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venerdì 24 ottobre 2014

Galline ovaiole: il falso mito del benessere negli allevamenti biologici


Quali sono le reali condizioni di vita degli animali all'interno degli allevamenti biologici?
 Ancora una volta le associazioni animaliste smontano con immagini reali il mito di queste strutture erroneamente considerate come rispettosa del benessere, in quanto 'bio'.
 Dopo l'investigazione di Essere Animali che documentava il grande bluff degli allevamenti all'aperto e biologici, da Animal Equality arriva una nuova testimonianza sulle condizioni di vita delle galline all'interno dei capanni in una struttura certificata 'biologica' e sostenuta dal Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale secondo le direttive del Reg. (CE) n. 1698/2005; un'ulteriore evidenza dell'errore che si commette se si reputa questa tipologia d'allevamento come etica e rispettosa.
 Durante l'operazione, che ha portato al salvataggio di 10 galline ovaiole, è stato documentato che all'interno di ogni capanno diviso in 3/4 micro-settori, le galline venivano ammassate in spazio ristretti.
 Durante il giorno potevano accedere a un'area di 'sgambamento' chiusa, che non lasciava quindi alcuna possibilità di interagire con l'esterno.
 Gli animali risultavano anemici, feriti, privati di ogni assistenza veterinaria. 
Alcuni erano lasciati morti, in decomposizione, a contatto con tutti gli altri. 
A completare il quadro da film horror, feci e urine ovunque, con il rischio di infezione e contaminazione delle uova.




Il processo di raccolta, poi, era completamente meccanizzato; i nidi artificiali e i macchinari aumentavano le difficoltà di movimento all'interno dei capanni.
 La distribuzione automatizzata dell'acqua, realizzata per mezzo di cavi elettrici scoperti, provocava numerose scosse che gli animali sono costretti a subire dato lo scarso spazio a disposizione. 
Tutti questi fattori, uniti alle innaturali condizioni di vita, alla noia, al mancato espletamento delle più elementari necessità etologiche, erano ovviamente fonte di enorme stress per gli animali.
 E non si tratta di un caso isolato.
 "Nel nostro paese le galline ovaiole allevate ogni anno sono 40 milioni. È nostro compito mostrare alle persone questa realtà, proponendo delle alternative concrete che non comportino l'utilizzo di prodotti animali.
 Al contempo, è nostro dovere offrire a questi individui un'opportunità come è accaduto per queste 10 galline, simbolo di quello che accade a tantissime loro simili e speranza per tutti gli animali che sognano la libertà", ricorda la portavoce dell'associazione Fabrizia Angelini. 
 Conclusione? L'industria delle uova è una realtà orribile, piena di violenza e sofferenza, anche quando si nasconde dietro all'aggettivo "biologico".

http://www.greenme.it/informarsi

Viaggio nei luoghi del commissario Montalbano


Vedere la veranda di Marinella dove il commissario trascorre la maggior parte del suo tempo, tra riflessioni, pranzi a base di sarde alla beccafico preparati dalle mani sante di Adelina e cene a lume di candela con Ingrid, la sua fidanzata storica. 
Immergersi nei luoghi che dal 1999, da quando la fiction ha preso il via, sono diventati meta di milioni di turisti spinti da una sola domanda: ma quei posti esisteranno davvero?


Si parte da Ibla il quartiere più antico di Ragusa che nella finzione scenica è Vigata.
 L’intrico barocco del Settecento di viuzze e scalinate e delle 42 chiesette che si affacciano nelle piazzette le hanno fatto meritare il titolo di patrimonio mondiale dell’Unesco.
 La sua piazza principale, un rettangolo allungato che termina nella scalinata della cattedrale di San Giorgio compare in molti episodi della serie. 
È da qui che Montalbano passa per andare a fare prima colazione con gli altri colleghi a Piazza Duomo e per mangiare a pranzo la frittura di pesce nel ristorante La Rusticana su corso 25 Aprile. 
È a p.zza Pola che il commissariato si trasferisce -solo per qualche episodio- in uno splendido edificio barocco.


