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venerdì 10 aprile 2015

Anche a Roma i sakura sono in fiore: l'Hanami e lo spettacolo dei ciliegi giapponesi all'Eur


Si rinnova al laghetto dell'Eur il rito giapponese dell'Hanami, la contemplazione dei fiori che avviene quando fiorisce il sakura (Prunus serrulata), il fiore del ciliegio e uno dei simboli più importanti della cultura giapponese.

 Daiichi Sankyo arricchisce con dei nuovi esemplari di ciliegio Yoshino la Passeggiata del Giappone nel Parco EUR, con l'obiettivo di rinnovare l'impegno nella promozione di tutte le forme di tutela ambientale.
 "Abbiamo accolto con viva gratitudine l'iniziativa di Daiichi Sankyo di contribuire alla ripopolazione della Passeggiata del Giappone, all'interno del Parco Centrale del Lago. 
Le nuove alberature sono un modo per riaffermare il rapporto di stima e amicizia che lega i nostri due Paesi e si inseriscono nel più ampio progetto di valorizzazione del patrimonio paesaggistico affidato alla tutela di EUR SpA, che quotidianamente ne cura la bellezza, il rigoglio e gli arredi urbani, permettendone la fruizione ai tanti turisti e cittadini che scelgono questo luogo anche per festeggiare l'inizio della primavera con la celebrazione dell'Hanami", commenta Pierluigi Borghini, Presidente EUR SpA




Questa suggestiva area del parco tra marzo e aprile è frequentata dai tanti giapponesi residenti a Roma e dagli amanti della cultura giapponese che non rinunciano a festeggiare in kimono la loro Hanami, in Giappone una tradizione millenaria che consiste nel godere dello spettacolo della fioritura dei ciliegi che per circa due settimane tinge di rosa il Paese del Sol Levante, partendo dal sud del Kyushu alla fine di marzo, per poi toccare Tokyo i primi di aprile e giungere infine verso metà maggio a colorare l'Hokkaido settentrionale.


Durante la notte, l'Hanami continua trasformandosi in Yozakura, "La notte del Ciliegio", nell'ancor più suggestiva atmosfera creata dal bagliore lunare e dalle lanterne di carta accese.

 Fonte: greenme.it

Il culto della dea Mefite nella valle dell'Ansanto (AV)

Qui si mostra un’orrenda spelonca e gli spiragli del crudele Dite… Questa è la Mefite, una delle porte dell’Inferno”. 
Virgilio, Eneide, VII.


Nell’immaginario degli antichi numerose zone della Campania, per la loro natura vulcanica, furono associate al mondo degli Inferi. 
 C’è un luogo in particolare che, ancora oggi, rende facile capire come questo sia stato possibile: la valle dell’Ansanto descritta anche da autori come Cicerone, Diodoro Siculo e Dante Alighieri. In questo luogo è possibile vedere un lago di acque sulfuree da dove fuoriescono velenose emissioni di gas.


Mefite era una divinità adorata dagli italici perché propiziava buoni raccolti.
 Era però considerata anche una specie di tramite tra la vita e la morte, assumendo su di sé gli aspetti di altre divinità come Venere e Cerere. 

 In genere i luoghi di culto di Mefite si trovavano vicino a sorgenti d’acqua come nel caso di Tivoli.
 Forse, dopo la conquista da parte dei Romani delle zone dell’area osco-sabellica, Mefite fu associata solo alla presenza delle acque sulfuree che potevano avere proprietà curative. 
 A Roma un tempio dedicato Mefite fu eretto sull’Esquilino nel III sec. a. C. all’interno di un bosco sacro.

 Nella valle dell’Ansanto Mefite fu venerata dal IV sec. a. C., fino alla prima età imperiale, come dimostrato dai ritrovamenti di ex voto e monete lasciate nel fiume. 
 Famosi ex voto sono gli xoana e si datano al V sec. a. C. Si tratta di statue di legno perfettamente conservate, ma se ne ricorda in particolare una, asessuata, ma dotata di una particolare espressività.


