web

domenica 10 novembre 2019

Riapre al pubblico la Casa del Bicentenario


Apre di nuovo le porte al pubblico la Casa del Bicentenario, nel Parco archeologico di Ercolano. 
Dopo la chiusura nel 1983 dovuta a dissesti di ordine strutturale, il taglio del nastro con il ministro di Beni Culturali e Turismo, Dario Franceschini, per una delle domus più sontuose dell'antichità, nel Decumano Massimo, al confine tra la città antica e quella moderna interessata da lavori di riqualificazione che, in un futuro non molto lontano, le restituiranno nuovo volto.










La domus è detta del Bicentenario perché è stata portata alla luce durante gli scavi condotti nel 1938 dall'archeologo Amedeo Maiuri, a duecento anni esatti dall'avvio ufficiale degli scavi borbonici della città di Herculaneum avvenuti, nel 1738. 

Ai visitatori oggi si sono aperte le porte di alcuni ambienti della domus (sono ancora in corso lavori di restauro) di età Giulio - Claudia che offrono uno spaccato della vita domestica e degli usi e costumi degli antichi abitanti. 

Sita a pochi passi dal Foro e dal Teatro, la Casa del Bicentenario si sviluppava su tre piani per una superficie totale di 600 metri quadrati. 
 Il visitatore può ammirare le ricostruzioni messe a punto da Maiuri e gli interventi recenti sulle decorazioni parietali, analizzarne la copertura a compluvio nell'atrio, deformata da fango vulcanico nel 79 d.C e ricostruita più volte nel corso del `900, i ponteggi montati nel tablino, la porta scorrevole in legno carbonizzato e poi entrare nel peristilio della casa e osservare i lavori in atto per consentire di nuovo l'accesso al piano superiore dove vi è la famosa “croce” che si credeva cristiana.


Qui, nel 1938 nel corso di uno scavo, fu rinvenuta la traccia di una croce sull'intonaco di una parete, interpretata come simbolo della precoce diffusione del cristianesimo nell'epoca romana.
 In realtà analisi successive stabilirono, grazie ad un confronto con ritrovamenti simili, che si era in presenza di un supporto di una mensola. 
Anche per questo oggi la Casa del Bicentenario è famosa per il ritrovamento della “croce”. 


La riapertura al pubblico della Casa del Bicentenario è il frutto di una stretta collaborazione tra Parco archeologico di Ercolano, Parco archeologico di Pompei, Herculaneum Conservation Project e Getty Conservation Institute. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 4 novembre 2019

Le incredibili grotte di Ajanta in India


Secondo gli archeologi, la costruzione delle grotte di Ajanta nel Maharashtra, in India, iniziò 2.200 anni fa. 
Nel corso di centinaia di anni più di 30 monumenti furono intagliati nella roccia. 

L’uso delle caverne si interruppe intorno all’anno mille d.C. per motivi tuttora sconosciuti, permettendo alla fitta foresta di crescere tutt’intorno, nascondendole alla vista per secoli.
 Nessun uomo vi pose lo sguardo se non molti secoli dopo.

 Nel 1819, quando il britannico John Smith era a caccia di tigri, scoprì un passaggio segreto che conduceva a uno dei templi. Lo testimonia una scritta - che oggi definiremmo uno scempio - su una parete che lo stesso Smith lasciò, incidendo la data della sua scoperta. 

La scoperta, però, non venne resa nota subito. E le grotte rimasero un segreto per molti anni ancora...


L’esistenza delle grotte si seppe molto tempo dopo, quando furono liberate dalla vegetazione e dai tanti animali che vi vivevano da secoli. 
Iniziarono ad arrivare così i primi turisti, prima indiani e poi europei. 

Gli esperti hanno datato le grotte al secondo secolo avanti Cristo. La loro funzione sembra fosse religiosa.
 Le grotte, con i numerosi templi e altari, venivano usate per pregare. 

Molta influenza Romana si può notare nelle lunghe colonnate e nelle arcate visibili all’interno delle caverne


La roccia era stata incisa con utensili rudimentali o addirittura a mani nude.
 Le prime grotte furono scavate durante l’impero Sātavāhana, che risale al 230 a.C.. 

