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sabato 14 novembre 2020

Perché nell'inchiostro dei papiri egizi c'è del piombo?


 Secondo quanto scoperto da uno studio pubblicato su PNAS, condotto da un team di ricercatori dell'Università di Copenaghen, gli antichi egizi utilizzavano inchiostri colorati a base di piombo per favorire l'asciugatura della tinta evitando nel contempo sbavature sul supporto. Prima d'ora questa soluzione era stata documentata solo per le pitture europee del XV secolo: ora l'utilizzo di pigmenti a base di piombo può essere retrodatato di 1.400 anni.

Con una tecnica di microscopia a raggi X gli studiosi hanno analizzato 12 frammenti di papiri egizi risalenti agli anni dal 100 al 200 d.C., periodo di dominazione romana: «La nostra analisi ha evidenziato ingredienti finora sconosciuti negli inchiostri rossi e neri utilizzati dagli antichi egizi», spiega il responsabile dello studio, Thomas Christiansen, «in particolare il piombo e il ferro».

Il ferro è stato trovato negli inchiostri rossi, creati probabilmente a partire dall'ocra, un pigmento naturale nel quale sono presenti anche alluminio ed ematite. 

Il piombo, invece, è stato ritrovato sia negli inchiostri rossi, sia in quelli neri.

 Per questo gli studiosi ritengono che il piombo non servisse a colorare l'inchiostro, ma ad asciugarlo rapidamente sui papiri.


I frammenti di papiro studiati formano parte di una serie di manoscritti appartenenti alla biblioteca del tempio dell'antica città di Tebtunis. 

È probabile che i sacerdoti del tempio, autori dei papiri, non producessero gli inchiostri, ma li acquistassero. 

Secondo quanto rivelato dalle analisi, infatti, gli inchiostri rossi erano particolarmente complicati da ottenere e richiedevano la mano di specialisti.

Le parole di un incantesimo impresse su un papiro alchemico greco del III secolo d.C. supporterebbero proprio questa ipotesi: «L'incantesimo fa riferimento a un inchiostro rosso preparato in un laboratorio», afferma Christiansen, «a conferma che le nostre ipotesi sono corrette, e che i sacerdoti non producevano l'inchiostro da soli».

Fonte: focus.it

mercoledì 11 novembre 2020

La Donna Ragno di Teotihuacan: l’enigma che circonda una misteriosa divinità mesoamericana


 Con uno sguardo imperscrutabile guarda fisso avanti sé, senza curarsi di ciò che la circonda. 

Una divinità misteriosa e un po’ inquietante che non vuole svelare i suoi segreti: è la Donna Ragno di Teotihuacan.

Raffigurata in molti affreschi scoperti nei primi decenni del ‘900 a Teotihuacan, rappresenta un enigma non ancora risolto e che forse rimarrà tale per sempre, uno dei tanti che circonda ancora la città.

Il nome Teotihuacan, che si può tradurre come “Città degli dei”, è stato dato alla città dagli Aztechi nel 1400, quando la scoprirono, ormai misteriosamente abbandonata dai suoi abitanti già da diversi secoli.

Sono domande alle quali non c’è ancora risposta, anche se qualcosa si sa: Teotihuacan era uno dei centri abitati più importanti del Messico centrale, capace di accogliere 200.000 persone, in case a più piani divise in appartamenti. 

Se questa stima è corretta, solo sei o sette città nel mondo, all’epoca (tra il 350 e il 650 dopo Cristo), erano più grandi.


Non nasce dall’oggi al domani Teotihuacan, che dall’arrivo dei primi coloni, intorno al 400 a.C, impiega all’incirca quattro secoli per prendere la forma di una metropoli. 

A renderla grande furono forse gli abitanti di Cuicuilco – un importante centro dove sorgevano palazzi e piramidi, distrutto da un’eruzione vulcanica intorno al 150 d.C. – migrati a Teotihuacan, dove ancora vivevano solo sei piccole comunità.

