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lunedì 20 luglio 2020

L’unico posto sulla Terra dove la pangea esiste ancora


L'unico posto al mondo in cui si può guardare con i propri occhi la pangea.
 Ecco qual è l'unicità di Cliffs of Fundy, la scogliera canadese che mostra ancora oggi gli effetti delle antiche forze geologiche che hanno plasmato, e continuano a farlo, la frastagliata costa atlantica.
Sebbene la baia di Fundy della Nuova Scozia non sia così conosciuta, è un vero cumulo di tesori geologici. 
Ecco perché l'Unesco l'ha inserita fra i Global Geopark, una rete di 161 siti in 44 paesi che custodiscono silenziosamente la storia del nostro pianeta.


«Non c'è nessun altro posto sul pianeta Terra in cui è possibile vedere com'era il paesaggio 300 milioni di anni fa, ai tempi della Pangaea, così come gli effetti della sua rottura di 100 milioni di anni dopo, ovvero la nascita del mondo moderno», ha affermato il geologo John Calder. 

 The Cliffs of Fundy racconta la storia dell'incontro del supercontinente e della sua demolizione, fra scogliere a strapiombo sul mare, spiagge di fossili, crateri e insenature, fra cui si nasconde la dimora dei leggendari Glooscap e Malsumis, mitologici gemelli con il potere di creare, rispettivamente, un mondo buono e il suo opposto.




Le scogliere di questo litorale si estendono lungo 165 chilometri e sono state create dalle più alte maree della terra, con picchi alti come palazzi di cinque piani. 

Le fredde acque del Nord Atlantico hanno scolpito le antiche rocce, dalle cui fratture sono emersi grandi flussi di lava incandescente. Ogni angolo di questo posto trasuda storia, e ci si può casualmente imbattere in cimeli preziosissimi, così come capitato pochi giorni fa a una signora che si è trovata sotto i piedi un fossile di 310 milioni di anni fa. 


 Fonte: lastampa.it

mercoledì 15 luglio 2020

Stuart Sutcliffe: la drammatica storia del quinto Beatle dimenticato


Certamente ci sarebbe qualcosa di strano se qualcuno dicesse di non conoscere i Beatles, forse il gruppo musicale più famoso della storia. 
Il gruppo di Liverpool formatosi alla fine degli anni ’50 ebbe il potere di entusiasmare tutto il mondo ottenendo un successo travolgente durante il boom degli anni ’60, mentre era in atto una ripresa importante dopo la guerra. 
 I membri del gruppo li conosciamo tutti, il fondatore John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr, ma una delle curiosità che tende a rimanere nell’ombra riguarda il processo di formazione della band, quando ne faceva parte un quinto membro. Sì, nel gruppo che poi divenne leggendario c’era anche Stuart Sutcliffe, il quinto Beatle dimenticato.


Stuart Sutcliffe, da tutti chiamato Stu, nasce ad Edimburgo il 23 giugno 1940, e già da piccolo dimostra una certa sensibilità per l’arte. 
Durante un’infanzia non particolarmente felice, con un padre assente per lavoro (imbarcato con la marina mercantile) e violento nei confronti della moglie durante quel poco di tempo che si trovava in famiglia, il piccolo Stu è sempre al fianco della madre per consolarla. 

 Stu non ha difficoltà durante gli anni della scuola, e dopo il liceo si iscrive al Liverpool College of Art dove emerge subito il suo talento artistico, sia nei lavori di base sia nel riprodurre gli stili dei classici come quello di Michelangelo.
 Il suo talento artistico è innato e il suo insegnante, Arthur Bellard, lo definisce “rivoluzionario”. 

