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martedì 1 marzo 2016

Ecco le scimmie da pollice


Quest’anno, come molti di voi sapranno, è l’anno della scimmia per quanto riguarda la cultura cinese, e pertanto non poteva mancare una speciale ossessione (seppur temporanea) per tali animali.
 Il problema è che forse la situazione sta sfuggendo di mano ad alcune persone cinesi piuttosto facoltose, che stanno importando illegalmente animali selvaggi e rari da molto lontano, compromettendo l’esistenza della loro specie.
 Gli animaletti importati sono delle microscopiche scimmiette dalla tenerezza estrema.
 Si tratta di piccolissimi esemplari di “Uistitì pigmeo”, un particolare primate platirrino della famiglia dei Cebidi. 
Sono chiamati “scimmie da pollice”, perché sono così piccoli che le loro dimensioni si avvicinano in effetti a quelle di un pollice.
 A tale proposito, nel web stanno spopolando fotografie di scimmiette piccolissime avvinghiate a pollici di persone.






Il problema è che questi primati sono originari del Sud America e non certo della Cina. 
In Sud America vivono preferibilmente in Perù, Bolivia, Brasile e Colombia, e adorano la foresta o il fitto sottobosco.
 Sembra che alcune persone cinesi molto ricche siano disposte anche a pagare 30’000 Yuan (quasi 4000 euro) per importarli. Tuttavia, questo può compromettere la salute di questi piccoli amici, che certamente non sono abituati ad essere trasportati dalle loro foreste alle case dei ricconi cinesi, e che hanno bisogno di particolari attenzioni per vivere bene. 

 Fonte: curiosone.tv

lunedì 29 febbraio 2016

I misteriosi monoliti di Asuka Nara e la Nave di Roccia di Masuda


Asuka affonda le sue origini nel periodo della storia giapponese definito Jidai Kofun (250-552 d.C.), caratterizzato dalla realizzazione di numerosi tumuli funerari. 
 La zona è conosciuta anche per i suoi numerosi templi buddisti, santuari e statue, ma ci sono anche dei monumenti di pietra sulle colline circostanti Asuka che non si adattano allo stile della scultura buddista e che nessuno sembra sapere che li abbia realizzati, o quando.
 Nella maggior parte dei casi, infatti, i tumuli funerari sono formati da un cumulo rialzato di terra circondato da un fossato. Ma quelli rinvenuti ad Asuka sfidano la tradizionale conformazione dei tumuli. 
 Innanzitutto, vi sono alcuni kofun in pietra, tra i quali il kofun Ishibutai, costruito con giganteschi massi, uno dei quali pesa 75 tonnellate. Si ritiene sia la tomba del potente statista Soga no Umako. 
 Ma il più singolare di tutti è quello denominato Masuda no Iwafune (La Nave di Roccia di Masuda), lungo 11 m, largo 7 m, ed alto circa 5 m, pesa quasi 800 tonnellate ed è completamente scolpito nel granito.
 La parte superiore della scultura risulta completamente appiattita, su cui insistono due cavità quadrate ampie un metro con una lastra di pietra ad esse parallela.
 Alla base del megalite vi sono delle rientranze a forma di reticoli che alcuni ritengono essere correlate al processo utilizzato dai costruttori per appiattirne i lati. 

 Lo scopo, il metodo e il periodo di costruzione sono un completo mistero. 
L’unico indizio è dato dall’allineamento della depressione centrale e delle cavità con il crinale su cui risiede Masuda no Iwafune, particolare che secondo alcuni ricercatori indicherebbe che il megalite avesse una qualche funzione di tipo astronomico correlato allo sviluppo del calendario lunare giapponese. 

