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martedì 14 maggio 2013

Pandino – La reggia di campagna di Regina della Scala



Non c’è dubbio che quello di Pandino sia un castello, e ne abbia tutte le caratteristiche. Tuttavia, più che a funzioni difensive, deve la propria origine al desiderio di Regina della Scala di avere una comoda e fastosa residenza extraurbana che le ricordasse il paesaggio natio in riva all’Adige.

Pandino, costruito tra il 1354 e il 1361, è il modello quasi perfetto, del castello visconteo di pianura: una costruzione quadrata, con quattro torri di uguale forma agli angoli e quattro corpi di fabbrica. Questi delimitano un cortile anch’esso quadrato, contornato da un portico archi acuto al pianterreno e una loggia architravata al primo piano. Uno schema geometricamente perfetto, perfino negli aspetti meno visibili, come l’orientamento delle facciate, rigorosamente secondo i punti cardinali.

Ma, più che un castello, è una raffinata villa signorile, costruita in questa forma perché all’epoca non se ne sapevano concepire altre. Lo dimostrano le ampie bifore delle facciate, incongrue in un edificio da guerra per chi voglia godere della campagna.

Tra i Visconti di Milano e gli Scaglieri di Verona esisteva qualcosa di simile a un moderno “asse” politico, militare e culturale che, nonostante le frizioni e talvolta gli scontri tra le due dinastie, le legava a filo doppio.
 Questo legame venne cementato da vari matrimoni dinastici, in particolare da quello di Regina della Scala con Bernabò Visconti, potentissimo signore di Milano, che per la moglie ebbe immenso affetto e stima, al punto da farne quasi il suo rappresentante nelle terre orientali della signoria. 
Per lei costruì chiese in città, ristrutturò il suo palazzo milanese, fece erigere vari castelli in campagna e da qui Regina sovrintendeva al suo vasto territorio. Da parte loro i signori di Verona ispirarono la costruzione del proprio castello cittadino all’esempio delle fortificazioni viscontee.

 Nella seconda metà del Quattrocento gli Sforza, succeduti ai Visconti come duchi di Milano, rimaneggiarono tutto il sistema difensivo dello stato milanese. 
Nell’ambito di questa riforma, che portò a una ristrutturazione di tutto lo scacchiere difensivo dell’Adda, in contrapposizione alle conquiste veneziane, rafforzarono sia le mura di Pandino sia il castello. A quest’ultimo venne infatti addossati, in corrispondenza dei due ingressi, due bassi ma soliti torrioni dotati di ponte levatoi e di apparato a sporgere. Così in controtendenza rispetto all’evoluzione architettonica e militare che vide molti castelli trasformarsi in villa, Pandino assistette alla trasformazione di un palazzo signorile in struttura militare.  

 Il castello andò in disuso dopo la caduta della dinastia sforzesca, fino a diventare una residenza rurale. Il governo di Milano nel 1840 dovette addirittura fermare l’avanzata demolizione dovuta al riutilizzo dei materiali da costruzione. Dopo alcuni anni in cui fu adibito a vari usi, il castello è stato riscattato dall’amministrazione comunale nella seconda metà del Novecento e attentamente restaurato, raggiungendo oggi un eccellente grado di conservazione e manutenzione.

Regina della Scala non lasciò traccia di se solo nei suoi castelli, ma anche nella toponomastica milanese. Fu lei infatti a far costruire a Milano una chiesa che in onore della sua committente si chiamò Santa Maria della Scala.
 La chiesa andò con il tempo distrutta; ma sul luogo sorse poi il teatro di corte, che dalla chiesa mediò il proprio nome di Teatro della Scala. 
In questo modo il ricordo della nobildonna veronese gira tuttora per il mondo a indicare una delle grandi glorie di Milano.

 I signori di Milano, in particolare i Visconti, estesero il loro dominio su gran parte dell’Italia settentrionale e centrale. Ma il fulcro della loro potenza, il ‘nocciolo’ duro che garantiva la sopravvivenza e il benessere della dinastia, era il territorio compreso tra il Ticino e l’Adda e tra le Alpi e il Po, con al centro Milano. Per renderlo impenetrabile a ogni nemico venne costruita lungo questi confini una nutrita serie di castelli, che costituivano una concatenazione di ‘scacchieri fortificati’ di presidio. Ogni via di approccio a Milano veniva così protetta da una o più fortificazioni, che ‘drenavano’ le eventuali forze nemiche, dando tempo al potere centrale di intervenire. La grande parte di questi castelli, da Bellinzona a Locarno giù sino a Bereguardo, Vigevano, Pavia, Sant’Angelo Lodigiano, Pandino, Trezzo, esiste tuttora. Essi costituiscono un’eccellente testimonianza di un sistema difensivo quasi unico nell’Italia del tempo.

Il castello di Pandino, acquistato dal Comune nel 1947, ospita oggi gli uffici comunali, la Biblioteca civica e il convitto della locale Scuola casearia professionale. Destinazioni d’uso che danno nuova vita e funzione alle antiche mura. Particolarmente interessanti sono affreschi che decorano tuttora, almeno in parte, il portico e la loggia del castello, nonché alcune delle sue sale. Sono basati sul motivo geometrico, tipicamente trecentesco, del quadrilobo, entro il quale sono raffigurati, in posizioni alterne, gli stemmi del biscione visconteo e della scala, in onore degli signori che fecero costruire l’edificio. Ricoperti di intonaco e in parte gravemente ammalorati nel corso del tempo, sono stati ricuperati da una lunga campagna di restauri.

Originariamente le torri del castello erano più alte delle attuali, e tutto il perimetro dell’edificio era merlato.
 Con il tempo due, pericolanti, vennero cimate, cioè abbassate, e le coperture rimaneggiate, con la distruzione delle merlature in cima alle cortine.

È curiosa la disposizione dei due ingressi del castello, collocati in posizione antisimmetrica, cioè uno spostato sulla destra dell’edificio e uno sulla sinistra: un accorgimento forse casuale, ma che più probabilmente venne adottato per diminuirne la vulnerabilità in caso di attacco, facendo sì che lo sfondamento di uno di essi non si trasformasse in una trappola per i difensori impegnati dall’altro lato.

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