Ammirato anche dai suoi compagni per la sua intelligenza, ha il fascino tipico del ragazzo colto e interessato a diversi argomenti tra cui anche il cinema.
 Stuart mira ad arricchire le sue conoscenze e ha l’opportunità di farlo al pub Ye Cracke, insieme al suo insegnante Arthur e pochi altri studenti. 
Al pub si forma un gruppo di intellettuali chiamato i Dissenders che segue l’esempio della Beat Generation negli Stati Uniti.
 Stu inizia a farne parte e in quest’occasione conosce Bill Harry, che diventerà giornalista e scrittore, il pittore Rod Murray e John Lennon, un musicista che da poco aveva messo insieme un gruppo musicale.

 Come tanti altri, Lennon è subito attratto dall’originalità di Stuart, e un po’ alla volta i due stringono una profonda ma anche tempestosa amicizia. 
Tramite Stu, c’è la possibilità di apprendere qualcosa di nuovo, infatti Lennon viene a conoscenza di svariati aspetti dell’arte di Van Gogh e degli impressioni francesi.


Poco dopo, nel 1959, Stu, Murray e Lennon decidono di condividere un appartamento di Gambier Terrace che diventa luogo di diverse attività artistiche.
 Questo luogo è un altro centro per dibattiti culturali dove si svolgono anche le prove del gruppo musicale di Lennon, e una stanza resta riservata all’attività artistica pittorica di Stu.

 In quel periodo uno dei suoi dipinti viene esposto alla mostra biennale che si svolge alla Walker Art Gallery di Liverpool. 
Nel mentre Stuart comincia a frequentare l’ambiente musicale della città e il gestore del locale Jacaranda gli commissiona un murales per il club che Stu completa in collaborazione con Murray. 

 Intanto Stuart ha conosciuto anche Paul McCartney il quale, insieme a John, lo convincono ad acquistare un basso elettrico per poter suonare nel loro gruppo, e così Stuart entra a far parte del gruppo che poi sarà conosciuto come i Beatles. 

Preso dall’entusiasmo per la musica lascia gli studi delle arti figurative e va ad Amburgo come bassista. 
Lì incontrano tre ragazzi tedeschi interessati all’esistenzialismo, tra cui c’è la fotografa e stilista tedesca Astrid Kirchher. 

Astrid comincia a lavorare con il gruppo di Liverpool scattandogli una serie di foto artistiche, e anche lei rimane attratta dal fascino di Stu e ben presto ne diventa la fidanzata. 
Gli scatti della fotografa ottengono un buon successo, e durante le sessioni la donna suggerisce di cambiare stile ai membri, dandogli la “forma” con la quale sono passati alla storia. 
Il primo a cambiare pettinatura dietro consiglio di Astrid è proprio Stu, tagliandosi i capelli con un ciuffo che copre la fronte e l’abbigliamento in un giubbotto di pelle e stivaletti a punta, una moda che viene adottata anche dagli altri membri del gruppo.


Nonostante la buona volontà di apprendere di Stuart il talento musicale non eguaglia quello pittorico. 
Quando suona il basso non ne ha piena padronanza tanto che gli altri Beatles arrivano a suggerirgli di suonare dando le spalle al pubblico per non mettere in evidenza il suo disagio con lo strumento. 

Stu non è innamorato della musica, e lo spiega bene George Harrison:
“Stu non aveva mai scelto di dedicarsi alla musica, si presentava bene ma non era mai stato del tutto convinto di diventare un musicista”.


Purtroppo la sua mancanza di talento musicale causa un crescente disaccordo con gli altri Beatles, in primis con John Lennon.
 I due si trovano al club londinese Top Ten, quando cominciano a litigare furiosamente e quello che ha la peggio è Stuart.
 L’episodio è raccontato in un diario scritto a mano dello stesso Stuart in cui spiega l’accaduto. 

 Un mese dopo questa lite, a giugno del 1961, Stuart lascia definitivamente il gruppo, e mentre i Beatles ritornano a Liverpool lui resta ad Amburgo per amore di Astrid e riprende gli studi artistici.


