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mercoledì 18 ottobre 2017

Le 12 chiese di Lalibela, sacro patrimonio d’Etiopia


Lalibela è, secondo alcune stime, una delle cinquanta città che bisogna vedere almeno una volta nella vita. 
Questo è dovuto non tanto alla città in sé, ma alle sue dodici chiese, che sono state riconosciute patrimonio dell’UNESCO.

 La città di Lalibela non è poi così diversa dalle altre città etiopi: è un agglomerato di case più o meno povere, per lo più capanne, tra cui si alza qualche albergo e si aprono piazze e rotonde.
 È una città molto viva, tra turisti che girano per le strade e bambini che corrono e giocano intorno ai tavoli da ping pong e ai biliardini sparsi per le vie della città. 
Le strade sono coperte da sanpietrini che testimoniano la presenza italiana agli inizi del secolo scorso.

 Camminando per la città e allontanandosi dal centro si arriva al complesso sacro formato dalle dodici chiese. 

Si tratta di edifici monolitici o semi-monolitici scavati in un unico blocco roccioso.

 La leggenda dice che il Re Lalibela, ispirato da Dio e da San Giorgio, abbia costruito numerosissime chiese di questo genere in tutta l’Etiopia, aiutato dagli angeli che lavoravano durante la notte. Le uniche che sono state trovate, e da cui si origina la leggenda, sono le dodici chiese di Lalibela.


Questi edifici monumentali sono scavati nella roccia, alcuni appena sbozzati all’esterno, tanto da sembrare vere e proprio caverne, alcuni invece finemente lavorati, come la chiesa di Biete Giyorgis. Le dimensioni delle Chiese non sono regolari: ce ne sono alcune tanto piccole da essere semplici stanze all’interno delle quali possono entrare all’incirca dieci persone, mentre altre sono più ampie e spaziose.
 In entrambi i casi, le decorazioni interne sono mozzafiato: illuminato per lo più solo da candele, da finestre ogni tanto, l’interno è tappezzato di affreschi risalenti al tempo della costruzione, di bassorilievi e dipinti, mentre il pavimento è ricoperto da tappeti per non far appoggiare i piedi nudi sulla roccia (si entra scalzi).






Fiore all’occhiello di Lalibela è la sopraccitata Biete Giyorgis. Questa chiesa cruciforme si sviluppa verso il basso.
 Gli operai che l’hanno costruita hanno iniziato a scavare dal livello del terreno e sono scesi per circa dodici metri durante i lavori. L’edificio è visibile da vari punti di osservazione. 
Quello che dà maggiormente la possibilità di guardare l’edificio nel suo insieme è una piccola altura al lato della chiesa: da qui si può ammirare il paesaggio, la piana in cui è scavato l’edificio e la sua pianta. 
Si può poi camminare intorno al tetto: se ci si sporge appena si può osservare perfettamente la profondità dello scavo e le decorazioni lungo tutte le pareti della costruzione. 
Si può inoltre scendere al livello del pavimento: tramite una scalinata e un cancello si accede allo spiazzo che circonda l’edificio.
 Se si guarda verso l’alto ci si rende conto dell’altezza e della maestosità di Biete Giyorgis, della sua imponenza. 
Il profilo cruciforme della chiesa si staglia contro il cielo e si imprime nella mente dei visitatori e dei pellegrini. 
La pietra è di un rosa pallido e la decorazione è semplice: sul soffitto sono scolpite croci concentriche, mentre sui lati è essenziale, geometrica. 
La porta principale permette l’accesso ad un interno, che ricalca la forma a croce, ben più modesto, anche se ricco di tesori, la cui vista è però interdetta ai visitatori.