A seconda delle puntate il set del commissariato infatti si sposta da Ibla a Scicli, altro capolavoro del barocco sotto la protezione dell’Unesco, ricostruita dopo il terremoto del 1693.
 Una perla incastonata tra tre cave di pietra, con chiese, antichi palazzi nobiliari e aride campagne. 
 Palazzo Iacono , il municipio della città in via Francesco Mormino Penna , cuore pulsante della città, è il commissariato di Montalbano e la stanza del sindaco è quella del questore di Montelusa nella fiction. 
Da p.zza Italia, un altro snodo importante della città, si arriva alla Chiesa di San Bartolomeo, edificio di pietra chiara, una sorta di conchiglia incastonata nell’antica cava. 
Sempre a Scicli, nella contrada Pisciotto a Sampieri, una frazione rivierasca del centro, c’è la Mannara in riva al mare, luogo di prostituzione gestito da Gegé compagno di scuola di Montalbano , che nella realtà corrisponde alla famosa Fornace Penna, vero monumento di archeologia industriale.


E per ristorare ventre e corpo fate ritorno a Ibla, dove potrete calarvi nella fiction completamente, mangiando a “La Rusticana” su corso 25 Aprile, il ristorante “San Calogero” della fiction, dove –specialità della casa- vi aspetta il sciàuro del pesce frisco che si mescola a quello delle interiora d’agnello bollite e cosparse di caciocavallo.
 Per la notte come resistere all’invitante residenza del commissario? Andate a Marinella ovvero Punta Secca a Santa Croce di Camerina dove anziché incontrare Montalbano incontrerete i gestori di questo meraviglioso bed & breakfast La casa di Salvo, che affaccia direttamente sulla spiaggia. E potrete imitare il commissario immergendovi in quelle acque trasparenti al mattino, prima di riprendere il viaggio.




Sulla strada tra Ragusa e Santa Croce di Camerina, sul Monte Crasto, s’incontra la Grotta delle Trabacche , una catacomba del IV sec. d.C. con sepolture a baldacchino, di epoca romana o tardo romana, il cui nome- secondo la leggenda- deriva forse dal fatto che tre vacche vi entrarono e non vi uscirono più, dove le indagini spingono qualche volta il commissario. E poco distante, a 15 Km da Ragusa, si arriva al Castello di Donnafugata, la dimora di don Balduccio Sinagra, il boss mafioso della fiction.
 Un tempo residenza più ricca dell’intera provincia, si tratta di un castello ottocentesco solo da poco aperto al pubblico.


Ma il Montalbano televisivo non è solo ragusano. Per trovare altri posti incantevoli che si trovano nella fiction ci spostiamo nel nord-ovest dell’isola, nella zona trapanese di San Vito lo Capo.
 È qui infatti che vi lascerete mozzare il fiato dalla Riserva dello Zingaro, area raggiungibile solo via mare o a piedi via terra seguendo due percorsi prestabiliti.


Montalbano fa poi anche un giro nelle Isole Egadi, soggiorno ideale per concludere il  viaggio e godersi le ultime ore prima della partenza nel mar Mediterraneo a Favignana e a Levanzo di fronte a Trapani.
 È a Levanzo che potrete pernottare nel tipico Albergo Paradiso in bianco e in blu, come tutte le abitazioni dell’isola e dove potrete mangiare dell’ottimo pescato del giorno nel ristornate interno. Due paesi- porti dall’incontaminata bellezza naturalistica, dove anche voli Ryan Air o Air One arrivano.
 Una cornice ottima da cui salutare questa fantastica isola e il commissario che ve l’ha fatta scoprire.


giovedì 23 ottobre 2014

Pau, la culla della dinastia borbonica


Il castello di Pau, nella Francia sudoccidentale, è noto soprattutto per aver dato i natali a Enrico IV, capo degli ugonotti protestanti, assurto alla dignità di re di Francia nel 1589.
 La sua importanza e bellezza tuttavia dovrebbero bastare da sole a dargli il rango che gli spetta.


I conti di Foix, divennero signori di Pau, dove avrebbero posto la loro dimora principale, alla fine del Duecento.
 Il principale esponente fu Gastone III Febo (1331 – 1391), poeta e compositore, grande e ispirato mecenate, ma nel contempo politico senza scrupoli, responsabile della morte cruente del fratello e del suo stesso figlio. 
Durante il suo dominio l’antica rocca cittadina dei precedenti proprietari, i signori di Moncade, fu trasformata in possente castello dall’architetto Sicard de Lordat.