 Come riporta Ancient Origins, purtroppo, risposte definitive ai numerosi quesiti non esistono. Tuttavia, sono state avanzate numerose ipotesi sullo scopo di questa struttura unica e insolita. Una di esse viene proprio dal nome della roccia stessa, Nave di Roccia di Masuda.
 Si ritiene che la pietra sia stata scolpita in commemorazione della costruzione del lago di Masuda, uno specchio d’acqua che una volta si trovava nelle vicinanze e che poi è stato prosciugato diventando parte della città di Kashiwara.

 Altri storici, invece, suggeriscono che la roccia sia parte di una tomba progettata per i membri della famiglia reale.
 Tuttavia, questo non spiega le caratteristiche insolite della costruzione, né mai sono stati trovati corpi o oggetti nelle vicinanze del megalite.
 Forse, dicono gli studiosi, si tratta di una tomba incompiuta. Alcuni ricercatori hanno proposto una corrispondenza tra Masuda no Iwafune e Ishi no Hoden, un megalite che si trova nella città di Takasago, con dimensioni pari a 6,45 x 5,7 x 5,45 m, e con la parte superiore molto simile al megalite si Asuka.


Sebbene sia attualmente integrato nel satuario schintoista dedicato al dio shintoista Oshiko Jinja, nessuno sa quando sia stato costruito, quando e soprattutto perché.
 Una delle poche conclusioni condivise è che l’intera regione su cui insistono gli enigmatici megaliti deve essere molto più antica dell’epoca Jidai Kofun, data la grande quantità di pietre scolpite presenti nell’area, e comunque, anche in questo caso, non c’è nessuna prova definitiva che possa confermare questa prospettiva. 

Alla fine, la vera origine e lo scopo di queste enigmatiche sculture del Giappone antico rimangono avvolte dal mistero e, forse, perduti per sempre nelle pagine della storia antica del nostro pianeta.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

I finestrini degli aerei non sono sempre stati ovali. Ecco perché lo sono diventati


Se pensate che i finestrini degli aerei siano sempre stati rotondi vi sbagliate. Sembra una banalità, eppure alla base della sua forma atuale ci sono motivazioni molte serie.

 All’inizio degli anni ‘50, grazie allo sviluppo dei motori a reazione e dei sistemi di pressurizzazione della cabina, gli aerei iniziarono a volare a quote sempre più alte, che superavano i 10.000 metri. 
I vantaggi erano diversi, e tra questi, soprattutto, il fatto che i velivoli avevano bisogno di meno carburante a causa della ridotta pressione dell’aria e c’erano meno turbolenze a bordo.
 In quell’epoca storica l’ingegneria aerospaziale si stava sviluppando in maniera esponenziale rispetto al passo e i nuovi apparecchi andavano sempre più veloci (fino a 740 km/h), riuscendo a trasportare un numero sempre maggiore di passeggeri. Era l’era dei jet anche nel settore del trasporto di linea, ma, in particolare nel 1953, si verificò una serie tragica di eventi che coinvolsero due aerei: la fusoliera scoppiò durante il volo, uccidendo 56 persone.
 E la colpa fu proprio dei finestrini. 
A quei tempi, infatti, avevano una forma rettangolare, con gli angoli a 90°. E proprio questi angoli non riuscivano a sopportare le sollecitazioni, che erano superiori fino a tre volte quello delle altri parti della struttura. 
Il finestrino rischiava così rotture e crepe.
 Fu così che gli angoli vennero smussati e fu introdotto il finestrino con la forma ovale, l’odierno oblò.