Con l’avvento del Cristianesimo il culto fu abbandonato a favore di quello dedicato a Santa Felicita. 

 Chi oggi volesse visitare il lago della Mefite deve farlo con grande cautela a causa delle esalazioni venefiche e trattenersi il meno possibile.

 fonte: antika.it

giovedì 9 aprile 2015

Xylella fastidiosa: il batterio killer degli olivi


Migliaia di ulivi eradicati o tagliati e ridotti a tronchi morti.
 È questo il triste scenario che si prospetta nel Salento, in Puglia, dove un batterio, la Xylella fastidiosa, ha colpito le coltivazioni di olivi.
 La Xylella, batterio della famiglia delle Xanthomonadaceae, si caratterizza per l'elevata variabilità genetica e fenotipica (ossia l'insieme delle sue caratteristiche osservabili). 
Se ne conoscono al momento quattro sottospecie che infettano circa 150 diverse piante: la fastidiosa colpisce olivi, viti e aceri; la sandyi punta all'oleandro; la multiplex predilige il pesco, l'olmo, il susino; la pauca preferisce le piante di agrumi e di caffè.
 Il meccanismo di attacco è però è simile per tutte le varietà del batterio: si moltiplica nei vasi conduttori dello xilema delle piante ospiti: ostruisce i vasi che trasportano acqua e nutrienti dalle radici al fusto e fino alle foglie, creando una sorta di gel che impedisce il regolare flusso del fluido. Le piante infette così si seccano completamente.


Il batterio non è sporigeno ma si trasmette attraverso insetti vettori, in particolare quelli della famiglia delle Cicadellidae, che si nutrono succhiando dai vasi linfatici delle piante grazie a un apparato boccale. 
Nutrendosi da una pianta infetta trasmettono poi il batterio a una pianta sana.

 L'equipe del dottor Donato Boscia del CNR di Bari (Istituto per la protezione sostenibile delle piante) ha scoperto che nel caso specifico della Xylella che ha colpito gli olivi pugliesi, l'insetto vettore è la Philaenus spumarius, nota come sputacchina.
 Studiando il DNA del batterio, confrontandolo con una banca dati internazionale, Boscia ha concluso che la Xylella presente in Puglia è uguale a quella in Costa Rica.
 Un viaggio davvero lungo, se si pensa che l'insetto vettore al massimo vola per un centinaio di metri o poco più, sfruttando i venti.


Ingrandimento (8kx) della sezione di un olivo infetto, dov'è evidente la colonizzazione da parte della Xylella fastidiosa.

 L'insetto è un vettore, non è l'origine.
 «L'ipotesi più probabile è che la Xylella sia arrivata con una pianta già infetta», spiega Boscia. 
Alcuni indizi danno credito a questa spiegazione: a Gallipoli, dove nel 2010 si è verificato il primo focolaio del batterio, c'è un grande vivaio che importa molte piante dall'estero, in particolare dall'Olanda; in Olanda l'analisi del Dna di una pianta di caffè malata ha ricondotto a un ceppo endemico del Costa Rica; infine, il Paese del Centro America è un grande esportatore di piante ornamentali (come l'oleandro): 43 milioni nel solo 2012. 
Ulteriori indagini hanno poi permesso di datare l'infezione (il primo caso nel 2010) e il "paziente zero", un oleandro di provenienza olandese e origine costaricana.

 Boscia non è ottimista: 
«Nonostante si conosca il batterio da oltre un secolo, a oggi ancora non esiste una terapia per curare le piante malate. Quelle infette sono perse». 
Una soluzione però c'è. 
«Non potendo agire sul batterio si deve agire sul vettore, sugli insetti che lo diffondono, ad esempio con un trattamento insetticida e tagliando spesso l'erba, per eliminare le larve e gli insetti ancora giovani.» 
Purtroppo è necessario anche un altro intervento:
 «Occorre ridurre il serbatoio del batterio, e per questo l'unico strumento è l'abbattimento delle piante infette».