 L’anno seguente iniziano alcuni problemi di salute per Stu, che accusa forti mal di testa e svenimenti e una cecità temporanea.
 Le sue condizioni continuano a peggiorare ma nessuno dei medici che lo visita (torna anche in Inghilterra per analisi più approfondite) fa una diagnosi corretta, e il 10 aprile del 1962, mentre si trova nell’ambulanza che lo sta trasportando in ospedale, a ventuno anni Stuart Sutcliffe muore.
 La causa di morte è: Una paralisi celebrale dovuta a un’emorragia nel ventricolo destro del cervello
 L’esame autoptico ha rivelato che, al momento del decesso, nel cervello di Stuart si stava sviluppando un tumore per via di una pregressa frattura cranica.

 In base al racconto del manager dei Beatles Alan Williams, Stu era stato vittima di un pestaggio avvenuto fuori dal Latham Hall di Liverpool dopo un’esibizione nel 1961. 
Stu è stato aggredito e picchiato con tale forza che è stato necessario l’intervento di Lennon e di Pete Best (batterista prima di Ringo Starr) per liberarlo dai suoi aggressori.

 Dopo la morte di Stuart, sua sorella Pauline Sutcliffe scrive un libro intitolato “Beatles’ Shadow”, in cui fa una serie di rivelazioni/bomba. 
Nel libro Pauline parla di una presunta relazione omosessuale tra Stuart Sutcliffe e John Lennon. 
Oltre a sostenere che Lennon fosse omosessuale e che avrebbe avuto altre relazioni omosessuali (in seguito, l’omosessualità di Lennon è stata smentita dalla moglie Yoko Ono), lo ritiene responsabile per la morte di Stu in quanto, secondo l’opinione della sorella, sarebbe stato lui a sferrare un calcio in testa al fratello durante una lite. 
Il libro racconta anche della rivalità tra Stuart e Paul McCartney, con George Harrison presente nella veste di paciere.


La carriera musicale di Stuart Sutcliffe è stata breve ma significativa e, anche se di lui non si parla molto, quando riaffiora il suo nome è spesso ricordato come (insieme a Pete Best) il quinto Beatle, per sottolineare la sua importanza nella storia della formazione dei Beatles. 
 Il nome del gruppo è infatti da attribuire proprio a Stuart.

 Secondo il giornalista Bill Murray, che ha avuto modo di frequentare i Beatles durante i loro primi anni come gruppo musicale, il nome è stato suggerito prima da Stuart, riferendosi al gruppo musicale di Buddy Holly chiamato The Crickets (I Grillini). Il quinto Beatle però ha fatto un gioco di parole cambiando una lettera: da Beetles che significa coleottero, scarabeo, ha sostituito un “e” con la “a” diventando Beatles (beat) che significa ritmo, battito, il termine con cui si descriveva la musica che era di moda in quel periodo. 
Anche la sperimentazione del cambio delle lettere nel nome è riportata nel diario di Stuart. 


 Il suo destino è stato infelice, come un astro bruciato troppo velocemente nel firmamento delle stelle. 

 Fonte: vanillamagazine.it

martedì 14 luglio 2020

Il monte Fanjingshan e i due templi alle porte del cielo


Red Clouds Golden Peak, questo è il nome della guglia di roccia che si eleva sopra le nuvole del Monte Fanjingshan, la vetta più alta della catena montuosa dello Wuling situata a sud-ovest della regione cinese di Guizhou.
 I due templi, uno dedicato a Buddha e l’altro a Maitreya, sono separati da una stretta gola e collegati tra loro da un ponte.

 Seduti sulla cima di questa meraviglia naturale, ad oltre cento metri di altezza, sono raggiungibili attraverso una scalinata di circa 8000 gradini. Una fatica ricompensata da una vista mozzafiato.




Costruiti tra il XII e il X secolo, dopo la dominazione della dinastia Tang, sono ritenuti uno dei luoghi buddisti dove raggiungere l’illuminazione spirituale. 

I templi, insieme a molti altri siti sacri, furono parzialmente distrutti e saccheggiati durante le varie ribellioni verso la fine del 1500, ma poi prontamente restaurati. 


