 


Lo scheletro rinvenuto nella sepoltura apparteneva ad un uomo morto all'età di 35-40 anni. 
Sepolta con l'uomo, gli archeologi hanno rinvenuto anche una lama per raschiare il sudore e la sporcizia dalla pelle.
 "A nostro parere la tomba appartiene ad un aristocratico Trace, che ha praticato sport nella sua vita quotidiana, piuttosto che ad un atleta professionista", ha detto Daniela Agre, archeologa dell'Istituto Archeologico Nazionale e del Museo dell'Accademia Bulgara delle Scienze, che ha guidato gli scavi nel sito.


La tomba dell'uomo fa parte di un complesso funerario più grande, trovato all'interno di un tumulo di tre metri. 

"Pensiamo che il tumulo sia stato usato come necropoli familiare e che il defunto facesse parte di questa famiglia", ha detto la Dottoressa Agre. 

Gli scavi del tumulo sono iniziati nel 2015. 


Fonte : livescience

Il Caño Cristales , il fiume più bello del mondo.


È un arcobaleno liquido. 
Un’esplosione di colori, che sembra uscita da un quadro di Monet o da un libro delle fiabe. 
Molti dicono sia il fiume più bello del mondo, la rivista Forbes lo conferma. È talmente bello da togliere il fiato. 

Parliamo del Caño Cristales, che si trova nella Sierra de la Macarena, una catena montuosa a sud di Bogotà, capitale della Colombia. 
È chiamato anche “il fiume dai cinque colori”, perché da maggio a novembre le sue acque si tingono di rosso, giallo, verde, blu e nero.


A mescolarsi con i colori della sabbia, delle acque cristalline e delle rocce è l’alga Macarenia clavigera, che durante la stagione delle piogge assume sgargianti tonalità di rosso e regala al Caño Cristales un aspetto a dir poco straordinario. 

Il fiume rappresenta il punto d’incontro tra l’Amazzonia, le Ande e la regione dell’Orinoco. 
Un’unione che lo rende un ecosistema unico al mondo, popolato da giaguari, formichieri, puma, cervi, scimmie, coccodrilli e oltre 500 specie di uccelli, tra cui il rarissimo tinamo zampegrigie.
 Tra le montagne circostanti si nascondono oltre 50 varietà di orchidee. 

Verrebbe quasi da pensare che ci vivano anche unicorni e fate, in questo luogo incantato.






Sono molte le minacce che incombono su questo paradiso terrestre, a cominciare dagli effetti dei cambiamenti climatici.
 Negli ultimi anni si sono verificati periodi asciutti durante la stagione delle piogge e, viceversa, è piovuto durante la stagione secca che ultimamente tende ad arrivare in anticipo. 
Questo “potrebbe far parte di un ciclo naturale, o dipendere dalla deforestazione. Ma potrebbe anche essere collegato ai cambiamenti climatici”, ha dichiarato Carlos Lasso, ricercatore presso l’istituto Humboldt al New York Times.

 L’alga che vive in questo fiume rischia di morire a causa dell’aumento della temperatura globale e il fiume più bello del mondo rischia di tramutarsi in un corso d’acqua qualunque. 

 Tratto da: lifegate.it

mercoledì 2 ottobre 2019

Biberon preistorici: l'allattamento dei bambini nel Neolitico


Più di tremila anni fa, madri e padri dell’età del Bronzo si erano già ingegnati a fabbricare ciotole e recipienti col beccuccio, l’equivalente dei moderni biberon, per nutrire col latte di animali i loro bambini. 

Un gruppo di ricercatori ha verificato con indagini chimiche che in alcuni contenitori con questa foggia caratteristica, ritrovati in sepolture di bambini risalenti all’età del bronzo e del ferro, era contenuto del latte: molto probabile, dunque, che facessero parte del corredo per l’alimentazione di quei piccoli. 

