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martedì 14 novembre 2017

Piume come filo interdentale: l'igiene dei macachi


Poche cose danno fastidio come i residui di cibo tra i denti: il macaco cinomolgo delle Isole Nicobare (Macaca fascicularis umbrosus), un arcipelago nell'Oceano indiano orientale, lo sa bene, e per questo ha imparato a ricavare strumenti non solo per ottenere cibo, ma anche per curare l'igiene orale.

 Il comportamento di una ventina di queste scimmie sull'isola di Gran Nicobar è stato seguito dai biologi del Sálim Ali Centre for Ornithology and Natural History di Coimbatore, India.


Molti degli alimenti preferiti di questi primati sono ricoperti di spine, peli, gusci o sporco.
 Per disfarsi degli involucri non edibili, i macachi ricorrono a una varietà di tecniche: lavano il cibo in pozzanghere o lo avvolgono all'interno di foglie secche che poi strofinano sull'alimento, per raschiarne via lo strato esterno. 
Usano inoltre foglie, rifiuti di carta o pezzi di plastica e stoffa per riuscire a tenere con le zampe il cibo tagliente o pungente.

 Come altre scimmie hanno imparato a rompere le noci di cocco scagliandole al suolo o contro la roccia e - comportamento inedito - a scuotere i cespugli per disturbare gli insetti al loro interno, e agguantare quelli che volano via.
 A pasto ultimato, è tempo di pulizie: 9 tra i 20 macachi osservati sono stati visti passarsi tra i denti l'equivalente del nostro filo interdentale dopo pasti diversi, e in punti diversi dell'isola. Per farlo hanno usato piume di uccelli, aghi degli alberi, fili d'erba, fibre di cocco, fili di nylon o metallici. 

 I macachi delle Nicobare sono la terza specie di scimmia in cui viene osservato il curioso comportamento.
 I macachi giapponesi sfruttano come filo interdentale il proprio lungo pelo, mentre quelli thailandesi ricorrono, per lo stesso scopo, ai capelli umani (il cebo barbuto in Brasile sa fabbricare, invece, gli "stuzzicadenti"). 

 Se la capacità di usare strumenti non è una novità nel mondo animale, quella di usare utensili diversi e di saperli adattare a uno scopo è sintomo di capacità di progettazione e di anticipazione: un esempio di intelligenza animale non da poco.

 

 Fonte: focus.it

lunedì 13 novembre 2017

Ecco svelata l’origine delle tegnùe, i coralli di Venezia


I fondali del Mar Adriatico non solo solo distese sabbiose.
 Nella parte nord occidentale, sotto le acque al largo di Chioggia, sorgono le tegnùe, conformazioni rocciose sommerse a oltre 20 metri di profondità. 
Composte da organismi incrostanti, ricordano con la loro struttura che si eleva dal fondale limoso-sabbioso una barriera corallina.
 Il nome, invece, deriva dal dialetto veneto. 

Le tegnùe sono così chiamate dai pescatori perché trattengono le reti calate in mare per la pesca. 
 Ma da dove arrivano questi coralli, così unici e peculiari? 
La risposta, fino ad oggi, era poco chiara. «I modelli genetici finora formulati per spiegare l’origine delle tegnùe non erano soddisfacenti, quindi abbiamo messo in campo competenze multidisciplinari», ha detto Luigi Tosi, autore dell’articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports e ricercatore dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Ismar-Cnr).

 Per scoprire l’origine di questi coralli veneziani ha collaborato un team composto da geologi, oceanografi, geofisici e biologi provenienti dall’Università di Padova, dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (Conicet) in Argentina. 
Per cercare di svelare il mistero dell’origine delle tegnùe sono state compiute oltre 200 immersioni e campionature di rocce e sedimenti sciolti.
 Le ricerche sono poi continuate in laboratorio con analisi isotopiche, paleoambientali e di microscopia elettronica.






«Dalle ricerche è risultato che le tegnùe si sono sviluppate lungo le strutture morfologiche allungate e sinuose attribuite ad antichi canali fluviali, che erano presenti nella pianura durante l’ultimo periodo glaciale, vale a circa 20.000 anni fa», ha spiegato Sandra Donnici, geologa Ismar-Cnr.

