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giovedì 11 maggio 2017

La Lingua dei Troll, un impressionante trampolino nel vuoto fra i fiordi norvegesi


Benvenuti sulla Lingua dei troll. 

Trolltunga è una roccia sporgente sospesa a 700 metri sul lago artificiale di Ringedalsvatnet, in Norvegia. 
Qui siamo a 1100 metri d'altitudine, proprio sopra al villaggio di Skjeggedal e migliaia di impavidi ogni estate sfidano le vertigini per raggiungere uno dei luoghi più panoramici e suggestivi del Nord Europa. 

 La scogliera si è formata durante l'era glaciale, circa 10 mila anni fa, ed è accessibile agli escursionisti solo da metà giugno a metà settembre.
 Per raggiungerla e affacciarsi da questa incredibile roccia è necessaria una scarpinata di ben cinque ore - e altrettante per il ritorno - lungo una lussureggiante vegetazione ricca di cascate e cime ripide.
 Inutile dire negli anni Trolltunga sia diventata una meta ambitissima per selfie impressionanti, su un trampolino a strapiombo nel vuoto. 






Qui non c'è nessuna ringhiera.
 Per non danneggiare la naturale bellezza della scogliera si è scelto di non installare alcun dispositivo di sicurezza: chi si affaccia dal Trolltunga lo fa a suo rischio e pericolo.
 Esistono solo alcuni piccoli ganci metallici come punto d'appoggio per salire in arrampicata sino alla roccia reale.
 Un'impresa da brivido, non certo da tutti. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 10 maggio 2017

La stanza segreta di Michelangelo


Nel 1975, Paolo Dal Poggetto, allora direttore del Museo delle Cappelle Medicee, a Firenze, scoprì per caso un tesoro rimasto nascosto fin dal Rinascimento.


Esplorando i locali per cercare di aprire un nuovo passaggio per i turisti, Dal Poggetto e i suoi colleghi trovarono una botola nascosta sotto un armadio nei pressi della Sagrestia Nuova, la cappella della basilica di San Lorenzo progettata proprio da Michelangelo per ospitare le tombe dei Medici, signori della città.
 Sotto la botola c’erano gradini di pietra che portavano a una stanza oblunga, piena di carbone, che a prima vista sembrava poco più che un magazzino di risulta.
 Ma sulle pareti Dal Poggetto e gli altri studiosi scoprirono disegni a gesso e a carboncino attribuibili addirittura a Michelangelo.

 La stanza è chiusa al pubblico, ma di recente il fotografo di National Geographic Paolo Woods ha ottenuto la rara autorizzazione di fotografarla.






I disegni sono oggi visibili perché dopo aver scoperto la stanza, Dal Poggetto prese le sue precauzioni.
 Sotto la sua direzione, una squadra di esperti lavorò meticolosamente per settimane per rimuovere con delicatezza l’intonaco dalle pareti.
 Alla fine tornarono alla luce decine di disegni, molti dei quali ricordano alcuni capolavori di Michelangelo, tra cui una statua marmorea che adorna la tomba di Giuliano de’ Medici, collocata proprio nella Sagrestia Nuova.

 Dal Poggetto concluse che nel 1530 l’artista si era rifugiato nella stanza segreta per un paio di mesi.
 Il motivo? Tre anni prima una rivolta popolare aveva spodestato i Medici, costringendoli all’esilio; Michelangelo, che pure era stato uno degli artisti protetti dalla famiglia, l’aveva tradita, schierandosi con i ribelli. 
Ma ora i Medici erano tornati, e a 55 anni l’artista era in pericolo di vita. 
“Naturalmente aveva paura”, spiega Monica Bietti, attuale direttrice del Museo delle Cappelle Medicee , “così decise di restare nascosto nella stanza”.
 Bietti ipotizza che Michelangelo approfittò delle settimane di auto-prigionia per tracciare una sorta di inventario della sua vita e della sua arte. 
I disegni sul muro rappresentano sia opere che intendeva concludere sia capolavori che aveva già completato da tempo, come un dettaglio del David (finito nel 1504) e alcune figure della volta della Cappella Sistina (completata nel 1512). 
 “Era un genio, che poteva fare qui? Solo disegnare”, prosegue la studiosa.

