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venerdì 3 aprile 2015

La cicogna che vola per 13mila km ogni anno per raggiungere la sua compagna disabile


Una vera storia di amore.
 A Brodski Varos, in Croazia, una cicogna di nome Klepetan viaggia ogni anno 13 mila chilometri tra l'Africa del sud e la Croazia per trovare la sua bella Malena. E lo fa da 13 anni. 
 È nel 2002, infatti, che la sua compagna è stata ferita da un cacciatore che le ha sparato un colpo all'ala.
 Dal giorno del suo incidente non può volare e seguire i suoi compagni nella grande migrazione annuale delle cicogne. Malena, che ha nidificato sul camino di una scuola, è stata adottata dall'ex portiere della casa, che oggi la protegge e la nutre.
 Klepetan le fa compagnia, ma quando arriva l'inverno lascia il villaggio croato per poi tornare in primavera.
 La sua disabilità non ha mai interrotto la fedeltà del suo compagno, che puntuale è tornato ogni anno a marzo.




Il loro 'amore' ha già dato vita a molti pulcini, che hanno imparato a volare con il loro fedele padre. 

Roberta Ragni

Pirati e megattere a St. Marie


Esiste una piccola isola, a pochi chilometri dalla costa del Madagascar, che un tempo è stata un sicuro approdo per i pirati e da sempre è una affascinante zona di riproduzione per le balene.
E' l’isola di Sainte Marie, il cui nome le venne assegnato dai primi navigatori portoghesi intorno al XV secolo; essi, infatti, scoprirono l’isola il giorno dell’Assunzione, durante una fuga da un naufragio e, come consuetudine, assegnarono al posto scoperto il nome del santo del giorno, “Santa Maria”.
 Il nome malgascio, Nosy Boraha, che significa “isola di Ibrahim.”, viene poco usato. 
Una leggenda racconta di un uomo di nome Abramo, sbarcato sull’isola, che fu attaccato da un gruppo di donne. Per questo motivo, l’isola è anche conosciuta come Nosy Mbavy (isola delle donne).

 L’isola misura di larghezza solo un chilometro e mezzo nel punto più stretto, mentre in quello più largo ne misura cinque. 
Possiede un grande fascino, soprattutto nei villaggi dell’entroterra, e le spiagge lunghe e i fondali poco profondi regalano sensazioni e profumi caraibici.


Come detto, l’isola è legata al fascino misterioso delle storie di Pirati. 
Tra la fine del 17 sec. e l’inizio del 18 sec. l’isola di St.Marie e la costa orientale del Madagascar divennero quartiere generale dei Pirati di tutto il mondo; infatti, con la diminuzione dei bottini nelle acque caraibiche ed il cambiamento della politica navale dell’Inghilterra e della Francia, il Madagascar si rivelò punto strategico per l’attacco alle navi che facevano rotta verso l’oriente. La popolazione dei pirati raggiunse addirittura i mille abitanti e molti di loro si unirono a donne locali. 

Uno dei pirati più famosi fu William Kidd noto anche con il nome di Capitan Kidd.

 Trascorse gran parte della sua carriera di pirata saccheggiando mercantili nell’Oceano Indiano; la leggenda racconta che dopo un lungo assedio attraccò sull’isola, ma essendo la sua nave (Adventure) molto mal ridotta, ordinò di affondarla di nascondere il bottino sull’isola. Alcune spedizioni di ricerca. finanziate anche da Discovery Channel, hanno rinvenuto nella Baia Des Forbans resti che si suppongono essere proprio di quella imbarcazione e nella stessa baia si trovano ancora, a pochi metri di profondità, alcune decine di relitti di navi pirata autentici.




