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mercoledì 2 marzo 2016

Katana: storia e leggenda della spada giapponese


Qualche cenno storico è doveroso: la spada nasce nel periodo Muromachi (1392 – 1573), quando cambiò radicalmente il modo di combattere. 
Se in precedenza, infatti, il guerriero era solito portare la spada con la lama rivolta verso il basso, in questo periodo la tendenza era di portarla con la lama rivolta verso l’alto, in modo da tagliare in due un nemico con un solo colpo (addirittura solo sfoderandola). Spesso la Katana veniva affiancata da un’altra spada, più corta, detta Wakizashi (脇差), lunga circa 50 cm, usata per lo più per finire nemici disarmati o per commettere seppuku (切腹, a volte chiamato erroneamente Harakiri, termine più colloquiale). 
Insieme alla Katana formava quello che era chiamato Daisho (大小, letteralmente “grande e piccolo”): la Katana era la parte lunga, il Wakizashi la parte corta.

Successivamente, nel periodo Azuchi – Momoyama (dal 1573 – 1614) la spada subisce grosse rivoluzioni sia estetiche che di fabbricazione, mentre nel successivo periodo Tokugawa (fino al 1868) le spade con lunghezza superiore ai 60cm furono riservate ai soli Samurai, come segno sociale distintivo.

Fu con il periodo Meiji (1868 – 1912) che la casta dei Samurai fu dichiarata estinta e quindi fu vietato il portare il Daisho in pubblico.


Al giorno d’oggi la produzione continua a ritmi molto bassi, soltanto per proseguire la tradizione. 
Sia i pezzi dei grandi maestri forgiatori del passato, sia i pezzi pregiati di oggi raggiungono cifre da capogiro.





Ovviamente ogni spada al mondo è formata da più parti e la Katana non fa eccezione.

Vediamo rapidamente la montatura della lama: abbiamo l’impugnatura (tsuka, 柄), la guardia (tsuba, 鍔) e il fodero (saya, 鞘).

L’impugnatura è in legno e ricoperta di pelle, rivestita di seta intrecciata. Negli spazi che rimanevano dall’intreccio trovavano posto vari ornamenti.

La guardia è di metallo finemente lavorato, una vera e propria opera d’arte che spesso riportava il simbolo del clan di appartenenza del guerriero. 
Il compito della guardia era evitare lesioni alle mani derivanti dallo scivolamento delle lame. 
Il fodero è in legno di magnolia laccato.


Passiamo ora a ciò che rende la Katana una spada così eccezionale (forse la migliore al mondo): la lama. 
 Partiamo dalla composizione: la lama è formata da una lega di metalli diversi, in percentuali che variano da fabbro a fabbro e da maestro a maestro. 
In linea di massima però abbiamo queste percentuali: Acciaio: dal 95.22 al 98.12%; Carbonio: dallo 0.10 al 3% Rame: 1.54% Manganese: 0.11% Tungsteno: 0.05% Molibdeno: 0.04% Titanio: 0.02% Silicio: variabile Altri componenti: poche tracce 

Come ogni grande lavoro, anche la produzione della Katana vede coinvolti diversi maestri: abbiamo il produttore del ferro, il fabbro che lavora il metallo grezzo, un fabbro che lo piega su se stesso più e più volte, un addetto alla lucidatura ed uno specialista per affilarla. 
Ne deriva che il processo è lungo e molto laborioso e già da qui dovreste capire che forse la Katana pagata anche 2000 euro non può essere che un’ottima riproduzione, ma non ha nulla di originale.

L’acciaio utilizzato per la Katana è solo ed esclusivamente la qualità Tamahagane (玉鋼), ovvero “acciaio gioiello”. Ricavato dalla sabbia nera, viene sciolto in forni molto particolari, dal nome Tatara (鑪): non vi annoierò con dati e numeri, vi basti sapere che richiede più di 72 ore di lavoro ininterrotto, senza contare il tempo necessario a pre-riscaldare il forno stesso.
 Insomma, solo per ricavare il metallo della lama ci vogliono più di 3 giorni. 
Tenete poi presente che da 12 tonnellate di sabbia si ricavano circa 2,5 tonnellate di Tamahagane.
 Inoltre, fino alla fine, non si conosce la qualità reale del metallo: potrebbe uscirne una lega straordinaria o un mezzo fallimento. Forni del genere ormai sono pochissimi, tanto da contarli sulle dita di una mano
.



