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venerdì 13 marzo 2015

Uno scudo azteco donato a un conquistador


Nel sedicesimo secolo il conquistatore spagnolo Hernan Cortes fu presentato e ricevette molti doni dai membri dell’elite azteca.
 Tra queste largizioni si ritiene fosse incluso anche lo scudo di un guerriero (chiamato ‘chimalli’), un manufatto che attualmente si trova presso il Museo Nazionale di Storia del Messico. 
Un recente studio condotto da Emmanuel Lara, che documenta le vicende di questo rarissimo oggetto (ne esistono solo quattro), focalizza l’attenzione sull’importanza rivestita dallo scudo nel contesto della storia messicana.


Questo particolare scudo fu portato inizialmente a Bruxelles e messo in mostra fra i tesori del “Nuovo mondo”.
 Il chimalli arrivò nel 1519 e rimase custodito nel Palazzo delle Armi fino al 1796, quando fu spostato a Vienna.
 Restò lì per molti anni fino al 1865 quando l’allora imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo chiese che lo scudo fosse restituito al suo paese di origine.

 La forma e le decorazioni del chimalli rivestivano una grande importanza nell’abbigliamento dei guerrieri aztechi e da come veniva confezionato era possibile conoscere il grado che il guerriero ricopriva all’interno dell’organizzazione militare, per questo la fabbricazione era strettamente controllata. 

Questo preziosissimo manufatto è molto fragile a causa sia dell’età sia dei materiali che lo compongono ed infatti è mancante di alcune parti. Parte della pelle di giaguaro è stata rimossa, le foglie d’oro e le piume che lo ricoprivano sono andate perdute, secondo la documentazione storica, già nel XIX secolo.
 Lo scudo non si trova attualmente esposto ma è conservato nei magazzini del Museo Nazionala di Storia di Città del Messico, il quale fa parte dell’antico Castello di Chapultepec.
 Il chimalli ha una struttura base composta da canne intrecciate con fibre vegetali sulle quali veniva stesa una pelle di felino, probabilmente un giaguaro. 
Un delicato mosaico di piume era posto su un letto di cotone e l’oggetto era inoltre ornato con fiocchi di piume.
 Nell’iconografia tradizionale, lo scudo è rappresentato con lune invertite, una sopra e tre sotto.
 Questo tipo di raffigurazione era ben conosciuta dai popoli mesoamericani durante il periodo postclassico tardo (900-1521 d.C.), come evidenziato anche dalle immagini del Codex Mendocino. 
Emmanuel Lara ha dichiarato che lo scudo è importante non solo per il suo valore estetico e per la tecnica impiegata per la sua realizzazione, ma soprattutto perché è testimone di importanti epoche della storia del Messico, come la conquista e il secondo impero.

 Fonte: arkeonews.wordpress.com

Sadako Sasaki e le gru


Classificata come Gru Japonensis e comunemente nota come Gru della Manciuria o gru coronata di rosso per il colore delle piume che ne ornano il capo, questo volatile deve la sua popolarità alla presenza nella sua livrea dei colori bianco e rosso, simboli di purezza e virilità. 
Simbolo ben augurante per una lunga e felice vita coniugale, la gru rimane fedele al proprio compagno per tutta la sua esistenza, solitamente della durata di 40 anni. 
Le coppie sovente sono impegnate in danze rituali, anche lontano dal periodo dell'accoppiamento, e tale comportamento è stato interpretato dal popolo giapponese come una manifestazione della gioia dello stare insieme. 
Gru vengono raffigurate sul kimono della sposa, vengono sagomate come dolci, danno forma a sculture di ghiaccio preparate per la festa.

 Anche nella nostra mitologia la gru ha gli stessi connotati: come uccello sacro ad Apollo rappresenta la gioia di vivere, la luce e la felicità di intrecciare danze primaverili nei prati.
 Gli autori classici conoscevano le rotte migratorie delle gru europee e sapevano che andavano a svernare in Africa. 
Da questo fatto hanno tramandato le lotte annuali che questi uccelli ingaggiavano con i Pigmei, popolo la cui statura e' stata dimezzata dal circolare della leggenda. 