Uscendo si può vedere una nicchia scavata nel muro: lì riposano le ossa di pellegrini giunti a Lalibela da ogni parte dell’Africa e che giurarono di rimanere per l’eternità vicino alla chiesa.
 Dall’altro lato, una “pozza” con del papiro: acqua santa.
 Qui, infatti, l’acqua santa non manca mai. 
Nell’intenzione di ricreare una Gerusalemme terrestre e una celeste, il Re ribattezzò il fiume che scorre tra i due poli delle chiese Giordano




Tutte le chiese sono collegate da stretti passaggi che permettono ai monaci e ai preti che vivono lì di spostarsi facilmente.
 Questi passaggi posso essere alla luce del sole o sotterranei e proprio quelli sotterranei sono una delle caratteristiche del complesso sacro di Lalibela.
 Si tratta di tunnel completamente bui in cui non è permessa alcuna forma di illuminazione: bisogna appoggiare la mano al muro e andare avanti, fino a che la luce, prima fievole e poi sempre più accesa e vibrante, non acceca e si esce dal tunnel per trovarsi in un posto completamente nuovo, una nuova chiesa in un punto diverso del complesso.


Questi tunnel, oltre che per spostarsi, hanno una funzione e un significato sacro: rappresentano il percorso dall’inferno al paradiso, la strada che il fedele deve fare per purificarsi e passare dall’oscurità dell’inferno e del peccato alla luce del paradiso e della salvezza divina. 

 Fonte: viaggionelmondo.net

martedì 17 ottobre 2017

L'inquietante cuscino-robot che imita i gatti


Se vi piace coccolare un animale domestico, ma non volete le responsabilità e i fastidi che un animale comporta, è arrivato sul mercato un cuscino di robot che probabilmente fa per voi. 

Sviluppato dalla società giapponese Yukai Engineering Co., Qoobo è un cuscino robotico dotato di coda, che potete tenere sulle gambe e scodinzola quando lo si carezza. 
Si può obiettare che non sono poi molte funzioni, ma apparentemente si tratta di tutta l’interazione che le persone (o almeno, certe persone) vogliono da quest’oggetto. 

 Il bizzarro animale robotico è stato presentato alla fiera CEATEC 2017 ed dovrebbe diventare disponibile sul mercato la prossima estate, ad un prezzo circa 100 dollari. 
I suoi creatori affermano che la batteria di Qoobo ha una durata di otto ore e può essere ricaricata tramite USB. La sua caratteristica principale è la coda robotica, che apparentemente si muove in modo diverso a seconda del modo in cui si esegue l’animale.
 Il “gatto senza testa” vibra anche quando lo si accarezza, emulando il rumore di un felino che fa le fusa.


I destinatari di Qoobo possono essere persone che sono allergiche a gatti e a cani, o che vivono in un condominio che non permette animali veri, o semplicemente è infastiditi da miagolii e guaiti, o teme per l’incolumità dei mobili di casa, ma vogliono lo stesso un qualcosa da accarezzare. 

 Va detto che il “gatto-robot” ha anche attirato qualche critica, perché considerarlo un sostituto di un animale domestico mostrerebbe che in realtà sono gli animali ad essere considerati come oggetti, mentre la reale natura degli animali viene ignorata e anzi considerata un fastidio.

 

 Fonte: notizie.delmondo.info

lunedì 16 ottobre 2017

Ukai, la pesca con il cormorano


La pesca è stata una delle prime attività umane che hanno richiesto un particolare ingegno per essere praticate con successo.
 In alcune parti del mondo, la pesca non prevede la fabbricazione di particolari strumenti come canne, ami e lenze, ma una sorta di simbiosi con un particolare predatore pennuto: il cormorano.
 Tutto ciò che serve è una barca, un cormorano, una corda di canapa e un paio di anni di tempo. 

 La pesca con il cormorano ha radici antichissime: fu importata in Cina dal Giappone intorno al X° secolo dopo Cristo, e si diffuse in molte parti del mondo come metodo relativamente produttivo per ottenere pesce di fiume.

 In Giappone, la pesca con il cormorano veniva chiamata Ukai. L’attività di pesca attraverso questo metodo era concentrata in 13 città tra cui Gifu, ancora oggi comunità-simbolo della pesca con il cormorano sul fiume Nagara .
 La pesca Ukai era molto popolare durante il periodi Heian e Edo, e veniva patrocinata dai governatori locali per catturare il pesce da donare alla famiglia imperiale.

 Per quanto possa sembrare semplice, controllare un cormorano non è l’impresa più facile del mondo: i pescatori legano una sottile corda (o un anello metallico) attorno alla gola dell’animale per evitare che possa ingoiare il pesce più grosso, ma inghiottire quello più piccolo.
 Il cormorano ha un incentivo alimentare, e il pescatore si tiene il pesce commercialmente più appetibile. 
Quando il cormorano cattura del pesce, il pescatore lo riporta alla barca servendosi di una corda e costringe il volatile a sputare il pesce.