 Secondo alcuni studiosi, furono proprio questi nuovi arrivati a dare impulso allo sviluppo architettonico della città, con il contributo di altre popolazioni, tra le quali ci sarebbero i Maya, gli Zapotechi e i Mixtechi. 

Altre teorie suggeriscono che Teotihuacan sia stata costruita dai Totonachi oppure dai Toltechi (anche se antiche fonti azteche negano quest’ultima ipotesi, ormai quasi del tutto abbandonata).


L’unica cosa certa, è che Teotihuacan prosperò per diversi secoli, fino all’incirca al 750 d.C, quando un evento violento, forse una guerra civile o una rivolta, segnarono, se non la sua fine, almeno il suo inarrestabile declino. 

Fino all’arrivo degli Aztechi, che identificarono Teotihuacan come il luogo dove gli dei avevano dato inizio alla creazione del mondo. Ecco perché usarono quel nome, che nella lingua Nahuati può significare “luogo di nascita degli dei”, oppure “luogo di coloro che hanno la strada degli dei”.

Oggi Teotihuacan è uno dei siti archeologici più conosciuti del Messico, famoso per le sue imponenti costruzioni: la Piramide del Sole, la Piramide della Luna e il Tempio del Serpente Piumato, collegati fra loro dal Viale dei Morti, lungo il quale sorgevano delle tombe, o più probabilmente, le case della nobiltà.


La riscoperta di Teotihuacan, pur se iniziata alla fine dell’800, diventa sistematica dopo la metà del ‘900, ma nonostante sia uno dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, corre oggi dei rischi, dovuti all’urbanizzazione incontrollata.

Tra i manufatti che possono svelare qualcosa della cultura di quel popolo semi-sconosciuto, sicuramente occupano un posto di rilievo i tanti murales che testimoniano un’abilità pittorica paragonata talvolta a quella degli artisti rinascimentali italiani.

La comprensione di quei murales non è però facile, soprattutto perché gli abitanti di Teotihuacan non hanno lasciato niente scritto, e in parte perché molti di quegli affreschi furono rimossi, negli anni ’60, per essere portati illegalmente negli Stati Uniti, senza nemmeno tenere traccia di dove fossero in origine. 

Solo nel 1976 i murales sono tornati in Messico e da allora è stato avviato un progetto per scoprire da dove erano stati rimossi, e quali tecniche fossero state usate per realizzarli.


Due divinità sono spesso raffigurate: il Dio della Tempesta, che nel pantheon azteco si può identificare con Tlaloc, e la Grande Dea, che invece sembra non avere un posto nella religione degli aztechi.

La misteriosa figura, scoperta per la prima volta nel 1942 nel complesso di Tepantilla (case destinate a personaggi d’alto rango), fu soprannominata nel 1983 “la Donna Ragno di Teotihuacan”, dall’archeologo Karl Taube, un appellativo che ha soppiantato il più generico “Grande Dea” usato fino ad allora.

 Comunque la si voglia chiamare, quella divinità sembra essere un’esclusiva di Teotihuacan, associata a un ragno per quel gioiello che scende dal naso, simile alle “zanne” degli aracnidi.

La Grande Dea viene rappresentata frontalmente, sempre con quel nasello dotato di zanne e un copricapo piumato.

 Qualche studioso vede nella Donna Ragno una dea legata alla terra e alla fertilità, per le braccia che spesso stillano acqua o portano doni a quei piccoli uomini che, in un murale in particolare, quasi galleggiano sotto la sua immagine.

 Sono forse gli abitanti di Teotihuacan, e in questo caso la dea assumerebbe la funzione di protettrice della città, o forse sono defunti che si trovano nell’aldilà. 

Se così fosse, la Donna Ragno sarebbe una dea degli inferi, un’ipotesi confortata dagli animali da cui è spesso circondata: ragni, gufi, giaguari, creature della notte, legate a tutto ciò che è oscuro e nascosto.