Non solo pirati, natura rigogliosa ed incontaminata e spiagge da favola… come detto in apertura le acque dell’ile St. Marie, nei mesi tra giugno e ottobre, sono attraversate da centinaia di balene megattere, molte delle quali si fermano in queste calme acque a partorire o accoppiarsi. 
 Se in Madagascar si possono osservare le balene un po’ ovunque, St. Marie offre, come si suol dire, un posto in prima fila!
 La presenza del canale limita lo spazio in cui le balene possono mettersi in mostra, quindi la possibilità di vederle è certa. 
Arrivano in queste acque calde per accoppiarsi o per partorire (la gestazione dura esattamente 12 mesi). 
L’accoppiamento da luogo ad uno spettacolo piuttosto eccentrico: avvolgimenti, giochi di pinne pettorali, balletti di pinne caudali e salti eccezionali sono come passi di danza potenti e studiati quanto un programma di nuoto sincronizzato.
 Le mamme che accudiscono il loro piccolo (circa 4,5 metri e 2 tonnellate alla nascita!) hanno invece movenze lente, dolci e affettuose, sostenendo il cucciolo con il muso finché non avrà raggiunto confidenza e sicurezza in acqua… il loro rapporto resterà strettissimo sino al compimento del primo anno di età del piccolo, che verrà allattato fino al settimo mese di vita.
 Lo spettacolo è talmente eccezionale ed emozionante da provocare reazioni davvero forti e ricordi indissolubili.




Manuela Lamanu Manzotti

giovedì 2 aprile 2015

Londra. L’Old Operating Theatre Museum


L’Old Operating Theatre Museum è il luogo storico più affascinante di Londra - si trova nella soffitta della St Thomas Church (Chiesa di San Tommaso) a Southwark, dov’era situato il St Thomas’s Hospital (Ospedale di San Tommaso).

 L'Ordine di St Thomas era già considerato antico nel 1215 AC. Includeva frati e suore dell’ordine misto di Sant’Agostino, devoti a Thomas Becket, ed offriva rifugio e cure ai poveri, ai malati e ai senza tetto.
 Nel 15º secolo, Richard Whittington sovvenzionò un reparto per madri nubili.
 Il monastero fu chiuso durante la Riforma, ma riaprì nel 1551, questa volta dedicato a San Tommaso Apostolo, dato che Thomas Becket era stato desantificato.








Alla fine del 17º secolo, l'ospedale e la chiesa furono ricostruiti soprattutto grazie a Sir Robert Clayton, Presidente dell'Ospedale ed ex Sindaco di Londra.
 Sir Robert Clayton affidò la ricostruzione dell’ospedale e della chiesa a Thomas Cartwright (già Capomastro nella costruzione di tre chiese londinesi progettate da Christopher Wren, inclusa St Mary-Le-Bow). 
 Una grande soffitta, costruita secondo la tradizione del 'granaio a navate', fu aggiunta alla nuova chiesa.
 Esistono poche informazioni riguardo la Soffitta, ma sappiamo che era fornita di rastrelliere di legno e che è chiamata “Herb Garret”, Soffitta delle Erbe, nei verbali del 1821 della Commissione del St Thomas’s Hospital.
 Alcuni fiori di papavero da oppio secchi sono stati trovati fra le travi. É probabile che la Soffitta venisse utilizzata dal farmacista dell'Ospedale per conservare e preparare le erbe medicinali.


Nel 1822, parte della Soffitta fu convertita in sala operatoria. Questa modifica inconsueta era dovuta al fatto che il reparto chirurgico femminile confinava con la Soffitta, e prima del cambiamento le operazioni venivano eseguite nel reparto stesso. Delle finestre furono aggiunte alla Soffitta e suggeriscono come, da deposito, diventò un luogo di lavoro.
 È anche possibile che venisse utilizzata come reparto di convalescenza.


Nel 1859, il St Thomas’s Hospital collaborò con Florence Nightingale, che vi fondò la sua famosa scuola per infermiere. Quando la Charing Cross Railway Company (Compagnia Ferroviaria di Charing Cross) propose di acquistare il terreno su cui sorgeva l’Ospedale, Nightingale suggerì di accettare e nel 1862 l’Ospedale venne spostato a Lambeth.
 La sala operatoria fu chiusa e dimenticata fino al 1957, quando fu riscoperta.