 L’analisi di un campione roccioso, in particolare, si è rivelata fondamentale. 
Una “stele di Rosetta”, come l’ha definita Tosi.
 «Si tratta di un lastrone di sabbia cementata, che al suo interno presenta inglobati gusci di molluschi che hanno consentito di determinare età e caratteristiche del paleoambiente al momento della sua cementazione – ha raccontato il ricercatore –. Le successive analisi radiometriche al carbonio 14 hanno consentito di datare a circa 9mila anni fa l’arrivo del mare in questa parte dell’antica pianura pleistocenica e a 7mila anni fa la sua cementazione, sulla quale i primi organismi biocostruttori hanno cominciato ad attecchire». 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

Kelingking Beach, la spiaggia a forma di dinosauro


Kelingking Beach è la spettacolare spiaggia a forma di dinosauro, situata a Nusa Penida, un’isola indonesiana a sud-est di Bali. Selvaggia e incontaminata, l’isola non è affatto una meta turistica, a differenza della vicina Lembongan, per questo è consigliata soprattutto a chi è a caccia di avventura e sogna di vivere in contatto con la natura. 

 L’area naturale si può raggiungere facilmente con i traghetti che partono da Sanur o da Padangbai e hanno un costo di 125.000 rupie. 
La traversata dura 45 minuti e una volta arrivati è possibile muoversi sull’isola utilizzando un motorino.

 Il primo luogo da raggiungere, una volta sbarcati, è senza dubbio Kelingking Beach. 
 Si tratta di una spiaggia di sabbia bianca che culmina con una scogliera a picco sul mare. 
Qui la natura è padrona di tutto e fra le rocce cresce una fitta vegetazione, che arriva quasi sino all’acqua azzurra.

 Per raggiungere la zona è necessario affrontate un lungo percorso a piedi, ma una volta arrivati ne vale davvero la pena.
 La maggior parte dei turisti si ferma poco prima di arrivare a Kelingking Beach, per ammirare la spiaggia dall’alto e scoprirne la forma curiosa.
 La scogliera infatti forma delle insenature che fanno sembrare questo lembo di terra un dinosauro che emerge dalle profondità del mare.


Non solo il T-Rex di Kelingking Beach, Nusa Penida custodisce tantissimi luoghi magici tutti da scoprire che raccontano il passato selvaggio dell’Indonesia. 
Il più famoso è Crystal Bay, una spiaggia in cui fare il bagno con i Mola Mola, i giganteschi pesci luna e raggiungere a nuoto un antico tempio.








Da non perdere Atuh Beach, in cui scoprire colori unici al mondo e una distesa di alghe, e Pura Goa Giri Putri, in cui indossare un sarong tradizionale e visitare un tempio induista costruito sotto terra e raggiungibile attraverso un tunnel.




Fonte: siviaggia.it

domenica 12 novembre 2017

Carnyx, il corno da battaglia celtico


Il carnyx era uno strumento a fiato di bronzo utilizzato dai Celti e dai Daci tra il 300 a.C. e il 200 d.C.
 La sua forma caratteristica a “S” allungata terminava con un’apertura superiore (campana) generalmente zoomorfa.

 Il carnyx era utilizzato in guerra e viene citato direttamente da Giulio Cesare e Diodoro Siculo: serviva non solo a incitare le truppe in battaglia o a intimidire l’avversario, ma probabilmente anche ad impartire ordini di assalto o ritirata. 
Le sue dimensioni lo portavano a stagliarsi ben oltre le teste dei combattenti e a risuonare su tutto il campo di battaglia.




Fino al 2004 esistevano solo frammenti di 5 carnyx provenienti da Scozia (l’esemplare più completo, solo la campana a forma di testa di cinghiale è sopravvissuta), Francia, Germania, Romania e Svizzera, ma nel settembre 2004 un gruppo di archeologi ha scoperto un deposito di oggetti metallici a Tintignac, Francia, risalente al I° secolo a.C.
 All’interno di questo deposito, che conteneva centinaia di pezzi di spade, lance dalla punta di ferro, scudi ed elmi, sono stati rinvenuti ben 7 carnyx, uno dei quali quasi completo. 
 Quattro dei carnyx avevano una campana a forma di cinghiale, il quinto sembra raffigurare una sorta di rettile mostruoso e i due rimanenti avevano una campana a forma d’uccello.

