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venerdì 1 marzo 2019

Dubai batte se stessa e apre il più alto salotto del mondo, a 575 metri da terra


Benvenuti nel salotto più alto del mondo. 
Dove? Sulla cima del grattacielo più alto al mondo, il Burj Khalifa di Dubai.

 Con i suoi 575 metri di altezza, il salone che ha appena aperto fra i piani 152, 153 e 154 si è appena giudicato il vertiginoso primato, promettendo di offrire a tutti esperienze da settimo cielo. 

 Oltre ad estendersi su tre piani, The Lounge ha anche una terrazza esterna, che è di 30 piani più alta del precedente detentrice del record mondiale. 
Dubai è famosa per aver sempre «alzato l'asticella», anche se la sfida questa volta era con se stessa.


Il nuovo locale è aperto al pubblico tutto il giorno, ma in particolare offrirà tre esperienze giornaliere: il Tè tra le nuvole, dalle 12,30 alle 16, abbinato a torte e dessert tipici; il Bubbly sundowner, un tramonto a base di bollicine e tartine gourmet dalle 17,30; e infine il Cocktail sotto le stelle, dalle 21, con dj-set.


Il Burj Khalifa svetta a 828 metri d'altezza dal gennaio del 2010 ed è il palazzo dei primati in tutti i sensi: ha gli ascensori più lunghi del mondo, regala il più grande (e il più alto) spettacolo di luci e suoni ed è probabilmente l'edificio che vanta più record architettonici al mondo in assoluto.
 The Lounge è una stella in più, da abbinare alla visita del Burj Khalifa Sky che sinora è stata la destinazione più iconica di Dubai. 

 Fonte: lastampa.it

giovedì 28 febbraio 2019

I lupi sono salvi! Salta la votazione sulla legge che voleva abbatterli


I lupi non si toccano e almeno per ora sono salvi. 
Al consiglio regionale Veneto, salta la votazione sulla cosiddetta ‘legge ammazzalupi”, grazie alla pressioni e alla sensibilizzazione di migliaia di persone che finora hanno protestato contro il progetto di legge. 

 “Continueremo a vigilare perché non vengano avanzate proposte di Legge finalizzate a consentire l'uccisone di lupi, né in Veneto, né altrove: i lupi non si toccano!”, scrive la Lav fiduciosa. 

 Ecco cos’era successo. 

Parliamo spesso dei lupi, animali da sempre bistrattati e considerati nemici. 
Alcune regioni italiane avevano proposto un abbattimento controllato. In particolare, nelle province autonome di Trento e Bolzano, a luglio scorso, erano state varate due leggi, una per i lupi, una per gli orsi, che ne prevedevano l’abbattimento. Fortunatamente il Consiglio dei ministri si è schierato a favore degli animali, impugnando le leggi regionali davanti alla Corte Costituzionale, perché chi detta legge sono le direttive europee e “non le velleità di chi intende sacrificare gli animali selvatici per ricevere consensi.

 Il ministro Costa, a settembre scorso, aveva detto “le impugnerò, uccidere non serve” e promettendo che per le specie protette a livello europeo non potrà esserci alcun abbattimento forzato perché la competenza sulla fauna selvatica, in particolare quella protetta o in via d’estinzione, è dello Stato.


La fauna è un bene indisponibile dello Stato e la gestione delle specie più importanti e minacciate va fatta almeno su base nazionale, avendo una visione complessiva e non localistica della loro conservazione, tanto da essere regolata da Direttive Europee e internazionali.

 Adesso, arriva un’altra buona notizia, la votazione nell’Aula del Consiglio Regionale, sulla Proposta di Legge Regionale “Misure di prevenzione e di intervento concernenti i grandi carnivori”, fortemente voluta dalla maggioranza, è saltata e per adesso i lupi sono salvi. 
 Una votazione che diciamolo, non avrebbe avuto tanto senso visto che è stato conclamato che ci sono gravi profili di illegittimità costituzionale e che secondo la Lav sarebbe stata “esclusivamente un’operazione di propaganda politica voluta da alcuni rappresentanti già noti per le loro posizioni antilupo, visto che è già risaputo che la legge non potrà mai produrre effetti”. 

 Dominella Trunfio

Pantanal, il volto più selvaggio del Brasile


Il Pantanal è la più grande pianura alluvionale del pianeta, un ecosistema unico che ricopre una superficie di circa 200mila Kmq tra gli stati brasiliani di Mato Grosso e Mato Grosso do Sul, il nord del Paraguay e la Bolivia orientale. 

