lunedì 15 gennaio 2018
Uccelli del paradiso: le loro piume sono così nere da assorbire il 99,9% della luce
Le loro piume sono così nere da assorbire il 99,9% della luce.
Una specie di uccello del paradiso ha sorpreso gli scienziati, abituati ad ammirare animali dai colori sgargianti.
Questa insolita creatura è davvero speciale.
I ricercatori dell'Università di Yale hanno deciso di dare un'occhiata più da vicino alle sue penne scure e ciò che hanno scoperto è veramente eccezionale, una sorta di evoluta illusione ottica.
In genere, in natura, i colori vivaci sono utili in vari modi.
Alcuni insetti li sfoggiano per avvertire i potenziali predatori che sono velenosi. Alcune piante producono fiori colorati che attraggono gli insetti e aiutano nell'impollinazione.
Nel caso del maschio dell'uccello del paradiso, durante il suo rituale di accoppiamento esso solleva le ali a forma di cono, rivelando una macchia luminosa di piume di colore verde-blu circondate da un piumaggio nero.
Esaminandolo nel dettaglio, gli scienziati americani hanno capito che le piume così scure danno l'illusione che i colori adiacenti brillino, un effetto molto apprezzato dalle femmine.
Le misurazioni ottiche hanno dimostrato che questa sorta di schema cromatico delle piume fa sì che esse assorbano fino al 99,95% della luce, una percentuale paragonabile ai materiali ultra-neri prodotti dall'uomo per i telescopi spaziali. O ancora somigliano a quelle progettate dagli ingegneri per creare materiali neri usati per facilitare l'assorbimento della luce nei pannelli solari.
La giustapposizione di nero e colori più scuri crea per uccelli e occhi umani ciò che è essenzialmente un'illusione ottica evoluta, ha spiegato l'autore Cody McCoy, laureato di Yale e ora al Dipartimento di Biologia Organismica ed Evolutiva di Harvard. Una mela ci appare rossa se è illuminata dalla luce del sole e se all'ombra perché gli occhi e il cervello dei vertebrati hanno un cablaggio speciale per regolare la percezione del mondo in base alla luce ambientale", ha detto McCoy. "Gli uccelli del paradiso, con il loro piumaggio super-nero, aumentano ai nostri occhi lo splendore dei colori adiacenti, proprio come noi percepiamo il rosso anche se la mela è all'ombra".
Le microstrutture nelle penne dell'uccello del paradiso non coinvolte nella visualizzazione legata al momento dell'accoppiamento non hanno le stesse caratteristiche del piumaggio ultra-nero, un'altra testimonianza dell'importanza della selezione sessuale nell'evoluzione.
"La selezione sessuale ha prodotto alcuni dei tratti più notevoli della natura", ha affermato Prum. "Speriamo che gli ingegneri possano sfruttare ciò che l'uccello del paradiso ci insegna per migliorare le nostre tecnologie umane".
La Natura ha sempre tanto da insegnarci, non finiremo mai di rimanerne stupiti.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.
Francesca Mancuso
venerdì 12 gennaio 2018
Platanista, una speranza dal fiume Indo
Il subcontinente indiano ospita uno dei mammiferi più misteriosi e affascinanti del pianeta, un delfino d’acqua dolce chiamato Platanista dell’Indo (Platanista minor) che popola il terzo fiume per portata d’acqua di questa grande area asiatica e che si getta nell’oceano Indiano dopo aver attraversato il Pakistan.
Questi delfini d’acqua dolce hanno subito negli ultimi decenni minacce tanto gravi da portare la specie a un passo dall’estinzione. Stessa sorte anche per Platanista gangetica che vive lungo il corso del Gange.
Attorno a questi cetacei sono in atto diatribe tassonomiche per capire se il delfino dell’Indo sia una sottospecie di quello del Gange oppure una specie a sè, ma mentre gli scienziati si interrogano questi animali mostrano segni di declino preoccupante. Sovrappopolazione, inquinamento, depauperamento delle acque stanno prosciugando gli enormi corsi fluviali in cui vivono, distruggendone l’ecosistema.
A questo si aggiunga la pesca, da ritenersi una delle principali cause di mortalità in questi delfini.
Non solo, spesso questi mammiferi, nella ricerca di acque tranquille, finiscono nei canali d’irrigazione andando ad arenarsi in mezzo alle campagne dove vanno incontro ad una fine atroce.
La Platanista è un cetaceo particolare.
Il suo rostro di forma allungata presenta numerosi denti che nella parte anteriore sporgono andando a formare una sorta di gabbia dove i pesci vengono intrappolati.