 Come per tutte le opere d’arte non firmate, è impossibile attribuire i disegni con assoluta certezza. Secondo la grande maggioranza degli studiosi, alcuni degli schizzi sono troppo amatoriali per essere di Michelangelo. 
Sugli altri, il dibattito resta aperto. 
 Ad esempio William Wallace, docente della Washington University di St. Louis ed esperto di Michelangelo, è scettico. Secondo lui, Michelangelo era un personaggio troppo importante per rinchiudersi in un seminterrato; di sicuro poteva rifugiarsi da qualcun altro dei suoi mecenati. 
Wallace ritiene che i disegni fossero stati completati in un periodo precedente, prima del 1530, durante la costruzione della Sagrestia Nuova. 
Probabilmente la stanzetta serviva da luogo di riposo per Michelangelo e i suoi tanti assistenti impegnati nei lavori.


 Fonte: www.nationalgeographic.it

Dopo 60 anni riapre all'Eur il meraviglioso Giardino delle cascate


Il Giardino delle Cascate dell'Eur riapre dopo sessant’anni. Pietre naturali, fontane zampillanti, piante e un laghetto: un prezioso gioiello romano che torna finalmente al pubblico. 

 Disegnato dall’architetto Raffaele De Vico, il Giardino delle Cascate dell’Eur è di nuovo aperto dalle 7 alle 20, dopo un restyling estetico che ha ridato lustro a tutta l’area rimasta chiusa per 56 anni. 
 Un gioiello di progettazione paesaggistica che adesso, diventa il nuovo punto di attrazione del quartiere dell’Eur.




“Questo splendido angolo torna ai romani grazie a un lavoro che si inserisce nel più ampio programma di valorizzazione del laghetto dell'Eur nell'ambito delle nostre iniziative su questo quadrante della città”, spiega Roberto Diacetti, presidente di Eur Spa. 

 Accanto al lato estetico, il Giardino delle cascate ha anche un aspetto funzionale, le cascate e giochi d'acqua consentono, infatti, l'ossigenazione delle acque del lago 

 Realizzato nel 1961 non ha avuto una vita facile. 
Chiuso quasi subito, nel tempo è stato usato solo sporadicamente come set cinematografico. 
 “Il Giardino delle cascate è forse il giardino moderno italiano più interessante della seconda metà del Novecento. Il tutto, con un impianto progettuale che s’iscrive nella tradizione italiana, dunque caratterizzato da simmetrica e “classica” regolarità", spiega l’architetto Franco Zagari, autore di alcuni complementi dell’opera.


La riapertura del giardino arriva dopo la riparazione del ponte Hashi di Zagari, la cui pavimentazione vetrata era stata danneggiata da vandali: il ponte pedonale che passa sulla cascata centrale, connettendo le diverse sponde e facendo del giardino un tutt’uno con l’assieme del lago artificiale e delle sue frequentatissime passeggiate. 

 Qualcuno ha già ribattezzato il giardino con il suo laghetto come una “Versailles moderna”. 

 Dominella Trunfio

martedì 9 maggio 2017

La prima e più antica eclissi solare documentata


Nell’antica città di Ugarit, l’attuale Ras Shamra in Siria, il 3 maggio 1375 a.C. gli astrologi babilonesi annotarono nelle celebri tavolette d’argilla i dettagli di un’eclisse solare totale.
 Si tratta, a tutt'oggi, del documento più antico finora rinvenuto che registri un simile evento.

 Come tutte le popolazioni antiche (e anche quelle moderne, ma per altri motivi), anche i babilonesi erano molto interessati a quanto avveniva nel cielo e hanno tenuto dettagliate annotazioni sugli eventi celesti e sui movimenti del Sole e della Luna e di alcuni pianeti come Mercurio e Venere.
 Il meticoloso lavoro degli astrologi mesopotamici li condusse a registrare con attenzione tutte le eclissi che avvenivano ciclicamente e ciò li rese successivamente in grado di prevederle con estrema precisione.
 A quel tempo, le eclissi lunari e solari erano considerate dei presagi particolarmente infausti per i re babilonesi.
 Quando le eclissi divennero prevedibili, i re potevano nominare in anticipo dei sostituti sui quali si sarebbe scaricata la rabbia degli dei, lasciando illeso il vero re che avrebbe potuto continuare a governare.
 Durante il verificarsi di questi eventi il re-sostituto veniva ucciso in modo che il nefasto presagio si verificasse.