Molto diffuse nel Giappone feudale perché protette dai nobili, anche in Occidente le gru sono legate a tale ceto sociale: la parola "pedegree" deriva dal francese "pied de grue" (zampa di gru), per la somiglianza della freccia usata negli alberi genealogici con l'impronta di tale uccello.
 Ma il declino del feudalesimo portò alla quasi estinzione di tale animale: nel 1920 era ormai rimasta un'unica colonia composta da 20 esemplari, stabilitisi nell'isola di Hokkaido. 
Il governo decise quindi di dichiarare la gru specie protetta. 

 Narra un'antica leggenda giapponese che la gru possa vivere 1000 anni: regalare una gru significa quindi augurare 1000 anni di vita. Un'offerta di mille gru rafforza ulteriormente il concetto. 
Piegare le mille gru è segno di un sincero interesse per il destinatario, perché occorre bravura, tempo e dedizione per piegarle tutte. 
Regalare mille gru ancora oggi significa: "ho pensato a te per tutto questo tempo, sei importante".

 

Alla tradizione della piegatura delle mille gru è legato un commovente episodio risalente alla seconda guerra mondiale. Sadako Sasaki  era una bambina che nel 1945 aveva due anni, abitava con la sua famiglia a circa un chilometro dal punto su cui venne sganciata la bomba, e rimase miracolosamente illesa. 
Crebbe e divenne una ragazzina intelligente e vivace. 
Ma la bomba non aveva smesso di uccidere: nel febbraio del 1955, all'età di dodici anni, Sadako si ammalò di leucemia a causa degli effetti delle radiazioni di cui la zona rimase contaminata per effetto dello scoppio nucleare.
 Sadako era piena di voglia di vivere, e nelle lunghe giornate in ospedale si dedicava a costruire, con le scatole delle medicine e con qualunque altro frammento di carta avesse a portata di mano, piccoli origami raffiguranti ben auguranti gru. 
Ne aveva composte più di milletrecento quando dopo otto mesi di malattia, la mattina del 25 ottobre 1955, i suoi sorrisi e la sua voglia di vivere smisero di animare la piccola stanza d'ospedale ed entrarono nella memoria straziata di tutti gli abitanti della città, a partire dai suoi compagni di scuola.


Da quel giorno migliaia e migliaia di gru di carta, di tutte le dimensioni e di tutti i colori, prendono continuamente forma dalle mani dei bambini e di tutti gli abitanti di Hiroshima, e vanno a costituire ghirlande, disegni, composizioni di ogni tipo che vengono utilizzate al posto dei fiori per onorare tutti i luoghi della memoria: una miriade di piccole gru che vengono spedite alla città di Hiroshima anche da tutto il mondo, e che nelle semplici ed accurate pieghe delle loro ali tengono ancora oggi in vita l'incredibile vivacità di Sadako e i suoi sogni colorati.


Dal 1958 Sadako è posta su di un piedistallo in granito, nel Parco della Pace di Hiroshima, con le mani tese a sorreggere una grande gru a origami; alla base, l’iscrizione recita: 

 Questo è il nostro grido. Questa è la nostra preghiera. Pace nel mondo.

giovedì 12 marzo 2015

Nel Pacifico nasce una nuova isola da un'eruzione sottomarina.