 I pazienti della Vecchia Sala Operatoria erano donne, per la maggior parte povere, che, se potevano permetterselo, dovevano contribuire alle spese mediche.
 I pazienti benestanti venivano curati e operati a casa, non in ospedale.
 I visitatori del Museo saranno felici di sapere che i pazienti non dovevano salire la scala a chiocciola! Entravano invece dal reparto femminile, attraverso quella che é ora l’uscita di sicurezza.

 Fino al 1847 i chirurghi non conoscevano l’anestesia e contavano sulla propria rapidità d’azione (potevano eseguire un'amputazione in meno di un minuto), sulla preparazione mentale del paziente e su alcol o preparati a base di oppio usati per intontire il paziente. Successivamente, si cominciò ad usare etere o cloroformio.
 La Sala Operatoria fu chiusa prima dell'invenzione dell’antisepsi. Per la maggior parte, le operazioni erano amputazioni o risolvevano disturbi superficiali, dato che, in assenza di condizioni antisettiche, la chirurgia interna era troppo pericolosa.
 Un chirurgo del St Thomas’s Hospital, John Flint South, ci ha lasciato una descrizione degli studenti che assistevano alle operazioni.
 'Le prime due file ... erano occupate dagli altri assistenti, e dietro una seconda partizione stavano gli studenti, pigiati come sardine, ma non altrettanto tranquilli, poiché quelli dietro spingevano continuamente in avanti e lottavano per districarsi, e spesso, stremati, dovevano venir portati fuori. 
Vi erano anche incessanti grida di " Teste! Teste!" a coloro intorno al tavolo, le cui teste bloccavano la visuale degli spettatori.' 

 I pazienti accettavano di soffrire davanti ad un pubblico perché in questo modo venivano trattati dai migliori chirurghi del paese, altrimenti troppo costosi.
 I pazienti benestanti sceglievano invece di farsi operare a casa, probabilmente sul tavolo da cucina. 
Non sapere cosa provocasse un’infezione aumentava enormemente il pericolo di morte per mano del chirurgo.
 Benché la pulizia fosse considerata una virtù morale, le descrizioni di allora suggeriscono che per il chirurgo era indifferente lavarsi le mani prima o dopo l’intervento.
 Secondo un testimone i vecchi camici indossati dai chirurghi erano 'induriti e puzzolenti dal pus e dal sangue'. 
Sotto la tavola operatoria veniva posta una scatola piena di segatura, per raccogliere il sangue. 
Il tasso di mortalità era ulteriormente aumentato dallo shock dell'operazione e visto che gli interventi chirurgici erano eseguiti solo come ultima risorsa, i pazienti erano spesso già molto deboli.




La Collezione del Museo risale in gran parte al 19º secolo e include gli strumenti medici che i chirurghi utilizzavano per amputazioni, salassi, trapanazioni e durante il parto.
 Ricordando che l’anestesia non veniva ancora praticata, tali strumenti evocano un’immagine raccapricciante delle cure mediche in uso prima dell’avvento della scienza moderna.
 Gli attrezzi per la trapanazione ed il salasso appartengono fortunatamente al passato, ma quelli per l’amputazione non sono molto diversi dagli strumenti odierni. 
Gran parte degli strumenti venivano fabbricati nella St Thomas’s Street e la loro manifattura era solo una delle molte industrie, ora scomparse, della zona di Southwark.


La soffitta delle erbe è stata così chiamata dalla Grande Commissione del St Thomas 'Hospital, quando, nel 1821, hanno ordinato la costruzione di una sala operatoria nel sottotetto della chiesa per servire i pazienti dell'ospedale. 
 Poco si sa della sua funzione al di là del suo nome e la scoperta di teste di papavero nelle travi. 
E 'stato probabilmente utilizzato per immagazzinare erbe e come essiccatoio per la farmacia dell'ospedale.
 Più o meno nello stesso momento in cui la sala operatoria è stata costruita, il sottotetto è stato ristrutturato con l'inserimento di abbaini.
 E 'stato ipotizzato che questo possa suggerire che la soffitta abbia cambiato uso, forse diventando un reparto di recupero. 