La pesca ukai ha raggiunto in Giappone un livello decisamente raffinato, soprattutto per la sua tradizione storica di oltre 1300 anni. Nella pesca con il cormorano giapponese venivano utilizzate quattro specie differenti di cormorano marino, più grosse dei loro parenti di fiume e in grado di trasportare più pesce. 
Sono inoltre dotati di una maggiore resistenza, di un’indole più docile, tendono a non competere tra loro per il cibo e sono facilmente catturabili.

 I cormorani catturati dai pescatori vengono spesso tenuti fuori dalla gabbia e accarezzati dai proprietari, per fare in modo che si abituino alla presenza del padrone. 
Ogni mattino, i pescatori li portano al fiume a fare il bagno, tenendoli con una corda di canapa legata attorno al collo. 

Occorrono quasi tre anni per addestrare un cormorano marino selvatico, periodo durante il quale viene nutrito con pesce d’acqua dolce mai pescato da lui. 
Inizierà la sua attività di pescatore solo quando avrà imparato da altri cormorani più esperti le operazioni da eseguire per catturare il pesce.

 La pesca col cormorano giapponese si svolge durante la notte, per circa cinque mesi all’anno. La pesca inizia intorno alle 19.30: 10-12 cormorani e 3-6 pescatori escono in barca illuminando il fiume con torce di legno di pino.


Ad un comando dei pescatori, i cormorani si lanciano in acqua e iniziano a nuotare spingendosi con le loro zampe. 
Un cormorano può raggiungere diverse decine di metri di profondità, anche se la pesca Ukai si svolge generalmente in acque dolci basse.
 Ogni cormorano si nutre di circa 750 grammi di pesce al giorno, e può tornare dai pescatori con 5-6 pesci dopo ogni tuffo. 

 Oggi, la pesca con il pellicano giapponese è rigidamente regolamentata, e solo poche persone sono autorizzate a praticarla. Solo i membri delle famiglie di pescatori possono ereditare l’autorizzazione, che viene passata da padre in figlio.



Fonte: vitantica.net

India, il tempio indù di Kailasa, ad Ellora


Talmente maestoso e divino da pensare che non sia opera dell'uomo. 

Il tempio indù di Kailasa, ad Ellora, in India, è uno dei più stupefacenti luoghi di culto presenti al mondo. 
Questo perché quest'antichissimo Mandapa non è stato scavato nella roccia ma intagliato in un gigantesco monolite di basalto in senso verticale. 

 Quello di Kailasa è sicuramente il più grande edificio ricavato da un unico pezzo di pietra: si basa su sedici pilastri ricavati dalle colline di Charanandri, nell’altopiano del Deccan, sotto sui si può girare andando solo da sinistra a destra - come tradizione vuole - seguendo la storia a simboli scolpita su ciascuno dei lati.


A stupire sono poi le enormi sculture di elefanti, leoni e divinità, i pannelli con i poemi epici di Ramayana e Mahabharata, così come la maestosità delle strutture che formano i diversi luoghi di preghiera ricavati da un unico fulcro, simbolo di nascita e creazione.






Il tempio è stato commissionato dal re Rashtrakuta Krishna I e da sua moglie per onorare Shiva e la sua casa, il Monte Kailash. 

Ma come è stata intagliata la dura roccia di basalto nel 750 dopo Cristo? 
Secondo gli archeologi è stata necessaria la rimozione di 350 mila tonnellate di roccia: un lavoro che avrebbe potuto richiedere decenni e che invece è stato completo in pochissimo tempo. 
 Pare che la completa edificazione sia avvenuta in 18 anni, tra il 757 e il 783 dopo Cristo.

 Leggenda narra che invece tutto il tempo sia stato costruito in appena una settimana per onorare la promessa fatta dall'architetto Kokasa alla regina, per permettere al re molto malato di vederlo prima della morte.