Si tratta della più vasta zona umida della terra, sommersa per circa 9 mesi l’anno dalle acque del Rio Paraguay e dei suoi numerosi affluenti. 


 Il nome Pantanal deriva dalla parola portoghese “pantano” e nonostante le eterne paludi e le estese zone fangose che rendono questa zona un ambiente poco ospitale per l’uomo, qui si trova la più alta concentrazione di flora e fauna del Sud America.
 Un vero paradiso ecologico che ospita la più grande varietà di piante acquatiche del mondo e che conta ben 650 specie di uccelli, 102 specie di mammiferi, 270 di pesci e oltre 250 specie tra rettili, anfibi e insetti. 
Re incontrastato di questa impervia foresta pluviale, oltre alle numerose varietà endemiche a rischio estinzione, è senza dubbio il Giaguaro.


Durante la stagione delle piogge (ottobre-febbraio) l’intera area rimane inondata e gli animali si rifugiano nei luoghi rialzati. 

Tra aprile e maggio le acque iniziano ad abbassarsi e solo a settembre la natura esplode in tutta la sua bellezza.

 Il continuo ricambio delle acque trascina con sé il nutrimento essenziale per ogni forma animale e vegetale, regolando il ritmo della vita e assicurando loro un habitat ricco di risorse.


Nonostante le condizioni ambientali non abbiano mai consentito alcun sfruttamento di questo territorio i suoi abitanti, i pantaneiros, vivono da generazioni in sintonia con la natura selvaggia del luogo, allevando bovini e cavalli.

 Una parte del Pantanal brasiliano è entrata a far parte del Parco nazionale Pantanal Matogrossense e nel 2000 è stato inserito nell’elenco delle Riserve della Biosfera e in quello dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.




Un ecosistema incontaminato e lussureggiante, dal quale trae beneficio il mondo intero. 

 Fonte: http://mybestplace.com

mercoledì 27 febbraio 2019

PolarBearDay: così l'uomo sta cancellando gli orsi polari dalla faccia della terra


Oggi 27 febbraio è il Polar Bear Day, la Giornata internazionale dell'Orso Polare. 

Creature forti, capaci di resistere alle bassissime temperature dei Poli ma anche molto fragili, minacciati dalle conseguenze dei cambiamenti climatici e dello scioglimento dei ghiacciai. 
Una specie a rischio, che sta facendo le spese della pesante impronta umana sulla Terra. 
 Suo malgrado, infatti, l'orso polare è diventato proprio il simbolo della lotta ai cambiamenti climatici e dei catastrofici impatti sul nostro pianeta, a partire proprio dal Polo Nord.

 Per gli orsi dell'Artico la lotta per la sopravvivenza si contrappone al più grande problema ambientale del nostro tempo, contro il quale questi animali non possono fare molto se non nulla. 
 Negli ultimi 30 anni abbiamo perso tre quarti della calotta polare e sono anni che il centro di ricerca statunitense National Snow and Ice Data Center registra un preoccupante record negativo dell'estensione della calotta artica. 
Pare che non se ne possa più uscire: il riscaldamento globale scioglie i ghiacciai che aiutano a raffreddare la temperatura della Terra, rendendo il nostro pianeta ancora più caldo.

 Gli orsi, purtroppo, stanno sperimentando gravi effetti. 
Sono cambiate le loro abitudini alimentari, ad esempio. 
Per la prima volta essi si sono visti costretti a mangiare i delfini.


Ma c'è di peggio. Sempre più immagini mostrano orsi polari denutriti, costretti a scavare tra i rifiuti per trovare il cibo o addirittura morti di fame. 

Un'immagine triste è quella della fotografa Kerstin Langenberger che in un'isola dell'arcipelago delle Svalbard, nel Mar Glaciale Artico, ha fotografato un orso magrissimo, emaciato. 

 Un recente studio, condotto dagli scienziati dell'Università della California Santa Cruz in collaborazione con l'US Geological Survey, ha scoperto che gli orsi polari stanno affrontando una crescente lotta per trovare cibo a sufficienza per sopravvivere mentre i cambiamenti climatici trasformano costantemente il loro habitat.
 Di fatto, la loro estinzione potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo. 

 Due anni fa, Jenny E. Ross dell'International League of Conservation Photographers (ILCP), ci ha mostrato cosa accade a Manitoba, in Canada dove gli orsi vanno a caccia nelle discariche.