 Nel 1962, dopo 100 anni di disuso, sottotetto e sala operatoria sono stati aperti al pubblico come museo.


mercoledì 1 aprile 2015

Nel cuore di Roma tornano alla luce altri 80 metri di mura aureliane


Fatte costruire dall’imperatore Aureliano per difendere la città di Roma dalle incursioni barbare, sono ancora in parte ben visibili. Quello che ha sorpreso gli archeologi è la riscoperta di un tratto di cinta muraria che si considerava perduto per via della posizione centrale, a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni, cattedrale di Roma.
 Non solo mura, anche due torri, feritoie per arcieri e pitture medievali.
 Sì, perché come spesso accadde nelle antiche città romane, i monumenti finirono per integrarsi con le nuove costruzioni, oppure come nel caso del Colosseo, i materiali depredati per costruire nuovi edifici.
 Emerge infatti un complesso sistema idraulico del seicento, oltre alle migliorie apportate in seguito all’invenzione della polvere da sparo.

 Dal lato esterno le mura sono state modificate per renderle più resistenti, opera realizzata sempre nel 1600, mentre nel lato interno sono ancora ben visibili i tratti romanici.
 La sepoltura del luogo ha inoltre permesso alle mura di conservarsi più facilmente, senza subire il degrado dovuto allo smog e agli agenti atmosferici. 
Ma perché questo tratto delle mura è rimasto sepolto? 
A differenza di altri tratti, la zona fu interessata dai lavori per la ricostruzione della facciata della basilica, e la zona venne pesantemente modificata; per questo infatti le mura si trovano diversi metri sotto il livello di camminamento. 

 Ora che sono state riscoperte dovranno essere apportate delle modifiche ai lavori della metropolitana C, un’infrastruttura in corso di costruzione e il cui tracciato si interseca per forza di cose con i resti dell’antica Roma.
 Il sogno della sopraintendenza è quello di poter costruire in futuro, fondi permettendo, un’ampia zona visitabile  che si colleghi con le altre zone d’interesse archeologico adiacenti. 

 Stefano Borroni

Il meraviglioso Pharomachrus mocinno (Quetzal splendente)


Questo splendido uccello abita nell’America Centrale, in particolare dal Messico meridionale a Panama occidentale. 

Sicuramente ciò che più colpisce del quetzal è il colore del piumaggio. 
Il dorso appare verde con sfumature blu e nere e con evidenti riflessi metallici.
 Il petto è vivacemente colorato di rosso e contrasta con le penne delle ali verdi che si portano in avanti e con il sottocoda completamente bianco. 
Il sottogola è verde con riflessi blu più o meno scuri. 
Sul capo è presente una cresta verde che vira al nero per poi divenire blu ed il becco è giallo intenso. 
Le penne della coda sono verdi e blu e possono raggiungere, nel maschio, un metro di lunghezza.
 Il corpo del quetzal misura 35-40 cm e pesa circa 200 g.








Non è facile ammirare il brillante piumaggio del quetzal perché questo uccello ha scelto un habitat non facilmente accessibile. Occupa le foreste umide e nebbiose dell’America Centrale ad altitudini comprese tra i 1200 e i 3000 m e solitamente vive tra le chiome più alte. 
Diversamente a quanto si possa immaginare, il variopinto piumaggio consente al quetzal di mimetizzarsi perfettamente.
 Il periodo riproduttivo si colloca da metà marzo a giugno. Entrambi i genitori si impegnano nell’allestire il nido e a prendersi cura dei nidiacei. 
La lunga coda del maschio può talvolta creare qualche problema di ingombro, ad esempio durante la riproduzione o nella cova delle uova. 
Il nido è costruito nei vecchi tronchi della foresta anche a 30 m di altezza. 
Il quetzal è principalmente frugivoro, cioè si nutre di frutta, ma anche di invertebrati e di piccoli vertebrati quando i nidiacei reclamano il cibo.