 Raramente l’archeologia ha modo di occuparsi dell’infanzia, ma riuscire a stabilire come venivano allevati, nutriti e cresciuti i bambini fornirebbe informazioni sul modo di vivere e sui cambiamenti delle società antiche.


 Si sa che in epoca neolitica, a partire da circa novemila anni fa, in Europa si sono compiute trasformazioni importanti nel modo di vivere delle popolazioni: dal sostentamento basato sulla caccia e sulla raccolta, gli uomini hanno cominciato a vivere in comunità stanziali e a dedicarsi a forme di agricoltura e di allevamento.

 Le più antiche ciotole di terracotta con un beccuccio che sembra fatto apposta per bere o succhiare risalgono a circa cinquemila anni fa. In seguito, come testimoniano i ritrovamenti in vari siti archeologici, hanno cominciato a diventare di uso più frequente.
 Si pensava che questi recipienti servissero per nutrire gli anziani o i malati, e qualcuno ipotizzava che fossero usati anche per i bambini, ma mancava la prova che fosse davvero così.


Il nuovo studio, condotto da ricercatori delle università di Bristol e pubblicato su Nature, fornisce il primo forte indizio che davvero queste stoviglie servissero per l’alimentazione dei bambini piccoli. 

I ricercatori hanno condotto analisi chimiche su alcuni vasi trovati in sepolture dell’età del Bronzo (datati tra il 1200 e l’800 avanti Cristo) e della prima età del ferro (tra l’800 e il 450 avanti Cristo) in due siti della Baviera, in Germania. 
I recipienti erano deposti accanto ai resti di bambini di un anno o poco più. 
In tutti e tre i reperti, i ricercatori hanno individuato tracce di grassi e composti specifici di latte di ruminanti (non è stato possibile stabilire di quale animale), a conferma dell’importanza che secondo loro rivestiva il latte di animale, fornito anche ai bambini, nell’alimentazione di queste popolazioni.

 Lo studio alimenta ipotesi e spunti di riflessione.
 Per esempio, è possibile che, rispetto alle popolazioni di epoche precedenti, durante il Neolitico lo svezzamento dei bambini avvenisse prima, forse verso i sei mesi (come oggi), quando oltre al latte materno si cominciavano a nutrire i piccoli anche con latte di vacca o di capra, e forse con pappette di cereali. 
Questi cambiamenti nell’alimentazione potrebbero avere avuto importanti conseguenze.


Gli studiosi hanno registrato da tempo una vera e propria rivoluzione demografica nel Neolitico, una sorta di baby boom, con un forte aumento delle nascite.
 L’alimentazione infantile potrebbe aver giocato un ruolo.

 Come osserva Sian Halcrow nel commento che su Nature accompagna l’articolo, può darsi che il fatto di alimentare i bambini anche con latte animale abbia aumentato la fertilità, dato che durante l’allattamento al seno di solito l’ovulazione nella donna è bloccata. 

Il latte materno, d’altra parte, è considerato l’alimento perfetto dal punto di vista nutrizionale e per l’aiuto nello sviluppo del sistema immunitario del neonato.
 Quello di vacca o di capra, privo delle stesse proprietà, potrebbe aver portato a un aumento della mortalità infantile per infezioni e malattie, magari causate dalla facile contaminazione del latte animale o dai ristagni di latte nei contenitori stessi. 

Insomma, un cambiamento di abitudini testimoniato da un oggetto semplice come un biberon potrebbe aver portato nella storia umana una cascata di conseguenze tanto difficili da comprendere quanto incredibilmente affascinanti da studiare. 

 Fonte: Focus.it

lunedì 30 settembre 2019

Amuleti e pendenti femminili rinvenuti nelle casa del Giardino a Pompei


Custoditi in una cassa in legno, e da poco restaurati e riportati al loro splendore dalle restauratrici del Laboratorio di Restauro del Parco Archeologico di Pompei, si trattava di una parte dei preziosi di famiglia, che forse gli abitanti della casa non riuscirono a portare via prima di tentare la fuga.