 Lo strumento messo a punto per predire le eclissi fu la scoperta del cosiddetto Ciclo di Saros.
 Furono i Caldei a rendersi contro che le eclissi lunari e solari si ripetono ogni 18 anni (223 mesi sinodici o lunari). 
Durante questo periodo, detto appunto Saros, si verificano 29 eclissi di Luna e 41 eclissi di Sole. 

 Secondo John Steele, storico della Durham University, il confronto tra le previsioni fatte dai babilonesi e quelle ottenute con le attuali tecnologie mostrano una precisione stupefacente per l’epoca.
 Le previsioni dei Babilonesi si riferivano, infatti, anche agli eventi osservabili al di fuori del loro territorio.
 A dimostrazione che nell’antichità si era già sviluppata una reale e stupefacente sapienza astronomica. 

 Fonte: focus.it

lunedì 8 maggio 2017

La misteriosa isola delle pietre verdi dimenticata in mezzo al Mar Rosso


Dimenticata in mezzo al Mar Rosso.
 Eppure la si conosceva ben prima di Plinio il Vecchio, che ne tramandò la storia nei suoi scritti. 

Stiamo parlando della disabitata, selvaggia e incontaminata isola di Zabargad, un angolo di paradiso originariamente chiamato Topazos dal popolo dei Trogloditi che la «scoprirono» durante un naufragio.




Sin dal 1500 avanti Cristo, qui venivano estratte stupende pietre preziose verdi, molto simili agli smeraldi. 
Non a caso il suo nome moderno deriva dall’arabo, Zebirjed, termine che indica proprio questa pietra.
 Ma il suo passato si è completamente perso nell'oblio: dopo la Seconda Guerra Mondiale, il presidente Gamal Abd el-Nasser nazionalizzò l’isola e mise fine all’estrazione mineraria.


L’isola tornò quindi ad essere un luogo avvolto nel mistero. Almeno fino al 1990, quando venne «riscoperta» da un gruppo di subacquei italiani alla ricerca di una barriera corallina ancora incontaminata e non rovinata dal turismo di massa.








Nella sua «Naturalis Historia», Plinio il Vecchio racconta di «un’isola che si trova nel mar Rosso a 300 stadi dal continente». 

Un’isola dimenticata, dove gli archeologi hanno recentemente portato alla luce alcune anfore risalenti al primo secolo avanti Cristo, pronta a vivere la sua seconda vita e diventare una tra le mete subacquee più ambite del mar Rosso. 

 Fonte: lastampa.it

Come fanno i funghi a brillare al buio


Ci riescono le lucciole, diversi tipi di alghe, certi vermi e persino alcuni anfibi.
 La bioluminescenza è un fenomeno noto in natura, ma tra i funghi è piuttosto raro: è una caratteristica solamente di 80 delle 10 mila specie note di funghi.
 I funghi che si illuminano al buio - convertendo energia chimica in energia luminosa - segnalano in questo modo la loro presenza a coleotteri, vespe e altre piccole creature che possano trasportare le spore in altre parti del bosco.
 Tuttavia, il meccanismo grazie al quale ci riescono è rimasto finora incompreso.




Ora un gruppo di ricercatori russi, brasiliani e giapponesi sembra averlo capito, e lo spiega in un articolo pubblicato su Science Advances.

 I biologi hanno studiato due specie in particolare: il Neonothopanus gardneri e il Neonothopanus nambi, funghi bioluminescenti che crescono in Brasile e Vietnam rispettivamente. Se riescono a brillare, è grazie a un sostrato variegato di molecole, dette luciferine (in sostanza, pigmenti), che in presenza di ossigeno emettono una sostanza luminosa chiamata ossiluciferina. 
La reazione è resa possibile dall'enzima luciferasi.

 Fin qui il processo ricorda quello "base" della bioluminescenza, se non fosse che nei funghi, la luciferasi è "promiscua", ossia può interagire con diversi pigmenti, modificando intensità e colore della luce risultante.