Venerato presso i Maya e gli Aztechi, il quetzal è il simbolo del Guatemala. 
Tale simbologia non è casuale: la tradizione locale lo considera simbolo di libertà poiché preferisce morire di fame piuttosto che vivere prigioniero. 
 Le monete dello stato stesso, che nel 1924 sostituirono il Peso guatemalteco, hanno il suo nome in quanto le sue piume erano considerate talmente preziose da essere usate come moneta di scambio. 

Con le sue penne, il quetzal ha ispirato il mito del serpente piumato e del dio Quetzalcoatl.


Fonti : animalieanimali.it
           wikipedia

Il nuovo Museo Egizio di Torino


Per due anni il Museo Egizio di Torino si è preparato alla sua nuova esposizione, che trasporta il visitatore nella millenaria civiltà del Nilo. 
Il percorso ‘Gli immortali: l’arte e i saperi degli antichi egizi’ adesso apre con un nuovo ingresso e tante novità.
 L'inaugurazione ufficiale è il 1 aprile. 
 Un sistema di scale mobili porta ai piani superiori, dove i visitatori sono accolti da migliaia di reperti inediti.
 In una lunga galleria ci sono 30 sarcofagi esposti e più di 500 reperti nella tomba di Kha. 
 Nello statuario sono esposte sfingi, tavole con offerte di cibo scolpite, ma soprattutto statue monumentali, che raffigurano alcuni dei più importanti faraoni e dei, racconta la Fondazione del museo. «Sono presenti infatti i re Thutmosi III, Amenofi II, Tutankhamon, Horemheb, Ramesse II, Sethi II, insieme a sculture di principi e funzionari del re; gli dei Ptah, Amon, Hathor e Sekhmet (della quale si contano 21 statue)».
 Senza dubbio una esperienza unica per i visitatori che possono apprezzare da vicino queste grande meraviglie. 
Come curiosità, si possono ammirare le prime infradito, le maschere funerarie o visitare la biblioteca e le aule didattiche.










«È stato un lavoro faraonico», ha comunicato la Fondazione. 
In 1080 giorni di lavoro 7000 metri di terra rimosa, 2.200 mc di calcestruzzo, 255.000 kg di armature di ferro, 160.000 mt di cavi elettrici, 1.800 mq di superficie vetrate e non solo.

 Nel 1824 il re Carlo Felice di Torino acquistò una grande collezione e diede vita al Museo Egizio di Torino, considerato oggi uno dei più importanti musei egizi al mondo, dopo quello del Cairo.

Fonte:http://epochtimes.it

martedì 31 marzo 2015

La simbologia del serpente


Fin dai tempi più antichi l’uomo è stato incuriosito dalla natura e dalle cose che lo circondano, principalmente quando queste sono “diverse” o sembrano “strane” ai suoi occhi; probabilmente è per questa ragione che la figura del serpente, come vedremo, è stata oggetto, sia nel bene che nel male, di ogni genere di leggenda, entrando a far parte del patrimonio culturale della maggior parte delle grandi civiltà del mondo antico, divenendo oggetto di culto, di studio e di mito. 
 Graficamente il serpente è una linea. Ma è una linea vivente che può prendere la forma di tutti gli ambienti che lo circondano, la cui flessibilità consente gli atteggiamenti più inaspettati.
 Ciò spiega come il simbolismo del serpente sia naturalmente doppio: esso rappresenta la carezza e la sorpresa.
 Sono questi i significati con i quali entra a far parte del linguaggio iconografico di tutti i popoli del mondo: esso esprime da un lato l’idea della sessualità e dell’incantamento, dall’altra della sottigliezza, dell’astuzia. 
Dunque un duplice significato (sensualità creatrice e malvagità diabolica) che ritroviamo in tutte le culture, dalle più antiche a quelle più sviluppate. 