 La traccia della cassa in legno che conteneva i reperti, le cui cerniere bronzee si sono ben conservate all’interno del materiale vulcanico, a differenza della parte lignea decompostasi, è stata individuata accanto all’impronta di un’altra cassa o mobile nell’angolo di uno degli ambienti di servizio, probabilmente usato come deposito. 
 Sul fondo dell’impronta sono stati rinvenuti i numerosi oggetti preziosi, tra cui due specchi, diversi vaghi di collana, elementi decorativi, bronzo, osso e ambra, un unguentario vitreo, due frammenti di una spiga di circa 8 cm e una figura umana, entrambi in ambra, probabilmente dal valore apotropaico, e varie gemme (tra le quali una ametista con figura femminile e una corniola con figura di artigiano). 
Diversi pezzi si contraddistinguono per la qualità pregiata dei materiali, oltre che per la fattura.
 Tra le paste vitree, straordinarie sono quelle con incise, su una la testa di Dioniso, sull’altra un satiro danzante. 

 Alcuni oggetti preziosi sono stati rinvenuti anche in una altra stanza della casa, presso l’atrio, dove sono stati documentati i resti scheletrici di donne e bambini, sconvolti da scavi clandestini di età moderna (XVII – XVIII secolo), probabilmente finalizzati proprio al recupero dei preziosi che le vittime portavano con sé.
 Solo un anello in ferro, ancora al dito della vittima, e un amuleto di faïence sono casualmente sfuggiti a questo saccheggio. 


 Considerate le straordinarie condizioni di conservazione e la particolare qualità dei manufatti è stato possibile donar loro una nuova vita mediante un intervento di semplice pulitura e consolidamento con materiali reversibili.






“Si tratta di oggetti della vita quotidiana del mondo femminile e sono straordinari perché raccontano microstorie, biografie degli abitanti della città che tentarono di sfuggire all’eruzione. 
Nella stessa casa, abbiamo scoperto una stanza con dieci vittime, tra cui donne e bambini, di cui stiamo cercando di stabilire le relazioni di parentela e ricomporre la biografia del gruppo familiare, attraverso le analisi sul DNA. 
E chissà che la cassetta di preziosi non appartenesse a una di queste vittime.

 Particolarmente interessante è l’iconografia ricorrente degli oggetti e amuleti, che invocano la fortuna, la fertilità e la protezione contro la mala sorte. E dunque i numerosi pendenti a forma di piccoli falli, o la spiga, il pugno chiuso, il teschio, la figura di Arpocrate, gli scarabei.
 Simboli e iconografie che sono ora in corso di studio per comprenderne significato e funzione” – dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna 

 Fonte: ilgiornaledelrestauro

venerdì 27 settembre 2019

Donauquelle: il luogo dove nasce il fiume Danubio


L’inizio del grande fiume Danubio, che scorre per 2.860 chilometri, attraverso 10 paesi Europei fino al Mar Nero, si trova nella cittadina di Donaueschingen in Germania.
 Nonostante Donaueschingen sia la seconda città più popolosa del circondario della Foresta-Nera Baar, e sia costruita con un affascinante centro storico, l’unica vera attrazione della città è Donauquelle, il luogo che viene identificato come la fonte del Danubio (Donau, in tedesco).


 Il bacino d’acqua è circondato da una recinzione in ferro battuto e da un gruppo di statue allegoriche scolpite da Adolf Heer nel 1895. Le sculture raffigurano il Baar, il grande altopiano centrale della Germania, come una madre che mostra alla figlia, il Danubio, la via d’uscita del mondo.