Prima c'era solo mare, anzi oceano. Ma adesso c'è una piccola isola. Siamo a Tonga, stato insulare della Polinesia. 
Qui il mese scorso, come dal nulla, è apparsa un'isola. Con una caratteristica forma a cono, secondo gli scienziati che l'hanno studiata sarebbe il frutto dell'eruzione di un vulcano sottomarino, il cui getto è giunto fino alla superficie.
 Il risultato è un'isola lunga 1,8 km e larga 1,5 che sorge a circa 65 km dalla capitale della nazione, Nuku'alofa, elevandosi per circa 100 metri sul livello del mare.
 L'isola ha iniziato a formarsi a gennaio, dopo l'eruzione vulcanica. Si è poi estesa fino a raggiungere la forma di un cono.
 Le immagini che seguono sono state scattate da tre uomini che hanno scalato la vetta della massa terrestre. 
Proprietario di un hotel, Giampieto Orbassano (italiano che da 20 anni vive a Tonga), insieme a un amico e al figlio è arrivato su una delle tre spiagge nere dell'isola. 
“Era una giornata perfetta, con una vista fantastica, il cielo azzurro era azzurro e il mare aveva lo stesso colore del cielo” ha raccontato.




L'isola è costituita principalmente da roccia vulcanica di colore scuro e a tratti contiene cristalli.
 Il punto più alto del Regno di Tonga è il vulcano Kao (1.030 m) sull'isola omonima ma l'arcipelago comprende altri vulcani sottomarini come quello che ha dato vita alla nuova formazione.
 I tre uomini hanno raccontato che durante la loro visita la superficie dell'isola era ancora calda e, dopo aver scalato il punto più alto del suo cratere, hanno visto un ampio lago verde che puzzava di zolfo.


Oltre a creare la nuova isola, l'eruzione ha anche “spogliato” le due isole vicine di vegetazione, provocando anche una marea rossa, nota anche come fioritura algale. 
Quest'ultima si verifica quando vi è un improvviso aumento della quantità di alghe nell'acqua.


Una creatura naturale ma dalla vita breve. 
La nuova formazione infatti non durerà a lungo.
 L'isola dovrebbe essere presto inghiottita dall'oceano. Sarà solo questione di mesi.

 Francesca Mancuso

Empire State Bulding, le foto di un'impresa titanica

1929-1931: in piena Grande Depressione, a New York prende forma un miracolo architettonico , la costruzione di quello che è, per l'epoca, il grattacielo più alto del mondo.
 Le foto del cantiere e degli operai al lavoro hanno il sapore poetico e un po' nostalgico delle grandi sfide, in un'era che ci ha ormai abituati alle altezze vertiginose.


Il cantiere di quello che a lungo rimase il più alto grattacielo del mondo aprì il 24 settembre del 1929. 
Dopo la demolizione dell'edificio precedente e la costruzione della struttura in acciaio, completata in appena 23 settimane, i lavori proseguirono al ritmo di 4 piani a settimana. 

 Furono impiegati 3400 operai tra i quali molti immigrati europei (soprattutto italiani e irlandesi) insieme a una vasta rappresentanza di nativi Mohawk provenienti dalla riserva canadese di Kahnawake, vicino a Montreal. 
 Gli uomini Mohawk avevano dimostrato già in precedenza un'ottima attitudine ad operare a considerevoli altezze, oltre a una grande perizia nella lavorazione del ferro.
 A partire dal 1886 alcuni di loro avevano preso parte alla costruzione di un ponte sul fiume St. Lawrence, nella loro terra. 
 A partire dal 1916, molte famiglie Mohawk si trasferirono a New York, per risparmiare agli uomini la fatica delle trasferte. Lavoratori con queste origini sono impiegati ancora oggi nei siti di costruzione di grattacieli newyorkesi. 
 "Molte persone pensano che i Mohawk non abbiano paura delle altezze: non è vero. Abbiamo paura esattamente come tutti gli altri. La differenza è che sappiamo gestirla meglio" (Kyle Karonhiaktatie Beauvais, lavoratore Mohawk, 2002).










L'inaugurazione del grattacielo avvenne nel maggio 1931, due anni dopo il crollo di Wall Street, e in piena recessione economica. Molti degli uffici a disposizione rimasero così sfitti, e il palazzo fu presto ribattezzato: Empty State Building (dove "empty" significa, appunto, vuoto). 
Nel primo anno di apertura al pubblico, gli introiti derivanti dal ponte di osservazione eguagliarono quelli delle rendite degli spazi affittati.