Nel 1527 Margherita d’Angoulème, sorella del re francese Francesco I, sposò in seconde nozze il sovrano di Navarra, Enrico d’Albret, e scelse come residenza il castello di Pau, apportando notevoli mutamenti alla struttura.
 Qui ebbe contatti con il riformatore Giovanni Calvino (1509 – 1564) e si convertì segretamente alla nuova confessione: fece tradurre preghiere e canti religiosi in francese e nella sua cappella privata si celebravano funzioni secondo il rito evangelico.
 La dinastia di Navarra divenne così punto di riferimento del protestantesimo francese. 
 Il nipote di Margherita, Enrico IV, lasciò nel 1587 Pau, dove non sarebbe più tornato, per le successive vicende che l’avrebbero portato sul trono.
 Figlio del duca di Borbone, diede questo nome alla nuova dinastia che con lui iniziava, annoverando in seguito grandi re come Luigi XIV.


Passò alla storia come Le Bon Roi Henri, il ‘buon re Enrico’, pacificatore della contesa religiosa tra francesi, dopo decenni di terribili lotte fratricide.
 Nel 1598 promulgò l’editto di Nantes, che riconosceva libertà di fede e una sostanziale parità fra le diverse religioni. 
Resta famosa la frase con cui sintetizzò il proprio programma politico: “Voglio che i contadini francesi stiano così bene da avere ogni domenica pollo in pentola”.


I restauri (in realtà, in molti casi, veri e propri rifacimenti) apportati nell’Ottocento hanno molto trasformato l’antico castello dei conti di Foix. 
Tuttavia l’impianto e, se si prescinde dalle incrostazioni romantiche, anche le strutture murarie dell’edificio sono tutto sommato ancora quelli originali. 
Si tratta di una fortificazione irregolare, con al centro un cortile trapezoidale, collocata su una piccola ma ripida ‘motta’ – cioè un monticello di terra spianato alla sommità – a dominio della città e del fiume ai suoi piedi.
 È, per tipologia e funzioni, un insieme molto simile agli Alcàzar spagnoli: dopo tutto, i Pirenei non sono lontani.


Enrico IV, nipote di Margherita di Angoulème e figlio del duca Antonio di Borbone, era legatissimo al suo posto di nascita. All’ottavo mese di gravidanza sua madre Giovanna III d’Albret intraprese un faticoso viaggio di 19 giorni solo per partorire a Pau. Quando il bambino venne alla luce, il 13 dicembre 1553, secondo l’usanza locale gli furono sfregate le labbra con aglio e vino di Jurançon. 
Nel 1560 Giovanna, come sua madre, aderì al protestantesimo e cominciò a educare il figlio secondo questa dottrina. Poi, fino all’età di 14 anni, Enrico fu trasferito alla corte reale, come prevedeva la legge per i possibili eredi al trono. 

 Già da piccolo egli aveva scritto nei suoi quaderni di studio il motto latino Aut vincere aut mori, vincere o morire. Alla fine vinse, ma rischiò di morire.
 Era ancora assai giovane quando assunse il comando degli ugonotti e del loro esercito, affrontando una situazione difficile che ben presto sembrò diventare catastrofica.
 In occasione delle proprie nozze fu costretto, in quanto protestante, a fermarsi sulla soglia della cattedrale di Notre-Dame, a Parigi, mentre la moglie Margherita di Valois, sorella del re Carlo IX, pronunciava il sì davanti all’altare.
 Nella notte seguente (tristemente nota come la Notte di San Bartolomeo, tra il 23 e il 24 agosto 1572) migliaia di ugonotti furono massacrati a Parigi e in tutta la Francia per ordine della regina madre Caterina de’ Medici. 
 Enrico riuscì a salvarsi solo abiurando la propria fede evangelica. Ma solo dopo che nel 1593, a Saint-Denise, a nord di Parigi, si fu convertito ufficialmente al cattolicesimo, poté finalmente entrare a Parigi per assumere il titolo che gli spettava. 
“Parigi – disse – valeva bene una messa”.


Il donjon, il poderoso mastio a sinistra dell’ingresso, risale all’epoca di Gastone Febo. La torre di Montauser che svetta sulla destra è invece un residuo dell’originale rocca duecentesca, allora appartenente ai signori di Moncade.

 Numerosi lavori furono svolti negli anni Sessanta del XIX secolo, per volontà di Napoleone III. Risale a quell’epoca la veste attuale del complesso.







