martedì 7 aprile 2015
sabato 4 aprile 2015
venerdì 3 aprile 2015
La cicogna che vola per 13mila km ogni anno per raggiungere la sua compagna disabile
Una vera storia di amore.
A Brodski Varos, in Croazia, una cicogna di nome Klepetan viaggia ogni anno 13 mila chilometri tra l'Africa del sud e la Croazia per trovare la sua bella Malena. E lo fa da 13 anni.
È nel 2002, infatti, che la sua compagna è stata ferita da un cacciatore che le ha sparato un colpo all'ala.
Dal giorno del suo incidente non può volare e seguire i suoi compagni nella grande migrazione annuale delle cicogne. Malena, che ha nidificato sul camino di una scuola, è stata adottata dall'ex portiere della casa, che oggi la protegge e la nutre.
Klepetan le fa compagnia, ma quando arriva l'inverno lascia il villaggio croato per poi tornare in primavera.
La sua disabilità non ha mai interrotto la fedeltà del suo compagno, che puntuale è tornato ogni anno a marzo.
Il loro 'amore' ha già dato vita a molti pulcini, che hanno imparato a volare con il loro fedele padre.
Roberta Ragni
Pirati e megattere a St. Marie
Esiste una piccola isola, a pochi chilometri dalla costa del Madagascar, che un tempo è stata un sicuro approdo per i pirati e da sempre è una affascinante zona di riproduzione per le balene.
E' l’isola di Sainte Marie, il cui nome le venne assegnato dai primi navigatori portoghesi intorno al XV secolo; essi, infatti, scoprirono l’isola il giorno dell’Assunzione, durante una fuga da un naufragio e, come consuetudine, assegnarono al posto scoperto il nome del santo del giorno, “Santa Maria”.
Il nome malgascio, Nosy Boraha, che significa “isola di Ibrahim.”, viene poco usato.
Una leggenda racconta di un uomo di nome Abramo, sbarcato sull’isola, che fu attaccato da un gruppo di donne. Per questo motivo, l’isola è anche conosciuta come Nosy Mbavy (isola delle donne).
L’isola misura di larghezza solo un chilometro e mezzo nel punto più stretto, mentre in quello più largo ne misura cinque.
Possiede un grande fascino, soprattutto nei villaggi dell’entroterra, e le spiagge lunghe e i fondali poco profondi regalano sensazioni e profumi caraibici.
Come detto, l’isola è legata al fascino misterioso delle storie di Pirati.
Tra la fine del 17 sec. e l’inizio del 18 sec. l’isola di St.Marie e la costa orientale del Madagascar divennero quartiere generale dei Pirati di tutto il mondo; infatti, con la diminuzione dei bottini nelle acque caraibiche ed il cambiamento della politica navale dell’Inghilterra e della Francia, il Madagascar si rivelò punto strategico per l’attacco alle navi che facevano rotta verso l’oriente. La popolazione dei pirati raggiunse addirittura i mille abitanti e molti di loro si unirono a donne locali.
Uno dei pirati più famosi fu William Kidd noto anche con il nome di Capitan Kidd.
Trascorse gran parte della sua carriera di pirata saccheggiando mercantili nell’Oceano Indiano; la leggenda racconta che dopo un lungo assedio attraccò sull’isola, ma essendo la sua nave (Adventure) molto mal ridotta, ordinò di affondarla di nascondere il bottino sull’isola. Alcune spedizioni di ricerca. finanziate anche da Discovery Channel, hanno rinvenuto nella Baia Des Forbans resti che si suppongono essere proprio di quella imbarcazione e nella stessa baia si trovano ancora, a pochi metri di profondità, alcune decine di relitti di navi pirata autentici.
Non solo pirati, natura rigogliosa ed incontaminata e spiagge da favola… come detto in apertura le acque dell’ile St. Marie, nei mesi tra giugno e ottobre, sono attraversate da centinaia di balene megattere, molte delle quali si fermano in queste calme acque a partorire o accoppiarsi.
Se in Madagascar si possono osservare le balene un po’ ovunque, St. Marie offre, come si suol dire, un posto in prima fila!
La presenza del canale limita lo spazio in cui le balene possono mettersi in mostra, quindi la possibilità di vederle è certa.
Arrivano in queste acque calde per accoppiarsi o per partorire (la gestazione dura esattamente 12 mesi).
L’accoppiamento da luogo ad uno spettacolo piuttosto eccentrico: avvolgimenti, giochi di pinne pettorali, balletti di pinne caudali e salti eccezionali sono come passi di danza potenti e studiati quanto un programma di nuoto sincronizzato.