Quasi tutte le superfici, tranne i pavimenti, sono interamente ricoperte da dipinti. 
Naturalmente hanno perso molto del loro smalto iniziale, ma si stanno facendo sforzi per restaurarle e portarle al loro antico splendore.
 Sulle pareti sono stati scritti dei poemi, se ne contano ben 547, che raccontano la storia delle vite precedenti del Buddha. 
Per poter scrivere, le pareti furono dapprima rivestite di gesso e, prima che questo asciugasse, l’artista ha dipinto sopra così che diventasse parte della superficie. Questa tecnica ha fatto sì che le scritte durassero oltre duemila anni


La Grotta Uno ha una delle migliori sculture sulla facciata, con figure in rilievo. 
Ha un cortile con celle fronteggiate da vestiboli su ogni lato. C'è anche una veranda con celle alle estremità. 
Dodici pilastri formano un colonnato quadrato che sostiene il soffitto, creando navate spaziose lungo le mura


La Grotta Due, adiacente alla prima, è nota per i dipinti ben conservati sulle mura, il soffitto e le colonne. 
Somiglia molto alla prima grotta, ma è in un migliore stato di conservazione.
 Sulla facciata ha una veranda con diverse sculture. 
La veranda è composta da celle sorrette da vestiboli colonnati a entrambe le estremità. 

Le celle erano necessarie per sopperire alla grande richiesta di abitazioni degli anni seguenti






Nessuno sa perché a un certo momento della storia le grotte furono abbandonate.
 Il mistero non è ancora stato svelato. Ma la meraviglia negli occhi dei visitatori che entrano per la prima volta nelle grotte di Ajanta è già un bel traguardo.


Dal 1983 le grotte di Ajanta sono un Patrimonio dell'umanità dell'Unesco

 Fonte: siviaggia.it

giovedì 31 ottobre 2019

L’affascinante storia del colore bianco degli abiti da sposa


I matrimoni contemporanei sono spesso un simbolo di amore tra la sposa e lo sposo, ma durante la maggior parte della storia le unioni erano spesso un affare fra due famiglie.

 Gli abiti da sposa costituivano una vetrina dello status sociale della famiglia della sposa, che andava presentata sotto la migliore luce per attestare il livello economico delle famiglie coinvolte.
 L’abito, in realtà, altro non era che il miglior vestito da cerimonia che aveva a disposizione la ragazza, anche se era di colore scuro, diverso dall’abito da sposa bianco che va tanto di moda durante la nostra epoca.

 Durante lunghi periodi storici infatti molte donne nel giorno delle nozze indossavano un abito nero, naturalmente non un abito da sposa corto in pizzo ma lunghi e coprenti vestiti in grado di nascondere ogni parte del corpo.
 In genere si tendeva a evitare soltanto alcuni colori, fra cui il verde che veniva considerato “sfortunato”, mentre il blu era uno di quelli più in voga perché rappresentava purezza, pietà e attaccamento alla Vergine Maria.
 Oltre alle ragioni più spirituali, il blu aveva il pregevole vantaggio di nascondere perfettamente le macchie e le imperfezioni, e poteva essere indossato più volte senza essere lavato. 

 Nonostante ci siano diversi esempi di spose vestite in bianco a partire già dal 1406, quindi ancora in epoca medievale, la svolta per l’abito cangiante fu il matrimonio del 1840 della Regina Vittoria con suo Cugino Alberto, che decretò l’inizio di una tradizione che dura a tutt’oggi.


Il suo magnifico abito bianco ispirò migliaia di spose, che si vestirono di bianco imitando la monarca inglese.

 Un decennio più tardi il Godey’s Lady’s Book, una delle prime riviste femminili negli Stati Uniti, dichiarò il bianco come la tonalità più adatta all’abito da sposa.