Cosa racconta il dna di un umano di 45mila anni fa





Nel 2008, un femore umano quasi integro è stato rinvenuto lungo le rive dell’Irtysh, il fiume bianco, nella Siberia occidentale. 
Che si trattasse di un osso antico era chiaro da subito, perché spuntava in mezzo a fossili risalenti al medio-tardo pleistocene. 
Per scoprire esattamente quanto però ci sono voluti un team di ricerca internazionale capitanato da Svante Pääbo, uno dei fondatori della paleogenetica, e cinque anni di lavoro, ma i risultati sembrano aver ripagato gli sforzi dei ricercatori. 

Come riportato su Nature, il femore risale infatti a 45mila anni fa, ed è quindi il più antico osso di Homo Sapiens moderno mai ritrovato e studiato fuori dall’Africa. 
L’analisi del suo dna ha permesso inoltre ai chiarire con maggior precisione quando sarebbe avvenuto l’incrocio tra i nostri progenitori e i Neanderthal.
 Molti studi hanno dimostrato che condividiamo alcuni dei geni presenti nel nostro dna con quelli dei nostri cugini ormai estinti, anche se non è stato ancora stabilito con certezza come siano arrivati nel nostro materiale genetico. 
Una delle ipotesi più accreditate è che nei circa 2.600-5.400 anni in cui le due specie (neanderthalensis e sapiens) hanno condiviso gli stessi ambienti, si siano anche incrociate, in un periodo compreso tra i 37 e gli 86mila anni fa.

Sequenziando il dna presente nell’antico osso siberiano, i ricercatori hanno scoperto al suo interno una quantità di geni Neanderthal paragonabile a quella presente negli europei e negli asiatici di oggi (il dna degli africani contiene una quantità minore di geni Neanderthal). 
Osservando la lunghezza di questi segmenti genomici (i frammenti di dna Neanderthal), maggiore di quelli attuali, hanno potuto quindi stabilire che il loro ingresso nel dna dell’individuo a cui apparteneva il femore siberiano risale a circa 7-13 mila anni prima della sua nascita. 
 Stando a questi risultati, spiegano i ricercatori, il periodo in cui i geni Neanderthal hanno fatto ingresso nel nostro dna deve essere ripensato, e spostato indietro fino a circa 50-60mila anni fa, un periodo molto vicino alla principale espansione dell’Homo Sapiens al di fuori dell’Africa e del Medio Oriente. 

 Fonte: www.wired.it

mercoledì 22 ottobre 2014

Qui nascerà un oceano


Alcuni anni or sono si scoprì in Etiopia un luogo davvero unico sul nostro pianeta: una gigantesca frattura in una remota area desertica dove "un nuovo oceano sta letteralmente prendendo forma".
 Si trattava di una fessura lunga 60 metri e larga 4 m, che si era aperta tra settembre 2004 e i primi mesi del 2005 nel deserto dell'Afar, a 990 km a nord est della capitale Addis Abeba.
 La frattura è poi diventata via via sempre più lunga e larga. 

 "Questa fessura è l'inizio dell'apertura di un nuovo mare che tra pochi milioni di anni si formerà tra l'Africa occidentale e la nuova isola, la quale si muoverà verso l'Oceano Indiano", aveva spiegato Dereje Ayalew, dell'Università di Adis Abeba, che guidò il gruppo di geofisici in quella affascinante ricerca.
"A nessun uomo era mai capitato di studiare la nascita di un nuovo oceano. Fino ad oggi infatti, conosciamo quelli che si sono già formati, ma mai avevamo avuto modo di osservarne uno nella sua fase primordiale", disse Ayalew.

 Ora ricercatori della Missouri University of Science and Technology hanno scoperto che già 1,8 milioni di anni fa del magma si era introdotto nella crosta terrestre precedendo di molto tempo la nascita delle prime spaccature che si stanno manifestando ai nostri giorni. 
Interessante è un elemento che i ricercatori hanno scoperto. “Il ferro presente nelle rocce di quei filoni si è indirizzato secondo il campo magnetico che vi era a quel tempo e che risultava avere il Polo Nord dove oggi c’è il Polo Sud”, ha detto David Brideg che ha guidato l’attuale ricerca.