Il Danubio inizia ufficialmente nel punto d’incontro di due corsi d’acqua, il Breg e il Brigach. 
Individuare la sorgente del fiume è stata un’operazione di geografia che ha sviluppato, nel corso dei secoli, diverse polemiche. 
Il Breg, il più grande dei due torrenti che alimentano il fiume, ha origine nella città di Furtwangen, i cui abitanti affermano che questo lo caratterizzi come la vera origine del Danubio. 
 A dispetto dell’opinione degli abitanti di Furtwangen, è Donaueschingen che è stata ampiamente considerata come la fonte del Danubio fin dai tempi dell’Impero Romano, e nel 1981 il governo tedesco ha concesso allo stagno di Donaueschingen l’univoca designazione ufficiale di Donauquelle. 

 Oggi il monumento dedicato è visitato da numerosi curiosi che passano nei pressi di Donauquelle.

 Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 26 settembre 2019

I Tulou degli Hakka, le case rotonde cinesi che resistono alle intemperie da oltre otto secoli


Un villaggio autosufficiente racchiuso in un'unica costruzione cilindrica fatta di terra e fango. 
Sono questi i Tulou, delle «fortezze» create dal popolo Hakka nella Cina meridionale, sopravvissute a secoli di intemperie. 
Così preziosi e «unici» da esser entrati tra i Patrimoni dell'umanità protetti dall'Unesco. 

 Stiamo parlando di 46 edifici costruiti tra il tredicesimo e il ventesimo secolo nella provincia del Fujian, nell'entroterra di Taiwan, incastonati tra piantagioni di riso, tè e tabacco. 

La loro pianta circolare, in alcuni casi quadrata, custodisce all'interno una corte comune su cui si affacciano centinaia di abitazioni.
 Insomma, un esempio eccezionale d'insediamento umano in grado di ospitare interi «clan», composti anche da 800 persone.


Da fuori potrebbe sembrare un'unica struttura spoglia, con una sola porta di ingresso e una serie di finestre disposte solo nella parte alta della facciata. 
Ma le alte mura di fango fortificate, spesse anche sei metri, celano un'architettura elaborata, in alcuni casi finemente decorata. 
Un villaggio in armonia con l'ambiente circostante, anche detto «piccolo regno per la famiglia», ancora oggi in uso.




C'è chi definisce i Tulou un esempio di democrazia: possono ospitare clan anche allargati, tutti in unità abitative identiche, senza alcuna distinzione di rango tra le famiglie. 
Gli spazi comuni, come il pozzo, i bagni, il lavatoio e i terreni agricoli circostanti sono condivisi dall’intera comunità e ognuno ha un compito preciso per mandare avanti il villaggio, che era in grado di resistere anche ad un lungo assedio.


Uno dei più particolari è il Chengqilou Tulou, nel villaggio di Gaobei, formato da quattro anelli concentrici attorno a un piccolo cortile rettangolare.


 Fonte: lastampa.it

mercoledì 25 settembre 2019

Un luogo dalle sfumature assolutamente strabilianti: le Flaming Mountains in Cina


La montagna alpina, Flaming Mountains, nota anche come la “Montagna Rossa”, si trova a nord di Turpan, nella regione nord-occidentale dello Xinjiang in Cina. 

Questo affascinante luogo si trova a 10 km ad est della città di Turpan. La montagna si estende per circa 100 km dalla contea orientale di Shanshan a quella occidentale di Turpan. 

L’altezza media della Flaming Mountains è di 500 metri, mentre la vetta più alta è di circa 831 metri. 
 Le Flaming Mountains rappresentano il posto più caldo in Cina con la temperatura più alta intorno a 47,8 ° C. La temperatura delle superfici supera i 70 ° C in estate.
Questa caratteristica, rende assai difficile lo sviluppo della vegetazione.


Le Flaming Mountains sono diventate assai popolari grazie ad un romanzo cinese classico, dello scrittore della dinastia Ming (1368-1644), Wu Cheng’en. 
Il viaggio verso l’ovest narra le vicissitudini dell’affascinante eroe: il Re delle Scimmie.