Fonte: focus.it

L'antico legame tra l'umanità e la stella Sirio


Sirio è una stella bianca della costellazione del Cane Maggiore, ed è per questo conosciuta anche come “Stella del Cane”.
 È la stella più luminosa del cielo notturno. 
Ha una massa pari a 2,4 volte quella del nostro Sole ed è anche molto più calda: la sua temperatura di 9.400 K la fa apparire di un bianco intenso. 
 Il suo bagliore notturno non manca di affascinare l’uomo fin dalla notte dei tempi, infatti, Sirio è stata venerata praticamente da tutte le civiltà antiche. 
 Ma è solo la sua luminosità ad attirare l’attenzione dell’umanità, oppure c’è qualcosa in più?
 Diversi artefatti di civiltà antiche rivelano che Sirio era considerata di grande importanza per l’astronomia, la mitologia e l’occultismo. Nel libro più antico dei Veda, Sirio era conosciuta come “Stella del Capo”; in altri scritti indù, viene indicata come la dimora del Dio della Pioggia, o Stella della Pioggia.

Anche gli antichi egizi prestarono particolare attenzione a Sirio, identificandola con l’anima della dea Iside, sorella di Nefti, Seth ed Osiride, di cui fu anche sposa e dal quale ebbe Horus. 
 In realtà, per gli egiziani Sirio non solo era importante, ma era il fondamento astronomico di tutto il sistema religioso. 
La sua apparizione nel cielo era accompagnata con feste e celebrazioni. 
 Alcuni ricercatori hanno proposto che la Grande Piramide sia stata costruita in perfetto allineamento con le stelle, in particolare proprio con Sirio.
 Uno dei condotti di aerazione della “camera della regina” punterebbe precisamente verso la Stella del Cane.
 Interessante notare che ci fu un tempo in cui Sirio non era visibile nel cielo d’Egitto.
 Questa circostanza è causata dal fenomeno noto come “precessione degli equinozi”, un movimento della Terra molto lento che provoca un effetto particolare: fa oscillare il paesaggio stellare avanti e indietro come un pendolo.
 Dodicimila anni prima di Cristo, osservando il cielo dall’altopiano di Giza, Sirio si trovava sotto la linea dell’orizzonte.
 Fece la sua prima apparizione nei cieli di questo luogo intorno al 10.500 a.C.

 Secondo uno studio prodotto dal ricercatore italiano Giulio Magli e pubblicato su arXiv.org, anche i pilastri megalitici del santuario di Gobekli Tepe sembrano essere allineati con il punto in cui sorge la stella Sirio.
 Alla latitudine di Gobekli Tepe, Sirio sarebbe rimasta nascosta sotto l’orizzonte fino al 9300 a.C., per poi ‘spuntare’ improvvisamente nel cielo.
 “La mia teoria è che il tempio di Gobekli Tepe sia stato costruito per celebrare la ‘nascita’ della nuova stella”, commenta Magli.


Nel Mali, Africa occidentale, c’è una popolazione, i Dogon, noto per le sue conoscenze sulla stella Sirio che sarebbero da considerare impossibili senza l’uso di un telescopio.
 Essi tramandano un mito di creazione il cui protagonista è un essere proveniente dalla stella Po Tolo (Sirio B), venerato come il dio Amma. 
I Dogon affermano di essere i suoi discendenti.