 Il Fanjingshan, entrato a far parte del Patrimonio dell'Umanità Unesco nel 2018, è considerato il monte più ricco di biodiversità della Cina, una delle ultime foreste sub-tropicali della terra che conta ben 48 templi arroccati su straordinarie formazioni rocciose che sembrano toccare il cielo.

 La riserva naturale di Fanjingshan è circondata da ettari di natura selvaggia e rappresenta l’unico habitat di molte specie animali e vegetali in via di estinzione.
 Si tratta di una zona caratterizzata dalla presenza di oltre 4.395 varietà di piante e ben 2.767 esemplari animali, alcuni dei quali unici al mondo. 
Un ecosistema perfetto che si estende su una superficie di 567 km quadrati, a un’altitudine che varia tra i 500 e i 2570 metri sul livello del mare. 


 Fonte: mybestplace

domenica 12 luglio 2020

In Canada, fra le infernali Smoking Hills che sputano fumo ininterrottamente da secoli


Il primo ad aver avvistato il fumo, pensava si trattasse di un incendio.
 Era il 1826 e Captain Robert McClure, in missione di salvataggio, ancora non sapeva che in realtà si trovava davanti a un «fuoco perpetuo» sotterraneo.

 Siamo nei remoti territori del Nord-Ovest del Canada. E quelle che sembrano il preambolo dell'inferno solo le Smoking Hills che bruciando ininterrottamente da secoli.
 Uno scenario surreale, dove il fumo esce dalle fenditure nelle rocce che si tuffano a strapiombo nel Mar Glaciale Artico.


L'incendio c'è, ma non si vede. 
Si consuma in depositi sotterranei di zolfo di lignite e il fumo sale in superficie, approfittando delle spaccature create dall'erosione. Una condizione che ha acidificato gli stagni che si trovano nella tundra lungo la costa e riversato sul suolo grandi concentrazioni di sedimenti di alluminio, ferro, zinco, nichel, manganese e cadmio che rendono la costa insolitamente variopinta.


 I pennacchi di gas sono ben visibili sia dal mare che dalla terraferma. E nonostante questa scogliera sia impervia e difficile da raggiungere – si raggiunge solo in elicottero o in barca, con partenza da Paulatuk – è diventata negli anni una attrazione turistica, meta di escursioni dal sapor post apocalittico rimasto invariato da secoli.

 Gli scogli che compongono queste colline di pietra riescono a resistere alle alte temperature, accumulando calore.




Si narra che l'equipaggio dell'esploratore ottocentesco abbia portato un pezzo di quelle rocce a bordo della della nave della Royal Navy Britannica, per portarlo in patria. E che roccia incandescente abbia bucato la scrivania in legno del capitano, su cui era stata appoggiata. 

 Inizialmente si pensava che queste colline celassero la bocca di un vulcano. 
Invece oggi si sa che rappresentano un ecosistema geologico unico nel suo genere.


 Fonte: lastampa.it

martedì 7 luglio 2020

Reperti archeologici trovati su fondali in Australia lontano dalle coste


L'Homo sapiens approdò in Australia dal Sudest asiatico almeno 65 mila anni fa, ma le più interessanti testimonianze archeologiche della sua presenza potrebbero trovarsi, oggi, ancora in fondo al mare. 
È quanto sembra suggerire la scoperta di manufatti aborigeni sott'acqua, lungo la piattaforma continentale australiana (cioè la linea di demarcazione del continente): finora, nessuno pensava che reperti antichi migliaia di anni potessero essersi conservati tanto a lungo, anche molto lontano dalla costa.
 L'innalzamento del livello del mare ha "mangiato", con il tempo, intere porzioni di insediamenti abitati, ma potrebbe non aver cancellato del tutto la loro storia. 