Veniamo ora al processo più lungo di tutta la produzione.
 Il metodo seguito è di origine cinese e consiste nel rendere l’acciaio grezzo incandescente e piegarlo più volte su se stesso. 
La parte di metallo con poco carbonio in questo modo si “purifica”, mentre la parte ricca in carbonio viene piegata a strati alterni.
 Il tutto poi va a formare un blocco unico che viene a sua volta ripiegato fino a 20 volte, creando migliaia di strati (anche 65.000). Lì il processo si ferma, dato che il carbonio è diffuso in maniera omogenea ed altre ripiegature sarebbero inutili. 
 Ma a cosa serve tutto questo processo? 
I vantaggi sono molti: prima di tutto il metallo avrà diversi strati di diversa durezza e flessibilità, rendendo la lama tanto dura da tagliare un uomo in due ma allo stesso tempo tanto flessibile da non andare in frantumi a causa di un colpo; in secondo luogo venivano tolte dal metallo eventuali bolle d’aria, motivo di fragilità; inoltre il metallo era omogeneo, con percentuali equamente ripartite per tutta la lunghezza della lama; infine la lega veniva purificata da eventuali metalli meno preziosi e resistenti.

In seguito si valuta la lunghezza e lo spessore della lama, solo quando le operazioni di piegatura sono terminate.


Qui nasce un altro problema: il raffreddamento.
 Come fare? Se la lama venisse raffreddata troppo in fretta diventerebbe durissima, andando in frantumi al primo colpo; se invece la si lasciasse raffreddare piano, diventerebbe esageratamente flessibile, con poca capacità di taglio.
 Ed è qui che entra in gioco la decisione di utilizzare solo un lato affilato: difatti il cuore della lama viene mantenuto morbido, mentre la lama viene resa dura. 
Ma come? 
Grazie all’argilla: ne viene messa poca sulla lama e molta sul dorso.
 Il tutto viene poi portato ad alte temperature fino a che la lama assume un colore rossastro.
 I maestri di spade sono chiari: solo uno è il colore (quindi la temperatura) giusto, un rosso da “sole al tramonto”. 
Basterebbe una gradazione leggermente diversa per sbagliare clamorosamente l’atto di forgiatura, dovendo buttar via il lavoro appena fatto.
 Una volta trovato il colore corretto, la spada viene raffreddata in una vasca d’acqua tiepida (circa 37°C): l’argilla funge da isolante, dove ce n’è poca (lama) il metallo si fredda subito e diventa durissimo, mentre dove ce n’è molta (dorso) il metallo si raffredda più lentamente e resta flessibile.
 I metalli a questo punto sono completamente fusi ma mantengono la differente durezza. Ed è in questo momento che il metallo si curva, dando alla Katana la sua forma caratteristica.


Siamo alla parte finale, dove viene effettuata una pulitura della lama ed una prima affilatura preliminare: il tutto è rigorosamente a mano, utilizzando pietre di diversa durezza e grana.

Inoltre viene fatta la decorazione (che spesso è lo stemma del forgiatore), che rende la spada un pezzo di ancora maggior pregio. 

Il compito del lucidatore è quello di rendere la spada artisticamente bella da vedere. 
Per farlo sono necessarie diverse settimane e diversi tipi di pietra (una delle quali ha un costo esagerato e viene usata in quantità minime).

Assistiamo a due fasi: la prima viene chiamata “Shitaji togi”, mentre la seconda “Shiage togi”. 

Nella “Shitaji togi” la prima cosa che si fa è raddrizzare la lama se, per qualche motivo, è storta (attenzione: non si tratta di togliere la curvatura del dorso, ma raddrizzare la lama perpendicolarmente all’impugnatura).
 Inoltre è qui che vengono corretti tutti i piccoli difetti, che potrebbero rendere la lama fragile in alcuni punti.
 Questo viene fatto utilizzando pietre molto grosse e abrasive.