 Nel 1947, dopo aver vissuto con i Dagon per più di diciassette anni, l’antropologo francese Marcel Griaule riportò una storia veramente incredibile. 
Gli anziani della tribù rivelarono a Griaule uno dei loro segreti più gelosamente custoditi, nascosto anche alla maggior parte della comunità tribale.
 I capi hanno raccontato di come i Nommo, una specie anfibia, metà pesce e metà umana, abbiano fondato un’antica civiltà sulla Terra. 
Nonostante la loro cultura primitiva, gli anziani Dagon dicono di aver ricevuto una profonda conoscenza del sistema solare da uno dei misteriosi Nommo. 
 Gli anziani sono a conoscenza delle quattro lune di Giove, degli anelli di Saturno e sono consapevoli della forma a spirale della Via Lattea e sanno che sono i pianeti a muoversi intorno al Sole e non viceversa.


Ma ciò che più sconcerta gli etnologi è la conoscenza dei Dagon delle orbite, delle dimensioni e della densità delle stelle del sistema di Sirio.
 I Dogon hanno accuratamente confermato l’esistenza di Sirio A, B e C, conoscenza che la moderna scienza ha acquisito solo di recente.
 Sirio C è rimasta sconosciuta fino al 1995, quando gli astronomi hanno notato l’influenza gravitazionale che questa esercita sul movimento di tutto il sistema. 
 Eppure, da centinaia di anni, i primitivi Dagon, non sono erano a conoscenza delle tre stelle, ma ne conoscevano anche alcuni dettagli.
 Da dove gli è venuta questa conoscenza?
 Il sistema mitologico dei Dogon è sorprendentemente simile a quello di altre grandi civiltà, come i Sumeri, gli Egizi e i Babilonesi, in quanto contempla il mito archetipo dell’intervento creativo degli dei dall’alto, i quali, attraverso l’intervento di “grandi maestri” (come Enki per i Sumeri, Horus per gli Egizi, Ermete Trismegisto per i Greci, Quetzalcóatl per i Maya, ecc…), hanno “donato” la civilizzazione all’uomo.


L’associazione di Sirio con il divino, che considera la Stella del Cane come la casa di origine dei “grandi maestri”, è una conoscenza sopravvissuta fino ad oggi, diffusa soprattutto nel mondo dell’occultismo e della massoneria. 

 Le scuole misteriche considerano Sirio come “il Sole dietro il Sole”: come il calore del Sole mantiene vivo il mondo fisico, così Sirio mantiene vivo il mondo spirituale.
 Essa è la “luce vera” che illumina lo spirito, così come il Sole illumina il mondo fisico, considerato come un’illusione.

 Anche alcune moderne società segrete, come la Massoneria, i Rosacroce (che basano la loro conoscenza sugli insegnamenti di Ermete Trismegisto) hanno tributato a Sirio la massima importanza. Un occhio educato al loro simbolismo fornisce uno sguardo sulla profonda connessione tra Sirio e le dottrine occulte.
 Dunque, affermare semplicemente che Sirio è importante per gli ordini ermetici è un eufemismo.
 La Stella del Cane è il punto centrale degli insegnamenti e del simbolismo delle società segrete.


Nelle logge massoniche, Sirio è conosciuta come la “Stella Sfolgorante”: «è il primo e più sublime oggetto che richiede la nostra attenzione nelle logge», scrive l’autore massonico William Hutchinson. 
 Essa rappresenta l’onnipresenza del Creatore e la sua onniscenza. Sirio è dunque simbolo del “sacro”, fonte del potere divino e destinazione degli individui divini.
 Per raggiungere la perfezione, l’iniziato deve comprendere ed interiorizzare la duplice natura del mondo: bene-male, maschile femminile, bianco e nero, ecc…) attraverso la metamorfosi alchemica. 
Questo concetto è simbolicamente rappresentato dall’unione di Osiride e Iside (il principio maschile e femminile), per dare vita ad Horus, l’uomo perfetto della Massoneria.