 Il protagonista, si è scatenato in Paradiso e ha dato il via al forno per fare pillole immortali.
 I carboncini prodotti dalla follia del Re delle Scimmie cadevano dal cielo, raggiungendo anche il luogo in cui ora giace la montagna fiammeggiante.
 È per questo motivo che la montagna in ogni momento dell’anno ha temperature elevate.


 Centinaia di anni dopo, però, il Re delle Scimmie scortò il suo maestro, Tang Sanzang (un famoso monaco cinese nella Dinastia Tang 618 – 907), per acquisire le scritture buddiste nel paradiso occidentale.
 Durante il tragitto furono interrotti proprio dalla montagna.
 Così il Re delle Scimmie prese in prestito delle foglie di palma per fermare la fiamma, al fine di passare la montagna sano e salvo. 

 Fonte: viaggiare.moondo.info

martedì 24 settembre 2019

È autentico il Cimabue ritrovato in casa da un'anziana signora francese


Non è insolito scorgere nelle case di persone anziane, quadretti, iconcine sacre, dipinti provenienti da chissà quale parente, appesi con indifferenza sulle pareti di camere da letto, salotti e persino cucine. 
Vi consigliamo di osservare questi cimeli con attenzione, perché potrebbero riservare sorprese. 
 Così è accaduto alla signora di Compiègne, nei pressi di Parigi, quando ha voluto far valutare quel piccolo quadretto in legno, che da anni sostava nella sua cucina. 

Si è rivolta alla casa d’aste Actéon e, non osiamo immaginare l’espressione apparsa sul suo volto quando le hanno comunicato che quel “Cristo Deriso” è di Cimabue e che il suo valore di mercato si aggira tra i 4 e i 6 milioni di euro.
 Ad analizzare il quadro, in ottimo stato di conservazione, è stato lo studioso Eric Turquin: si tratta di un’opera su legno di piccole dimensioni (25,8 cm x 20,3 cm), realizzata a tempera a uovo su fondo dorato. 
La riflettografia infrarossa eseguita sul dipinto lo data intorno al 1280.
 Si presume faccia parte di un dittico raffigurante la passione di Cristo.
 Dal medesimo, proverrebbero anche altre due tavole: La Flagellazione conservata alla Frick Collection di New York e la Maestà con due angeli, alla National Gallery di Londra. 

Delle altre parti del dittico non vi è invece traccia, almeno fino ad oggi.


Ora la casa d’aste Actéon ha deciso di vendere all’incanto il Cristo Deriso di Cimabue il prossimo 27 ottobre: si tratta di una rarità, visto che l’ultimo pezzo del Maestro fiorentino è andato all’asta da Sotheby’s nel 2000 e, guarda il caso, si trattava proprio della Maestà parte del dittico da cui proverrebbe anche l’opera della signora di Compègne. 

Il prezzo di partenza è da grandi numeri e scommettiamo che ci farà guardare ai “quadri della nonna” con altro spirito. 

 Fonte: artribune.com

Aci Trezza, il borgo siciliano che ispirò Omero


Aci Trezza è un luogo magico, dove storia e mitologia si sovrappongono in una danza infinita, fino a confondersi.
 È qui che Omero ebbe l’ispirazione per la titanica lotta tra Ulisse e Polifemo, ma non solo.

 Oggi Aci Trezza potrebbe sembrare un paesino della costa siciliana come tanti altri, dedito al turismo per le sue splendide spiagge e le acque cristalline su cui si affaccia. Ma è in realtà un posto incantato, un piccolo paradiso di inestimabile valore culturale e storico.

 Fondato nel 1600 da Stefano Riggio come approdo marittimo per il suo feudo, per moltissimi decenni il borgo ha vissuto grazie alla pesca, fin quando non si è trasformato in un polo turistico molto apprezzato da chi trascorre le proprie vacanze in Sicilia


Ciò che affiora dal passato del piccolo villaggio di pescatori è a dir poco incredibile. 