Altre ipotesi tolgono un po’ di fascino alla Donna Ragno: secondo lo storico dell’arte Zoltán Paulinyi la Grande Dea non è mai esistita, ma le sue raffigurazioni rappresentano divinità diverse.

Più suggestiva l’ipotesi di Elisa C. Mandell, storica dell’arte, che vede nella Grande Dea una figura di genere misto, maschile e femminile insieme: “Esiste una storia di identità di genere misto all’interno delle popolazioni mesoamericane e, considerando che la Dea proviene da Teotihuacan, i modelli occidentali di binario di genere non dovrebbero essere imposti a figure non occidentali. Inoltre, non ci sono caratteristiche sessuali esplicite mostrate nella Grande Dea, quindi il suo sesso non può essere dedotto”.

Tutte queste ipotesi, e altre ancora, non possono che alimentare il mistero sulla Grande Dea, anziché svelare l’enigma sulla sua figura. E forse sta proprio in questo il suo fascino: le infinite pieghe del tempo e della storia continuano a conservare i loro segreti, nonostante gli sforzi degli esseri umani moderni, ormai troppo lontani dalle loro origini.

Fonte: vanillamagazine.it


mercoledì 4 novembre 2020

Machu Picchu: la suggestiva città Inca riapre dopo il lockdown e brilla grazie a luci multicolori


 Dopo otto mesi di chiusura a causa del Covid-19 riapre Machu Picchu, 

il suggestivo sito Inca e metà turistica gettonata. Per motivi sanitari però gli ingressi continuano ad essere controllati: solo 700 turisti possono accedere giornalmente.


Sotto una pioggia sottile e luci multicolore brilla Machu Picchu. In occasione della riapertura è stato celebrato, infatti, un rituale Inca per ringraziare gli dei e mostrare che ‘i peruviani sono resilienti’, ha detto la ministra del Commercio estero e del turismo Rocio Barrios.

Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1983, la città Inca già lo scorso giugno aveva subito un duro colpo per via del coronavirus, all’epoca il governo aveva promosso l’ingresso gratuito per rilanciare l’economia peruviana.

“Questo sarà un ritorno progressivo, vale a dire che avverrà a poco a poco, prima la gente del posto, poi i cittadini e poi i turisti da tutto il mondo”, ha detto la ministra Barrios.

Machu Picchu, è stata costruita intorno al 1400 e che dal 2007 fa parte delle sette meraviglie del mondo. Ogni anno viene visitata da un milione di persone. Situata a 2400 metri di altezza sulla valle dell’Urubamba, rappresenta una fonte per l’economia del paese.

Lo scorso anno sei turisti provenienti da Cile, Brasile, Francia e Argentina, sono stati arrestati e successivamente espulsi per aver danneggiato il Tempio del Sole nel sito archeologico più conosciuto al mondo e aver defecato al suo interno. Nel 2014, poi le autorità avevano denunciato una ‘nuova moda’, quella di fotografarsi nudi nel luogo sacro. All’epoca quattro turisti americani erano stati arrestati per essersi spogliati e aver postato poi le foto sui social.

Luogo suggestivo e di architettura unica, la città Inca è di fatto un’attrazione turistica ed è chiaro che il governo peruviano voglia sponsorizzarla e non c’è nulla di male, la speranza però è quella che questo patrimonio venga preservato.


Fonte: zerounotv.it

venerdì 30 ottobre 2020

La mantide religiosa è pericolosa?


 La mantide religiosa (Mantis religiosa), conosciuta anche come Mantide Europea, è un insetto dell'ordine Mantodea di dimensioni relativamente grandi: a seconda della zona in cui abita, la sua lunghezza varia dai 3 ai 7 cm, però esiste una sottospecie che può misurare addirittura i 17 cm (Ischnomantis gigas nell'Africa Occidentale). 

La femmina è più grande del maschio.

Il suo nome viene dal greco mantis che significa "indovino, profeta", mentre religiosa si riferisce alla posizione delle zampe anteriori che sembrano in posizione di preghiera.