Nella “Shiage togi”, invece, si rende la spada lucida come uno specchio: in questo modo si esaltano le caratteristiche della lama. Non ci devono essere difetti, in nessun caso. Le pietre utilizzate sono molto più piccole. Ovviamente è tutto rigorosamente fatto a mano.

La lucidatura, come potete intuire, è fondamentale, soprattutto nella fase di “Shitaji togi”: infatti un’abrasione errata o eccessiva potrebbe rovinare irrimediabilmente la lama, mentre un lavoro accurato e di qualità può addirittura migliorarla. 
In questa fase viene anche accurata l’affilatura: data la natura sottile della parte tagliente, si può procedere alla molatura senza scendere a compromessi; difficilmente, infatti, la lama si rovinerà. 

 Il lavoro della lama è finito, ma cosa farsene di una lama senza impugnatura o fodero? Ed è qui che entra in gioco l’ultima figura, ovvero il montatore (Sayashi). 

Il compito è teoricamente semplice, in realtà non lo è: dopo una produzione così minuziosa, a partire dal ricavare il metallo dalla sabbia, non si può lasciare l’ultima fase al caso.

La composizione è da anni più o meno la medesima, uniche varianti sono gli stili e i materiali usati.

La lama viene infilata e fissata accuratamente nello tsuka (l’impugnatura) attraverso un pezzo di bambù e poi viene montata l’elsa, che come abbiamo detto in precedenza è finemente ornata.
Inoltre viene prodotto anche il fodero: ai tempi dei samurai era doppio (uno di legno da esposizione ed uno sempre di legno ma molto più decorato da portare in battaglia), ora si tende ad usarne uno solo. 

 Questa è la Katana, l’arma da molti definita perfetta.
 Il processo intero di produzione ha superato i 3 mesi, il tutto votato al massimo impegno da parte dei vari soggetti coinvolti nella sua produzione.

 Si dice che nella spada vi sia l’anima del forgiatore: vi sembra davvero così esagerata, come affermazione?


Fonte: http://www.dondake.it/

La fioritura del muschio rosa: una festa di fiori ai piedi del Monte Fuji


Ogni anno con l’arrivo della primavera il parco di Hitsujiyama nella prefettura di Saitama (Giappone) diventa meta di migliaia di turisti che si recano qui per ammirare un meraviglioso spettacolo della natura che si compie tra aprile e maggio.
 Si chiama Shiba-Sakura e si tratta della fioritura del Muschio Rosa (Shiba significa prato e sakura ciliegio): 16,500 metri quadrati di parco si ricoprono di 400.000 piantine di otto varietà diverse, ma tutte di tonalità molto simili a quella dei fiori di ciliegio.
 I visitatori possono così ammirare un incantevole tappeto floreale che sfuma dal fucsia al bianco, regalando colori vivaci al panorama.

 Nelle giornate più belle, spunta all’orizzonte il Monte Fuji a vegliare su questo incredibile spettacolo naturale!











Fonte: bioradar.net

martedì 1 marzo 2016

Ecco le scimmie da pollice


Quest’anno, come molti di voi sapranno, è l’anno della scimmia per quanto riguarda la cultura cinese, e pertanto non poteva mancare una speciale ossessione (seppur temporanea) per tali animali.
 Il problema è che forse la situazione sta sfuggendo di mano ad alcune persone cinesi piuttosto facoltose, che stanno importando illegalmente animali selvaggi e rari da molto lontano, compromettendo l’esistenza della loro specie.
 Gli animaletti importati sono delle microscopiche scimmiette dalla tenerezza estrema.
 Si tratta di piccolissimi esemplari di “Uistitì pigmeo”, un particolare primate platirrino della famiglia dei Cebidi. 
Sono chiamati “scimmie da pollice”, perché sono così piccoli che le loro dimensioni si avvicinano in effetti a quelle di un pollice.
 A tale proposito, nel web stanno spopolando fotografie di scimmiette piccolissime avvinghiate a pollici di persone.