Nonostante siano degli abili cacciatori, questi delfini sono privi della lente oculare sui cristallini e quindi sono a tutti gli effetti ipovedenti.
Riescono solo a distinguere intensità e direzione della luce e la loro vita è affidata al potere dell’ecolocazione.
Del resto, le acque limacciose di questi fiumi asiatici rendono indispensabile la messa punto di una tecnica di caccia che faccia ameno della vista.
Tuttavia, uno spiraglio di luce si apre sul futuro di questi animali così minacciati: dal 1999, il WWF ha attivato un programma di salvaguardia che, dopo decenni, sta dando i suoi frutti, come dimostrano i dati pubblicati quest’anno.
Infatti, si è passati dai circa 1200 individui del 2001 ai circa 1900 dell’ultimo censimento.
I segnali sono quindi positivi, ma la ripresa è molto lenta. L’inversione di una tendenza al declino è sicuramente già un grande successo, ma dobbiamo tener conto che gli equilibri sono precari per via di popolazioni davvero esigue.
La battaglia per salvare i delfini dell’Indo si sposta quindi nei canali che mietono vittime e per i quali si stanno studiando dissuasori acustici per impedire a questi animali di risalire i condotti d’irrigazione.
La guerra non è ancora vinta ma importanti passi avanti sono stati fatti per la sopravvivenza di questo cetaceo in una regione in cui l’uomo restringe sempre più i suoi spazi vitali.
FONTE: RIVISTANATURA.COM
giovedì 11 gennaio 2018
Il microcosmo di Nahualac
Un piccolo universo in miniatura.
Si chiama Nahualac e si trova in Messico, alle pendici dell'Iztaccíhuatl, comunemente chiamato Iztla, la terza montagna più alta dello stato.
Cos'ha di speciale? Situato a 3.870 metri sul livello del mare, Nahualac ospita un laghetto stagionale all'interno del quale in epoca preispanica fu costruito un tetzacualco, un santuario.
Alcuni miti mesoamericani sulla creazione del mondo sostengono che Cipactli (il mostro della terra) galleggiasse sulle acque primordiali e dal suo corpo furono creati il cielo e la terra.
Proprio il sito di Nahualac potrebbe emulare questa concezione.
La presenza del tetzacualco nel bel mezzo di uno stagno e l'effetto ottico prodotto nello specchio d'acqua da cui sembra che la struttura emerga, suggerisce che il luogo sia la rappresentazione di un tempo e di uno spazio primitivi, un modello in miniatura dell'universo.
Lo ha spiegato l'archeologo Iris del Rocio Hernandez Bautista, della Divisione di Archeologia subacquea (SAS) dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH), responsabile della ricerca archeologica di questo sito che si trova nel comune di Amecameca, in Messico.
Nel 2016 un team di scienziati ha condotto alcuni scavi ritrovando numerosi frammenti di ceramica, materiali litici, lapidari e resti organici.
Ha scoperto inoltre che Nahualac è formato da due aree. La prima e più importante è un laghetto stagionale, costruito in tempi antichi, con un tempio rettangolare formato a sua volta da pietre impilate.
La struttura è 11,5 x 9,8 metri. Attualmente, è possibile vedere gli angoli e alcuni cumuli di pietre che lo circondano.
La seconda area si trova 150 metri a sud-est della struttura, su un'ampia valle dove hanno origine le sorgenti che alimentano il lago.
Lì sono stati trovati pezzi di ceramica con elementi decorativi associati a Tlaloc, la divinità della pioggia.
Secondo l'archeologo Iris Hernandez, Nahualac è la rappresentazione di uno spazio rituale dove il culto di Tlaloc è evidente, anche se non esclusivo, visto che è legato anche alle divinità femminili dell'acqua e della terra.
Inoltre, le popolazioni dell'epoca avevano creato un sistema che portava l'acqua dalle sorgenti vicine allo stagno per provocare un effetto visivo molto particolare: la struttura e i cumuli di pietra sembravano galleggiare sulla superficie dell'acqua, che a sua volta rifletteva il passaggio circostante.
"Questi effetti visivi, così come le caratteristiche degli elementi del sito e il loro rapporto reciproco, hanno fatto pensare che Nahualac potrebbe rappresentare un microcosmo che evoca acque primordiali e l'inizio dello spazio-tempo mitico".
Un piccolo universo costruito dalle antiche popolazioni centroamericane che cercava di spiegare le meraviglie del cosmo.
Francesca Mancuso
mercoledì 10 gennaio 2018
Si chiama jewelry ice ed è una rarità che si trova solo a Hokkaido, in Giappone
Un gioiello scintillante, unico al mondo.