Un mistero per un luogo magico: un gioiello monumentale che ogni anno richiama pellegrini Buddisti, Giainisti e Induisti nonché migliaia di turisti che non possono che rimanere affascinati dal tripudio di decorazioni, simboli, statue ricavate nella pietra. 

 Fonte: lastampa.it

venerdì 13 ottobre 2017

La casa di Nemo è in pericolo


Non solo i coralli. Anche gli anemoni, le case in cui vivono i pesci pagliaccio, stanno subendo il cosiddetto sbiancamento.
 Il pesciolino Nemo e i suoi simili stanno dunque facendo i conti con un'altra minaccia legata ai cambiamenti climatici.

 A rivelarlo è stato un nuovo studio condotto dal CRIOBE, laboratorio del CNRS research institute francese.

 Lo sbiancamento dei coralli è una nota conseguenze del riscaldamento globale e di quello delle acque del mare.
 Ciò riduce la fertilità dei pasci pagliaccio che vivono al loro interno. 

 Gli anemoni di mare sono parenti stressi dei coralli e vivono in simbiosi con alghe microscopiche, che conferiscono loro i bellissimi colori che li caratterizzano.
 I pesci pagliaccio si proteggono dai predatori riposando tra i tentacoli degli anemoni e ogni mese depositano le uova al loro interno, offrendo in cambio protezione.


Purtroppo, questo delicato equilibrio è in bilico. 

Per il nuovo studio, gli scienziati hanno monitorato 13 coppie di pesci e alcuni anemoni nelle barriere coralline dell'isola di Moorea (Polinesia francese), da ottobre 2015 a dicembre 2016.
 Il monitoraggio è stato condotto prima, durante e dopo l'evento di El Niño che nel 2016 ha provocato un riscaldamento record dell'Oceano Pacifico e svariati episodi di sbiancamento in tutto il mondo. 
 Secondo gli scienziati, in quel periodo la metà degli anemoni monitorati subì lo sbiancamento e venne registrata anche una drastica diminuzione del numero di uova vitali (-73%) dei pesci pagliaccio.
 Questi ultimi deponevano meno spesso e le uova presenti negli anemoni non sempre garantivano la nascita dei piccoli.

 Esaminando alcuni campioni di sangue prelevati dalle coppie di pesci pagliaccio, gli scienziati francesi hanno rilevato anche un forte aumento del livello di cortisolo, l'ormone dello stress e una significativa riduzione delle concentrazioni degli ormoni sessuali (gli equivalenti di testosterone e estrogeni). 

Lo sbiancamento degli anemoni è quindi un fattore di stress che riduce i livelli degli ormoni sessuali e di conseguenza la fertilità del pesce.


Circa 4 mesi dopo la fine di El Nino, la salute degli anemoni e dei pesci è migliorata, molto tempo dopo che le temperature erano tornate alla normalità. 

Ma cosa accadrebbe se il riscaldamento globale avesse effetti duraturi?
 È questa la domanda a cui adesso gli scienziati tenteranno di dare una risposta. Va detto anche che i pesci pagliaccio non sono un caso isolato: la vita del 12% dei pesci che vivono nelle acque della Polinesia francese dipende da anemoni e coralli.
 Nei casi di sbiancamento prolungato, come quello che tra il 2016 e il 2017 ha colpito la Grande Barriera Corallina, questo equilibrio potrebbe subire grossi rischi. 

 Lo studio è stato pubblicato su Nature.

 Francesca Mancuso

L'"hotel boutique" dei mari


Nonostante la tendenza sia costruire navi da crociera sempre più grandi e appariscenti, Windstar Cruises ci ricorda che la dimensione non è tutto.
 La sua flotta di yacht punta su dimensioni “ridotte” per creare un’atmosfera più intima. Quasi come essere sulla propria barca.

 Ha tutte le comodità, ma il vantaggio è che vanno condivise solo con un numero ridotto di ospiti, da 148 a 310, a seconda del modello. 
Inoltre, le sue misure sono perfette per attraccare in piccoli porti, inaccessibili alle grandi navi da crociera. 

 Wind Star e Wind Spirit sono le più piccole della famiglia, con 148 posti ciascuna. Entrambe dispongono di spa, piscina, casinò e jacuzzi. Offrono 73 cabine di lusso con vista oceano e una suite con salone privato.