Il problema è che questi primati sono originari del Sud America e non certo della Cina. 
In Sud America vivono preferibilmente in Perù, Bolivia, Brasile e Colombia, e adorano la foresta o il fitto sottobosco.
 Sembra che alcune persone cinesi molto ricche siano disposte anche a pagare 30’000 Yuan (quasi 4000 euro) per importarli. Tuttavia, questo può compromettere la salute di questi piccoli amici, che certamente non sono abituati ad essere trasportati dalle loro foreste alle case dei ricconi cinesi, e che hanno bisogno di particolari attenzioni per vivere bene. 

 Fonte: curiosone.tv

lunedì 29 febbraio 2016

I misteriosi monoliti di Asuka Nara e la Nave di Roccia di Masuda


Asuka affonda le sue origini nel periodo della storia giapponese definito Jidai Kofun (250-552 d.C.), caratterizzato dalla realizzazione di numerosi tumuli funerari. 
 La zona è conosciuta anche per i suoi numerosi templi buddisti, santuari e statue, ma ci sono anche dei monumenti di pietra sulle colline circostanti Asuka che non si adattano allo stile della scultura buddista e che nessuno sembra sapere che li abbia realizzati, o quando.
 Nella maggior parte dei casi, infatti, i tumuli funerari sono formati da un cumulo rialzato di terra circondato da un fossato. Ma quelli rinvenuti ad Asuka sfidano la tradizionale conformazione dei tumuli. 
 Innanzitutto, vi sono alcuni kofun in pietra, tra i quali il kofun Ishibutai, costruito con giganteschi massi, uno dei quali pesa 75 tonnellate. Si ritiene sia la tomba del potente statista Soga no Umako. 
 Ma il più singolare di tutti è quello denominato Masuda no Iwafune (La Nave di Roccia di Masuda), lungo 11 m, largo 7 m, ed alto circa 5 m, pesa quasi 800 tonnellate ed è completamente scolpito nel granito.
 La parte superiore della scultura risulta completamente appiattita, su cui insistono due cavità quadrate ampie un metro con una lastra di pietra ad esse parallela.
 Alla base del megalite vi sono delle rientranze a forma di reticoli che alcuni ritengono essere correlate al processo utilizzato dai costruttori per appiattirne i lati. 

 Lo scopo, il metodo e il periodo di costruzione sono un completo mistero. 
L’unico indizio è dato dall’allineamento della depressione centrale e delle cavità con il crinale su cui risiede Masuda no Iwafune, particolare che secondo alcuni ricercatori indicherebbe che il megalite avesse una qualche funzione di tipo astronomico correlato allo sviluppo del calendario lunare giapponese. 

 Come riporta Ancient Origins, purtroppo, risposte definitive ai numerosi quesiti non esistono. Tuttavia, sono state avanzate numerose ipotesi sullo scopo di questa struttura unica e insolita. Una di esse viene proprio dal nome della roccia stessa, Nave di Roccia di Masuda.
 Si ritiene che la pietra sia stata scolpita in commemorazione della costruzione del lago di Masuda, uno specchio d’acqua che una volta si trovava nelle vicinanze e che poi è stato prosciugato diventando parte della città di Kashiwara.

 Altri storici, invece, suggeriscono che la roccia sia parte di una tomba progettata per i membri della famiglia reale.
 Tuttavia, questo non spiega le caratteristiche insolite della costruzione, né mai sono stati trovati corpi o oggetti nelle vicinanze del megalite.
 Forse, dicono gli studiosi, si tratta di una tomba incompiuta. Alcuni ricercatori hanno proposto una corrispondenza tra Masuda no Iwafune e Ishi no Hoden, un megalite che si trova nella città di Takasago, con dimensioni pari a 6,45 x 5,7 x 5,45 m, e con la parte superiore molto simile al megalite si Asuka.


Sebbene sia attualmente integrato nel satuario schintoista dedicato al dio shintoista Oshiko Jinja, nessuno sa quando sia stato costruito, quando e soprattutto perché.
 Una delle poche conclusioni condivise è che l’intera regione su cui insistono gli enigmatici megaliti deve essere molto più antica dell’epoca Jidai Kofun, data la grande quantità di pietre scolpite presenti nell’area, e comunque, anche in questo caso, non c’è nessuna prova definitiva che possa confermare questa prospettiva. 