 A partire dagli anni ’90 del secolo scorso sono state creare diverse repliche basate su principalmente sul carnyx scozzese (il carnyx di Deskford) e su quelli di Tintignac.



Fonte: vitantica.net

giovedì 9 novembre 2017

Gatto e uomo: le origini della convivenza


La relazione tra esseri gli umani e i gatti è probabilmente più antica di quanto si possa immaginare: la domesticazione dei felini di piccola taglia è generalmente datata a circa 8.000 anni fa, ma una scoperta del 2004 a Cipro sembrerebbe retrodatare il rapporto tra uomo e gatto di almeno 1500 anni, se non addirittura a circa 12.000 anni fa.
 Per scoprire ulteriori dettagli sull’origine della domesticazione del gatto, un team multidisciplinare ha condotto nel 2016 uno studio genetico sui resti di 290 antichi gatti domestici rinvenuti in 30 siti archeologici sparsi su tutto il pianeta: i campioni più antichi risalgono ad un periodo compreso tra il 6.900 a.C. e il 1.900 a.C., periodo in cui molti degli abitanti europei conducevano ancora una vita da cacciatori-raccoglitori; il più recente, invece, risaliva al XVIII° secolo.

 I risultati di questa ricerca hanno rivelato alcune sorprese. 
Secondo gli autori della ricerca, tutti i gatti moderni discendono da un’unica specie, il Felis silvestris; in aggiunta, sembra che i gatti abbiano iniziato ad accompagnare l’essere umano in due ondate: la prima sembra essere stata una relazione tra gatti selvatici e popolazioni di cacciatori-raccoglitori che si stavano convertendo all’agricoltura, come dimostrerebbe il gatto di Cipro; la seconda, invece, si verificò qualche millennio dopo e contribuì alla diffusione dei gatti domestici dall’ Antico Egitto al resto del mondo.

 Prima dell’agricoltura, era il cane (o il lupo addomesticato) l’animale più utile per l’essere umano: aiutava nella caccia, si sbarazzava degli scarti indesiderati e contribuiva alla difesa la comunità. 
Con la nascita dei primi insediamenti stabili e del primi surplus di granaglie, si rese necessaria la presenza di un predatore naturale addomesticato per eliminare la prima piaga del mondo agricolo, i topi.


Contrariamente alla domesticazione del lupo, che ha richiesto un intervento umano attivo per addestrare e ammansire i primi esemplari, gatti si sono fondamentalmente addomesticati da soli per convenienza: si sono autoinvitati nei nostri insediamenti agricoli per via dell’abbondanza di prede e col passare del tempo l’essere umano si è reso conto della loro utilità e ha iniziato tollerare sempre di più la loro presenza. 

Per molti millenni, il gatto selvatico è rimasto fondamentalmente immutato pur sviluppando una tolleranza crescente alla nostra presenza: la nascita delle razze moderne, infatti, iniziò tra il XVIII° e il XIX° secolo durante le prime sperimentazioni di selezione dei tratti cromatici o morfologici più particolari o apprezzati dalla moda del tempo.

 L’incredibile adattabilità e opportunismo del gatto selvatico gli ha permesso di conquistare quasi ogni habitat, ma la sua forte diffidenza nei confronti dell’essere umano e le sue abitudini solitarie devono aver rappresentato un grosso ostacolo all’inizio del processo di domesticazione: gli esemplari più curiosi, impavidi o costretti dalla fame iniziarono a spingersi furtivamente nei granai dei nostri antenati seguendo le tracce dei roditori di cui si nutrivano; col trascorrere del tempo, si accorsero probabilmente che un granaio, oltre che fornire l’habitat ideale per le loro prede naturali, era un ottimo ambiente per trascorrere la notte al caldo, e che la loro presenza iniziava ad essere tollerata, se non addirittura ricompensata, da quei grossi e bizzarri animali bipedi.