Una “nave da crociera boutique”, con il lusso di sempre, in uno spazio ridotto 

 Fonte: passenger6a

giovedì 12 ottobre 2017

Qual è stato il primo cyber attacco della storia?


Basta scorrere le notizie di cronaca per sapere che i cyber attacchi sono uno dei flagelli dei tempi moderni, ma la loro storia non è cosi recente come si potrebbe pensare: già due secoli fa c’era chi si dava all’hackeraggio e si arrovellava per trovare il modo per “bucare” i sistemi di comunicazione. 

Uno dei primi esempi di “cyber attacco” risale infatti al 1834 e i protagonisti furono due speculatori finanziari francesi.

 Dal 1792 in Francia era in uso un sistema di comunicazione a distanza per mezzo di segnalatori meccanici solitamente collocati in cima a colline o torri.
 Era il telegrafo ottico inventato da Claude Chappe, molto in voga nel '800: in ogni stazione, distante molti chilometri dalla precedente, un addetto dotato di telescopio osservava le posizioni di tre regoli di legno e li ripeteva alla stazione successiva. 
In poche ore un messaggio poteva attraversare la Francia.

 Il telegrafo ottico veniva usato dal governo francese e i messaggi erano criptati e gli stessi operatori non conoscevano il significato dei codici: era quindi difficile inserire sequenze "private" all'interno delle comunicazioni ufficiali.

Nel 1834 due fratelli, François e Joseph Blanc, a capo di una società d’investimento di Bordeaux, trovarono il modo per bucare la rete governativa, facendo inserire un codice quando c'erano state delle fluttuazioni considerevoli sulla Borsa di Parigi. 
In questo modo sapevano in poche ore quello che gli altri operatori finanziari avrebbero saputo 5 giorni dopo, con l'arrivo delle informazioni ufficiali attraverso la diligenza postale. E così potevano giocare d'anticipo nella Borsa di Bordeaux. 

 I due fratelli pagarono un operatore compiacente della sede del telegrafo di Tours per inserire a fine messaggio, nella sequenza di controllo, una frase in codice (ad esempio: errore- cancellare l'ultimo simbolo trasmesso), per segnalare che le rendite dei titoli di Stato erano aumentate del 3%. Il codice non modificava il messaggio principale - e dunque non destava sospetti o creava problemi -, ma una volta intercettato dall'operatore di Bordeaux, era infine comunicato ai due fratelli. 

In due anni i fratelli Blanc utilizzarono questo stratagemma 120 volte, guadagnando 100.000 franchi. 
 La truffa fu scoperta solo nel 1836. 
I fratelli Blanc furono processati, ma non vennero condannati perché non esisteva ancora una legge contro l'abuso di reti di dati. Finirono però per dedicarsi a un’altra loro passione: il gioco d’azzardo.

 Secondo l'Economist, questo episodio è molto utile per capire la realtà dei cyber attacchi odierni: 
prima di tutto, la maggior parte degli attacchi non viene pubblicizzata (i fratelli Blanc furono scoperti perché qualcuno li tradì, spifferando tutto). 
Pertanto la percezione dei crimini informatici che abbiamo è davvero molto limitata.
 Secondo, la sicurezza è come una catena e l'anello più debole è l'uomo.
 Il telegrafo ottico francese pur essendo visibile a tutti era criptato, ma per hacherarlo è bastato corrompere due persone.
 Infine, la storia dei fratelli Blanc ci ricorda che l'uomo troverà sempre un modo"cattivo" di utilizzare le nuove invenzioni.


Un altro cyber attacco, decisamente curioso, fu realizzato nel 1903 da un prestigiatore professionista: il suo bersaglio fu Guglielmo Marconi che stava facendo una presentazione alla Royal Institution di Londra del suo telegrafo senza fili.


In quel momento Marconi si trovava nella stazione radio di Poldhu, in Cornovaglia, pronto a trasmettere.
 A Londra, davanti al pubblico, c'era il suo assistente, il fisico John Ambrose Fleming. 
Proprio mentre quest'ultimo si stava preparando a ricevere, tra lo stupore generale, arrivò la parola "rats" (topo di fogna). Poi una filastrocca che accusava Marconi di voler "fregare il pubblico". 