Le mamme che accudiscono il loro piccolo (circa 4,5 metri e 2 tonnellate alla nascita!) hanno invece movenze lente, dolci e affettuose, sostenendo il cucciolo con il muso finché non avrà raggiunto confidenza e sicurezza in acqua… il loro rapporto resterà strettissimo sino al compimento del primo anno di età del piccolo, che verrà allattato fino al settimo mese di vita.
Lo spettacolo è talmente eccezionale ed emozionante da provocare reazioni davvero forti e ricordi indissolubili.
Manuela Lamanu Manzotti
giovedì 2 aprile 2015
Londra. L’Old Operating Theatre Museum
L’Old Operating Theatre Museum è il luogo storico più affascinante di Londra - si trova nella soffitta della St Thomas Church (Chiesa di San Tommaso) a Southwark, dov’era situato il St Thomas’s Hospital (Ospedale di San Tommaso).
L'Ordine di St Thomas era già considerato antico nel 1215 AC. Includeva frati e suore dell’ordine misto di Sant’Agostino, devoti a Thomas Becket, ed offriva rifugio e cure ai poveri, ai malati e ai senza tetto.
Nel 15º secolo, Richard Whittington sovvenzionò un reparto per madri nubili.
Il monastero fu chiuso durante la Riforma, ma riaprì nel 1551, questa volta dedicato a San Tommaso Apostolo, dato che Thomas Becket era stato desantificato.
Alla fine del 17º secolo, l'ospedale e la chiesa furono ricostruiti soprattutto grazie a Sir Robert Clayton, Presidente dell'Ospedale ed ex Sindaco di Londra.
Sir Robert Clayton affidò la ricostruzione dell’ospedale e della chiesa a Thomas Cartwright (già Capomastro nella costruzione di tre chiese londinesi progettate da Christopher Wren, inclusa St Mary-Le-Bow).
Una grande soffitta, costruita secondo la tradizione del 'granaio a navate', fu aggiunta alla nuova chiesa.
Esistono poche informazioni riguardo la Soffitta, ma sappiamo che era fornita di rastrelliere di legno e che è chiamata “Herb Garret”, Soffitta delle Erbe, nei verbali del 1821 della Commissione del St Thomas’s Hospital.
Alcuni fiori di papavero da oppio secchi sono stati trovati fra le travi. É probabile che la Soffitta venisse utilizzata dal farmacista dell'Ospedale per conservare e preparare le erbe medicinali.
Nel 1822, parte della Soffitta fu convertita in sala operatoria. Questa modifica inconsueta era dovuta al fatto che il reparto chirurgico femminile confinava con la Soffitta, e prima del cambiamento le operazioni venivano eseguite nel reparto stesso. Delle finestre furono aggiunte alla Soffitta e suggeriscono come, da deposito, diventò un luogo di lavoro.
È anche possibile che venisse utilizzata come reparto di convalescenza.
Nel 1859, il St Thomas’s Hospital collaborò con Florence Nightingale, che vi fondò la sua famosa scuola per infermiere. Quando la Charing Cross Railway Company (Compagnia Ferroviaria di Charing Cross) propose di acquistare il terreno su cui sorgeva l’Ospedale, Nightingale suggerì di accettare e nel 1862 l’Ospedale venne spostato a Lambeth.
La sala operatoria fu chiusa e dimenticata fino al 1957, quando fu riscoperta.
I pazienti della Vecchia Sala Operatoria erano donne, per la maggior parte povere, che, se potevano permetterselo, dovevano contribuire alle spese mediche.
I pazienti benestanti venivano curati e operati a casa, non in ospedale.
I visitatori del Museo saranno felici di sapere che i pazienti non dovevano salire la scala a chiocciola! Entravano invece dal reparto femminile, attraverso quella che é ora l’uscita di sicurezza.
Fino al 1847 i chirurghi non conoscevano l’anestesia e contavano sulla propria rapidità d’azione (potevano eseguire un'amputazione in meno di un minuto), sulla preparazione mentale del paziente e su alcol o preparati a base di oppio usati per intontire il paziente. Successivamente, si cominciò ad usare etere o cloroformio.
La Sala Operatoria fu chiusa prima dell'invenzione dell’antisepsi. Per la maggior parte, le operazioni erano amputazioni o risolvevano disturbi superficiali, dato che, in assenza di condizioni antisettiche, la chirurgia interna era troppo pericolosa.
Un chirurgo del St Thomas’s Hospital, John Flint South, ci ha lasciato una descrizione degli studenti che assistevano alle operazioni.