Migliaia di anni dopo, i felini nordafricani acquisirono uno status di divinità con l’apparizione nel pantheon egiziano della dea Bastet (adorata fin dal 2890 a.C.), dotata di una testa felina e in principio divinità della guerra nel Basso Egitto sotto il nome di Sekhmet, per poi divenire una divinità protettrice nei secoli successivi.
 I gatti erano considerati sacri al punto da punire talvolta con la morte chi ne avesse ucciso uno; moltissimi gatti vennero inoltre mummificati per accompagnare i loro padroni nell’oltretomba.


Secondo una leggenda diffusa probabilmente nel II° secolo a.C., la Battaglia di Pelusio (525 a.C.) combattuta tra Persiani ed Egiziani fu decisa a “colpi di gatto”: consapevoli dell’importanza e della sacralità dei gatti per i loro nemici, i Persiani legarono un gatto ad ogni scudo, costringendo gli egizi alla resa.
 Per quanto si tratti probabilmente di una voce priva di alcun fondamento, dimostra comunque quanto fosse nota nel mondo antico la relazione tra uomo e gatto in Egitto.

 L’arrivo della cristianità e la sua diffusione sull’intero continente europeo relegò il gatto al ruolo di creatura infida, se non addirittura legata al concetto stesso di Male. Ma una roccaforte di “adoratori dei gatti” riuscì a resistere anche nell’Europa cristianizzata: nella cultura vichinga, i gatti erano animali sacri alla dea Freja, divinità dell’amore, della fertilità e della morte.


Dalla ricerca emerge che i Vichinghi portassero con loro almeno un gatto durante i viaggi in mare, specialmente quelli che coinvolgevano il trasporto di cibo: la presenza dei felini contribuiva a tenere sotto controllo l’attività dei topi.
 Si trattava di gatti addomesticati da lungo tempo, dato che le dimensioni di un esemplare domestico tendono spesso ad essere inferiori rispetto alla sua controparte selvatica, il Felis silvestris.


Il Felis silvestris , definito genericamente “gatto selvatico”, è un felino che ha ottenuto un enorme successo evolutivo in buona parte degli ambienti conosciuti, dalle foreste del Nord Europa alle savane africane. 
Il gatto selvatico non è molto differente da alcune razze domestiche moderne, ma il suo manto presenta meno varietà cromatica e l’animale tende ad essere più grosso dei gatti addomesticati: in base alla sottospecie, può raggiungere i 13 kg di peso per 120-130 cm di lunghezza (80 cm di corpo e circa 40 di coda).

 

Fomte: vitantica.

Puzzlewood : il bosco del Signore degli Anelli esiste davvero


A Puzzlewood le rocce sono ricoperte dal muschio, ci sono le grotte segrete e serpeggianti sentieri dalle caratteristiche celtiche. Questo bosco è così magico che ha ispirato il Signore degli Anelli di Tolkien. 
 La trilogia del celebre film basata sul romanzo classico di JRR Tolkien è stata girata quasi interamente in Nuova Zelanda, ma l’idea per il regno mitico della terra medievale viene proprio dalla patria dello scrittore, l'Inghilterra.


In particolare, Puzzlewood è un antico bosco che si trova a Coleford nella foresta di Dean a Gloucestershire. 
Questa foresta primordiale copre 14 ettari di rocce ricche di muschio, radici che spuntano dal terreno e ponti boschivi, con un labirinto di percorsi che si snodano attraverso le gole.


Un posto tanto bello, quanto suggestivo e a tratti spettrale che riproduce alla perfezione l’ambientazione de il Signore degli Anelli, ma anche dell’Hobbit.
 Oltre alla vegetazione, qui vivono tantissimi animali. 

 Nei tempi romani qui c'era una miniera di ghisa, l'estrazione del minerale di ferro ha contribuito a modellare il terreno, dando vita a profondi labirinti di diverse dimensioni.
 Le grotte segrete vengono chiamate Scowles, mentre i sentieri Wildwood.
 Una volta che la miniera venne chiusa, la natura ha continuato a fare il proprio corso con muschio e alberi che hanno creato un paesaggio unico.










Tolkien però non è l'unico ad esserne rimasto affascinato.
 Alcuni dicono che la "Foresta Proibita" del mondo di Harry Potter presenta analogie simili alla geografia di Puzzlewood, sostenendo che l'autore JK Rowling potrebbe anche essere stato ispirato dalla foresta. 