 Da metà ‘800 in poi le spose sono state vestite con abiti bianchi realizzate con le migliori qualità di tessuto. 
Il bianco però era un colore duro da ottenere e difficile da conservare, e solo le donne delle classi sociali più abbienti potevano permettersi un tale lusso.

 L’abito bianco subì una forte frenata durante la Grande Depressione, quando un’economia più instabile spinse moltissimi a scegliere un abito che avrebbe potuto esser riutilizzato più volte. Passata la Grande Depressione e poi la Seconda Guerra Mondiale, il bianco tornò in voga, e divenne popolarissimo in seguito al matrimonio di Grace Kelly con il Principe Ranieri di Monaco, nel 1956.


Il bianco non è un colore universale, e le spose asiatiche indossano spesso un colore rosso o bianco-rosso perché auspica una buona sorte alla coppia. 

Nei matrimoni in Giappone gli abiti vengono cambiati spesso dalla sposa, e sono tutti colorati.



Fonte: vanillamagazine.it

mercoledì 30 ottobre 2019

Scoperti tunnel segreti dei templari sotto la città israeliana di Acri. Forse c’è anche un tesoro


Una spedizione di archeologi guidata dall'esploratore Albert Lin della National Geographic ha scoperto sotto la città portuale di Acri, in Israele, una fitta rete di tunnel segreti utilizzata dai cavalieri templari al tempo della Terza Crociata o Crociata dei re (1189 – 1192). 
Alcuni di questi tunnel sono già noti da molto tempo, ma quelli appena individuati sono sepolti e non sono mai stati esplorati dagli studiosi.

 Lin e colleghi hanno rilevato anche una casa di guardia e i resti di una torre ad essa associata.
 Forse si tratta della famosa torre del tesoro, dove i membri dell'ordine religioso cavalleresco trasferivano oro dal porto, proprio passando attraverso i tunnel segreti. 

 Per scoprire questa meraviglia archeologica, sepolta sotto metri di terra e roccia, il dottor Lin e colleghi si sono avvalsi della più moderna tecnologia applicata alle scienze. Nello specifico hanno sfruttato la LiDAR, acronimo di Laser Imaging Detection and Ranging, una tecnica di telerilevamento che attraverso impulsi laser permette di scrutare sotto la superficie senza dover scavare.


Il famoso ordine dei cavalieri templari (Pauperes commilitones Christi templique Salomonis) si stabilì nella città di Acri – conosciuta anche come Tolemaide – per un centinaio di anni; vi arrivò attorno al 1.190 dopo Cristo, in seguito alla sconfitta del loro centro di comando a Gerusalemme per mano dei soldati guidati da Saladino.

 Il nuovo quartier generale dell’ordine religioso, nato dopo la Prima Crociata per proteggere i pellegrini europei in visita alla Terra Santa, fu costruito proprio ad Acri. 
Qui i cavalieri rimasero fino al 1291, quando furono costretti a trasferirsi a Limassol sull’isola di Cipro. 

 Oltre al quartier generale, si ritiene che sotto la città di Acri vi fosse anche la torre con il leggendario tesoro dei templari; potrebbe essere proprio quella rilevata dalla tecnologia LiDAR, utilizzata per non compromettere l’integrità dei monumenti storici della città israeliana. 

Al momento non sono ancora previsti scavi per accedere ai tunnel e alle altre costruzioni sotterranee individuate, ma è possibile che una spedizione venga organizzata in futuro.
 Gli scienziati guidati dal dottor Lin hanno utilizzato i dati laser per ricostruire al computer in 3D la fitta rete di tunnel dei templari. I dettagli di questa affascinante scoperta sono stati rilasciati durante una puntata della serie di documentari “Lost Cities” della National Geographic. 

 Fonte: scienze.fanpage.it

lunedì 28 ottobre 2019

Podostroma cornu-damae, il corallo mortale


Corallo di fuoco avvelenato è il nome comune di un fungo mortale (il Podostroma cornu-damae) che di corallo ha solo l'aspetto.