C'è solo un posto sulla terra dove si possono trovare i jewelry ice, ed è alla foce del fiume Tokachi, sull'isola di Hokkaido.
Le condizioni uniche di questa spiaggia giapponese sono in grado di creare in questo periodo dell'anno degli incredibili blocchetti trasparenti di ghiaccio, così puri da sembrare vero cristallo. E anche se sono fatti solo di acqua congelata, queste opere d'arte della natura sono più preziose dei diamanti.
Trovarne di eguali nel resto del mondo è impossibile, ed ogni anno è una vera sfida a chi per primo riesce a vederne uno.
Le prime fotografie dei gioielli di ghiaccio di Tokachi del 2018 sono apparse nelle ultime ore su Instagram, immortalando anche quest'anno un fenomeno quasi surreale che presto ricoprirà l'intera spiaggia, come già accaduto negli scorsi anni.
Quando le temperature calano, la foce del fiume si congela. E i frammenti di ghiaccio vengono «strappati» dalle onde del mare che entrano nella bocca del fiume e trasportati sulla sabbia della battigia, dove questi incredibili ghiaccioli, uno diverso dall'altro, possono brillare in tutto il loro splendore.
Il ghiaccio è così trasparente perché è formato da acqua dolce: è l'assenza di sale, quindi, è uno dei suoi fattori di unicità.
L'altro è il tempo di congelamento, estremamente lento, che permette alle impurità, così come alle bolle d'aria, di non rimanere «intrappolate» nel ghiaccio.
Il tutto combinato al lento movimento del fiume che si unisce al moto ondulatorio del mare, contribuendo alla levigazione di queste «pietre preziose».
«Non ho mai visto questo tipo di ghiaccio in alcuna altra parte del mondo»», ha dichiarato il fisico Peter Wadhams dell'Università di Cambridge al New York Times.
Come lucentezza si avvicina al ghiaccio dei fiordi cileni e delle insenature dell'altopiano dell'Alaska, ma nessuno ha la stessa composizione molecolare.
Un «miracolo» che ha fatto diventare la spiaggia sulla foce del Tokachi una ambitissima meta turistica invernale.
Fonte: lastampa.it
lunedì 8 gennaio 2018
La Montagna Spaccata di Gaeta
La Montagna Spaccata è un luogo magico che si trova a Gaeta e che ogni anno attrae migliaia di visitatori affascinati dalle tre fenditure che si trovano sul promontorio.
Qui sorge il Santuario della S.S. Trinità costruito nel XI secolo e affacciato sul monte Orlando.
Questo santuario è passato alla storia perché qui hanno pregato numerosi pontefici, tra cui Pio IX ma anche sovrani, vescovi e santi come Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio e San Filippo Neri.
La leggenda vuole che proprio San Filippo Neri avesse vissuto all'interno della Montagna Spaccata dove esiste un giaciglio in pietra nota ancora oggi come "Il letto di San Filippo Neri"
Lungo le pareti della roccia poi, ci sono dei riquadri in maiolica che riproducono le postazioni della Via Crucis, in parte restaurate, risalenti al 1849 e attribuite a S.Bernardino da Siena, contenenti i versi del Metastasio.
Il percorso prevede anche la visita della suggestiva “Grotta del Turco”, collegata sia ad un’antica tradizione religiosa secondo cui venne alla luce al tempo della morte di Cristo, quando si squarciò il velo del tempio di Gerusalemme, sia a diverse credenze popolari. Fra queste, ci sarebbe l’impronta della mano di un marinaio turco su una roccia.
Un luogo così caratteristico non poteva non portare con sé numerose leggende.
La prima è quella dell’amore fra Etele e Giordano, una storia tanto antica quanto drammatica.
Narra la leggenda che in anni lontani, dove oggi c'è la Montagna Spaccata vivessero delle bellissime Anguane, donne ammalianti che si potevano vedere di notte quando, con la luna piena, si udivano cantare e danzare.
Questi spiriti fatati esercitavano il loro fascino sugli uomini, soggiogandoli.
Un giorno, in quei boschi passò un giovane montanaro di nome Giordano che lungo il cammino notò una meravigliosa creatura dai lunghi capelli e se ne innamorò.
Il suo nome era Etele e il giovane Giordano decise che ella sarebbe diventata la sua sposa.
I vecchi e saggi montanari cercarono in tutti i modi di dissuadere il giovane dal proposito di sposare la fanciulla, essendo essi a conoscenza del sortilegio che gravava sul futuro di Etele: ella infatti sarebbe svanita quando sua madre, la Maga del bosco, fosse morta.