 Fonte: meteoweb.eu

Peter Carl Fabergé : l'Uovo della Transiberiana


L'Uovo della Transiberiana è una delle uova imperiali Fabergé: un uovo di Pasqua gioiello che l'ultimo Zar di Russia, Nicola II donò a sua moglie, la Zarina Aleksandra.
 Fu fabbricato nel 1900 a San Pietroburgo nel laboratorio di Michael Perkhin per conto del gioielliere russo Peter Carl Fabergé, della Fabergè.
 L'uovo sin dal 1927 si trova presso l'Armeria del Cremlino a Mosca. Alto 26 centimetri, è fatto di onice, argento, oro e quarzo, ed è decorato con smalto traslucido verde, blu e arancio; l'interno è rivestito in velluto.
 L'uovo è caratterizzato da un'ampia fascia centrale in argento, sulla quale è incisa la scritta "Il percorso della grande della ferrovia siberiana nel 1900" ed una mappa della Russia con il tracciato della ferrovia Transiberiana da San Pietroburgo a Vladivostok, ogni stazione è contrassegnata da una pietra preziosa, è segnata anche la parte del percorso che nel 1900 non era ancora stata completata.
 Ha un coperchio incernierato, rivestito di smalto verde e decorato con foglie di acanto ed intarsi, sormontato da un'aquila araldica a tre facce, in argento dorato, ad ali spiegate e con una corona sulle teste. 
 L'uovo è sostenuto da tre grifoni fusi in argento e placcati d'oro, armati di spada e scudo, che poggiano su una base di onice bianco a forma di un triangolo con i lati concavi e gli angoli arrotondati, intarsiata con una treccia d'argento placcata d'oro.


L'uovo contiene, suddiviso in tre sezioni, il modellino di un treno a vapore lungo 39,8 centimetri, in oro, platino, diamanti taglio rosetta, rubini, e cristallo di rocca.
 La locomotiva a vapore ed il tender sono d'oro e platino, con una lanterna di rubino e i fanali di diamanti, i cinque vagoni sono d'oro con i finestrini di cristallo di rocca e recano le scritte: "posta", "solo per signore", "fumatori", "non-fumatori" e "cappella".
 Il treno ha una chiave d'oro con la quale è possibile caricare un meccanismo ad orologeria che lo fa muovere.

 Da: wikipedia

venerdì 26 febbraio 2016

Il Codice Barbaricino


Per capire cosa rappresenta il codice barbaricino occorre fare una riflessione storica e cercare di trovare e conoscere il contesto nel quale esso ha avuto origine. 
Sappiamo che il popolo Sardo tornando indietro nel tempo ha patito da millenni invasioni di popoli venuti dal mare, sovrapponendo i loro usi e cultura. 
 Il popolo Sardo fu costretto nei secoli a passare dalla sua consolidata cultura nuragica a quelle degli invasori delle coste come i Fenici, Punici e in seguito alle successive invasioni che sono penetrate fino alle zone interne come i Romani, Bizantini e Spagnoli durate fino alla fine del regno di Sardegna per poi finire a diventare una regione dell'Italia.
 Nonostante  questo arco di storia  lungo millenni, i popoli invasori non sono mai riusciti a MUTARE completamente l'antica cultura nuragica salvaguardata e tramandata da genitori a figli nelle zone interne dell'isola e nei paesi della odierna barbagia.

 E' indubbio che sin dai tempi remoti l'antico popolo Sardo era strutturato da tantissimi nuclei familiari e comunità con territorio e regole ben definite. 

Gli indigeni consentivano di imparentarsi anche con etnie venute dal mare consolidando patti di AMISTADE (amicizia) , lo si capisce e lo dimostrano le rovine e i resti delle migliaia di villaggi che ancora oggi esistono e resistono a intemperie e saccheggi. 