Con oltre 377.000 ettari di terreno coltivati a olivi, la Puglia è la prima regione olivicola in termini di superficie, con una produzione di oltre 11 milioni di quintali di olive all'anno. 
A tutt'oggi le stime a campione sulle piante malate non riescono a chiarire l'entità del problema: «I casi positivi riscontrati durante i controlli», spiega Pantaleo Piccinno, presidente di Coldiretti Lecce, «sono il 10% delle piante monitorate. Quindi possiamo stimare, forse anche per difetto, che su tutti gli ulivi pugliesi, quelli malati sono un milione».

 L'abbattimento comporterà comunque un ulteriore calo della produzione di olio, dopo la pessima stagione estiva del 2014, che ha già fatto segnare un calo del 35%. 
Tuttavia questo è solamente un tassello di un problema più ampio, che riguarda tutte le regioni del Mediterraneo coltivate a olivi, dalla Spagna alla Grecia e per l'Unione Europea siamo quantomeno in "stato di allarme". 

 Da: focus.it

Una vecchia storia indiana su una misteriosa rete di grotte sotterranee antiche migliaia di anni

Molte culture del nostro pianeta hanno tramandato storie di misteriosi mondi posti sotto la superficie terrestre.
 Incredibilmente, molte di queste strane città sotterranee esistono realmente.Basti pensare all’enigmatico sito sotterraneo di Derinkuyu.
 In altre parti del mondo sono state scoperte intere reti sotterranee di tunnel scavate da uomini antichi, alcune delle quali lunghe diversi chilometri.


Alcuni ricercatori ritengono addirittura che sotto la superficie della Terra ci sia un’enorme sistema di gallerie segrete e corridoi in grado di collegare città e persino continenti. 
 Il problema è che conosciamo solo una piccola parte di questo mondo misterioso che si trova sotto i nostri piedi.
 Dunque, quando si parla di racconti di esplorazione di mondi sotterranei, ci troviamo sulla linea di confine tra la leggenda e la storia.

 Uno di questi racconti è tramandato dalla tribù dei nativi americani Sioux.
 Il protagonista del racconto è un vecchio della loro tribù chiamato “Cavallo Bianco”. 
 Un giorno, mentre partecipava ad una caccia al bisonte in quella che oggi una delle aree della California, Cavallo Bianco trovò un insolito varco nella roccia. 
Incuriosito dall’anfratto, il vecchio sioux entrò nell’apertura, trovandosi poco dopo davanti ad un tunnel lungo, molto lungo. Deciso a scoprire dove portasse la galleria, Cavallo Bianco si inoltrò all’interno del passaggio, fino a quando non notò una luce verdastra molto debole alla fine del tunnel. 
Fu lì che ebbe l’incontrò incredibile con due sconosciuti: un uomo di pelle bianca e una donna dai capelli biondo oro, entrambi seduti nel mezzo di una grande sala.
 Guardandoli, il vecchio aveva avuto l’impressione che i due fossero addolorati per qualcosa. Facendosi forza, chiese loro il motivo della loro disperazione, scoprendo così che il figlio della coppia era morto ucciso da poco tempo. 
 Poi, i due si presentarono a Cavallo Bianco affermando di essere abitanti del mondo sotterraneo e che, nonostante sapessero dell’esistenza del mondo esterno, non avevano mai avuto occasione di vedere qualcuno della superficie.
 Da parte sua, il vecchio sioux spiegò loro di aver avuto accesso al loro mondo sotterraneo solo accidentalmente. 
 Durante il lungo incontro, la coppia descrisse a Cavallo Bianco il modo in cui si svolgeva la vita nel mondo interno. Inoltre, gli rivelarono che gli antenati dei nativi americani provengono proprio dal mondo interno e che sono in qualche modo legati ad un’antica razza antidiluviana proveniente dal continente sommerso di Atlantide.