 Quando l'uomo occupò per la prima volta l'Oceania, il livello del mare era circa 80 metri più basso rispetto ad oggi. Il calo delle temperature globali provocò un ulteriore abbassamento, e nel pieno dell'ultima era glaciale, 20.000 anni fa, l'oceano "iniziava" 130 metri più in basso del livello attuale.
 Alla fine dell'ultima era glaciale, 12.000 anni fa, con la fusione dei ghiacci il livello del mare tornò a salire, e le acque inondarono un terzo delle terre abitabili dell'Australia.
 La Tasmania, prima, e la Nuova Guinea, poi, furono separate dalla terraferma. 
L'acqua inghiottì 2,12 milioni di chilometri quadrati di territorio, inclusi gli insediamenti umani più vicini alla costa.


Negli ultimi quattro anni, un gruppo di archeologi, geologi, piloti e sub professionisti ha studiato la regione al largo della costa rocciosa di Murujuga, un'isola dell'arcipelago Dampier, nell'Australia nordoccidentale. 

L'area nell'entroterra di questa porzione di costa è ricca di testimonianze di arte aborigena, e 18.000 anni fa, la terra libera dal mare si estendeva per altri 160 chilometri rispetto ad oggi. 


Il team del progetto Deep History of Sea Country, coordinato dall'Università di Flinders, ha studiato le carte nautiche e le mappe geologiche dell'area per restringere la zona di ricerca, e ha poi scandagliato i fondali oceanici usando laser montati su aeroplani e scanner ad alta risoluzione rimorchiati da navi. 
Nella fase finale, i sub hanno scoperto due siti archeologici al largo dell'arcipelago, rimasti all'asciutto fino ad almeno 7.000 e 8.500 anni fa, rispettivamente.
 Nel canale di Cape Bruguieres sono stati rinvenuti 269 utensili in pietra a 2,4 metri di profondità: strumenti per tagliare, martellare, limare, persino macinare semi e ricavare una specie di farina.

 Il secondo sito, in quello che si chiama Flying Foam Passage, mostrava tracce di presenza umana attorno a una sorgente d'acqua dolce che oggi si trova a 14 metri di profondità, oltre ad almeno uno strumento in pietra locale adatto per tagliare.


 Le scoperte sono importanti perché dimostrano che materiale preistorico può sopravvivere per millenni sui fondali marini tropicali.
 Lungo il margine delle piattaforme continentali potrebbero trovarsi decine di altri siti archeologici di interesse, vulnerabili alle attività antropiche ma anche a minacce naturali come il passaggio di cicloni. 


L'attuale conoscenza della storia dell'Australia si basa su testimonianze archeologiche dell'entroterra e su un'importante tradizione orale, ma i primi abitanti del continente erano popolazioni costiere arrivate via mare, e proprio il mare potrebbe custodire oggi i segni del loro passaggio. 

 Fonte: focus.it

venerdì 3 luglio 2020

L’inquietante mistero della Chapelle Expiatoire di Parigi: trovate le ossa dei ghigliottinati della Rivoluzione nei muri


Luigi XVI e Maria Antonietta non erano soli.
 Una «sconvolgente» scoperta ha cambiato la storia di uno dei celebri monumenti di Parigi, vicino a Place de la Concorde. 
E' qui che re e regina furono sepolti dopo esser stati ghigliottinati, e in cui le loro spoglie riposarono per 21 anni, prima di essere trasferite nella tomba reale di Saint-Denis. 
Ed è qui che ora sorge questo monumento commemorativo voluto da Luigi XVIII-

 Dopo aver notato delle curiose anomalie sulle pareti, il guardiano della cappella Aymeric Peniguet de Stoutz ha deciso di ispezionare il sito insieme a un archeologo.
 E' così che in una intercapedine fra i mura di pietra sono stati rinvenuti i primi resti di quelle che potrebbero essere almeno 500 persone ghigliottinate durante la Rivoluzione Francese.