 Il significato etimologico di "profeta" ha attribuito alla mantide religiosa la caratteristica ingiusta di portare sfortuna.

 Già il filosofo Aristarco l'aveva incolpata di portar sventura, mentre nell'antica Roma era considerato un insetto magico, con dei poteri soprannaturali anche se non sempre connotati positivamente.

La mantide religiosa viene dall'Africa, però si è diffusa rapidamente in Europa e successivamente nel Nord America, probabilmente nel XIX secolo mentre si stavano trasportando delle talee: attualmente è l'insetto officiale simbolo del Connecticut.

 È un insetto che vive a temperature miti, quindi non lo troveremo nel Nord Europa; è presente in Italia, soprattutto nelle aree di campagna. Infatti, la mantide religiosa è un insetto che vive tra la vegetazione, dove può cacciare le sue prede e mimetizzarsi.


La mantide religiosa è caratterizzata da un corpo allungato e dalle zampe anteriori denominate raptatorie perché vengono utilizzate per cacciare la preda e sono provviste di spine per afferrarle. All'interno delle zampe anteriori possiamo apprezzare due macchie nere che sembrano due occhi che utilizzano per difendersi e spaventare i possibili predatori.
Inoltre, possiede due ali, però solo i maschi o le giovani femmine le utilizzano per volare; le femmine adulte di mantide religiosa sono troppo pesanti per essere sostenute in volo dalle ali. 

Alcune specie di mantide religiosa utilizzano il movimento delle ali per produrre un suono che ricorda il sibilo del serpente per allontanare e spaventare i possibili predatori.

Possiede due occhi grandi composti e può girare la testa a 180 gradi, in modo da osservare l'ambiente che la circonda da una prospettiva completa.

 Oltre agli occhi composti, la mantide religiosa è dotata di 3 ocelli: questi sono anche chiamati "occhi primitivi" e aiutano molti insetti che li possiedono a percepire la luce, non le immagini. 

L'occhio composto, invece, percepisce le immagini anche se a una definizione inferiore rispetto all'occhio dei vertebrati.

Un altra caratteristica peculiare è la presenza di un unico orecchio al centro del torace.

La mantide religiosa marrone è capace di mimetizzarsi meglio nelle zone più aride o quelle in cui la presenza di grano o paglia è maggiore, mentre la mantide religiosa verde saprà mimetizzarsi meglio nelle aree in cui è presente un'abbondante vegetazione: il colore della mantide religiosa è un altro strumento che utilizza per mimetizzarsi e cacciare le sue prede, quindi dipenderà dall'habitat in cui vive.

È per queste caratteristiche morfologiche che la mantide religiosa presenta fenomeni di criptismo o mimetismo criptico, ovvero, si confonde con l'ambiente che la circonda per passare inosservata ed essere invisibile alla preda, ma anche al suo predatore.


Come dimostrano le caratteristiche fisiche della mantide religiosa, questo insetto è carnivoro e si alimenta di altri insetti e in alcuni casi addirittura di uccelli.

 Tra le sue prede preferite troviamo mosche, grilli e cavallette; però si è dimostrato che le mantidi religiose mangiano anche piccoli uccelli, tra cui colibrì, oltre a rane e lucertole.

Per afferrare le sue prede utilizza le sue velocissime zampe raptatorie, che sono capaci di acchiappare una mosca in volo. Però, prima di tutto, sta in agguato con le zampe anteriori in atteggiamento di preghiera aspettando che la vittima si avvicini. Solo in quel momento, la afferrerà rapidamente.

La femmina e il maschio di mantide religiosa, hanno aspetti diversi. In questo caso la femmina è più grande di molti cm (circa 7) ed il suo colore è più brillante, varia dal verde al marrone chiaro.

 Ha inoltre due chiazze nere all'interno delle zampe anteriori. Queste zampe si definiscono raptatorie e servono ad agguantare la preda e fa sì che non scappi.