La stessa Maga impietosita dall’amore infelice che sarebbe sorto da questa unione, parlò a Giordano. Ma nulla valse a fargli cambiare idea: l’amore per la meravigliosa anguana era tale, da sfidare qualsiasi presagio.
Si sposarono ed abitarono in una capanna costruita dal giovane con tronchi di abete.
Non potevano sognare una felicità più grande. Ma una triste alba d’estate la Maga morì e tutto il vallone fu avvolto da un tragico silenzio.
I due dormivano dolcemente abbracciati, Etele baciò lo sposo e cercò di levarsi senza destarlo. Ma i suoi lunghi capelli si mossero e lo svegliarono.
Etele fuggì per andare incontro al suo triste destino. Inseguita dallo sposo, giunse ai piedi di una rupe altissima, che le sbarrava il passo. Si volse e vide Giordano che stava per raggiungerla.
L’incantesimo si manifestò: un alto boato scosse la terra e la rupe si spaccò in tutta la sua altezza ed Etele, attirata all’interno, scomparve verso il cielo.
Giordano tentò di varcare l’enorme fenditura, ma una scrosciante cascata lo fermò e lo respinse verso valle.
Un’altra leggenda più conosciuta è quella della Mano del Turco che vive negli scalini a ridosso del mare.
La storia narra che in questi luoghi si nascondessero pirati saraceni pronti ad attaccare le navi nemiche e che uno di essi un giorno toccò la montagna.
Questa divenne morbida e si deformò sotto il suo palmo.
Per questo, attraversando il percorso è possibile notare un’impronta nella roccia.
Una scritta in latino, posta al fianco della mano, cita: “Un incredulo si rifiutò di credere ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita”.
C’è poi la leggenda di San Filippo Neri, che avevamo accennato all’inizio.
Si narra che il Santo abbia vissuto rifugiandosi in questi luoghi, in prossimità del Santuario della Santissima Trinità e qui ci sia proprio il suo giaciglio.
Secondo un antico racconto poi le tre fenditure del Monte Orlando si formarono durante il terremoto che ci fu dopo la morte di Gesù.
Dominella Trunfio
domenica 31 dicembre 2017
sabato 23 dicembre 2017
martedì 19 dicembre 2017
I Corvi della Torre di Londra, i protettori della Corona
I Corvi della Torre di Londra sono un gruppo di almeno 6 corvi che vivono in cattività all’interno della Torre.
Secondo una superstizione che risale ai tempi di Carlo II, la loro presenza protegge la Corona britannica e la Torre stessa.
Se i corvi dovessero andare via o morire cadrebbe anche la Corona e con essa la Gran Bretagna stessa.
Questi volatili che fanno parte della specie Corvus Corax, meglio conosciuti come corvi imperiali, sono grandi e carnivori e sebbene in passato fossero diffusi in tutta la Gran Bretagna, oggi sopravvivono solo nella torre grazie all’aiuto dell’uomo.
Per il loro ruolo di protettori sono stati arruolati come militari del Regno, subendo il destino di questi ultimi in caso di cattiva condotta: il congedo.
Alcuni dei corvi della Torre infatti sono stati indisciplinati nel tempo, come ad esempio il “corvo George” che distrusse alcune antenne televisive.
Per il suo comportamento inappropriato fu esonerato dal suo incarico nei confronti della Corona e confinato in Galles.
Nonostante vengano tagliate loro le penne remiganti di un’ala, per evitare che si allontanino troppo, alcuni esemplari hanno disertato di propria volontà, come il corvo Grog, che dopo 21 anni di onorato servizio lasciò i dintorni della torre per quelli di un pub.
C’è anche la storia del corvo Mabel, rapito dopo la seconda guerra mondiale e mai più ritrovato.
Attualmente sono uno dei fenomeni di attrazione turistica della città.
Se volete fare una visita alla Torre potreste essere accolti da un Good Morning pronunciato da un corvo, ma state attenti a non offrire a lui ed ai suoi amici cibo, potrebbero sentirsi minacciati e beccarvi.
Fonte: keblog
venerdì 15 dicembre 2017
Crimea, il Koyashskoe Salt Lake
Uno specchio rosa.
L’affascinante Koyashskoe Salt Lake è bello in tutte le stagioni. Questo perchè questo lago salato della Crimea non solo è di un surreale color rosa ma ha anche una caratteristica ancora più rara: più diventa secco, più diventa bello.
Mentre l’acqua evapora, aumenta il suo contenuto salino: le alghe e i piccoli crostacei che conferiscono il colore rosa al lago si concentrano, intensificandone il colore.
A spuntare dall’acqua sono poi decine e decine di «rocce di sale» che brillano come diamanti.