La Chapelle Expiatoire fu progettata nel 1816 dall'architetto neoclassico francese Pierre François Léonard Fontaine e in parte costruita sul terreno dell'ex cimitero della Madeleine, chiuso nel 1794, l'anno successivo alla morte di Luigi XVI e Maria Antonietta. 
Ma mai sinora era stato ipotizzato che delle ossa fossero state usate non solo come fondamenta ma anche inglobate fra le spesse mura della cappella commemorativa. 

Nel suo rapporto l'archeologo Philippe Charlier ha confermato che il «piano inferiore della cappella nasconde quattro scatole di legno piene di ossa umane», oltre a esserci «terra mescolata con frammenti di ossa umane».


 Trovandosi non lontano da quella che un tempo era Place de la Révolution, la piazza della ghigliottina, quell'area era probabilmente diventata una sorta di fossa comune. E i costruttori hanno quindi inglobato quel patrimonio nella nuova architettura, senza spostare le reliquie.





Storicamente si credeva che i resti delle vittime per lo più aristocratiche della rivoluzione, e gli stessi rivoluzionari, si trovassero in diverse catacombe della città. 
Ma quello che sinora era stato considerato solo un monumento in memoria della famiglia reale, oggi si è scoperto essere una sorta di «necropoli della Rivoluzione Francese».

 Fonte:lastampa.it

giovedì 2 luglio 2020

La “leggenda” del bacio sotto il Ponte dei Sospiri a Venezia ispirò un film americano degli anni ’70


Il Ponte dei Sospiri a Venezia: bellissima e un po’ triste opera di architettura barocca, evoca la grandezza della Serenissima, ma anche il suo inflessibile sistema giudiziario.

 Progettato da Antonio Contin all’inizio del 1600, fu costruito per collegare, con un doppio passaggio, il Palazzo Ducale con le Prigioni Nuove, passando sopra il Rio di Palazzo.

 Leggenda vuole che i sospiri fossero quelli dei detenuti che attraversavano il ponte, andando verso la prigione: l’incantevole vista della laguna di Venezia era l’ultima immagine della libertà perduta, probabilmente per sempre.

 In realtà, dall’interno del ponte non si vede quasi nulla, e quindi probabilmente il nome si riferisce agli ultimi respiri dei prigionieri come uomini liberi, perché chi era condannato, nella Serenissima Repubblica, non aveva altro destino che morire in prigione.
 Ancora più probabilmente, i sospiri erano in realtà i lamenti dei prigionieri, che riecheggiavano nel canale attraverso le strette finestre delle carceri.


La triste storia del ponte non lo rende meno bello: la sua bianca pietra d’Istria, e le decorazioni scultoree, lo rendono una delle principali attrazioni turistiche di Venezia. 

Ad un’attenta osservazione, si nota che tutti i visi scolpiti nell’arcata hanno un’espressione di rabbia o tristezza; l’unico che sembra avere una faccia felice è probabilmente il guardiano del ponte.


Il Ponte dei Sospiri può essere visto dal Ponte di Canonica e dal Ponte della Paglia, oppure navigando in gondola lungo il Rio di Castello. 


Un’altra leggenda, forse inventata ad uso e consumo dei milioni di turisti che ogni anno visitano Venezia, convince molte coppie a passare sotto il Ponte dei Sospiri in Gondola, perché un bacio scambiato al tramonto sotto la sua bianca volta, nel momento in cui le campane di San Marco iniziano a suonare, assicura amore eterno e felicità.


Da questa “leggenda” è stato tratto anche un film con Laurence Olivier e Diane Lane, dal titolo “A Little Romance”, “Una piccola Storia d’Amore” nella versione italiana che vinse l’Oscar per la Colonna Sonora.
 La pellicola fu ispirata al libro “E=mc2 Mon Amour” di Patrick Cauvin, tradotto in Italia come “Piccolo Grande Amore”.

 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 29 giugno 2020

La leggenda della "barca di San Pietro"


Il culto di San Pietro risale al Medioevo quando i monaci Benedettini lo diffusero in territorio lombardo; nell’ottocento era popolare la leggenda secondo cui «nel giorno di San Pietro debba seguire temporale, perché il diavolo promette alla di lui madre di uscire dall’ inferno per quell’ anniversario», per questo motivo molti pescatori durante questa notte non escono in barca per timore di burrasche e temporali. 