 Queste due chiazze possono danno la sensazione di che siano degli occhi e servono a spaventare potenziali predatori.

 Questa è una caratteristica comune negli animali, anche alcune farfalle ad esempio, hanno dei disegni sulle ali che sembrano occhi

Inoltre, la mantide quando si sente attaccata e in pericolo apre le sue ali e iniziare a farle frusciare imitando in suono del serpente



L'accoppiamento della mantide religiosa è da sempre stato motivo di studio: l'unico momento in cui il maschio e la femmina si uniscono è quando la femmina secerne feromoni che attirano il maschio; infatti, sono animali indipendenti e tendono a essere solitari, eccetto nel momento dell'accoppiamento.

Il momento dell'accoppiamento inizia quando il maschio salta sulla femmina e unisce le sue antenne con quelle della coppia. Durante o dopo l'accoppiamento, la femmina divora la testa del maschio, che in alcuni casi viene divorato interamente. Nel frattempo, il maschio introduce lo speratoforo nella femmina. L'accoppiamento può durare 5 ore o addirittura una giornata intera.

Questo atteggiamento di cannibalismo nuziale o post-nuziale non è solo presente nella mantide religiosa, ma si può osservare anche in altri insetti, come in alcuni ragni o scorpioni.

 Inoltre, anche se si pensava che fosse un atteggiamento proprio della mantide religiosa in cattività, si è scoperto dopo numerosi studi che questo comportamento è presente anche in natura.

La mantide religiosa femmina depone le uova in autunno, dopo aver preparato l'ooteca, una specie di involucro protettore che contiene tra le 100-200 uova. 

Le uova si schiudono in primavera.


La mantide religiosa maschio è un insetto che, dopo essere stato decapitato, continua l'accoppiamento con la femmina. Infatti, anche se rimane senza testa, può continuare la copula.

 Questo comportamento di cannibalismo post-nuziale è dovuto al fatto che la mantide religiosa femmina si alimenta e approfitta i nutrienti del maschio per produrre le uova.

Normalmente, questi insetti non vivono più di un anno, però la mantide religiosa maschio può vivere la metà rispetto alle femmine.

La convinzione errata sulla mantide religiosa pericolosa per l'uomo, da sempre ha fatto sì che suscitasse ammirazione e fascino, ma anche rispetto e paura tra le persone.

 Assolutamente non è così: la mantide religiosa è un insetto molto favorevole per l'ambiente perché aiuta a far funzionare correttamente l'ecosistema, nutrendosi di altri insetti.

L'unico atteggiamento aggressivo che potrebbe mostrare può avvenire quando è infastidita: in quel caso il morso della mantide religiosa potrebbe essere causato dalle zampe anteriori raptatorie e taglienti.

 Nemmeno la credenza secondo la quale la mantide religiosa è velenosa è certa: il morso, infatti, non provoca prurito e non inietta veleno.

La mantide religiosa non è pericolosa per l'uomo e le credenze popolari legate a questo falso mito potrebbero essere legate alla pratica del cannibalismo nuziale della femmina.

 In passato, era anche ingiustamente associata alla disgrazia, quindi non era un animale molto apprezzato perché associato alla sventura. 

Ricordiamo che il significato etimologico di Mantis come "profeta" può giustificare queste convinzioni erronee.

Fonte: animalpedia



domenica 25 ottobre 2020

Gli occhiali: l’invenzione medievale più famosa


 Vedere qualcuno che indossa gli occhiali oggi è normale quanto vedere una persona che indossa una sciarpa d’inverno. 

Gli occhiali sono uno strumento che migliora la vista di moltissime persone, indipendentemente dalla forma degli occhi. Ma non è stato sempre così.

Lo sviluppo degli occhiali come trattamento comune per la vista ha richiesto secoli, e grazie a molti brillanti innovatori oggi disponiamo di uno strumento di grandissima efficacia. 