Alla fine, la vera origine e lo scopo di queste enigmatiche sculture del Giappone antico rimangono avvolte dal mistero e, forse, perduti per sempre nelle pagine della storia antica del nostro pianeta.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

I finestrini degli aerei non sono sempre stati ovali. Ecco perché lo sono diventati


Se pensate che i finestrini degli aerei siano sempre stati rotondi vi sbagliate. Sembra una banalità, eppure alla base della sua forma atuale ci sono motivazioni molte serie.

 All’inizio degli anni ‘50, grazie allo sviluppo dei motori a reazione e dei sistemi di pressurizzazione della cabina, gli aerei iniziarono a volare a quote sempre più alte, che superavano i 10.000 metri. 
I vantaggi erano diversi, e tra questi, soprattutto, il fatto che i velivoli avevano bisogno di meno carburante a causa della ridotta pressione dell’aria e c’erano meno turbolenze a bordo.
 In quell’epoca storica l’ingegneria aerospaziale si stava sviluppando in maniera esponenziale rispetto al passo e i nuovi apparecchi andavano sempre più veloci (fino a 740 km/h), riuscendo a trasportare un numero sempre maggiore di passeggeri. Era l’era dei jet anche nel settore del trasporto di linea, ma, in particolare nel 1953, si verificò una serie tragica di eventi che coinvolsero due aerei: la fusoliera scoppiò durante il volo, uccidendo 56 persone.
 E la colpa fu proprio dei finestrini. 
A quei tempi, infatti, avevano una forma rettangolare, con gli angoli a 90°. E proprio questi angoli non riuscivano a sopportare le sollecitazioni, che erano superiori fino a tre volte quello delle altri parti della struttura. 
Il finestrino rischiava così rotture e crepe.
 Fu così che gli angoli vennero smussati e fu introdotto il finestrino con la forma ovale, l’odierno oblò.

 Fonte: meteoweb.eu

Peter Carl Fabergé : l'Uovo della Transiberiana


L'Uovo della Transiberiana è una delle uova imperiali Fabergé: un uovo di Pasqua gioiello che l'ultimo Zar di Russia, Nicola II donò a sua moglie, la Zarina Aleksandra.
 Fu fabbricato nel 1900 a San Pietroburgo nel laboratorio di Michael Perkhin per conto del gioielliere russo Peter Carl Fabergé, della Fabergè.
 L'uovo sin dal 1927 si trova presso l'Armeria del Cremlino a Mosca. Alto 26 centimetri, è fatto di onice, argento, oro e quarzo, ed è decorato con smalto traslucido verde, blu e arancio; l'interno è rivestito in velluto.
 L'uovo è caratterizzato da un'ampia fascia centrale in argento, sulla quale è incisa la scritta "Il percorso della grande della ferrovia siberiana nel 1900" ed una mappa della Russia con il tracciato della ferrovia Transiberiana da San Pietroburgo a Vladivostok, ogni stazione è contrassegnata da una pietra preziosa, è segnata anche la parte del percorso che nel 1900 non era ancora stata completata.
 Ha un coperchio incernierato, rivestito di smalto verde e decorato con foglie di acanto ed intarsi, sormontato da un'aquila araldica a tre facce, in argento dorato, ad ali spiegate e con una corona sulle teste. 
 L'uovo è sostenuto da tre grifoni fusi in argento e placcati d'oro, armati di spada e scudo, che poggiano su una base di onice bianco a forma di un triangolo con i lati concavi e gli angoli arrotondati, intarsiata con una treccia d'argento placcata d'oro.


L'uovo contiene, suddiviso in tre sezioni, il modellino di un treno a vapore lungo 39,8 centimetri, in oro, platino, diamanti taglio rosetta, rubini, e cristallo di rocca.
 La locomotiva a vapore ed il tender sono d'oro e platino, con una lanterna di rubino e i fanali di diamanti, i cinque vagoni sono d'oro con i finestrini di cristallo di rocca e recano le scritte: "posta", "solo per signore", "fumatori", "non-fumatori" e "cappella".
 Il treno ha una chiave d'oro con la quale è possibile caricare un meccanismo ad orologeria che lo fa muovere.