Tratto da : focus.it

L’Egitto costruisce il nuovo Canale di Suez: cattive notizie in arrivo per il Mediterraneo


L’Egypt state information service ha informato ufficialmente che «il primo ministro Ibrahim Mahlab ha assistito alla firma degli accordi tra la Suez Canal Authority e delle companies mondiali di dragaggio. Il capo dell’ Authority del Canale di Suez, Mohab Mamich, ha firmato questi accordi con i rappresentanti delle compagnie mondiali di dragaggio». Si tratta di 6 companies che hanno formato il consorzio “Challenge Coalition”: National Marine Dredging Company degli Emirati arabi uniti; le olandesi Royal Boskalis Westminster e Van Oord, both; i gruppi belgi Jan de Nul e Deme Group; le statunitensi Great Lakes Dredge e Dock Company. 
Chiamato il Canale di Suez Axis, il nuovo progetto sarà lungo 72 Km, con 37 Km di scavo all’asciutto e 35 Km di espansione e approfondimento del canale di Suez esistente.
 Mamich ha detto all’agenzia ufficiale del governo egiziano che «il progetto per la costruzione del nuovo Canale di Suez è sotto il controllo della Suez Canal Authority in cooperazione con le Forze Armate».
 Tradotto vuol dire che i lavori sono controllati dall’esercito che d’altronde, ormai, dopo aver annichilito i fratelli Musulmani e messo a tacere le componenti più laiche e progressiste della “primavera araba”, controlla anche la vita politica dell’Egitto, quindi è difficile credere, vista la storia di corruzione e malversazioni delle Forze Armate egiziane durante il regime di Hosni Mubarak, credere che «i cartelli sono stati scelti con trasparenza», come assicura Mamich, anche perché il capo della Suez Canal Authority non ha fornito dettagli finanziari sui contratti.  
Ma i mugugni non mancano nemmeno nell’Egitto “normalizzato”: il progetto del nuovo canale prevede l’esproprio di un’area di 76.000 Kmq intorno alla via d’acqua, per realizzarci un polo industriale e della logistica internazionale, per attirare più navi, almeno raddoppiare i transiti, e produrre reddito, ma le imprese egiziane lamentano l’ingombrante presenza dell’esercito come imprenditore, che annichilisce ogni possibilità di competere ad appalti e progetti. 

Il nuovo canale verrà realizzato accanto a quello esistente, costruito 145 anni fa, e a settembre il governatore della banca centrale egiziana aveva detto che lo Stato si è dato l’obiettivo di finanziare il progetto con 8,5 miliardi dollari, attraverso l’emissione di certificati di investimento sul mercato nazionale.
 L’Egitto spera che il nuovo canale entro il 2023 fornirà più del doppio dei ricavi, passando dagli attuali 5 miliardi di dollari a 13 miliardi di dollari. 
Memish ha detto che i lavori inizieranno subito e che si prevede che il nuovo canale «Sarà completato entro agosto 2015», un obiettivo ambizioso fissato dal Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi in persona e il Capo Authority ha sottolineato che «Per completare questo lavoro entro un anno sarà necessario fare uso di macchinari di dragaggio enormi, macchinari da dragaggio internazionali, perché la quantità di dragaggio umido è molto grande». Gli ingegneri dell’esercito egiziano si erano portati avanti con i lavori: avevano cominciato a scavare nell’area già ad agosto, appena il governo rivelò l’esistenza del progetto di dragaggi di 6 zone per realizzare il nuvo Canbale di Suez, in 5 delle quali opererà la “Challenge Coalition”, in tutto verranno utilizzate almeno 36 draghe per rimuovere circa 250 milioni di m3 di materiale.


Pierre Catteau, del Deme Group, ha detto che «Per rispettare l’ambiziosa scadenza a del progetto, ci sarà una mobilitazione massiccia di attrezzature provenienti da tutto il mondo. Penso che siamo stati tutti sorpresi di quanto velocemente questo sia arrivato sul mercato, di quanto velocemente è stato assegnato e quanto velocemente verrà eseguito. Ma faremo ogni sforzo possibile per riuscirci» 

 Per il regime militare/civile egiziano il canale di Suez rappresenta una fonte vitale di valuta pregiata dopo il crollo del turismo e degli investimenti esteri provocati dalla rivoluzione del 2011 e poi dal colpo di Stato che ha messo fine al governo democraticamente eletto dei Fratelli Musulmani. Un colpo di Stato che è stato appoggiato e finanziato da molti dei Paesi occidentali e da Emirati arabi uniti, Arabia Saudita e Kuwait che hanno dato miliardi di dollari di aiuti all’ex capo dell’esercito Sisi e che il 1 ottobre presenziavano con i loro ambasciatori alla conferenza stampa di presentazione dell’appalto per il nuovo Canale di Suez. Tanto che William Murchison, di Great Lakes Dredge, ha commentato soddisfatto: «Gli aspetti tecnici del progetto sono semplici, ma la sfida è di scala e di tempi. In questo c’è un cosa fondamentale e buona: il finanziamento è a posto. I soldi ci sono. Abbiamo un datore di lavoro motivato».