Ma l'intero popolo Sardo era di numero cosi esiguo da non riuscire in tutta l'isola a contrastare gli attacchi dei popoli invasori, consentendo nelle coste l'insediamento di colonie e instaurando pacifica convivenza e scambi commerciali. 
La forza più distruttiva si è avuta con l'invasione dei Romani venuti come dominanti invasori. Riusciti a penetrare anche nelle zone dell'interno, saccheggiarono i villaggi e le comunità appropriandosi di beni e tesori, portando via gli uomini più forti e le donne per essere venduti come schiavi. 
Al popolo Sardo non rimase altro da fare : da tutte le parti dell'isola quelli che non si vollero piegare si ritirarono nelle zone più impervie dell'interno come la valle di Lanaitto,Tiscali, Gorroppu, nel Supramonte, le uniche zone mai violate da popoli invasori. 
Non potendo comunicare liberamente e per non correre il rischio di tradimenti, rimasero isolati e custodi delle zone e della valle salvaguardando in questo modo l'identità del popolo Sardo.
 Per sopravvivere compivano saccheggi e portavano via le donne degli invasori per garantirsi il perpetuarsi della loro genia.
 Preparavano imboscate a chi tentava di entrare dentro la valle che gli consentiva una solida difesa e chiunque riusciva a entrare non usciva vivo. 

Tutto questo durò secoli tanto da consolidare delle regole che tutti avevano l'obbligo di rispettare un patto di alleanza fatto di parole tra i nuclei familiari che sugellavano i capi famiglia dando la parola come Garante per il rispetto di AMISTADE (amicizia) per l'impegno preso.

 La parola diventò un patto rispettato senza essere mai scritto dando vita alle regole e valori rispettando un Codice mai scritto ma da tutti rigorosamente rispettato.
 Chiunque trasgredisse a queste regole veniva ripudiato e punito a secondo dell'offesa come (omine de paku gabbale) uomo di poco valore. 
Diventò un vero patto di alleanza fatto di regole, di diritti e doveri insegnato e tramandato a memoria da genitori a figli fino ai nostri giorni. 
 Nacque cosi il codice barbaricino che si sviluppò nella cultura Agro Pastorale unica fonte di sostegno delle zone impervie dell'interno maturato come tutela identitaria della cultura del popolo Sardo che non volle mai piegarsi nei confronti delle altre culture arrivate dal mare mantenendo in questo modo le sue origini storiche di diffidenza verso i (CONTINENTALES ISTRANZOS) continentali e stranieri.
 Del codice Barbaricino fanno parte vere e proprie regole e valori di cui un uomo d'onore(su BALENTE) non può sottrarsi per mantenere la sua dignità e garante di parola. Un Balente non può subire un'offesa perché chi la subisce ha l'obbligo di rispondere con lo stesso peso. ossia il Balente può e deve riscattare le offese subite per difendere il suo onore e quello della propria famiglia. 
Quindi il Codice Barbaricino è basato sulla figura del Balente e ciò riflette l'immagine di una società ordinata e forte dove la fierezza rappresenta il pilastro su cui questa antica e millenaria cultura si regge. 
Le regole non scritte del Codice Barbaricino stabiliscono i limiti ben precisi della vendetta che non può essere lasciata al giudizio del singolo perché la vendetta deve essere proporzionata, prudente e fatta in maniera progressiva e se sei BALENTE non si può esimere e sottacere.
 Queste regole sono andate avanti nei secoli fino al dominio degli Spagnoli e probabilmente hanno ispirato Mariano IV D'Arborea a dare vita alla stesura della Carta de Logu tra i primi schemi di ordinamento giuridico.
 Un'opera interamente scritta in LIMBA SARDA, ampliata e portata a termine da Eleonora d'Arborea una vera e propria COSTITUZIONE per il popolo Sardo che restò in vigore fino al 1827 sostituito poi dal codice feliciano.

Oggi non vi è alcun dubbio sul fatto che il Codice Barbaricino rappresenta un ordinamento giuridico contrapposto a quello statale. Però ancora oggi difficilmente una controversia del mondo agro pastorale e non solo ,viene risolta in una sede del tribunale proprio per mancanza di fiducia nelle istituzioni imposte da un popolo straniero. 
IL Codice Barbaricino nei paesi dell'interno della Sardegna continua a rimanere intatto nelle sue regole senza essere mai scritto ma da tutti imparato e rispettato. 