 Il serpente ha avuto un ruolo nella cultura umana molto tempo prima del Medioevo o dell’epoca dei Romani. Troviamo tracce di culti ofitici in tutto il mondo, in tutte le epoche. 
 Simbolicamente il serpente passa attraverso la parte negativa del mondo e, si rigenera nel massimo grado della positività, divenendo il sole, donatore di vita.
 Questa rigenerazione, comune anche ad altre religioni, è probabilmente la trasposizione mitologica di un evento biologico tipico di tutti i rettili: l’esuviazione (o muta), durante la quale il serpente, crescendo, perde completamente la pelle vecchia, lasciandola appesa a un ramo o a una roccia, mostrando una nuova pelle, più lucida e bella.
 Questo evento naturale, che ha luogo regolarmente durante la vita di ogni rettile, ha spesso portato a credere le antiche civiltà nell’immortalità del serpente e nella sua continua rigenerazione. 

Nella simbologia della religione egizia questo rettile ha un significato di grande importanza.
 L’ureo rappresenta un simbolo di magnificenza e di rispetto: esso era infatti una parte del copricapo indossato dai grandi sovrani egizi ed era costituito da una statuetta che raffigurava un cobra eretto, spesso d’oro, che era posato sulla fronte di chi lo indossava, conferendogli supremazia e rispetto agli altri.


La leggenda del serpente piumato non fu proprio degli antichi egizi, anche le popolazioni precolombiane veneravano una divinità a metà fra l’uccello e il serpente.
 Si tratta del dio Quetzalcóatl, e la civiltà è in particolare quella degli Aztechi.
 Biologicamente parlando questa divinità altro non era che l’unione di due specie animali a quel tempo piuttosto comuni nel territorio occupato dagli Aztechi e ora in via di estinzione: il quetzal, uccello dotato di lunghe piume verdi sulla coda, venerato dagli Aztechi come incarnazione temporanea del loro dio, era stato “fuso insieme” con il boa costrittore, grosso serpente sudamericano.


Simbolicamente, invece, Quetzalcóatl rappresenta il connubio indissolubile tra terra e cielo, tra naturale e divino, tra bene e male. Esso è infatti allo stesso tempo un dio sanguinario, al quale molte vittime umane vennero sacrificate, e donatore di vita. 
Il serpente piumato, per gli Egizi come per gli Aztechi, rappresenta inoltre il contatto con il mondo dei morti e anche per questo rappresenta un simbolo da rispettare e venerare.

 Spostandoci dalle Americhe all’Asia, patria di un’infinita varietà di religioni, notiamo che il serpente ha avuto anche qui il suo posto nella mitologia e nella simbologia religiosa.
 In India, nonostante da sempre nelle risaie muoiano ogni anno decine di persone a causa del morso dei serpenti, la divinità creatrice Vishnù, nell’iconografia classica è rappresentato seduto su un enorme serpente e con il capo attorniato da diversi cobra col cappuccio aperto.


Questo animale per gli indiani è sempre stato in stretta connessione con le divinità (nel buddismo infatti, secondo la tradizione, un cobra si pose sulla testa del Buddha in meditazione per coprirlo dai raggi del sole roventi) e soprattutto è in parte custode della conoscenza, ed è perciò un’entità da rispettare e onorare.

 La religione cinese ha le stesse origini dell’Induismo e del Buddismo e, nella sua simbologia, compare da sempre il dragone, spesso anche dotato di piume. 
Il drago cinese è senza dubbio un’ulteriore accentuazione della figura del serpente, che in questo caso viene considerato antropicamente: esso rappresenta un simbolo propiziatore atto ad allontanare influssi maligni. 
È probabile che l’usanza del drago sia derivata dall’esigenza di “confortare” la popolazione cinese ai tempi delle grandi invasioni da occidente di Unni e Tartari, fornendo così un simbolo ancora più “potente” del normale serpente.


Al serpente è stato attribuito un valore mistico-religioso anche nelle civiltà europee. 
Molto conosciute sono ad esempio le statuette votive cretesi della dea che stringe nelle mani due serpi. 
Nella tradizione minoica il serpente è un elemento positivo e propiziatore, nonché un simbolo di fertilità legato alla sfera della simbologia di tipo sessuale (il serpente rappresenta, per i cretesi come per gli indiani, un simbolo fallico).