 Questa capacità della luciferasi dei funghi potrebbe offrire interessanti applicazioni nelle analisi di laboratorio al microscopio, e segnalare la presenza di cellule o geni in un modo facilmente riconoscibile. 

 Fonte : focus.it

giovedì 4 maggio 2017

Un tuffo nella Piscina del Diavolo


Una vasca a strapiombo su una cascata, a 108 metri d'altezza. Così pericolosa da essere ribattezzata la Piscina del diavolo.

 Siamo al confine fra Zambia e Zimbabwe, sul fiume Zambesi, e anche se in certi mesi chiunque osasse mettere piede nelle Vittoria Fall verrebbe immediatamente trascinato via dalla corrente, da metà agosto a metà gennaio il flusso si riduce così tanto da permettere dei bagni - e dei selfie - mozzafiato.






Migliaia di anni di erosione hanno formato delle piscine naturali proprio sul ciglio del precipizio, in cui è possibile apprezzare tutta la forza delle acque.
 La vista è sicuramente unica, così come la possibilità di farsi il bagno in una cascata del genere da cui passano oltre 500 milioni di litri d'acqua al minuto.




L'acqua delle Victoria Falls provoca un'esplosione assordante e spettacolare che può essere vista a 50 chilometri di distanza. 

A «scoprire» questa meraviglia della natura, patrimonio dell'umanità protetto dall'Unesco, è stato l'esploratore scozzese David Livingstone, il 17 novembre 1855.
 E' stato lui a dare alle cascate il nome della regina d'Inghilterra. Tuttavia localmente erano già note con il nome di Mosi-oa-Tunya, Fumo che tuona. 

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 3 maggio 2017

Le farfalle di vetro, ali trasparenti per ingannare i predatori


Farfalle con ali trasparenti per catturare tutti i colori della Natura: esistono davvero e non possono che suscitare emozioni quando svolazzando di fiore in fiore sembrano diventare gialle, poi rosse, subito dopo viola o verdi e così via. 

Sono la Greta oto e la Cithaerias pireta, chiamate anche farfalle di vetro perchè le loro ali rimandano alla fragilità e alla trasparenza del cristallo. 
 L'assenza di pigmento oltre ad essere la fonte dello spettacolare gioco cromatico, è vitale per la sopravvivenza di questi insetti, poiché difficilmente i predatori riescono a catturarli senza farsi ingannare dalle continue mimetizzazioni.








Dove si possono ammirare? 
In Centro e Sud America purchè si abbia la capacità di riconoscere farfalle trasparenti tra le infinite tonalità di colore sfoggiate dalla Natura. 

 Anna Simone

Scoperto il segreto delle ‘Cascate di sangue’


Ricercatori del Colorado College e dell’Università dell’Alaska Fairbanks hanno svelato a poco più di cento anni dalla loro scoperta il segreto dell’origine delle cosiddette “Cascate di sangue”, un misterioso flusso d’acqua salmastra in Antartide che talvolta si tinge di rosso.
 Esse deriverebbero infatti da un deposito intrappolato in un ghiacciaio da un milione di anni.
 Ma procediamo con ordine.
 A rendere spettacolare e anche un po’ inquietante il fenomeno, che fu scoperto nel lontano 1911 dallo scienziato Griffith Taylor durante una spedizione al Polo Sud, è proprio lo scenario in cui esso avviene.
 Immaginate di trovarvi nel cuore di una immensa lastra di ghiaccio, dove domina il colore bianco per chilometri e chilometri, e di imbattervi in un corso d’acqua che all’improvviso si tinge di rosso.
 La spiegazione scientifica del fenomeno fu data poco dopo grazie all’analisi chimica; si trattava infatti di acqua salmastra ricca di ferro, un elemento che a contatto con l’aria determina il caratteristico colore rosso. 
Ciò che ancora non era stato scoperto era l’origine di quest’acqua così particolare, le cui concentrazioni di ferro non sono stabili e provocano l’intermittenza delle “cascate di sangue”.
 Da dove provengono dato che il mare è lontano e non vi sono comunicazioni dirette con esso?