Tratto da: mario-wwwmarioflorecom

La parola “petaloso” in un libro del 1693: ecco perchè non è un neologismo


Il piccolo Matteo ha coniato un termine che oltre ad essere apprezzato dall’Accademia della Crusca, è diventato il tormentone del web, dei media e persino della politica, in pochissime ore. “Petaloso“, ormai, è un aggettivo che ci ritroviamo davanti agli occhi ogni qual volta accediamo a Facebook o accendiamo la televisione.
 C’è chi ne parla bene e chi ne parla male, ma questa è prerogativa di ogni novità che si rispetti: le opinioni in merito sono sempre controverse.
 Peccato solo che non si tratti affatto di una novità. E già, perché quello che il piccolo Matteo non poteva sapere, data la sua tenera età, e nemmeno noi adulti potevamo sapere, data la nostra tenera età, è che “petaloso” è già stato utilizzato oltre tre secoli fa. 

La segnalazione in merito, neanche a dirlo, è arrivata da un altro social, Twitter, da parte di Victor Rafael Veronesi, un 30enne appassionato di arte e storia.
 Ad utilizzare per primo il termine, tra l’altro per errore, nel lontano 1693, pare sia stato tale James Petiver, botanico e farmacista.
 Lo inserì in un libro in cui definì “petaloso” il fiore del peperoncino, ovvero la pimenta. 
Il testo, il Centuriae Decem Rariora Naturae, è un trattato di specie animali, vegetali e fossili, nel quale sono stati utilizzati termini sia latini che italiani.
 La parola “petaloso” fu scritta per sbaglio, dato che il suo autore era erroneamente convinto che fosse un termine latino, per la precisione un ablativo.
 E già ai tempi era stato accusato, dai suoi colleghi, di non conoscere la lingua in questione.


Anche Matteo, che ha solo 8 anni, era convinto che in italiano la parola “petaloso” esistesse, ma nel suo caso non si può parlare di errore. 
L’aggettivo è il risultato dell’interpretazione che il bambino ha dato ad un insieme di sensazioni, altrimenti non descrivibili con un unico termine.
 Un plauso dunque al piccolo di Ferrara, che ci ricorda, nell’epoca dei tag, degli hashtag, dei like, dei “bannare”, dei link e di tutti quei termini che di italiano hanno ben poco, quanto sia in realtà meravigliosa la nostra lingua. 
Una tra le più difficili, ma allo stesso tempo affascinanti, al mondo.

 Fonte: meteoweb.eu

Le incredibili Piramidi di terra del Trentino Alto Adige


In Trentino Alto Adige, distribuite in tutta la regione, si trovano alcune formazioni naturali che sembrano essere quasi un fenomeno alieno da tanto sono strane.
 Le Piramidi di Terra sono un particolarissimo e raro fenomeno idrogeologico che si verifica grazie ad una condizione climatica e territoriale praticamente unica, e quelle dell’Alto Adige sono le più famose e conosciute al mondo. 
La possibilità che si formi una piramide di terra è subordinata ad un’alternanza fra periodi di piogge torrenziali con periodi di estrema siccità, e viene favorita dall’occorrere di frane e altri eventi catastrofici, oltre che dalla necessaria assenza di vento nella zona.




Quando il terreno sottostante è friabile si verificano quindi le condizioni perché si formino queste guglie naturali, che possono raggiungere altezze davvero impressionanti, sino a 30 metri dalla base. 
Il masso visibile sulla sommità della piramide non è un ornamento posizionato da chissà quale bontempone, ma si tratta del motivo stesso per cui la piramide riesce ad esistere.
 La pietra protegge infatti il terreno sottostante, consentendogli di rimanere all’asciutto sotto ad un “ombrello” di roccia.
 Nel caso in cui la pietra cada o venga rimossa, la piramide di terra si scioglie in breve tempo e nel giro di qualche anno diventa soltanto un cumulo di argilla.

 Fonte: vanillamagazine.it
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