'Le prime due file ... erano occupate dagli altri assistenti, e dietro una seconda partizione stavano gli studenti, pigiati come sardine, ma non altrettanto tranquilli, poiché quelli dietro spingevano continuamente in avanti e lottavano per districarsi, e spesso, stremati, dovevano venir portati fuori.
Vi erano anche incessanti grida di " Teste! Teste!" a coloro intorno al tavolo, le cui teste bloccavano la visuale degli spettatori.'
I pazienti accettavano di soffrire davanti ad un pubblico perché in questo modo venivano trattati dai migliori chirurghi del paese, altrimenti troppo costosi.
I pazienti benestanti sceglievano invece di farsi operare a casa, probabilmente sul tavolo da cucina.
Non sapere cosa provocasse un’infezione aumentava enormemente il pericolo di morte per mano del chirurgo.
Benché la pulizia fosse considerata una virtù morale, le descrizioni di allora suggeriscono che per il chirurgo era indifferente lavarsi le mani prima o dopo l’intervento.
Secondo un testimone i vecchi camici indossati dai chirurghi erano 'induriti e puzzolenti dal pus e dal sangue'.
Sotto la tavola operatoria veniva posta una scatola piena di segatura, per raccogliere il sangue.
Il tasso di mortalità era ulteriormente aumentato dallo shock dell'operazione e visto che gli interventi chirurgici erano eseguiti solo come ultima risorsa, i pazienti erano spesso già molto deboli.
La Collezione del Museo risale in gran parte al 19º secolo e include gli strumenti medici che i chirurghi utilizzavano per amputazioni, salassi, trapanazioni e durante il parto.
Ricordando che l’anestesia non veniva ancora praticata, tali strumenti evocano un’immagine raccapricciante delle cure mediche in uso prima dell’avvento della scienza moderna.
Gli attrezzi per la trapanazione ed il salasso appartengono fortunatamente al passato, ma quelli per l’amputazione non sono molto diversi dagli strumenti odierni.
Gran parte degli strumenti venivano fabbricati nella St Thomas’s Street e la loro manifattura era solo una delle molte industrie, ora scomparse, della zona di Southwark.
La soffitta delle erbe è stata così chiamata dalla Grande Commissione del St Thomas 'Hospital, quando, nel 1821, hanno ordinato la costruzione di una sala operatoria nel sottotetto della chiesa per servire i pazienti dell'ospedale.
Poco si sa della sua funzione al di là del suo nome e la scoperta di teste di papavero nelle travi.
E 'stato probabilmente utilizzato per immagazzinare erbe e come essiccatoio per la farmacia dell'ospedale.
Più o meno nello stesso momento in cui la sala operatoria è stata costruita, il sottotetto è stato ristrutturato con l'inserimento di abbaini.
E 'stato ipotizzato che questo possa suggerire che la soffitta abbia cambiato uso, forse diventando un reparto di recupero.
Nel 1962, dopo 100 anni di disuso, sottotetto e sala operatoria sono stati aperti al pubblico come museo.
mercoledì 1 aprile 2015
Nel cuore di Roma tornano alla luce altri 80 metri di mura aureliane
Fatte costruire dall’imperatore Aureliano per difendere la città di Roma dalle incursioni barbare, sono ancora in parte ben visibili. Quello che ha sorpreso gli archeologi è la riscoperta di un tratto di cinta muraria che si considerava perduto per via della posizione centrale, a pochi passi dalla Basilica di San Giovanni, cattedrale di Roma.
Non solo mura, anche due torri, feritoie per arcieri e pitture medievali.
Sì, perché come spesso accadde nelle antiche città romane, i monumenti finirono per integrarsi con le nuove costruzioni, oppure come nel caso del Colosseo, i materiali depredati per costruire nuovi edifici.
Emerge infatti un complesso sistema idraulico del seicento, oltre alle migliorie apportate in seguito all’invenzione della polvere da sparo.
Dal lato esterno le mura sono state modificate per renderle più resistenti, opera realizzata sempre nel 1600, mentre nel lato interno sono ancora ben visibili i tratti romanici.
La sepoltura del luogo ha inoltre permesso alle mura di conservarsi più facilmente, senza subire il degrado dovuto allo smog e agli agenti atmosferici.
Ma perché questo tratto delle mura è rimasto sepolto?
A differenza di altri tratti, la zona fu interessata dai lavori per la ricostruzione della facciata della basilica, e la zona venne pesantemente modificata; per questo infatti le mura si trovano diversi metri sotto il livello di camminamento.
Ora che sono state riscoperte dovranno essere apportate delle modifiche ai lavori della metropolitana C, un’infrastruttura in corso di costruzione e il cui tracciato si interseca per forza di cose con i resti dell’antica Roma.