Ti sei mai chiesto qual è la tecnologia principale dietro gli occhiali? Ecco un breve excursus della storia che ora consente a milioni di persone di leggere, guidare, eseguire interventi chirurgici e in genere vivere una vita migliore.

Il primo inventore di occhiali indossabili è sconosciuto.

 Tuttavia, i romani scoprirono per primi la capacità di utilizzare il vetro per migliorare la loro capacità di vedere piccoli testi, creando piccole lenti d’ingrandimento.

I primi occhiali indossabili noti nella storia apparvero in Italia nel tredicesimo secolo.

 Le lenti in vetro soffiato venivano incastonate in montature di legno o pelle (o occasionalmente, montature fatte di corno di animali) e poi tenute davanti al viso o appoggiate sul naso. 

Per lo più utilizzati dai monaci, gli occhiali crebbero in popolarità e la tecnologia produttiva migliorò durante il Rinascimento.


Le opere d’arte rimangono la migliore testimonianza dell’esistenza di questi antichi occhiali, poiché i dipinti del primo Rinascimento a volte raffigurano studiosi che utilizzano cornici portatili o occhiali in stile trespolo.



I mastri vetrai italiani realizzavano lenti di diverso spessore sulla base di test della vista rudimentali.

 Man mano che questi occhiali diventavano più popolari, le creazioni italiane si diffusero in tutta Europa, disponibili esclusivamente a nobili e ricchi borghesi.

La tecnologia rimase abbastanza simile per diversi secoli, perché le prime modifiche arrivarono nel 1700. Gli occhiali diventarono uno strumento che si sorreggeva da solo grazie allo sviluppo delle stanghette, che lasciavano libere le tempie.

Il modello più famoso di questi occhiali evoluti era chiamato “Martin’s Margins”, occhiali sviluppati dall’inventore Benjamin Martin. 

Questi occhiali, che oggi sono venduti come oggetti da collezione, hanno gettato le basi per lo sviluppo di lenti più accurate e sottili, con montature progettate per durare nel tempo.”, occhiali sviluppati dall’inventore Benjamin Martin.

 Questi occhiali, che oggi sono venduti come oggetti da collezione, hanno gettato le basi per lo sviluppo di lenti più accurate e sottili, con montature progettate per durare nel tempo.



Dopo l’innovazione delle stanghette ci fu quella delle lenti bifocali, inventate da Benjamin Franklin, che permisero di vedere bene sia da vicino sia da lontano, utilizzando un paio di occhiali anziché due. 

Un altro tipo di occhiale che allora andava di moda erano gli “occhiali a forbice”. Questi potevano essere riposti in tasca e tirati fuori all’occorrenza, utilizzati magari per leggere o vedere qualcosa di importante.

All’inizio del XIX secolo, gli occhiali erano ancora fatti a mano e non rappresentavano una tecnologia disponibile per tutti.

 Grazie alla rivoluzione industriale e alla produzione in serie di montature e lenti, divennero molto più economici, diventando finalmente alla portata di buona parte della popolazione dell’epoca.

Durante l’800 e il ‘900, con un abbassamento di prezzi delle componenti, furono in molti a creare occhiali che fossero anche un oggetto di moda e non solo un mezzo per vedere bene.

Montature con diverse forme, materiali e colori divennero disponibili per coloro che desideravano che gli occhiali si abbinassero alla forma del viso, al colore degli occhi o al vestito.

Ad esempio, Theodore Roosevelt indossava occhiali pince-nez, che non avevano le stanghette, ma che rimanevano di fronte agli occhi grazie a una clip sul naso.

 Questi occhiali erano piuttosto popolari all’inizio del secolo, ma divennero fuori moda quando furono associati alle generazioni più anziane.

In particolare, gli stili sono cambiati a causa della disponibilità e dello sviluppo di plastiche resistenti.

 Non era più necessario che tutti gli occhiali fossero realizzati con montature in legno, metallo o corno. La plastica poteva essere modellata in molte forme e dimensioni.