 Da: wikipedia

venerdì 26 febbraio 2016

Il Codice Barbaricino


Per capire cosa rappresenta il codice barbaricino occorre fare una riflessione storica e cercare di trovare e conoscere il contesto nel quale esso ha avuto origine. 
Sappiamo che il popolo Sardo tornando indietro nel tempo ha patito da millenni invasioni di popoli venuti dal mare, sovrapponendo i loro usi e cultura. 
 Il popolo Sardo fu costretto nei secoli a passare dalla sua consolidata cultura nuragica a quelle degli invasori delle coste come i Fenici, Punici e in seguito alle successive invasioni che sono penetrate fino alle zone interne come i Romani, Bizantini e Spagnoli durate fino alla fine del regno di Sardegna per poi finire a diventare una regione dell'Italia.
 Nonostante  questo arco di storia  lungo millenni, i popoli invasori non sono mai riusciti a MUTARE completamente l'antica cultura nuragica salvaguardata e tramandata da genitori a figli nelle zone interne dell'isola e nei paesi della odierna barbagia.

 E' indubbio che sin dai tempi remoti l'antico popolo Sardo era strutturato da tantissimi nuclei familiari e comunità con territorio e regole ben definite. 

Gli indigeni consentivano di imparentarsi anche con etnie venute dal mare consolidando patti di AMISTADE (amicizia) , lo si capisce e lo dimostrano le rovine e i resti delle migliaia di villaggi che ancora oggi esistono e resistono a intemperie e saccheggi. 


Ma l'intero popolo Sardo era di numero cosi esiguo da non riuscire in tutta l'isola a contrastare gli attacchi dei popoli invasori, consentendo nelle coste l'insediamento di colonie e instaurando pacifica convivenza e scambi commerciali. 
La forza più distruttiva si è avuta con l'invasione dei Romani venuti come dominanti invasori. Riusciti a penetrare anche nelle zone dell'interno, saccheggiarono i villaggi e le comunità appropriandosi di beni e tesori, portando via gli uomini più forti e le donne per essere venduti come schiavi. 
Al popolo Sardo non rimase altro da fare : da tutte le parti dell'isola quelli che non si vollero piegare si ritirarono nelle zone più impervie dell'interno come la valle di Lanaitto,Tiscali, Gorroppu, nel Supramonte, le uniche zone mai violate da popoli invasori. 
Non potendo comunicare liberamente e per non correre il rischio di tradimenti, rimasero isolati e custodi delle zone e della valle salvaguardando in questo modo l'identità del popolo Sardo.
 Per sopravvivere compivano saccheggi e portavano via le donne degli invasori per garantirsi il perpetuarsi della loro genia.
 Preparavano imboscate a chi tentava di entrare dentro la valle che gli consentiva una solida difesa e chiunque riusciva a entrare non usciva vivo. 

Tutto questo durò secoli tanto da consolidare delle regole che tutti avevano l'obbligo di rispettare un patto di alleanza fatto di parole tra i nuclei familiari che sugellavano i capi famiglia dando la parola come Garante per il rispetto di AMISTADE (amicizia) per l'impegno preso.