 Già noto agli esperti, fa notizia il luogo del suo ultimo ritrovamento: una foresta pluviale appena fuori Cairns, cittadina australiana, a migliaia di chilometri cioè dalle montagne di Corea e Giappone che si riteneva fossero il suo habitat naturale.
 La scoperta, ad opera di un appassionato, conferma definitivamente che il P. cornu-damae non è endemico di Corea e Giappone, ma può crescere naturalmente anche altrove.


Matt Barrett, micologo della James Cook University (Australia), spiega che questa specie di fungo può causare una "orribile varietà di sintomi" se ingerito, inclusi vomito, diarrea e febbre.
 La morte sopraggiunge rapidamente a seguito del collasso degli organi interni e dei danni cerebrali.


 Descritto per la prima volta nel 1895, sono noti numerosi decessi in Corea e Giappone - perché può essere scambiato per un fungo utilizzato nella medicina tradizionale. 

 Oltre a essere mortale se ingerito, il P. cornu-damae è tossico al solo contatto: le tossine assorbite attraverso la pelle provocano dermatiti e reazioni allergiche. «La maggior parte dei funghi, anche l'amanita falloide, possono essere maneggiati senza rischi.
 Il corallo di fuoco avvelenato no, non deve essere neppure sfiorato», afferma Barrett. 

Prima di questo avvistamento, il fungo era stato segnalato a Giava (Indonesia) e in Papua Nuova Guinea. 

 Fonte: www.focus.it

giovedì 24 ottobre 2019

Ruota degli Esposti a Forcella e Basilica della Santissima Annunziata Maggiore


Nel centro storico di Napoli, a Forcella, sorge la settecentesca Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, un’imponente capolavoro dall’aspetto tardo-barocco, legata alla Ruota degli Esposti. 
Napoli ha un legame particolare con questo luogo proprio perché dalla storia della ruota nasce il cognome napoletano più diffuso: Esposito.


Un grande complesso monumentale, realizzato nel XIII secolo dagli Angioini rimaneggiato nel Cinquecento e ampliato nel Settecento, dall’architetto Luigi Vanvitelli e dal figlio Carlo, costituito in origine, oltre che dalla chiesa, da un ospedale, un convento ed un conservatorio. 

L’istituzione, che ancora oggi ospita l’ospedale ginecologico e pediatrico, accoglieva anche creature che venivano abbandonate da famiglie povere o da madri che li avevano concepiti di nascosto.


I bambini abbandonati venivano introdotti in una specie di tamburo di legno di forma cilindrica e suddiviso in due parti, previdentemente chiuso da uno sportello: la prima rivolta verso l’interno e la seconda verso l’esterno. 
Tale meccanismo permetteva alle persone, senza che nessuno potesse vederle, di depositare i propri neonati. 

Il trapasso attraverso il pertugio trasformava il bambino in figlio della Madonna (‘o figliu d’ ‘a marònna). 

 Per un eventuale successivo riconoscimento da parte di chi l’aveva abbandonato, venivano inseriti nella ruota assieme al neonato monili, documenti con i nomi dei genitori o altri segni di riconoscimento.

 Al di sopra della ruota degli esposti, vi era un puttino di marmo con la scritta: “O padre e madre che qui ne gettate / Alle vostre limosine siamo raccomandati“.




Dalla Sacra Ruota degli Esposti ha origine il più noto cognome dei napoletani: Esposito ( da Esposti, degli Esposti ). 

Anche se la ruota fu chiusa definitivamente nel 1875, per diversi anni i piccoli continuarono ad essere esposti, nottetempo, sui gradini della chiesa.


 Ancora oggi, a via dell’Annunziata a sinistra dell’arco cinquecentesco d’ingresso, è ancora possibile vedere la ruota degli esposti, ovviamente non più in funzione, mentre gli ambienti interni sono stati restaurati e resi visitabili.


All’interno della Basilica è presente lo Succorpo Vanvitelliano,una piccola chiesa sotterranea, indipendente dalla principale, realizzata nel ‘700 in coincidenza della maestosa cupola e la Cappella Carafa, che ha conservato marmi e monumenti sepolcrali del XVI secolo. 