Il 20° secolo ha visto anche l’ascesa degli occhiali da sole, utilizzati sia per proteggere gli occhi sia come accessorio alla moda. 

Questi furono inventati per la prima volta in Cina durante il 12° secolo, ma non erano funzionali alla vista o alla protezione dal sole, erano usati per oscurare gli occhi dei giudici in tribunale in modo che nessuno potesse determinare le loro espressioni.

Fonte: vanillamagazine

venerdì 23 ottobre 2020

Populonia (LI): un mareggiata fa emergere una straordinaria tomba etrusca con resti umani e corredo funerario.


 

Non tutti i mali vengono per nuocere: a Populonia, frazione di Piombino in provincia di Livorno e una delle più grandi e importanti città etrusche e romane dell’antichità, una mareggiata ha fatto riemergere una tomba risalente proprio al periodo degli Etruschi con tanto di resti umani in buono stato e un ricco corredo funerario

A scoprirla è stata la squadra archeologica Sostratos, impegnata negli scavi alla vicina Venturina Terme, è subito intervenuta in emergenza sulla spiaggia di Baratti in seguito alla chiamata dalla soprintendenza.

 Una scoperta tutt’altro che scontata quella che gli archeologi si sono trovati ai piedi: una sepoltura etrusca mai rinvenuta e risalente a circa la seconda metà del IV secolo a.C.

L’antico abitato di Populonia si trova in posizione dominante su di uno dei promontori che formano il golfo di Baratti e conserva fortificazioni del XV secolo ad opera dei Signori di Piombino, gli Appiani, come testimoniato dal dragone simbolo della casata sopra all’ingresso del borgo.

La sepoltura etrusca riportata alla luce è in fossa di terra e risalirebbe alla seconda metà del IV secolo avanti Cristo.

 In essa sono comprese ceramiche sovradipinte e ceramiche comuni e un corredo composto da 15 pezzi perfettamente conservati già allo studio e alla pulitura.


E non solo: dalla pulitura di un vasetto in vernice nera dello splendido corredo funebre è emersa una importantissima sorpresa: sul fondo della vasca del reperto, un’epigrafe graffita rivela il nome del nostro Etrusco: MI P(E)TRUS, “io sono di Petru”.

Germana Carillo


mercoledì 21 ottobre 2020

Il borgo a due passi da Roma che custodisce un Moai dell’Isola di Pasqua


 Viaggiare apre la mente e fa scoprire mondi inaspettati; lo so da sempre, ma addirittura che si potesse trovare un po’ dell’Isola di Pasqua nella campagna laziale questo proprio non lo sapevo.

Eppure a Vitorchiano nell’alto viterbese c’è un Moai, una di quelle enigmatiche statue per cui è famosa l’Isola di Pasqua e non è una imitazione grossolana: è un autentico “moai” scolpito da autentici scultori dell’isola, con autentici antichi attrezzi con cui la loro tribù da secoli compie queste imprese che hanno più del rito sacro che dell’atto artistico.

“… è stato scolpito nel 1990 da undici indigeni Maori dell’Isola di Pasqua, invitati dalla trasmissione RAI “Alla ricerca dell’Arca”, a realizzare uno dei più fantastici programmi di “gemellaggio” culturale.

 Poiché gli originali Moai dell’isola di Pasqua si stanno deteriorando, la televisione di Stato si adoperò per scovare una pietra vulcanica simile a quella delle cave dell’Isola di Pasqua per poterne costruire uno nuovo.

 La trovò proprio qui: un enorme blocco di peperino del peso di trenta tonnellate. Fu scolpito, con asce manuali e pietre taglienti, da undici indigeni maori della famiglia Atanm, provenienti dall’isola di Rapa Nui (Cile). 

“Il Moai – spiegarono i costruttori dopo aver danzato intorno al blocco di peperino che a poco a poco prendeva forma – è una scultura sacra: porta prosperità al luogo che osserva, a patto che non venga mai spostato. Se viene mosso dal punto in cui viene scolpito, provoca grandi sciagure.”