Quando Cavallo Bianco decise di tornare in superficie, i due donarono all’anziano sioux una sorta di talismano, un misterioso pezzo di ferro che aveva la capacità di emettere un’insolita luce in grado di fondere le rocce, tagliare gli alberi e cambiare la sabbia in pietra!
 L’anziano uomo non volle mai separarsi dal suo prezioso talismano, il quale lo accompagnò per tutta la sua vita. 
Quando morì, l’incredibile oggetto fu seppellito insieme a Cavallo Bianco.

 A prima vista, l’avventura di Cavallo Bianco sembra essere nient’altro che una fiaba o una leggenda. Tuttavia, secondo il dottor Harold T. Wilkins (1891-1960), storico e giornalista britannico, sovente le leggende fanno riferimento ad un qualche evento realmente accaduto.
 Wilkins scoprì che l’intrigante storia dei Sioux presentava molte somiglianze con le storie tramandate dalle altre tribù native d’America.
 Tra i Shoshone e Apache, per esempio, vi è la credenza comune dell’esistenza di un’antica rete sotterranea, piena di grotte e cunicoli segreti. 
Essi credono che il luogo di origine dei loro antenati sia nel sottosuolo.
 Per sfuggire al cataclisma globale che cancellò, tra l’altro, il grande continente al centro dell’Atlantico, i superstiti ripararono nel sottosuolo delle terre rimaste emerse, scavando dei rifugi che divennero vere e proprie città sotterranee.
 Dopo alcuni anni, quando le condizioni climatiche e geologiche della Terra si normalizzarono, alcuni dei superstiti tornarono in superficie per dare inizio ad una nuova storia (di cui noi siamo gli eredi). 
Gli altri sopravvissuti, ormai abituati alla vita nel sottosuolo, continuarono a vivere e a prosperare sotto terra.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 8 aprile 2015

Scoperte due tombe dell’Antico regno a Saqqara

In Egitto sono state scoperte due tombe dell’Antico regno, risalenti alla VI dinastia, nel sito di Tabbet al-Guesh (o Tabit El-Geish), all’estremità meridionale della necropoli di Saqqara. 
 Le due tombe appartengono a sacerdoti dell’epoca di Pepi II (2240-2150 B.C). 
Il ritrovamento è avvenuto grazie alla spedizione archeologica dell’IFAO (Institut Français d’archéologie Orientale), diretta dall’egittologo Vassil Dobrev.
 In entrambe le tombe vi sono scene e liste di offerte rituali, tra cui i cosiddetti sette oli sacri usati durante la cerimonia di apertura della bocca, un rito funerario che garantiva al defunto la vita eterna.


La tomba di Ankhti




La tomba di Sabi



La prima tomba appartiene a un sacerdote chiamato “Ankhti”, dove è stato trovato un pozzo funerario profondo 12 metri, mentre nella seconda tomba, di un altro sacerdote di nome “Sabi”, il pozzo era profondo 6 metri. 
 In entrambe le camere sepolcrali i resti umani sono stati trovati sparsi, segno di saccheggio e devastazione durante la VII o l’VIII dinastia.
 Sono comunque stati recuperati alcuni vasi di alabastro, oltre ad altre offerte in ceramica.
 Dobrev, direttore della missione, ha detto che la parte superiore delle tombe era stata costruita con mattoni di fango, mentre le camere sepolcrali erano state tagliate nel sostrato roccioso. L’egittologo, grande conoscitore della zona, scava da anni a Tabbet al-Guesh, alla ricerca della piramide perduta del misterioso faraone Userkare. 