 Ai piani superiori, dove si trovano le abitazioni delle suore, è custodita una statua della Madonna che ha le fattezze di una bambola di porcellana e porta del lunghi boccoli biondi fatti di capelli veri

 Annualmente (ogni 25 marzo) viene condotta giù nella chiesa affinché le siano cambiate le scarpine consumate. 
La credenza sostiene, infatti, che l’Annunziata, cammini di notte sfamando i poveri e gli orfanelli e portando conforto a tutti. 

Fonte: napoli-turistica.com

lunedì 21 ottobre 2019

Almeno 20 bare colorate e ben conservate scoperte nell'antica necropoli egiziana


La scoperta di almeno 20 sarcofagi egiziani molto colorati e ben conservati è stata descritta dagli esperti come “una delle scoperte più grandi e importanti che siano mai state annunciate negli ultimi anni”.
 I sarcofagi sono stati trovati nella necropoli di El-Assasif vicino a Luxor ed erano state riposte su due livelli con un sarcofago posto sopra l’altro. 
Sono tutti ancora sigillati e nella posizione in cui sono stati posizionati originariamente, ognuno ben conservato con colori vibranti e iscrizioni complete ancora visibili. 
Non è ancora chiaro a quale epoca appartengano o chi potrebbe essere sepolto al loro interno, ma l’area in cui sono state trovate ha ospitato alcuni dei leader più famosi dell’antico Egitto.


El-Assasif è una necropoli in Cisgiordania a Tebe in Egitto.
 Questa regione è conosciuta come Alto Egitto e contiene sepolture di tre dinastie che regnarono nell’antico Egitto tra il 1550 e il 525 a.C. 

La prima, la 18esima Dinastia d’Egitto, tra il 1550 e il 1292 aC., era anche conosciuta come la dinastia dei Thutmosid ed era governata da alcuni dei più famosi faraoni egiziani, tra cui Tutankhamon , Hatshepsut e Akhenaton.
 In particolare, questa era aveva anche due donne che governavano come faraoni ed è stata classificata come la prima dinastia del Nuovo Regno d’Egitto. 
 La 25esima dinastia, nota anche come la dinastia nubiana o dell’impero kushita, era governata da una stirpe di faraoni provenienti dal Regno di Kush in quello che oggi è il nord del Sudan e avvenne tra il 744 e il 656 aC. 
In seguito  la 26esima dinastia , chiamato anche il periodo Saite, fu l’ultima dinastia di egiziani a governare prima dell’invasione persiana, comandando nella regione tra il 664 e il 525 a.C.


Negli ultimi anni, il Ministero delle Antichità egiziano ha scoperto una miriade di sepolture in tutto il paese. 
A maggio, i funzionari hanno scoperto un cimitero di 4.500 anni fa situato nella periferia del Cairo, che ospitava alcuni ricchi e potenti sepolti in Egitto accanto a manufatti sontuosi. 
Solo due mesi prima, l’agenzia aveva annunciato il recupero di uno scheletro non datato, ma antico, di una ragazza adolescente situato vicino a una piramide di 4.600 anni. 
Gli scavi subacquei di luglio di due città sottomarine hanno rivelato una tesoro in oro, ceramiche e templi, mentre ad aprile sono state scoperte decine di mummie egiziane in una tomba 

Tratto da www.iflscience.com

venerdì 18 ottobre 2019

Nuova eccezionale scoperta a Pompei: trovato l’affresco dei gladiatori combattenti


Uno straordinario e ben conservato affresco raffigurante dei gladiatori combattenti è stato scoperto dagli archeologi nell’antica città romana di Pompei.
 La scena dell’affresco raffigura la fine di un combattimento tra due tipi di gladiatori, un Mirmillone e un Trace, distinguibili dalle diverse armature, in cui uno vince e l’altro soccombe. 

 È l’ultima scoperta a Regio V, un sito di 21,8 ettari a nord del parco archeologico che non è ancora stato aperto al pubblico. L’affresco è stato trovato su una parete sotto delle scale di quella che probabilmente era una taverna frequentata dai gladiatori e che forniva anche alloggio al piano superiore per farli dormire con le prostitute.