 Nell’antica Grecia questo animale è, allo stesso tempo, simbolo di positività (abbinato spesso alla medicina) e di negatività, come è testimoniato dall’affresco nella “Casa dei venti” a Pompei, dove il piccolo Ercole è ritratto mentre uccide delle vipere, davanti allo sgomento degli adulti. 

 Per gli antichi Romani invece il serpente era riconducibile, in particolare, a una divinità, Esculapio, considerato il custode della medicina. 
In più, ai Romani non era sfuggito il fatto che i serpenti sono esperti predatori di topi e ratti, e perciò erano soliti ospitare un serpente nelle loro abitazioni, ponendo così fine al problema della piaga dei roditori.


Possiamo dunque affermare che la figura del serpente nelle religioni antiche fu contraddistinta da un fortissimo aspetto di ambivalenza. 
Esso viene temuto per la sua velocità e per il suo veleno, molto spesso mortale. Nel contempo però vengono conferite a questi rettili capacità divine, molto spesso positive, il serpente quindi entra a far parte della religione come simbolo propiziatore e donatore di fertilità.
 Così come esso è legato al mondo degli inferi, contemporaneamente fa parte del mondo solare, offre la vita ma anche la morte, conferisce autorità e ispira sicurezza in un popolo fragile ed indifeso, può uccidere con il veleno ma, proprio con questo si possono realizzare antidoti e medicine potenti.
 Questa ambivalenza dei serpenti fu però rimossa dalla religione cristiana, dalla quale questi rettili ricevettero un’accezione puramente negativa, a partire dal serpente tentatore del paradiso terrestre, per continuare poi con la serpe infernale che porta sul dorso l’anticristo, rappresentando l’oscurità, il pericolo.


Questa interpretazione negativa di questi animali può essere considerata come una evoluzione o involuzione della religione cristiana. 
Secondo l’Antico Testamento Mosè innalza il serpente al cielo e Dio chiederà a lui di essere “innalzato” così come il serpente, dimostrando dunque che la figura di questi rettili era ben diversa da quella attuale. 
 Sempre tramite la Bibbia, si ha testimonianza di un culto ofidico anche nell’antica religione ebraica, all’interno della quale questi rettili, raffigurati come serpenti di bronzo, rappresentavano sia il bene che il male; l’adorazione del serpente di bronzo fu però estirpato dalla religione ebraica tramite la distruzione completa dei templi a esso dedicati. 
 Nella religione cristiana il serpente è divenuto il simbolo tipico di Satana. 
Tale attribuzione si riferisce al racconto biblico del Giardino dell’Eden, dove l’uomo e la donna infransero la legge di Dio. 
Nella Bibbia esso rappresenta sia l’incarnazione del nemico, come nell’episodio del paradiso, sia il Salvatore crocifisso come nel racconto del “serpente di bronzo” che Mosè pianta nel deserto. Maria Vergine viene ritratta mentre comprime col piede la testa di un serpente, una raffigurazione che rappresenta la sconfitta del peccato. 
 Una serpe in un calice sta ad indicare che la bevanda è avvelenata. L’invidia, i cui pensieri sono maligni poiché si ciba di carne di serpente, ha anch’essa questo animale come simbolo.
 Un serpente con la testa di donna rappresenta l’inganno. 
Nella mitologia greca la donna che al posto dei capelli aveva dei serpenti era Medusa.


Minosse, colui che giudica le anime dell’inferno, avvolge la coda di serpente attorno al proprio corpo un numero di volte corrispondente al cerchio infernale di destinazione del dannato. 
Ercole, neonato, uccide due serpenti a mani nude, da adulto ucciderà l’Idra.
 Il serpente è anche simbolo della prudenza (Matteo, 10, 16: “siate prudenti come i serpenti”) questo significato spiegò anche la connessione del serpente con Minerva, dea della sapienza.

 Fonte: isimbolinellacomunicazione.
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