A novembre 2016, il fotografo Lars Ostenfeld dopo 12 anni è tornato a visitare la baia di Hudson, in Canada, nota da sempre come la capitale degli orsi polari.
 Ebbene, non c'era più neve.


O ancora, succede anche che gli orsi finiscano per diventare creature da mettere in bella mostra, com'è accaduto in un centro commerciale cinese.


Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare per qualcosa per salvare i meravigliosi orsi polari.
 Basta seguire alcune semplici accortezze che indirettamente riducono la nostra "impronta" sul pianeta: regoliamo sempre il termostato di casa o dell'ufficio a pochi gradi. 
Ricordiamoci che 20 gradi, con 2 di tolleranza, è il limite massimo di temperatura stabilito da una normativa nazionale (DPR 412/1993 modificato dal DPR 551/99) per abitazioni, uffici, scuole e negozi. Per ogni grado di temperatura oltre questa soglia, per tutto l'inverno, la spesa di riscaldamento aumenta del 6 o 7%. 
E di conseguenza aumentano le emissioni nell'ambiente. Investiamo, inoltre, in efficienza energetica, usiamo poco l'auto e tanto la bici. 
 E, soprattutto, insegniamo ai nostri figli a vivere una vita sostenibile! 

 Fonte: greenMe.it

martedì 26 febbraio 2019

La leggenda del mandorlo in fiore


Il mandorlo è un albero bellissimo e dal profondo significato.
 Già a marzo si veste in festa con i suoi meravigliosi fiori, è il primo albero a fiorire e proprio per questo è simbolo di rinascita e di resurrezione. 
 Preannuncia la bella stagione che sta per arrivare e fiorisce così, come all’improvviso ad annunciare che il gelo e il buio dell’inverno è ormai al termine.
 I suoi rami sembrano innalzarsi al cielo per dare il benvenuto festosi e profumati alla primavera imminente.


Nella mitologia greca il significato del mandorlo è attribuito alla speranza e alla costanza e i suoi semi commestibili, le mandorle, sono da sempre considerati divini perchè protettori della verità (il loro guscio forte e duro custodisce il seme-verità conoscibile solo se si riesce a spaccare la scorza).


 Legata al mandorlo vi è un’antichissima leggenda, una storia d’amore mitologica: la storia di Fillide e Acamante.


Acamante, eroe greco, si trovava in viaggio verso Troia. Durante una sosta a Tracia conobbe la principessa Fillide. 
Appena i due si videro nacque un amore profondo. 
Acamante dovette però lasciare la sua amata per andare a combattere a Troia. 
Fillide lo aspettò per 10 anni ma quando venne a conoscenza della caduta di Troia e non vedendo l’innamorato tornare pensò che fosse morto e si lasciò morire di dolore. 

 La dea Atena impietosita dalla storia degli innamorati trasformò Fillide in un mandorlo e quando Acamante, in realtà ancora in vita, venne a conoscenza di questa trasformazione, si recò nel luogo dove c’era l’albero e lo abbracciò con amore e con dolore. 
Fillide sentì quell’abbraccio e fece spuntare dai rami dei piccoli fiori bianchi.

 L’abbraccio dei due innamorati si mostra ogni inizio di primavera a testimoniare l’amore eterno tra i due. 

 Fonte: eticamente.net

Corsa contro il tempo per salvare la bellissima Mont-Saint-Michel dalla plastica


Invaso dalla plastica.
 L'isolotto di Mont-Saint-Michel, Patrimonio mondiale dell’umanità, sta vivendo la sua stagione più buia: la sua baia è disseminata di rifiuti di plastica che arrivano dai vicinissimi allevamenti di mitili: 120 aziende, con circa 600 dipendenti, che producono alcune delle ostriche più famose della Francia e le uniche cozze locali che vantano la denominazione Doc. 

 A denunciare la situazione è Pierre Lebas, presidente dell'associazione Amis du rivage de la baie du Mont-Saint-Michel: «È inaccettabile che su un sito così favoloso come Mont-Saint-Michel, Patrimonio mondiale dell'Unesco, gli escursionisti possano ritrovarsi faccia a faccia con un mucchio di rifiuti di plastica».


Secondo quanto riportato da Le Parisien, per proteggere le loro produzioni di pregio, i professionisti utilizzano reti e coni per evitare che i granchi e gli uccelli raggiungano cozze e ostriche. Materiali plastici che, durante le maree e le tempeste, il mare strappa dall'allevamento per poi «scaricarli» nella baia. 