I glaciologi, coordinati dalla studentessa universitaria Jessica Badgeley e dal professore Erin Pettit, hanno mappato una vasta area del ghiacciaio Taylor da dove spuntano le cascate, prima di gettarsi nel lago Bonney. 
Attraverso due antenne radar in grado di trasmettere e ricevere segnali sono riusciti a osservare cosa ci fosse sotto ai loro piedi, “un po’ come ecolocalizzano i pipistrelli”, ha indicato la Badgeley, determinando che le cascate originano da un deposito d’acqua intrappolato nel ghiacciaio da un milione di anni. 
Ma come fa a resistere acqua liquida in un ambiente così freddo come il cuore di un ghiacciaio, in una zona dove la temperatura media annuale è di oltre 15° centigradi sotto lo zero?


Gli scienziati hanno spiegato che l’acqua, quando congela, rilascia un po’ di calore, e questo fenomeno, poiché vi è differenza nel punto di congelamento tra l’acqua pura e quella salmastra, permette a quest’ultima di persistere allo stato liquido. Il risultato sono queste affascinanti cascate, in uno degli ambienti più inospitali e affascinanti del pianeta.

 I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Glaciology.

 Fonte: http://scienze.fanpage.it

martedì 2 maggio 2017

Libellula, leggenda e significato simbolico


Le libellule sono insetti molto speciali ed eleganti che appartengono all'ordine degli Odonati, attorno a loro ruota una leggenda e tanti significati simbolici.
 Già il nome libellula è legato a due correnti di pensiero, secondo alcuni deriva dal latino ‘libra’ che significa bilancia, questo perché mentre è in volo, essa con le sue ali in posizione orizzontale assomiglia proprio ad una bilancia. 
 Secondo altri, il nome libellula viene dal latino ‘libellum’, diminuitivo di liber ovvero libero.

 Da sempre, la libellula viene considerato un insetto magico grazie alle sue ali cangianti, alla forma esile e per la velocità con cui è in grado di volare e fuggire dai suoi predatori. 

 Nasce da una larva in fondo ad uno stagno e poi si trasforma in maniera naturale, così come il bruco in farfalla


La libellula viene spesso associata alla trasformazione per via di una leggenda.
 Si narra, infatti che la libellula in realtà una volta, fosse un drago molto saggio che, durante la notte, diffondeva la luce con il proprio respiro di fuoco. 
 Proprio il suo respiro aveva creato l’arte della magia e dell’illusione. 
Un giorno però il drago finì prigioniero della sua stessa magia: per ingannare il coyote si trasformò in una libellula, ma nel farlo rimase intrappolato nel nuovo corpo perdendo tutti i poteri.


Secondo alcune tradizioni, la libellula è il simbolo della trasformazione e dei cambiamenti quotidiani, ma anche dell’introspezione che insegna ad andare oltre le apparenze per cercare la propria identità. 

Nella cultura europea, la libellula viene vista come simbolo di libertà, pace e ricerca della verità.
 Con la sua trasformazione da larva a libellula, l’insetto rappresenta anche il passaggio dall’età infantile a quella adulta e quindi in un certo senso il superamento delle illusioni e l’acquisizione di consapevolezza ed equilibrio. 

 Secondo i nativi d’America, la libellula era il simbolo di una verità nascosta e l’insetto stesso rappresentava le anime dei morti, in Oriente è un portafortuna carico di armonia e prosperità. 
 I samurai si incidevano la libellula sull’elmo come buon auspicio della vittoria sul nemico, come simbolo di forza e coraggio. 
Stessa identica cosa per il popolo giapponese.

 In Australia, la libellula libera dalle illusioni terrene, in Europa spesso viene associata alle streghe mandate da Satana per creare confusione, per questo viene chiamata spesso come "tagliatrice d'orecchi" o "uncino del diavolo".
 In alcune zone italiane, la libellula viene chiamata ‘ago del diavolo’, per via del suo corpo sottile e lungo.


Molto spesso, l’indossare un ciondolo a forma di libellula può significare che è in corso un cambiamento nella propria vita o che si è in cerca del proprio equilibrio e del controllo mentale.

 In sintesi, la simbologia legata alla libellula è variegata e spazia tra significati positivi come: la trasformazione, la vittoria, la forza dell’equilibrio e la creatività, a quelli negativi come dubbi, confusione e amicizie ambigue. 

 Sta a voi interpretare l’arrivo di una libellula nella vostra vita.

 Dominella Trunfio
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