 Dagli albori della civiltà fino ai tempi moderni, dalle remote tribù dell’Africa alle grandi capitali del mondo moderno, Sirio era ed è tutt’ora vista come datrice di vita e di sapienza. 
Nonostante la distanza nel tempo e nello spazio, varie culture hanno attribuito a Sirio lo stesso significato. 
 La domanda è: come è possibile che il significato di Sirio si armonizzi in maniera così trasversale tra le varie culture umane? C’è una fonte comune originaria di questi miti su Sirio? 
C’è un legame segreto tra l’evoluzione umana e la Stella del Cane? La soluzione di questo mistero potrebbe rappresentare la risposta ad una delle più importanti domande degli esseri umani: da dove veniamo? 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 11 marzo 2015

A Lavau, in Francia, è stata scoperta la tomba di un principe celtico


Una tomba «eccezionale», risalente al V secolo avanti Cristo e ospitante i resti di un principe celtico, è stata scoperta e portata alla luce a Lavau nella regione di Champagne, a 100 chilometri da Parigi. 
La notizia è stata annunciata via Twitter alcuni giorni fa dal primo ministro francese Manuel Valls con tanto di foto del sito, più grande della cattedrale di Troyes, secondo gli archeologi, e del particolare di uno dei manufatti ritrovati all’interno della camera funeraria


Lo scorso ottobre, i ricercatori dell’Inrap, l’agenzia francese che si occupa del recupero e della conservazione dei beni archeologici, erano intervenuti dopo che scavi privati avevano scoperto un imponente tumulo di materiale risalente al V secolo a. C. 
Al ritrovamento di un grande coltello, il presidente dell’agenzia Dominique Garcia ha riferito che probabilmente si era di fronte al monumento funerario di un principe celtico locale.
 Al centro di un tumulo di 40 metri di diametro, il defunto e il suo altare riposano in una vasta camera funeraria di 14 metri quadrati, una delle più ampie rinvenute dagli archeologi relativamente al periodo intorno alla fine della prima età del ferro.


La tomba contiene depositi funerari di una ricchezza degna delle più alte élite del tempo.
 Disposti in un angolo, gli oggetti più fastosi sono bacili, un cesto in bronzo, una ceramica decorata, un coltello nella sua custodia.
 Il pezzo principale è però un calderone in bronzo, di circa un metro di diametro, ornato accanto alle quattro maniglie da alcune raffigurazioni della testa di Acheloo, un dio fluviale greco, qui rappresentato cornuto, barbuto, con orecchie taurine e tripli baffi. 
Il bordo del calderone è ugualmente decorato di otto teste di leoni. 

All’interno del calderone è stata ritrovata un’anfora in ceramica attica a figure nere rappresentante Dioniso disteso sotto una vigna mentre ha a che fare con una figura femminile.
 Intorno a lui scene conviviali di banchetto, un tema ricorrente nell’iconografia greca.
 L’orlo e la base del vaso sono impreziositi da inserti d’oro, sottolineati da una decorazione in filigrana.
 Probabilmente serviva a contenere vino: questo tipo di servizio di origine greco-italiana, testimonia come la pratica del banchetto era in uso anche nelle élite aristocratiche celtiche.






Tra l’800 e il 450 avanti Cristo, i commercianti del Mediterraneo stavano estendendo il loro raggio d’azione alla ricerca di schiavi, metalli e gioielli preziosi.
 I Celti,che controllavano le principali strade di comunicazione intorno alla Senna, il Rodano, la Saona, il Reno e il Danubio, beneficiarono da questi scambi per ottenere oggetti prestigiosi.


Sebbene siano stati ritrovati parti di uno scheletro umano, i ricercatori non hanno ancora identificato il corpo del principe.
 Altre tombe e urne funerarie sono state scoperte nel sito, incluso il corpo di una donna in una tomba vicina, a indicare una possibile connessione familiare.
 Alcune ceneri all’interno delle urne sono state datate intorno al 1.400 a. C. I lavori nel sito finiranno verso la fine di marzo. 

Fonte: blueplanetheart.it

7 insospettabili killer animali


KOALA.