 Forse anche troppo motivato, visto che un team di 18 scienziati specializzati in ecosistemi marini qualche giorno prima della firma dell’appalto aveva pubblicato su Biological Invasions un preoccupato avvertimento (“Double Trouble”) sulle conseguenze ecologiche del piano del governo egiziano per il nuovo canale di Suez. 
Gli scienziati hanno detto che si tratta di «una notizia inquietante» e che «è sicuro che il progetto avrà un vasto range di effetti, a livello locale e regionale del Mediterraneo, sia sulla diversità biologica che sui beni e servizi ecosistemici del Mediterraneo». 

Già il vecchio Canale che collega il Mar Rosso al Mediterraneo ha reso sicuramente più facile spedire le merci asiatiche ed africane verso l’Europa, ma ha causato enormi problemi ambientali, soprattutto con la moltiplicazione delle specie aliene nel Mediterraneo.
 La polemica è particolarmente forte in Israele, dove il quotidiano Haaretz ha rilanciato l’appello dei 18 scienziati di 12 Paesi diversi, che sottolineano come il problema sia destinato ad aumentare dato che un ulteriore riscaldamento degli oceani permetterà alle specie provenienti dall’Oceano Indiano di adattarsi ancora meglio nel Mar Mediterraneo. 
 Il corso d’acqua artificiale che collega il Mar Mediterraneo e Rosso è una delle fonti principali del paese di entrate in valuta estera, insieme al turismo e rimesse degli espatriati egiziani, ma gli scienziati sottolineano su Biological Invasions che «delle quasi 700 specie pluricellulari non autoctone attualmente riconosciute nel Mar Mediterraneo, una buona metà sono state introdotte attraverso il Canale di Suez dal 1869» e «influenzano negativamente lo stato di conservazione di specie ed habitat critici, così come la struttura e la funzione degli ecosistemi e la disponibilità di risorse naturali. Alcune specie sono nocive, tossiche o velenose e pongono chiare minacce per la salute umana». 
 Gli scienziati temono che l’invasione delle specie aliene possa solo crescere non appena il nuovo Canale di Suez entrerà in funzione: «Mentre il commercio e lo shipping globali sono di vitale importanza per la società, gli accordi internazionali esistenti riconoscono anche la necessità urgente di pratiche sostenibili che minimizzino gli impatti e le conseguenze a lungo termine indesiderate.
 Non è troppo tardi per i firmatari della “Convenzione di Barcellona” e della Convention on Biological Diversity per onorare i loro obblighi e sollecitare una supervisione regionale, una valutazione di impatto ambientale di vasta portata (comprese le opzioni di gestione innovativa del rischio) che limiti, se non impedisca, una nuova ondata di invasioni nel XXI secolo attraverso il Canale di Suez di nuova generazione». 

 Ma il regime militare/civile egiziano, è il caso di dirlo, ha tirato dritto. E gli ambientalisti dicono che parlare di ambiente per i progetti è un lusso in Egitto, dove le violazioni dei diritti umani e la povertà sono in crescita e dove il governo promette un milione di posti di lavoro a Canale di Suez Axis realizzato.


L’impatto delle specie invasive è particolarmente sentito nel Mediterraneo orientale, in particolare al largo delle coste di Israele, Libano e Siria, dove, uno studio del 2012, quasi tutte le specie invasive sono arrivate ​​attraverso il Canale.
 Bella S. Galil, del National Institute of Oceanography di Israele, ha scoperto al largo di Israele 338 specie aliene, tre volte di più di quelle presenti nel mare della Francia continentale, sono stati trovati in mare al largo di Israele. 
Pesci palla velenosi sono stati trovati lontanissimi da Suez, come in Italia. 
 Sciami di meduse velenose Rhopilema nomadica sono ormai diffuse dalla Tunisia al Levante, dove sono pizzicano i bagnanti e ingolfano le reti da pesca, mentre nel 2011 hanno addirittura ostruito il sistema di raffreddamento con acqua di mare di una centrale elettrica israeliana. 