Il bosco ha anche ospitato numerosi drammi televisivi tra cui Dr Who, Merlin e Atlantis. 

 Dominella Trunfio

mercoledì 8 novembre 2017

Un eccezionale ritrovamento dall'antica Grecia


Due anni fa gli archeologi impegnati negli scavi di una tomba a Pylos, una storica città sulla costa sudoccidentale della Grecia più volte citata nei poemi omerici, si imbatterono in un piccolo oggetto incrostato, lungo meno di 4 cm e di forma ovale, simile a una grossa perla.
 Non riuscendo a decifrarlo, lo lasciarono da parte per concentrarsi sugli altri tesori rinvenuti nel sepolcro appartenuto a un antico guerriero morto intorno al 1450 a.C., uno dei ritrovamenti più importanti compiuti in Grecia negli ultimi decenni.


Ma poi, ripulita la sporcizia, l'oggetto misterioso si è rivelato una pietra preziosa, incisa con precisione mirabile: un frammento di agata decorato con una scena di combattimento tra tre guerrieri. Uno sta per infilzare con la spada l'avversario, che si copre invano con lo scudo. Un terzo giace a terra, senza vita, in una rappresentazione che ricorda un momento drammatico dell'Iliade, o dell'Odissea, di Omero.
 L'oggetto - come spiegano gli archeologi dell'Università di Cincinnati - è montato per essere indossato al polso come un orologio, e il guerriero che impugna la spada nell'incisione ne sfoggia uno simile.


Due sono i misteri che riguardano la pietra: come è stato possibile decorarla così nel dettaglio (e dove, a quell'epoca)? 
Ed è davvero una scena dei poemi omerici, quella rappresentata? Il Guerriero del Grifone, l'uomo sepolto nella tomba insieme alla pietra, morì attorno al 1450 a.C., in un periodo cruciale di transizione in cui l'eredità della civiltà minoica si stava trasferendo da Creta all'interno del Peloponneso.

 I capi locali, come il nostro guerriero, esibivano oggetti di fine artigianato come questo per mostrare di appartenere alle élite del potere.

 Per la qualità della lavorazione, la pietra non poté che essere incisa a Creta: a quell'epoca in nessun altro luogo della Grecia era possibile una simile maestria. 
Il dettaglio nei particolari fa pensare che sia stata usata una lente di ingrandimento, anche se gli archeologi non ne hanno mai trovate. Altri hanno ipotizzato che l'incisore fosse miope e quindi costretto a lavorare da vicino, ma pare più improbabile. 

La pietra reca una riproduzione in piccolo di una scena su larga scala, forse dipinta a parete, come quelle che decoravano il Palazzo di Cnosso a Creta. 
 La relazione con i poemi omerici appare più complicata. I due guerrieri sconfitti nel disegno appartengono allo stesso esercito (sono vestiti allo stesso modo), e il significato della scena era probabilmente ben noto nell'iconografia minoica.

 Ma se un tempo si pensava che l'Iliade raccontasse eventi storici, che ci si affrettava a riconoscere nei vari reperti rinvenuti, ora si procede con maggiore cautela. 
 Si ritiene che i poemi omerici riportino secoli di tradizione orale, e che la distruzione di Troia avvenuta nel 1.200 a.C. possa essere rimasta impressa nella narrazione comune per circa 500 anni, prima che queste opere fossero messe per iscritto, nel 700 a.C.

 La sepoltura del Guerriero del Grifone precede la caduta di Troia, ed è ancora più distante, nel tempo, dalla stesura dei poemi omerici. Tuttavia si pensa che le narrazioni orali su cui essi si basano risalgano ai tempi dell'introduzione della Lineare B, il primo sistema di scrittura greco adattato dalla Lineare A minoica dai Micenei. 
 Le più antiche attestazioni di Lineare B risalgono al 1450 a.C., il tempo del nostro guerriero: può darsi, perciò, che le tradizioni orali alla base di Iliade e Odissea fossero già diffuse alla sua epoca.
 Non si può quindi dire che l'eroe nella scena sia Achille, o Ettore; è però probabile che il disegno si richiami a un ciclo di storie familiare a Minoici e Micenei. 