 L'animale noto per la sua attività di "abbracciatore" di alberi, tende in genere ad evitare i comportamenti aggressivi, che considera un vero spreco di energia. 
Il lento metabolismo del marsupiale fa sì che l'animale passi 22 ore al giorno intento a dormire e consumare piccoli spuntini, e dedichi appena 15 minuti alle interazioni sociali. 
Tuttavia, anche questo mammifero ogni tanto "sbrocca": i comportamenti aggressivi si manifestano tra maschi rivali, sotto forma di morsi dati alle spalle e incontri simili a match di wrestilng, ma anche - se pur raramente - nei confronti dell'uomo. 
Nel dicembre 2014, l'australiana Mary Anne Forster ha dovuto sopportare un lungo morso alla caviglia da parte di un koala, per aver tentato di difendere i suoi cani dall'aggressione del marsupiale. L'animale ha affondato i denti nel calcagno e non ha mollato la presa finché la donna non gli ha aperto le mandibole a mano, rimediando una ferita da 12 punti.


CASTORO.

 L'architetto-ingegnere più preciso del regno animale è fortemente territoriale, e protegge le dighe scrupolosamente costruite con denti taglienti che non cessano mai di crescere. 
Lo sanno bene gli incauti castori di colonie estranee che tentino di inoltrarsi nei territori rivali, o gli esseri umani che si siano trovati ad invadere involontariamente le aree occupate dai roditori. 
Prima di arrivare alle cattive maniere tuttavia, questi animali lasciano degli avvertimenti: prima marcano il territorio con segnali odorosi, poi producono un suono molto ben udibile sbattendo la coda piatta contro la superficie dell'acqua.
 Chi ha orecchi per intendere...


CIGNO. 

Quello tra uomo e cigni sembra essere un rapporto di muta ammirazione.
 Almeno finché non ci si avvicina - anche accidentalmente, durante una gita in canoa lungo un fiume - al nido di questi pennuti.
 Gli esemplari maschi sono estremamente territoriali e difendono la nidiata con colpi d'ala e di becco, aiutati dalla stazza intimorente (fino a 2,4 m di apertura alare). 
Hannibal, un cigno del castello di Pembroke, in Galles, ha ucciso almeno 15 dei suoi simili per poi mostrare il macabro trofeo alla sua partner, con aria soddisfatta.
 E poi c'è la storia di Mr Asbo, il cigno antisociale che è stato rimosso da un fiume di Cambridge perché terrorizzava i canoisti che si avventuravano nelle sue vicinanze, arrivando a capovolgere le imbarcazioni.


LORIS LENTO.

 Pochi animali possono vantare un gomito velenoso: il loris lento (gen. Nycticebus ) un piccolo primate originario dell'Indonesia, famoso per gli occhioni da cartone animato, è tra questi. 
Quando si sente minacciato il mammifero alza le braccia in una posizione difensiva tutt'altro che innocua.
 Nell'incavo dei suoi gomiti si nascondono ghiandole che secernono una sostanza che il contatto con la saliva rende velenosa.
 Il morso del loris diviene pertanto avvelenato, e come se non bastasse l'animale inizia a soffiare con un sibilo simile a quello di un cobra.
 La quantità di veleno mette ko soltanto i piccoli animali, ma è sufficiente a causare nell'uomo uno shock anafilattico.


MUCCA.

 Difficile immaginare una mucca minacciosa. 
Eppure esiste una razza di bovini, la razza Heck, che è nota per la sua particolare aggressività: queste mucche sono state selezionate negli anni '20-'30 da due allevatori tedeschi, i fratelli Heinz e Lutz Heck, a partire dal Toro de lidia spagnolo, una razza bovina particolarmente primitiva e aggressiva. 
L'idea, appoggiata dai nazisti, era quella di riportare in vita l'uro, un grande bovino estinto, l'uccisione del quale era considerata un atto di coraggio.
 Nel 2009 l'allevatore inglese Derek Gow ha provato a tenere qualche esemplare di questi bovini nella sua fattoria: ha dovuto rinunciare perché «tentavano di uccidere chiunque» ha spiegato.