Nello stupore generale fu chiaro a tutti che la linea era stata hackerata (anche se nessuno probabilmente utilizzò questo termine).
 Chi era stato il burlone? 
La vendetta era stata organizzataa da Nevil Maskelyne, un pioniere delle prime trasmissioni elettromagnetiche, frustrato dai brevetti imposti da Marconi sullo sviluppo della tecnologia wireless.
 Il suo scopo era uno solo: dimostrare la vulnerabilitá del sistema di trasmissione appena inventato.


Lo stesso obiettivo, dimostrare la scarsa sicurezza della rete, in questo caso Internet, è alla base della nascita del primo virus informatico moderno a ottenere le prime pagine dei giornali.

 Era il 2 novembre 1988 e Robert Tappan Morris, allora studente della Cornell University (e oggi docente di informatica al MIT) voleva capire quanto fosse grande e insicura internet.

 Costruì un piccolo software in grado di replicarsi e di diffondersi tra i computer e lo diffuse in rete. 
Qualcosa andò storto perché il worm bloccava anche i computer che infettava. 

L’attacco portò al collasso circa 6.000 macchine, quasi tutte appartenenti a istituzioni pubbliche. E procurò ingenti danni, anche economici. 

Fonte: focus.it

Le 275 Cascate di Iguazù fanno sentire il vero suono della natura


Chi c'è stato dice che non ci sono parole per descrivere lo spettacolo della natura offerto dalle Cascate di Iguazù: ci troviamo al confine fra il Brasile e l'Argentina e guardando queste immagini sembra quasi di sentire il fragore dell'acqua contro le rocce.
 Qui i fiumi Iguazù e Paranà confluiscono in una profonda spaccatura della terra e formano 2,7 chilometri di cascate con la più grande portata d'acqua al mondo. 
 A cadenzare questo paesaggio sono 275 sontuose cascate ad altezze differenti, alcune delle quali superano i 70 metri, che confluiscono ne La Garganta del Diablo, la Gola del diavolo: un canyon a forma di U, profondo 150 metri e lungo 700, che segna il confine tra Argentina e Brasile. 
La maggioranza delle cascate s'affaccia sul territorio argentino, mentre il versante brasiliano offre una visione più panoramica. 
Ed entrambi i lati hanno stregato Steven Spielberg, che ha scelto le Cascate di Iguazù come scenografia per il film «Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo».


Queste cascate, fra le più «rumorose» al mondo, sono condivise fra il Parco nazionale dell'Iguazú argentino e il Parco nazionale dell'Iguaçu brasiliano, entrambi designati dall'Unesco come Patrimonio mondiale dell'umanità.






Le cascate si possono ammirare sia di giorno che di notte, al chiaro di luna, con dei tour organizzati. 
Tutto il percorso è scandito da ponti, terrazze e punti panoramici, dove non manca l'occasione di farsi un'insolita «doccia», soprattutto nelle giornate di vento.

 Fonte: lastampa.it

Avvistata in Liguria la rarissima tartaruga liuto


Un n individuo della rara tartaruga liuto (Dermochelys coriacea) è stato avvistato nelle acque al largo delle Cinque Terre. 
Protagonista dell’incontro ravvicinato è un pescatore di Monterosso al Mare che, secondo quanto raccontato, si sarebbe imbattuto in un animale della stessa specie già 50 anni fa.

 Sempre negli stessi giorni, un’altra tartaruga liuto è stata ammirata nelle acque al largo di Manfredonia, in provincia di Foggia.
 Le immagini sono state raccolte da Angelo De Giorgi, del centro velico Gargano e Manfredonia.

 La presenza della tartaruga liuto nelle acque al largo della Puglia è un evento davvero unico. Erano anni, infatti, che Dermochelys coriacea non veniva avvistata in quel tratto di mare. 

 È bene ricordare che, nel caso di un incontro con questo animale, bisogna mantenersi a distanza, al fine di evitare collisioni e stress per la tartaruga. 
Infine, vista l’unicità della specie, gli avvistamenti vanno segnalati alla Guardia Costiera.


Dermochelys coriacea è la più grande tra le tartarughe marine.
 In media la tartaruga liuto vive 50 anni e gli individui adulti possono arrivare a misurare anche tre metri e raggiungere il peso record di 700 chilogrammi.