 Fonte: focus.it

Il mito greco del pavone


La bella e giovane ninfa Io stava rientrando a casa dal padre Inaco quando lo sguardo di Zeus si posò su di lei. 
Tentò di fuggire correndo nel bosco per nascondersi ma Zeus non ne volle sapere e fece scendere una fitta nebbia, che gli permise di avvicinarla e di farla sua.

 Giunone, moglie di Zeus, si insospettì vedendo tutta quella oscurità e così, gelosa, scese sulla terra ed eliminò la nebbia per capire cosa stesse accadendo. Zeus si accorse che la moglie era nei paraggi e per sviarla, tramutò Io in una giovenca.

 Giunone la vide e volle averla in regalo tanto era bella. Zeus accettò per non insospettirla e Giunone, che in realtà aveva intuito la verità, la affidò ad Argo dai cento occhi, che l’avrebbe custodita con attenzione.


Un giorno la giovenca Io si avvicinò a un fiume specchiandosi nelle sue acque ma vedendosi, si ritrasse intimorita.
 Vide suo padre e le sue sorelle che purtroppo non la riconobbero. 
Il padre però le porse dell’erba, lei tracciò con la zampa una scritta sulla polvere in modo da farsi riconoscere. 

Proprio in quel momento giunse Argo che la trascinò via. Ma Zeus si impietosì per la ragazza e decise di farla liberare da Mercurio. Quest’ultimo nei panni di un pastore si presentò ad Argo suonando una dolce musica e narrando la storia di Pan e Siringa.
 Argo si addormentò e Mercurio gli tagliò la testa dai cento occhi. 

Quando Giunone lo scoprì, si arrabbiò moltissimo e costrinse Io a peregrinare per il mondo finché raggiunse le sponde del Nilo.
 Qui Io supplicò Zeus di avere pietà. Quest’ultimo riuscì a convincere Giunone a liberarla e Io si trasformò finalmente in una fanciulla.


Giunone raccolse la testa di Argo e per omaggiarlo mise i suoi cento occhi di luce sulla coda della sua creatura sacra, il pavone. 

Questi occhi simboleggiano le stelle, l’universo, la luna, la volta celeste. 

I Romani non a caso chiamavano il pavone “uccello di Giunone” e dicevano che accompagnasse le anime delle imperatrici nell’aldilà.



Tratto da : eticamente.net

martedì 7 novembre 2017

Il mito del cavallo di Troia? L’archeologo: “In realtà era una nave”


Il Cavallo di Troia non era un cavallo, ma una nave. 

È quanto sostiene, da circa un anno, un nostro “cervello in fuga”, l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca dell’Università di Marsiglia, collaboratore di diverse università e enti stranieri ed italiani.

 L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. 
Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva abitualmente chiamata “Hippos”, appunto. 

 Plinio il Vecchio sembra spiegare il perché di questa denominazione riferendo che tale imbarcazione fu inventata da un maestro d’ascia fenicio il cui nome era Hippus. 
Queste navi, non a caso, erano dotate di una caratteristica polena: una testa equina.




I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo». 

In età moderna, altri studiosi hanno accennato al fatto che potesse trattarsi di una nave, ma era necessario un archeologo con specifiche competenze nel settore navale per trovare e mettere insieme un puzzle di indizi tecnici rivelatori.

 Vale la pena di ricordare brevemente l’episodio narrato da Omero, ripreso e ampliato, secoli dopo, da Virgilio.
 Dopo dieci anni di assedio alla città di Troia, i Greci mettono in pratica un’astuzia ideata da Ulisse ed ispirata da Atena in persona. Fingendo di abbandonare l’impresa e di tornare in patria, lasciano sulla spiaggia un enorme cavallo di legno, vuoto, che nasconde al proprio interno i più valorosi guerrieri achei, tra cui lo stesso re di Itaca. 
Il giovane greco Sinone, fingendo di aver disertato, spiega a Priamo, re di Troia, che il cavallo è stato lasciato per placare l’ira di Atena, offesa per la profanazione del suo tempio compiuta da Ulisse. 
Tale dono avrebbe dovuto proteggere il ritorno a casa dei Greci, ed era stato costruito in dimensioni tali che i troiani non avrebbero potuto portarlo dentro la città. Nonostante gli avvertimenti del sacerdote Laooconte – che viene subito divorato da serpenti marini - i troiani praticano una breccia nelle loro mura tanto da far entrare il “cavallo” nell’inespugnabile Ilio. 
In questo modo firmano la loro condanna a morte, dato che nottetempo i greci usciranno dal ventre del cavallo e conquisteranno la città. 