 Fonte: http://ilfattostorico.com

Lo stupore del gatto Roxy all'arrivo del bebè in casa



Un’immagine buffa e del tutto sorpresa quella di un gatto soriano immortalato dai proprietari mentre scopre, con incredibile stupore, che dentro la cesta in salotto non c’è un giocattolo ma un nuovissimo bambino.
 Una foto che ha incuriosito gli utenti di Reddit, pronti a trasformarla velocemente in un’immagine virale. 
La frase di accompagnamento postata dai proprietari conferma apertamente il sentimento di incredulità del piccolo micetto: 

 "Abbiamo dimenticato di dire al nostro gatto che abbiamo avuto un bambino"


Il povero gatto, alla vista della singolare struttura posta nella stanza, deve aver creduto fosse un nuovissimo attrezzo o che contenesse qualche prelibatezza. O che fosse una cuccia design acquistata appositamente per il suo benessere, quindi giunto nei pressi della culla la sorpresa di trovarvi qualcuno già accomodato deve averlo sconvolto particolarmente.
 La foto del resto lo dimostra e conferma, immortalato in piedi accanto al bimbo e con le zampe appoggiate sul bordo del supporto, il povero gattone di nome Roxy sgrana tanto di occhi. Ma non solo, perché la mandibola scende verso il basso spalancandosi per l’incredulità.
 Lo scatto perfetto al momento giusto, a riprova che anche gli animali possono mostrare sentimenti di sorpresa e stupore.
 Tutta l’emotività del gatto Roxy impressa per sempre nella mente dei proprietari, ma anche diffusa velocemente tramite il Web. Evidentemente nove mesi non sono bastati alla famiglia per introdurre l’argomento bambino e gravidanza anche al gatto di casa e, per questo, il povero micio, ormai senza parole, fissa allibito l’obiettivo. 
L’incredulità catturata per sempre, lo stupore dipinto tra baffi e occhi sgranati.
 I commenti non hanno tardato ad arrivare ma la neo famiglia, rimasta anonima, ha pubblicato il giorno dopo una nuova foto. Il simpatico Roxy appare acciambellato accanto al piccolo neonato e sembra fargli da balia e da custode. 

Ma per vendicarsi del gesto inammissibile, il gattone ha deciso di ricordare la sua presenza con svariati agguati, rivolti tutti verso la coppia, così da fugare ogni dubbio per un’eventuale prossima volta.


Fonte: http://www.greenstyle.it

I miti giapponesi che raccontano di quando le divinità camminavano sulla Terra


La mitologia giapponese è raccolta in un’unica opera chiamata Kojiki (古事記, letteralmente “cronaca di antichi eventi”), un’opera in tre libri scritta in giapponese antico.
 La redazione finale del testo è stata eseguita nel 712 d.C., raccogliendo in un’unica opera una serie di documenti che tramandavano i fatti dell’epoca antica del Giappone. 
 Queste singole fonti, a loro volta, prima di essere fissate su documenti scritti, erano tramandate oralmente attraverso le generazioni.

 Il testo inizia con il racconto mitologico della creazione del Cielo e della Terra e la creazione dell’uomo.
 Inoltre, vengono raccontate le vicende di varie divinità che erano sulla terra all’alba dei tempi. 
Infine, vengono narrate le origini mitologiche del Giappone, della dinastia Yamato e delle maggiori famiglie nobili.


Il primo tempo viene descritto come Jindai moji o Kamiyo moji (神代文字 “personaggi dell’Età degli Dei”), un’epoca in cui una Terra desolata vede la discesa di due entità, Izanagi e Izanami (oltre ad essere fratello e sorella, i due sono anche amanti), intenzionate a dare forma e vita al pianeta.
 Si narra che il primo gesto di Izanagi ed Izanami fu quello di far sorgere le terre dall’oceano e mescolarle con una lancia chiamata Ame-no-nuhoko. 
Con il fango che si ammassò colando dalla lancia ebbe origine la prima isola: Onogaro-Shima (il Regno Terreno).
 In seguito gli dei crearono altre otto grandi isole che divennero la terra di Yamato, il Giappone.
 Le due divinità abbandonarono il Regno del Cielo e stabilirono la loro nuova dimora sulla Terra.