 La parola diventò un patto rispettato senza essere mai scritto dando vita alle regole e valori rispettando un Codice mai scritto ma da tutti rigorosamente rispettato.
 Chiunque trasgredisse a queste regole veniva ripudiato e punito a secondo dell'offesa come (omine de paku gabbale) uomo di poco valore. 
Diventò un vero patto di alleanza fatto di regole, di diritti e doveri insegnato e tramandato a memoria da genitori a figli fino ai nostri giorni. 
 Nacque cosi il codice barbaricino che si sviluppò nella cultura Agro Pastorale unica fonte di sostegno delle zone impervie dell'interno maturato come tutela identitaria della cultura del popolo Sardo che non volle mai piegarsi nei confronti delle altre culture arrivate dal mare mantenendo in questo modo le sue origini storiche di diffidenza verso i (CONTINENTALES ISTRANZOS) continentali e stranieri.
 Del codice Barbaricino fanno parte vere e proprie regole e valori di cui un uomo d'onore(su BALENTE) non può sottrarsi per mantenere la sua dignità e garante di parola. Un Balente non può subire un'offesa perché chi la subisce ha l'obbligo di rispondere con lo stesso peso. ossia il Balente può e deve riscattare le offese subite per difendere il suo onore e quello della propria famiglia. 
Quindi il Codice Barbaricino è basato sulla figura del Balente e ciò riflette l'immagine di una società ordinata e forte dove la fierezza rappresenta il pilastro su cui questa antica e millenaria cultura si regge. 
Le regole non scritte del Codice Barbaricino stabiliscono i limiti ben precisi della vendetta che non può essere lasciata al giudizio del singolo perché la vendetta deve essere proporzionata, prudente e fatta in maniera progressiva e se sei BALENTE non si può esimere e sottacere.
 Queste regole sono andate avanti nei secoli fino al dominio degli Spagnoli e probabilmente hanno ispirato Mariano IV D'Arborea a dare vita alla stesura della Carta de Logu tra i primi schemi di ordinamento giuridico.
 Un'opera interamente scritta in LIMBA SARDA, ampliata e portata a termine da Eleonora d'Arborea una vera e propria COSTITUZIONE per il popolo Sardo che restò in vigore fino al 1827 sostituito poi dal codice feliciano.

Oggi non vi è alcun dubbio sul fatto che il Codice Barbaricino rappresenta un ordinamento giuridico contrapposto a quello statale. Però ancora oggi difficilmente una controversia del mondo agro pastorale e non solo ,viene risolta in una sede del tribunale proprio per mancanza di fiducia nelle istituzioni imposte da un popolo straniero. 
IL Codice Barbaricino nei paesi dell'interno della Sardegna continua a rimanere intatto nelle sue regole senza essere mai scritto ma da tutti imparato e rispettato. 

Tratto da: mario-wwwmarioflorecom

La parola “petaloso” in un libro del 1693: ecco perchè non è un neologismo


Il piccolo Matteo ha coniato un termine che oltre ad essere apprezzato dall’Accademia della Crusca, è diventato il tormentone del web, dei media e persino della politica, in pochissime ore. “Petaloso“, ormai, è un aggettivo che ci ritroviamo davanti agli occhi ogni qual volta accediamo a Facebook o accendiamo la televisione.
 C’è chi ne parla bene e chi ne parla male, ma questa è prerogativa di ogni novità che si rispetti: le opinioni in merito sono sempre controverse.
 Peccato solo che non si tratti affatto di una novità. E già, perché quello che il piccolo Matteo non poteva sapere, data la sua tenera età, e nemmeno noi adulti potevamo sapere, data la nostra tenera età, è che “petaloso” è già stato utilizzato oltre tre secoli fa. 

La segnalazione in merito, neanche a dirlo, è arrivata da un altro social, Twitter, da parte di Victor Rafael Veronesi, un 30enne appassionato di arte e storia.
 Ad utilizzare per primo il termine, tra l’altro per errore, nel lontano 1693, pare sia stato tale James Petiver, botanico e farmacista.
 Lo inserì in un libro in cui definì “petaloso” il fiore del peperoncino, ovvero la pimenta. 
Il testo, il Centuriae Decem Rariora Naturae, è un trattato di specie animali, vegetali e fossili, nel quale sono stati utilizzati termini sia latini che italiani.
 La parola “petaloso” fu scritta per sbaglio, dato che il suo autore era erroneamente convinto che fosse un termine latino, per la precisione un ablativo.
 E già ai tempi era stato accusato, dai suoi colleghi, di non conoscere la lingua in questione.


Anche Matteo, che ha solo 8 anni, era convinto che in italiano la parola “petaloso” esistesse, ma nel suo caso non si può parlare di errore. 
L’aggettivo è il risultato dell’interpretazione che il bambino ha dato ad un insieme di sensazioni, altrimenti non descrivibili con un unico termine.
 Un plauso dunque al piccolo di Ferrara, che ci ricorda, nell’epoca dei tag, degli hashtag, dei like, dei “bannare”, dei link e di tutti quei termini che di italiano hanno ben poco, quanto sia in realtà meravigliosa la nostra lingua. 
Una tra le più difficili, ma allo stesso tempo affascinanti, al mondo.

 Fonte: meteoweb.eu
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