 Nonostante la stazza da gigante, questo rettile marino è considerato in pericolo critico di estinzione dall’Iucn, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.
 Si tratta, infatti, di una specie particolarmente sensibile all’inquinamento del mare. 

La tartaruga liuto vive in acque calde e temperate e si avvicina alle coste solo per riprodursi e cacciare.
 Attualmente, non si hanno notizie di una sua nidificazione in Italia.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

mercoledì 11 ottobre 2017

Le straordinarie Piramidi di terra dell'Alto Adige


Le Piramidi di terra sono straordinari fenomeni naturali, sparsi in tutta la regione dell’Alto Adige, formatosi con l’erosione e il costante susseguirsi di piogge alternati a periodi di siccità. 

Oggi sono un’attrazione turistica che ogni anno conta centinaia di turisti.


Possono raggiungere l’altezza di 30 metri e sono frutto di un fenomeno geologico, ovvero dall’erosione delle rocce moreniche di origine glaciale. 
In pratica il materiale duro e asciutto a contatto con l’acqua diventa molle, così da lasciarsi trasportare fino a valle. Ma se nel suo percorso il terreno incontra una grande pietra, l’erosione stessa viene rallentata e crea una colonna che sorregge il sasso.
 Una dinamica naturale ma quasi fiabesca che dà origine alle Piramidi di Terra.

 Le più famose dell’Alto Adige sono le Piramidi di Terra del Renon, probabilmente le più alte d’Europa, e si trovano nella valle di Rio Rivellone a Soprabolzano, nella valletta del Rio Fosco tra Longomoso e Monte di Mezzo ed anche ad Auna di Sotto, nelle vicinanze del Rio Castro.


Ci sono poi quelle della Val Pusteria, esattamente a Plata e Terento, quest’ultime risalgono al 1834, quando il torrente locale ha eroso il terreno durante un’inondazione.

 Ancora si possono ammirare a Meltina e San Genesio vicino a Bolzano, a Tirolo (Merano e dintorni) e a Collepietra (Catinaccio-Latemar). Tutte sono raggiungibili tramite sentiero e tutte sono accomunate da un altro fenomeno: scompaiono solo quando perdono il caratteristico masso che le protegge.
 I pilastri continuano ad erodere, ma più lentamente del resto del terreno, le colonne perdono la forza per tenere la grande roccia sovrastante.


I pinnacoli sono formati da coni di materiale morenico su ciascuno dei quali poggia un grande masso creando singolari strutture di terra costituite da argilla di origine fluvio-glaciale, residuo del ghiacciaio principale della Val Isarco e di alcuni ghiacciai locali secondari.

 Difficile stabilire l’arco temporale entro il quale si può formare una piramide di terra, ma qualcuno ipotizza che possono passare centinaia di anni.

 Il materiale morenico deve presentare delle caratteristiche particolari. 
 Secondo il sito Suedtirol, la sabbia e il limo che conferiscono impermeabilità al deposito morenico devono essere mescolati con ciotoli e sassi nelle giuste proporzioni: troppi ciotoli renderebbero permeabile la morena che si imbeverebbe franando facilmente, mentre la sovrabbondanza di materiale minuto renderebbe il deposito poco consistente.


È molto importante anche la composizione chimica del deposito: le morene che danno piramidi derivano dal disfacimento di porfidi, graniti e gneiss, senza calcari, dolomie e marne; le prime darebbero luogo a fenomeni di cementazione che renderebbero il deposito troppo resistente, mentre il materiale argilloso proveniente dalle marne non darebbe sufficiente consistenza. 
 Le piogge devono essere piuttosto intense e distribuite in pochi giorni dell'anno per dare al sole il tempo di asciugare completamente la morena. 
Devono essere assenti venti costanti che potrebbero inclinare la pioggia, rendendo inefficace l'azione protettiva del masso che funge da "cappello".


È importante anche la forma di quest'ultimo: se, infatti, fosse troppo arrotondato, le gocce d'acqua lo aggirerebbero scavando il deposito sotto di esso e lo farebbero così cadere. 

Un vero e proprio miracolo che la natura ci regala!

 Dominella Trunfio
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