 «Omero– spiega l’archeologo Tiboni – conosceva perfettamente l’argomento marinaresco tanto da lasciarci una grande quantità di informazioni sulla tecnologia costruttiva delle navi antiche. Nell’Iliade ed ancor più nell’Odissea, il poeta elenca con tutti i particolari le imbarcazioni dei greci e, quando descrive ad esempio l’episodio della costruzione di una zattera da parte di Ulisse, spiega con grande precisione i legni, gli utensili e le tecniche di assemblaggio utilizzati.

 Tuttavia, proprio questa sua serenità nell’uso del linguaggio tecnico ha fatto sì che i poeti post-omerici che tramandarono le sue opere, ne travisassero alcuni passaggi. 
Per Omero, parlare di un “Hippos” equivaleva a indicare la nave fenicia di questa tipologia. 
Per i suoi epigoni, digiuni di cose di mare, divenne un cavallo vero e proprio».

Del resto, solo un archeologo specializzato in navi antiche avrebbe potuto leggere tra le righe e comprendere perché i Greci avessero deciso di concludere a tutti i costi l’assedio di Troia. 

Omero scriveva, infatti, che le “cuciture” delle navi greche erano ormai fradicie e per questo avrebbero dovuto affrettare il ritorno in patria.
 I posteri e i traduttori hanno spiegato che con cuciture si intendevano le funi e le vele, ma il degradarsi di questi accessori forse non sarebbe stato così grave da costringere gli Achei al rimpatrio. 

 «In realtà – continua Tiboni – molti traduttori di Omero ignoravano che il fasciame delle navi greche fosse veramente cucito con grossi punti a croce di fibre vegetali, cosa che noi oggi sappiamo grazie ai relitti antichi. 
La decomposizione di queste cuciture, pericolosissima per l’integrità di tutto lo scafo, avrebbe richiesto migliaia di ore di lavoro per ricostruire quasi dal nulla le imbarcazioni: per questo, gli achei, non avevano altra alternativa che concludere la guerra». 

 Del resto, lo stesso Virgilio, quando nell’Eneide narra della costruzione del monumentale cavallo, descrive, in realtà, proprio le antiche tecniche della cantieristica navale del periodo: scrive di come il cavallo fosse stato costruito partendo dal guscio esterno (cosa tecnicamente improbabile nel caso di un vero cavallo), di come le “murate” (termine marinaro per indicare i fianchi delle navi) fossero di abete, mentre la costolatura interna di rovere, esattamente come si faceva per costruire le navi antiche, in particolare quelle fenicie. 
Virgilio cita infatti un trave centrale in legno di acero che, nella storia dei relitti, trova riscontro solo in una nave: la famosissima nave punico-fenicia di Marsala, oggi conservata nel locale Baglio Anselmi.


Dopotutto, scambiando il “cavallo” di Troia con una nave la vicenda narrata nell’Eneide non si snatura affatto, ma assume, anzi, contorni meno surreali e ben più credibili.
 La nave del tipo “Hippos” era solitamente usata per trasportare preziosi, pagare tributi e questo non solo avrebbe ingolosito ancor più i Troiani, ma avrebbe fornito un carattere più credibile di voto religioso in onore della dea. 
 Di certo sarebbe stato più semplice per i maestri d’ascia greci costruire una nave di un tipo ben conosciuto, piuttosto che improvvisarsi artisti e realizzare un cavallo.
 Soprattutto, sarebbe stato molto più agevole nascondere nella doppia stiva di un’imbarcazione - piuttosto che nella pancia di un cavallo - il manipolo di guerrieri greci. 
Quanto al trasporto del cavallo all’interno delle mura di Troia, nell’Odissea Omero narra esplicitamente di un “alaggio”, un sistema di rotolamento su rulli che nell’antichità era utilizzato per il rimessaggio delle navi mercantili al termine della stagione di navigazione. 

 Fonte: lastampa.it
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