“E’ molto probabile che questo luogo fosse frequentato da gladiatori”, ha affermato Massimo Osanna, direttore generale del parco archeologico di Pompei. 

“Siamo nella Regio V, non lontani dalla caserma dei gladiatori da dove, tra l’altro, provengono il numero più alto di iscrizioni graffite riferite a questo mondo”. 

 “In questo affresco”, continua Osanna, “di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali.

 Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia.
 In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza; è il gesto di ad locutia, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”.


In tutto il parco è stato svolto un gran lavoro, che ha favorito l’arrivo di quasi 4 milioni di visitatori all’anno dal 2013, da quando, cioè, l’Unesco ha minacciato di inserire Pompei in nella lista dei siti in pericolo del patrimonio mondiale a meno che il governo non avesse migliorato la sua conservazione. 


 “Il sito archeologico di Pompei, fino a qualche anno fa, era conosciuto nel mondo per la sua immagine negativa: i crolli, gli scioperi e le file dei turisti sotto il sole”, ha detto il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, “Oggi è una storia di riscatto e di milioni di turisti in più. Oggi è un sito accogliente, ma soprattutto è un luogo in cui si è tornati a far ricerca, attraverso nuovi scavi. La scoperta di questo affresco dimostra che davvero Pompei è una miniera inesauribile di ricerca e di conoscenza per gli archeologi di oggi e del futuro”. 

 Fonte: keblog.it

martedì 15 ottobre 2019

Machu Picchu è stata costruita volutamente dagli Incas in un’area altamente sismica


Durante il GSA Annual meeting conclusosi a Phoenix, in Arizona, il geologo brasiliano Rualdo Menegat, del Departamento de Paleontologia e Estratigrafia, Universidade Federal do Rio Grande do Sul, ha presentato la relazione “How Incas used geological faults to build thei settlements” secondo la quale l’antico santuario Inca di Machu Picchu, considerato una delle meraviglie architettoniche dell’umanità, la città nascosta costruita in una remota area andina in cima a una stretta cresta, in alto sopra un canyon che precipita in un fiume, sarebbe stato costruito volutamente in un’area a fortissimo rischio sismico. 


 Machu Picchu è famoso per la sua perfetta integrazione con il paesaggio spettacolare che l’ha nascosta ai conquistadores spagnoli, ma la posizione della città/santuario ha a lungo sconcertato gli scienziati: perché gli Incas hanno costruito il loro capolavoro in un posto così inaccessibile? 
La ricerca di Menegat suggerisce che la risposta potrebbe essere legata alle faglie geologiche che si incrociano sotto il sito e da una dettagliata analisi geo-archeologica viene fuori che gli Incas avrebbero costruito intenzionalmente Machu Picchu, come altre loro città, in luoghi in cui si incontrano faglie tettoniche.
 Menegat è convinto che «La posizione di Machu Pichu non è una coincidenza. 
Sarebbe impossibile costruire un sito del genere in alta montagna se il substrato non fosse fratturato».


Utilizzando una combinazione di immagini satellitari e misure sul campo, Menegat ha mappato una fitta rete di fratture e faglie che si intersecano sotto il sito peruviano patrimonio mondiale dell’Unesco e a sua analisi indica che queste caratteristiche variano ampiamente: «Alle minuscole fratture visibili nelle singole pietre ai grandi allineamenti di 175 chilometri che controllano l’orientamento di alcune delle valli fluviali della regione». 

Menegat ha scoperto che queste fratturazioni «Si verificano in diversi insiemi, alcuni dei quali corrispondono alle principali zone di faglia responsabili del sollevamento delle Ande centrali negli ultimi 8 milioni di anni. 
Poiché alcuni di questi difetti sono orientati a nord-est-sud-ovest e altri a nord-ovest-sud-est, creano collettivamente una forma a “X” dove si interseca sotto Machu Picchu»
 La mappatura del ricercatore brasiliano suggerisce che le suddivisioni urbane della città/santuario Inca e i campi agricoli circostanti, ma anche i singoli edifici e le scale, siano tutti orientati lungo queste tendenze: 
«Il layout riflette chiaramente la matrice della frattura alla base del sito – ha detto Menegat – Anche altre antiche città Inca, tra cui Ollantaytambo, Pisac e Cusco, si trovano all’intersezione di faglie, ognuna è precisamente l’espressione delle direzioni principali dei difetti geologici del sito».