Tantissime piccole isole rocciose dalle forme più curiose.
Siamo nella riserva naturale di Opukske: un paesaggio marziano della penisola di Kerch, separato dal Mar Nero solo da una piccola striscia di terra.
Questo specchio d’acqua non è molto profondo, ma ha un letto di limo che si estende per quattro chilometri.
Nonostante la sua bellezza mozzafiato, questo lago non è molto frequentato dai turisti ma è conosciuto da secoli dalle popolazioni locali, che considerano le sue acque curative.
Si dice, in particolare, che il suo fango abbia proprietà curative e che per molti anni sia stato «raccolto» proprio come il sale rosa che naturalmente si accumula lungo la costa circostante.
Un paesaggio ancora incontaminato che sembra dipinto dalla mano di Madre Natura, dov’è la chimica a far da padrona, essendo riuscita a creare un ecosistema in equilibrio perfetto, talmente bello da non sembrare vero.
La città più vicina al Koyashskoe Salt Lake è Kerch.
A cinque chilometri di distanza si trova invece il villaggio Yakovenkovo: da qui parte un sentiero collinare che arriva a costeggiare il lago, da cui è possibile ammirare dall’alto i tramonti che si specchiano sull’acqua rosa.
Fonte: lastampa.it
Babbo Natale: la vera storia e la leggenda sciamatica
Babbo Natale è un uomo in carne con la lunga barba bianca, molto buono e altrettanto buffo ma la sua immagine non è stata sempre così.
Prima del 1931 era alto e magro e indossava un lungo mantello, ma la vera storia del Babbo più amato del mondo andrebbe ricondotta... a un fungo.
Innanzitutto bisogna sapere che anche se gli occidentali vedono il Natale come una festa cristiana, simboli e icone derivano dalle tradizioni sciamaniche dei popoli tribali del nord Europa.
Quindi se è vero che il marchio Coca Cola ha contribuito a diffondere l’immagine di Babbo Natale come siamo abituati a vederla oggi, c’è da fare un po’ di chiarezza.
Nel 1920 la multinazionale introduce nelle sue pubblicità Babbo Natale, ma il suo aspetto è quello disegnato da Thomas Nast, ovvero un uomo magro e un po’ spettrale.
Dieci anni dopo è un altro illustratore, questa volta della Coca Cola, a decidere di cambiarne volto e corpo.
Michigan Haddon Sundblom si ispira alla poesia di Clement Clark Moore del 1822 "La visita di San Nicola", da cui proviene il nome anglosassone di Babbo Natale, Santa Claus.
E’ in questo momento che Babbo Natale diventa paffuto e simpatico, ma se la storia del suo aspetto fisico è legata a quella della bibita, la stessa cosa non possiamo dire della figura stessa di Babbo Natale, che non ha nulla a vedere con la multinazionale.
Parlavamo all’inizio di un fungo, ovvero della Amanita muscaria, ritenuto sacro delle tribù indigene del nord Europa.
Bianco e rosso è noto anche come fly agarico ed è lo stesso che troviamo ad esempio come casetta dei Puffi.
Ma questo fungo è un potente allucinogeno usato per stregonerie e magie e secondo la leggenda popolare anche Babbo Natale, gli alberi e le renne volanti sono associate al consumo dell’amanita muscaria.
Le renne della Siberia, infatti, si cibano di questo allucinogeno e subito dopo vagano senza meta nel bosco in stato di ebbrezza e intossicate.
Da qui la leggenda delle renne volanti, sensazione data dagli effetti del fungo stesso.
Lo stesso Babbo Natale non sarebbe altro che un antico sciamano dedito alla raccolta di questi funghi che danno alla pelle un colore rossastro.
E questo sarebbe il motivo per cui egli appare con le guance piene e incandescenti.
Il suo abbigliamento con cappotto rosso e stivali neri sarebbe uguale a quello di questi uomini antichi.
Anche la tradizione del camino viene dalla leggenda sciamanica. I popoli tribali del nord Europa vivevano in casette fatte di betulla chiamate ‘yurte’ e le entrate somigliavano molto alla canna del camino.
Dunque una volta raccolti funghi in grossi sacchi, gli sciamani tornavano a casa e condividevano ciò che avevano trovato con gli altri ( da qui la tradizione del sacco con i regali e la discesa dal camino).
I funghi per poter essere consumati senza conseguenze fatali, dovevano essere seccati: allora venivano messi in calze e appese al caminetto.
Insomma una storia magica e che sia vera o meno poco importa perché racchiude in sé tutta l’atmosfera del Natale.
Dominella Trunfio
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