Si narra infatti che Aci Trezza abbia ispirato Omero e Virgilio per alcune delle più famose scene delle loro opere mitologiche. 
Ulisse venne imprigionato da Polifemo proprio nel territorio su cui oggi sorge il borgo siciliano, e quando riuscì a fuggire accecando il ciclope scatenò talmente la sua ira che quest’ultimo gettò in acqua enormi massi, dai quali ebbero origine le isole dei Ciclopi.

 Per Virgilio, invece, l’eroe troiano Enea incontrò proprio ad Aci Trezza il compagno di Ulisse, Achemenide. 
Questi venne dimenticato nel paese dei ciclopi durante la fuga che tanto fece arrabbiare Polifemo.


In anni più recenti, il paesino fu protagonista del romanzo I Malavoglia, di Giovanni Verga: la casa del Nespolo, in cui l’umile famiglia di pescatori guidata da Padron ‘Ntoni aveva dimora, è ancora oggi uno dei luoghi simbolo di queste terre. 

Sempre ad Aci Trezza venne girato il film La terra trema, di Luchino Visconti, ispirata al romanzo di Verga. 
Era il 1948 quando le riprese di questo capolavoro del cinema italiano ebbero luogo, ma presso il piccolo borgo siciliano si respira ancora la stessa atmosfera.


Siete nei pressi di questo splendido paesino siciliano e non sapete cosa fare? 
Di alternative ce ne sono sicuramente moltissime, a partire da una bella passeggiata lungomare, ammirando i faraglioni che spuntano dalle acque cristalline della Riviera dei Ciclopi. 

L’intera area è posta sotto la tutela della Riserva Naturale integrata nella Regione Sicilia dal 1998, per il suo interesse storico e naturalistico.
 Se amate le immersioni, l’area marina protetta delle isole dei Ciclopi offre un panorama mozzafiato: potrete godere la meraviglia delle rocce di origine vulcanica che si combinano perfettamente con la flora e la fauna locali.




Poco distante, ad Aci Castello, sorge una splendida costruzione di origine bizantina, che fu il fulcro dello sviluppo urbanistico di questa zona. 
Il Castello venne edificato su una roccia lavica a picco sul mare, ed è divenuto ben presto uno dei simboli di queste terre. 

Oggi moltissimi turisti vi si recano per visitarlo, e al suo interno è possibile ammirare alcuni interessanti reperti storici custoditi presso il Museo Civico che vi è stato allestito. 

 Fonte: siviaggia

venerdì 20 settembre 2019

La zebra a pois esiste davvero


La celebre zebra a pois cantata da Mina esiste davvero: è stata avvistata nella riserva Masai Mara, al confine tra Kenya a Tanzania. Ad accorgersi del cucciolo dal mantello unico è stata una guida che ha anche dato un nome alla piccola zebra, chiamata Tira.

 I piccoli pois sono comparsi sul mantello della zebra a causa di una mutazione genetica. 
Un caso decisamente raro, ma non unico, come spiega la Riserva, che ha anche diffuso alcune foto della giovane zebra: «Qualche anno fa c’è stato un caso simile, tuttavia la zebra in questiona aveva mantenuto ancora alcune strisce». 

 La Riserva ha fatto anche sapere che presto i ricercatori studieranno meglio il caso della piccola zebra a pois, in modo da determinare quali siano le cause che hanno portato al singolare mutamento.


Il caratteristico pattern del manto delle zebre ha una funziona ben specifica: le strisce, infatti, consentono all’animale di regolare la propria temperatura corporea. 
 La zebra, come il “cugino” estinto quagga, è a strisce bianche e nere perché sembra che in questo modo riesca a riflettere e assorbire calore in modo discontinuo, permettendo un costante refrigerio del corpo.
 In passato, invece, si credeva che le strisce sul manto fossero un deterrente in grado di tenere lontano i predatori, creando illusioni ottiche.
 Un’ipotesi suggestiva ma che tuttavia non ha mai trovato alcun riscontro scientifico. 


 FONTE: RIVISTANATURA.COM
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