«Izanagi e Izanami scesero su quella piccola isola e là innalzarono un palazzo.
 Ma il loro lavoro era appena iniziato: a parte quel piccolo scoglio deserto, il mondo era ancora una massa di acqua senza forma.
 Non vi era nulla: né piante né animali né creature viventi, e il paesaggio era piatto e spoglio.
 Izanagi e Izanami cominciarono a riflettere su come proseguire la loro opera di creazione».
 Dall’unione di Izanagi e Izanami nacquero il dio del mare O-Wata-Tsu-Mi, il dio delle montagne O-Yama-Tsu-Mi, il dio degli alberi Kuku-no-chi e il dio del vento Shina-Tsu-Hiko.
 La nascita dell’ultimo dio, quello del fuoco Kagu-tsuchi, costò la vita ad Izanami. 
Così si legge:

«Purtroppo, nel dare alla luce il dio del fuoco, Izanami si ustionò il ventre e morì. La donne fu sepolta sul monte Hiba, nella penisola di Izumo. Izanagi molto si dolse della morte della moglie».

 È strano leggere della morte di una divinità, che per definizione dovrebbero essere immortali.
 Dunque, Izanagi e Izanami erano creature mortali.
 Se così, chi erano veramente e da dove venivano? 

 «Allora Izanagi si mise in viaggio per il Profondo, lo Yomi-Tsu-Kumi, il paese dei morti che si trovava nel sottosuolo. 
Entrò in una caverna, e dopo aver percorso un lungo cunicolo, giunse a una strana costruzione che sprofondava ancor più nelle viscere della terra».

 Izanagi, adirato, uccise il figlio e scese all’inferno con l’intento di condurre fuori la sua compagna dal mondo dei morti. Ma al suo arrivo, il dio scoprì che la sua sposa si era nutrita con il cibo infernale ed era diventata un demone malvagio.
 Izanagi fuggì in superficie ed Izanami restò nello Yomi-Tsu-Kumi divenendone la terribile regina.


I racconti mitologici giapponesi sono particolarmente interessanti perché trovano due paralleli decisamente notevoli.
 Il primo è quello con la mitologia cinese, nella quale si racconta di esseri celesti discesi sulla terra in draghi volanti: costoro furono i primi sovrani cinesi che diedero inizio alla civiltà cinese e che sono conosciuti come i Tre Augusti: Fu Xi, Nüwa, Shen Nung. Nüwa era la sorella di Fu Xi e ne divenne anche la sposa.
 Fu Xi e Nüwa venivano rappresentati sempre allacciati per la coda. Fu Xi tiene in mano una squadra, Nüwa invece un compasso.
 I due strumenti (ad oggi, ancora adoperati nella simbologia massonica) indicano che i due sovrani inventarono norme, regole, standard.


Il secondo parallelo notevole è con la mitologia egizia, nella quale si tramanda sempre di un fratello e di una sorella sposi (Osiride e Iside), dalla cui unione nacque Horus, il capostipite delle dinastie faraoniche.
 Inoltre, come nello Kojiki, i Testi delle Piramidi parlano dello Zep Tepi, un periodo primordiale dal quale emerse l’ordine dal caos e nel quale gli dei governavano la Terra.
 Come interpretare queste corrispondenze presenti in culture tanto lontane nello spazio e nel tempo? 
Se si tratta solo di racconti mitologici, è possibile che una civiltà ormai perduta fosse presente anticamente su tutto il pianeta, condividendo un unica cultura mitologica? 
 È se invece questi racconti mitologici fossero il ricordo lontano di un evento che ha impressionato i nostri antenati fino a convincerli a tramandare tali eventi alle generazioni future?
 È possibile che antichi viaggiatori di altri mondi siano stati scambiati per divinità dai nostri antenati?
 E se così fosse, in che modo hanno influenzato o alterato l’evoluzione biologica e culturale della specie umana? 

 Fonte: www.ilnavigatorecurioso.it
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