 Nel Mar Rosso, le meduse causano qualche problema perché non hanno predatori naturali che le tengano sotto controllo; nel Mediterraneo, dove si nutrono di larve di pesci e crostacei, stanno perturbando la catena alimentare marina.
 «E’ un gioco a somma zero» ha detto Galil. Noi non sappiamo in anticipo quello che sarà l’ultima goccia che farà traboccare il vaso. Ogni ambiente ha qualche riserva, ma sappiamo che la riserva nel Mediterraneo orientale è chiaramente molto scossa. Non sappiamo quali specie entreranno o quando, ma sappiamo che stanno arrivando».

 Galil capisce che la dura realtà politica ed economica dell’Egitto rende difficile porre problemi come questi, ma sottolinea che il governo del Cairo dovrebbe prendere esempio dal Canale di Panama, dove gli ingegneri hanno creato un sistema di porte sia sul Pacifico che sull’Atlantico, che impediscono che le specie invasive passino attraverso le chiuse: 
«Gli scienziati non sono contro la realtà della globalizzazione del commercio. Quello che chiediamo è del tutto accettabile».

  http://www.greenreport.it

E’ tempo di…Litchi (Lychee). Cos’è, proprietà e come utilizzarlo in cucina


Il Litchi o Lychee,conosciuto anche come “ciliegia della Cina” (Litchi chinensis Sonn), è un frutto insolito e ricco di buone proprietà che inizia a farsi vedere proprio in questo periodo nei reparti ortofrutticoli dei nostri supermercati. 
E’ un frutto esotico di origine cinese appartenente alla famiglia delle Sapindacee, ma che resiste bene anche nella zona mediterranea, infatti si trovano alcune coltivazioni in Sicilia e in Calabria.
 Ha forma ovale ed è ricoperto da una buccia bitorzoluta non commestibile, verde quando acerbo e rossa quando maturo.
 La polpa all’interno è lucida, succosa e di colore bianco, il sapore è molto delicato, ricorda la fragola e l’uva moscata.
 All'interno si trova un grosso nocciolo simile a quello delle nespole.

 Il momento migliore per gustare il Litchi è quando raggiunge il culmine della maturazione, infatti, se i frutti non sono ben maturi, risultano abbastanza insipidi.


Il Litchi è un frutto poco calorico (solo 55Kcal/100g) privo di grassi saturi e colesterolo ma ricco di fibra alimentare, ottimo dunque per coloro che devono tenere a bada il peso.
 Contiene più vitamina C degli agrumi, infatti bastano nove piccoli frutti per soddisfare il bisogno giornaliero di un uomo; è digestivo, antinfiammatorio, ricco di potassio e magnesio, utili per rafforzare e rendere più tonico il cuore e l’apparato circolatorio. 
Contiene inoltre un polifenolo dal forte potere antiossidante, l’Oligonolo, ottimo non solo per contrastare i radicali liberi ma anche il virus dell’influenza tanto che in commercio ci sono delle preparazioni che lo contengono.
 Infine, recenti studi, attribuiscono a questo piccolo frutto la capacità di prevenire la gastrite.


L’ideale è acquistarlo in questo periodo in cui appunto è facile reperirlo fresco per poi apprezzarlo in gelati, macedonie, per preparare dei sorbetti o dei cocktail sfiziosi, aggiunto a spumante o rhum ma anche in ricette salate in abbinamento con lo zenzero.
 In qualsiasi momento dell’anno altrimenti, potete contare su quelli in scatola e in tal caso, leggete bene le etichette poiché spesso, oltre ad acqua e zucchero, sono conservati con additivi come acido citrico e ascorbico ,ma soprattutto, fate attenzione al contenuto di Litchi che spesso non sono neanche il 50% del peso totale!

 Al momento dell’acquisto, sceglietelo col guscio di un bel rosso acceso, privo di ammaccature e ben sodo. 
Fresco si conserva a temperatura ambiente fino a due settimane e potete anche surgelarlo senza buccia, chiuso in sacchetto sigillato per consumarlo entro tre mesi circa. 
Per eliminare la buccia con facilità potete incidere il guscio oppure metterlo a bollire per alcuni minuti e vedrete che verrà via subito! 

Una curiosità: la Medicina Tradizionale Cinese considera il Litchi un frutto “caldo”, in grado di attivare il fuoco digestivo ed ecco perché in Cina viene servito a fine pasto per favorire appunto la digestione! 

 http://www.greenme.it/

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