 I risultati dello studio di Menegat indicano che la rete di faglie e fratture sottostante alla città sacra è parte integrante della costruzione di Machu Picchu quanto le sue leggendarie pietre che stanno insieme senza malta e così perfettamente montate che è impossibile far scivolare tra di loro una carta di credito.

 Menegat spiega che «Come capimastri, gli Incas hanno approfittato degli abbondanti materiali da costruzione nella zona di faglia. 
L’intensa fratturazione ha predisposto le rocce a rompersi lungo questi stessi punti di debolezza, riducendo notevolmente l’energia necessaria per scolpirle».






Oltre a contribuire a modellare le singole pietre, la rete di faglie di Machu Picchu probabilmente offriva agli Incas altri vantaggi, secondo Menegat «Il principale tra questi era una fonte d’acqua disponibile. 
Le fratturazioni tettoniche dell’area hanno incanalato l’acqua di fusione e l’acqua piovana direttamente nel sito. La costruzione del santuario in un crinale così in alto ha anche avuto il vantaggio di isolare il sito da valanghe e frane, rischi fin troppo comuni in questo ambiente alpino».

 Le falde e le fratture sotto Machu Picchu hanno anche contribuito a drenare il sito durante gli intensi temporali della regione amazzonica peruviana: «Circa i due terzi dei lavori di costruzione del santuario hanno comportato la costruzione di drenaggi sotterranei – conclude Menegat – 
Le fratture preesistenti hanno aiutato questo processo e hanno contribuito alla sua notevole conservazione. Machu Picchu ci mostra chiaramente che la civiltà Inca era un impero di rocce fratturate». 

 Fonte: greenreport.it

venerdì 11 ottobre 2019

Il mistero del limpidissimo lago giapponese sempre ricoperto dalla nebbia


Così cristallino da essere uno dei laghi più chiari del mondo. Peccato che per la maggior parte del tempo sia coperto dalla nebbia e dalle nuvole.
 Una «maledizione» che rende il lago Mashu uno dei luoghi mistici del Giappone. 

 Siamo nel Parco nazionale Akan-Mashu, sull'isola di Hokkaido, e questo lago non è nient'altro che una una caldera nata settemila anni fa da un'eruzione vulcanica.
 Al suo centro si trova un'isoletta, che in realtà è quello che resta del vulcano, ormai spento.

 Camminare sulle rive del lago Mashu è severamente proibito dal Ministero dell'Ambiente giapponese: non tanto perché è considerato sacro dagli indigeni giapponesi Ainu ma per motivi di sicurezza.
 I suoi bordi sono frastagliati e si sbriciolano facilmente. 
E la nebbia fitta fa il resto, alimentando il suo antico intrigo.




Il lago è ricoperto dalla nebbia più di 100 giorni all'anno. Ed è inutile dire che l'inaccessibilità stia contribuendo a preservare le sue acque incontaminate, con una visibilità da 20 a 30 metri.

 La popolazione Ainu chiamava questo lago «Mashinko» che significa lago del diavolo. 
Gli abitanti del luogo credono che le divinità del lago Mashu siano in grado di influenzare le nostre vite e che la nostra sorte dipenda da com'è il giorno in cui si osserva il lago, se è nebbioso o sereno.


La caldera è enorme. E visto che non ci si può avvicinare, per ammirarla sono state create delle terrazze panoramiche. 
Due si trovano sul lato ovest del lago; una terza, meno conosciuta, si trova ad est ed è la più vicina alle acque mistiche del lago, tanto da essere considerata un luogo di pace e riflessione. 

 Fonte:lastampa.it
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...