 Gli ambientalisti ora chiedono azioni mirate per difendere l’ambiente e l’immagine di Mont-Saint-Michel. Ma gli allevatori alzano le spalle:
 «Sarebbe suicida trascurare l’ambiente dal quale siamo interamente tributari. Ma il mare e le tempeste sono perfino più forti dei materiali che utilizziamo. È vero, c’è una parte di perdita di questi rifiuti, ma non lo possiamo evitare», ha dichiarato Sylvain Cornée, vice-presidente del Comité régional de la conchyliculture della Bretagna del Nord, ricordando che gli allevatori «si rivolgono a un’associazione che, tre giorni al mese, raccoglie i rifiuti lungo il litorale». 

 Poi c'è anche da dire che gli allevatori non sono gli unici a generare rifiuti, che vengono gettatati in mare anche da pescatori e turisti, peggiorando la situazione, che per ora non ha una soluzione, se non nell'uso del buon senso dalla parte di tutti. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 25 febbraio 2019

Questa tartaruga gigante non è estinta. Dopo 100 anni ritrovata nelle Galapagos


Dopo più di un secolo dall’ufficializzazione della sua estinzione, una tartaruga gigante endemica dell’isola Fernandina è stata ritrovata nel meraviglioso Arcipelago delle Galapagos.


 Inserita dall’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) nella lista degli animali estinti nel lontano 1906, si tratta una femmina adulta appartenente alla specie Chelonoidis Phantasticus, individuata da una spedizione di esperti del Parco nazionale delle Galapagos e dell’Ong statunitense Galapagos Conservancy e per ora trasportata in un centro di riproduzione sulla vicina isola di Santa Cruz.

 Gli esperti ritengono che non sia la sola, perché sarebbero evidenti le tracce e l'odore di altre tartarughe probabilmente della stessa specie.




La tartaruga gigante Fernandina è una delle 14 specie di tartarughe giganti originarie delle isole Galapagos e molte di esse sono in pericolo di estinzione. 

Le tartarughe sono state uccise negli ultimi due secoli ma questa scoperta costituisce un buon motivo per sperare in un futuro migliore. 

 “Questo ci incoraggia a rafforzare i nostri piani di ricerca per trovare altri (tartarughe), che ci permetteranno di avviare un programma di allevamento in cattività per recuperare questa specie”, racconta Danny Rueda, direttore del Parco Nazionale delle Galapagos.


L'arcipelago delle Galapagos comprende 19 isole nell'Oceano Pacifico a circa 1.000 km dalla costa ecuadoriana. 

Fernandina, la terza più grande e più giovane delle isole, rimane la più vulcanicamente attiva. 

Le Galapagos furono dichiarate parco nazionale nel 1959 e patrimonio mondiale dell'Unesco nel 1978 e ad oggi qui ci sono ben undici specie di tartarughe giganti: cinque a Isabela, una a San Cristobal, due a Santa Cruz, una a Espanola, una a Pinzon e una a Santiago. 

 Speriamo che questo posto magnifico si ripopoli di queste centenarie abitanti! 

 Germana Carillo

venerdì 22 febbraio 2019

I nativi americani utilizzavano reti di condivisioni simili ai nostri social media


Anche i nativi americani utilizzavano delle reti di condivisioni che ricordano molto i social media della nostra generazione, chiaramente con strumenti diversi. 

A stabilirlo è un nuovo studio pubblicato su PNAS. 

Molto tempo prima che Snapchat, Instagram, Facebook e persino l’indimenticabile MySpace entrassero a far parte della nostra quotidianità, anche i nativi americani degli Appalachi meridionali utilizzavano dei sistemi di comunicazione e delle reti di condivisioni che ricordano (con le dovute accortezze del caso) i nostri canali social.

 La ricerca è stata condotta dalla Washington University di St. Louis. 
 “Proprio come abbiamo le nostre reti di ‘amici’ e followers su piattaforme come Facebook e Twitter, anche i nativi americani tra il 1200 e il 350 avevano le loro reti di condivisioni”, spiega Jacob Lulewicz, docente di archeologia nel Dipartimento di Antropologia in Arte e Scienze. 

 Lo studio ha trovato il modo di ricostruire tali reti di comunicazioni sostenendo che queste hanno gettato poi la base per lo sviluppo di sistemi politici successivi. 