DELFINO. 

La buona fama di Flipper e quel sorriso che la natura ha stampato in modo perpetuo sulle fauci dei delfini fanno spesso dimenticare che si tratti pur sempre di un animale selvatico.
 Forse per questo gli episodi di aggressività tra delfini sono così difficili da "digerire". 
Gli esemplari più grossi possono indulgere in comportamenti aggressivi nei confronti degli altri esemplari del gruppo, e sono stati documentati episodi di infanticidio (non legati a cannibalismo e quindi indipendenti dal desiderio di cibo).
 Morsi, prese e tentativi di trascinare sott'acqua sono stati osservati anche nei confronti dell'uomo, probabilmente in risposta all'atteggiamento invadente che teniamo nei confronti di questi animali, trattati alla stregua di attrazioni da parco giochi, persino all'interno del proprio habitat naturale.


IPPOPOTAMO. 

Su quest'ultimo avevamo qualche sospetto in più (a meno che non crediate ancora all'ippopotamo morbido e buffo di una vecchia pubblicità). 
I maschi dominanti sono estremamente territoriali e si fanno pochi scrupoli a uccidere i giovani rivali che provino a contendere il loro scettro.
 In Africa, questi bestioni caricano e attaccano ogni minaccia - anche su due piedi - che si avvicini al loro territorio, e uccidono più uomini di squali e leoni. 
A dispetto di quanto si pensi, non sono affatto lenti: sulla terra possono raggiungere i 48 km orari di velocità, e si muovono ancora più rapidamente nell'acqua.

 Fonte: www.focus.it

Particle Falls: la cascata che si colora a seconda di quanto è inquinata l'aria


Una cascata che si colora a seconda di quanto è inquinata l'aria. Una cascata di luce, blu o gialla o rossa, che cambia a seconda della percezione in tempo reale dell'inquinamento atmosferico.

 Il suo nome è "Particle Falls" (dell'artista Andrea Polli) e quello che la contraddistingue è che in realtà si tratta di un'installazione rientrante in un progetto di arte pubblica, ma ha dalla sua l'onere di inviare un messaggio: quanto alti siano i livelli di inquinamento nella nostra aria e quanto siano invisibili ai nostri occhi. 

Polli, professoressa associata di arte ed ecologia all'Università del New Mexico, ha debuttato con questa installazione di arte digitale a San Jose, in California, nel 2010.
 Ora, dopo Detroit, Philadelphia e Pittsburgh, "Particle Falls" è a Logan, nello Utah, in esposizione all'interno della rassegna ARTsySTEM project della Utah State University. 

COME FUNZIONA 

 La cascata è controllata con un nefelometro, uno strumento meteorologico che analizza in tempo reale le particelle sospese basandosi sulla misura della luce diffusa.
 In pratica riproduce in un flusso costante di luci acquose i dati sulla presenza di particolato nell'aria, captati da un nefelometro.
 Lo strumento spara un fascio luminoso in aria per misurare la concentrazione delle particelle sottili, in particolare la più piccola particella, la PM2,5.
 In questo modo, si monitora l'impatto quotidiano dell'inquinamento atmosferico.


"A Detroit e Philadelphia, per esempio, lo strumento che monitora il particolato [nefelometro] è stato collocato su una strada trafficata vicino a un semaforo", ha spiegato Polli. "Siamo stati così in grado di vedere gli effetti di vari tipi di autobus, vedendo un miglioramento reale nell'aria tra la circolazione di autobus e quella di veicoli diesel. 
Tuttavia, a Pittsburgh e Logan, il contesto era molto diverso". Polli ha notato che il persistere di alti livelli di Pm2,5 in queste due città è stato causato da un effetto di inversione in inverno nello Utah e la presenza dell'industria a Pittsburgh. 

 Germana Carillo
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