A Vitorchiano non hanno preso molto sul serio la cosa dello spostamento tanto che prima lo hanno fatto partire per la Sardegna per una mostra e al suo ritorno lo hanno sistemato appena fuori dell’abitato, in una tristissima piazzola di sosta dei camper dalla quale lo sguardo ieratico del Moai si posa benevolo su Vitorchiano (che è davvero bello visto da qui specie al tramonto) e poi va oltre, verso Est, al di là dei continenti verso il centro del Pacifico, verso l’Isola dei suoi antenati.


La storia è bella, peccato non si riesca a trovare nemmeno una immagine degli autori durante la costruzione. Per decenni il Moai vero di Vitorchiano è stato l’unico al mondo fuori dell’Isola di Pasqua, ma “…dal giugno 2015 anche Chiuduno, in provincia di Bergamo, ne ha uno. E’ stato costruito da 14 indigeni appartenenti al gruppo HAKA ARA HENUA, tutti Maori Rapa Nui polinesiani dell’Isola di Pasqua.

 L’evento si è svolto in occasione del XV Festival Internazionale “Lo Spirito del Pianeta”, che ogni anno si svolge a Chiuduno,  ospitando gruppi tribali e indigeni del mondo, con la loro cultura, tradizioni, folclore, artigianato, gastronomia, ecc. … la kermesse si è arricchita di un dono che i Maori hanno voluto lasciare al paese, come simbolo di pace.


La statua è stata munita di occhi di ossidiana e corallo questo significa molto per l’usanza dei rapa Noi diventando infatti il volto vivo del loro passato




Forse  in fondo il Moai di Vitorchiano sta bene dove è: non avrebbe “legato” molto con il centro storico di taglio medievale del borgo e invece  dove è ora si erge solitario e maestoso nella potenza dei suoi sei metri di altezza. 

Di lì può volgere lo sguardo lontano e nella sua solitudine ci ricorda che non è un monumento qualunque ma uno dei giganti misteriosi dell’Isola di Pasqua  e un po’ del loro mistero emana anche da lui.


Fonte : piccolestorienellapietra

lunedì 19 ottobre 2020

I sorprendenti vortici verdi che trasformano il Mar Baltico in un quadro


 Quasi ogni estate nel Mar Baltico fioriscono copiose e colorate distese di fitoplancton. E quasi ogni estate, le immagini satellitari rilevano i modelli artistici che disegna la natura con la complicità delle correnti, dei vortici e dei flussi marini. 

Dei disegni che, visti dall'atmosfera, mostrano l'impronta digitale della fioritura: un disegno unico e inimitabile, in continua trasformazione.

A testimoniare che non esistono due fioriture di fitoplancton esattamente uguali è l'Earth Observatory della Nasa che ha immortalato lo scorso 15 agosto uno spettacolo straordinario. I colori che vedete in queste foto sono naturali, senza filtri: potete immaginare quindi l'intensità di queste sfumature, visibili così dall'occhio fotografico del satellite Landsat 8, di passaggio sul Mar Baltico.


La fioritura di fitoplacton ha interessato in particolar modo il tratto di mare fra Öland e Gotland, due isole al largo della costa sud-orientale della Svezia.

 In una delle foto si possono vedere delle linee scure e dritte che attraversano i vortici verdi, spezzandoli: non si tratta di un problema grafico ma bensì della scia lasciata dalle navi che hanno attraversato la fioritura.


Non si sa con esattezza quale microrganismo si nasconda dietro a questo spettacolo ma è probabile che siano dei cianobatteri, un antichissimo tipo di batteri marini fotosintetico, chiamato impropriamente anche alga verde-azzurra, la cui origine risale a qualcosa come 3,5 miliardi di anni fa. 

A rendere i colori così intensi potrebbe quindi esser l'abbondanza di fosfato nelle acque più profonde oltre alle temperature sempre più calde che intensificano non tanto le nuance quanto la densità delle fioriture.


Fonte: lastampa

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