Vediamo allora come funzionava questo sistema che univa amici e famiglie di villaggi vicini ben prima dell’arrivo degli esploratori europei. 

 Chiaramente non parliamo di giga, di post su Facebook o di tweet, ma di un archivio di messaggistica che avveniva tramite tavolette di ceramiche ritrovate a dozzine nei siti vicino al Mississippi.
 I frammenti in ceramica rappresentano un patrimonio incredibile: 276.626 sono stati trovati in 43 siti nel Tennessee orientale e 88.705 frammenti in 41 siti nel nord della Georgia.


La collezione rappresenta tavolette in ceramiche creata tra l’800 e il 1650 d.C., un periodo che ha visto l’emergere graduale e il successivo declino di intere dominazioni che controllavano i villaggi locali.

 Gli scienziati si sono concentrati sull’evoluzione e sui cambiamenti di queste ceramiche, ovvero la loro forma, i simboli culturali utilizzati per decorarli e via dicendo arrivando alla conclusione che questi reperti rappresentano una mappa cronologica dettagliata delle connessioni esistenti tra diverse comunità.

 Lo studio si concentra sui villaggi raggruppati attorno al sito di Etowah nella contea di Bartow, in Georgia, un’importante comunità Mississippiana dove c’erano perfino grandi edifici cerimoniali.
 Uno di questi serviva come sede regionale del potere sociale, politico, economico e religioso di tutta la regione.
 E ancor prima che arrivassero gli europei, la leadership di chi stava al potere era fortemente influenzata proprio da ciò che veniva inciso su queste ceramiche. 

 “Quello che abbiamo dimostrato in questo studio è che mentre i domini e i capi cambiavano, le fondamenta della società così come la rete di parentela e amicizia con le persone dei villaggi vicini, rimanevano intatte, grazie a questo tipo di comunicazione”, scrive Lulewicz nello studio.

 Questa scoperta suggerisce che i legami sociali hanno sempre giocato un ruolo importante nell’aiutare le società a coalizzarsi con o contro i leader e le classi dominanti.

 E’ proprio per questo motivo che i ricercatori rimandano al ruolo dei social network attuali. 

 “Queste reti di comunicazione sono state una costante sociale per queste persone e hanno permesso alle loro culture di persistere per migliaia di anni anche attraverso trasformazioni che avrebbero potuto essere catastrofiche”. 

 Dominella Trunfio

In Svizzera c’è una città devota al numero 11


Undici chiese, undici fontane, undici torri.
 E poi ancora undici musei, undici pozzi e un orologio con undici numeri. 

In Svizzera c’è una città devota al numero 11: si tratta di Soletta, città romana dalle fattezze barocche, l’undicesimo stato della Confederazione nella lista dei cantoni.

 La storia della città di Soletta è inestricabilmente legata al numero undici, a partire dalla cattedrale di Sant’Orso e San Vittore (o St. Ursenkathedrale) costruita tra il 1762 e 1783 (in 11 anni!) dall’architetto di Ascona Gaetano Matteo Pisoni.


Il campanile misura 6 metri per 11. 
Sulla torre sono appese undici campane mentre all'interno ci sono undici altari, visibili tutti insieme solo da un posto : dall’undicesima pietra nera della navata. 
Le scale sono formate da 11 gradini e il numero delle pipe dell’organo sono multiplo di 11.


Gli abitanti di Soletta chiamano persino la loro birra Oufi, che nel dialetto regionale significa appunto undici. 
Il «numero magico» compare poi in molti nomi e viene celebrato in modo speciale nelle ricorrenze famigliari, per i compleanni e gli anniversari. Vietato qui non celebrare gli 11 anni, i 22, 33, 44 e così via. 

 Fra le cose da non perdere in città c’è senz’altro la torre dell’orologio con il suo quadrante astronomico e l’antico carosello con un cavaliere, uno scheletro e un re con un berretto da giullare che ad ogni rintocco - tutti i giorni dal 1545 - rovesciano la clessidra.






Ma il «vero» orologio di Soletta non si trova nella piazza principale, bensì sulla facciata di una banca, in piazza Amthauspl: un'opera di 3 metri creata dall’artista Paul Gugelmann Gretzenbach con un quadrante a undici ore, che suona la canzone di Soletta alle 11 e a mezzogiorno, poi nuovamente alle 17 e alle 18.



Fonte: lastampa.it
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