Il sogno della sopraintendenza è quello di poter costruire in futuro, fondi permettendo, un’ampia zona visitabile che si colleghi con le altre zone d’interesse archeologico adiacenti.
Stefano Borroni
Il meraviglioso Pharomachrus mocinno (Quetzal splendente)
Questo splendido uccello abita nell’America Centrale, in particolare dal Messico meridionale a Panama occidentale.
Sicuramente ciò che più colpisce del quetzal è il colore del piumaggio.
Il dorso appare verde con sfumature blu e nere e con evidenti riflessi metallici.
Il petto è vivacemente colorato di rosso e contrasta con le penne delle ali verdi che si portano in avanti e con il sottocoda completamente bianco.
Il sottogola è verde con riflessi blu più o meno scuri.
Sul capo è presente una cresta verde che vira al nero per poi divenire blu ed il becco è giallo intenso.
Le penne della coda sono verdi e blu e possono raggiungere, nel maschio, un metro di lunghezza.
Il corpo del quetzal misura 35-40 cm e pesa circa 200 g.
Non è facile ammirare il brillante piumaggio del quetzal perché questo uccello ha scelto un habitat non facilmente accessibile. Occupa le foreste umide e nebbiose dell’America Centrale ad altitudini comprese tra i 1200 e i 3000 m e solitamente vive tra le chiome più alte.
Diversamente a quanto si possa immaginare, il variopinto piumaggio consente al quetzal di mimetizzarsi perfettamente.
Il periodo riproduttivo si colloca da metà marzo a giugno. Entrambi i genitori si impegnano nell’allestire il nido e a prendersi cura dei nidiacei.
La lunga coda del maschio può talvolta creare qualche problema di ingombro, ad esempio durante la riproduzione o nella cova delle uova.
Il nido è costruito nei vecchi tronchi della foresta anche a 30 m di altezza.
Il quetzal è principalmente frugivoro, cioè si nutre di frutta, ma anche di invertebrati e di piccoli vertebrati quando i nidiacei reclamano il cibo.
Venerato presso i Maya e gli Aztechi, il quetzal è il simbolo del Guatemala.
Tale simbologia non è casuale: la tradizione locale lo considera simbolo di libertà poiché preferisce morire di fame piuttosto che vivere prigioniero.
Le monete dello stato stesso, che nel 1924 sostituirono il Peso guatemalteco, hanno il suo nome in quanto le sue piume erano considerate talmente preziose da essere usate come moneta di scambio.
Con le sue penne, il quetzal ha ispirato il mito del serpente piumato e del dio Quetzalcoatl.
Fonti : animalieanimali.it
wikipedia
Il nuovo Museo Egizio di Torino
Per due anni il Museo Egizio di Torino si è preparato alla sua nuova esposizione, che trasporta il visitatore nella millenaria civiltà del Nilo.
Il percorso ‘Gli immortali: l’arte e i saperi degli antichi egizi’ adesso apre con un nuovo ingresso e tante novità.
L'inaugurazione ufficiale è il 1 aprile.
Un sistema di scale mobili porta ai piani superiori, dove i visitatori sono accolti da migliaia di reperti inediti.
In una lunga galleria ci sono 30 sarcofagi esposti e più di 500 reperti nella tomba di Kha.
Nello statuario sono esposte sfingi, tavole con offerte di cibo scolpite, ma soprattutto statue monumentali, che raffigurano alcuni dei più importanti faraoni e dei, racconta la Fondazione del museo. «Sono presenti infatti i re Thutmosi III, Amenofi II, Tutankhamon, Horemheb, Ramesse II, Sethi II, insieme a sculture di principi e funzionari del re; gli dei Ptah, Amon, Hathor e Sekhmet (della quale si contano 21 statue)».
Senza dubbio una esperienza unica per i visitatori che possono apprezzare da vicino queste grande meraviglie.
Come curiosità, si possono ammirare le prime infradito, le maschere funerarie o visitare la biblioteca e le aule didattiche.
«È stato un lavoro faraonico», ha comunicato la Fondazione.
In 1080 giorni di lavoro 7000 metri di terra rimosa, 2.200 mc di calcestruzzo, 255.000 kg di armature di ferro, 160.000 mt di cavi elettrici, 1.800 mq di superficie vetrate e non solo.
Nel 1824 il re Carlo Felice di Torino acquistò una grande collezione e diede vita al Museo Egizio di Torino, considerato oggi uno dei più importanti musei egizi al mondo, dopo quello del Cairo.
Fonte:http://epochtimes.it
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