In altri luoghi invece si pensa che questa notte sia proficua per la pesca, in altri ancora si narra ai ragazzi che le acque del lago siano infide perché la madre di San Pietro pretenderebbe un sacrificio umano, sempre la madre del santo è protagonista di altre leggende che la vedono invece benevola nei confronti dei raccolti perché nei periodi di siccità provvederebbe il 29 giugno a far cadere la pioggia per salvarli. 

 Oltre a queste leggende e storie che si tramandano oralmente ce n’è una che affascina particolarmente grandi e piccini e si tratta della barca di San Pietro che appare per “magia” la notte tra il 28 e 29 giugno, un’usanza figlia del Nord d’Italia ma che che si sta espandendo un po’ ovunque.


Il 28 giugno prendete un vaso o una damigiana senza paglia, o una bottiglia l’importante è che sia di vetro e leggermente panciuta, versatevi dentro acqua fredda, meglio se di fonte e riempitela per metà, ora con molta delicatezza dovrete far scivolare nell’acqua l’albume di un uovo. 
 Senza sbattere il contenitore portatelo all’aperto, meglio sotto un albero o in mezzo ad un prato, ma va bene anche il davanzale di casa; lasciatelo aperto tutta la notte in modo che la rugiada faccia la sua magia. 

 La mattina controllate il vostro contenitore, noterete che l’albume ha assunto una forma molto particolare, i filamenti bianchi che si saranno formati durante la notte avranno l’aspetto di alberi maestri, e di vele spiegate e la forma che assume sembra proprio quella di una barca. 


 A seconda della forma delle vele i contadini prevedevano le condizioni del tempo: le vele aperte indicavano la venuta del sole mentre le vele chiuse e sottili, l’arrivo della pioggia.

 Si narra che quando nell’acqua si forma un bel veliero sia un buon auspicio per ottimi raccolti nell’arco dell’annata. 

L’effetto del veliero si vedrà fino a mezzogiorno, poi lentamente si dissolverà.


Secondo tradizione questa forma assunta dalla chiara dell’uovo è la barca di San Pietro, che alla vigilia della festa ha voluto mostrare la sua vicinanza ai suoi fedeli, in altri paesi si narra invece che sia la barca dell’apostolo Pietro, pescatore e traghettatore di anime, usata per diffondere nel mondo la fede di Cristo; in altri ancora si tramanda la storia che questa barca sia quella che Pietro ha usato per scendere all’ inferno e liberare la madre e accompagnarla in cielo.

 Nel bergamasco si legge in maniera un po’ diversa l’oracolo dell’albume, se esso forma una barca con vela la sposa avrà un figlio e la zitella troverà marito.


 Ma perché si forma questa barca di San Pietro la notte del 29 giugno?
 In realtà si formerebbe anche il giorno prima o il giorno dopo, perché le condizioni per cui questo fenomeno accada sono simili nei giorni intorno a quella data, sole caldo di giorno e temperature ancora fresche e umide di notte.
 Siccome la densità della chiara dell’uovo è di poco superiore a quella dell’acqua, essa tende ad affondare e rimanere sul fondo; l’acqua fredda raffredda il contenitore che a contatto con la superficie calda dal sole della terra o del davanzale della finestra subirà un trasferimento di calore formando dei moti convettivi, cioè l’acqua riscaldata dalla terra tenderà ad andare verso l’alto, il problema avviene quando incontra la resistenza della chiara dell’uovo che tenderà a trascinare con se e quindi a formare la famosa barchetta.
 Quindi è facile intuire come più la giornata abbia scaldato la terra più la barchetta assumerà una forma più complessa.


Ora che sapete la sua storia, le sue leggende e la sua spiegazione scientifica, non vi resta che provare a realizzare la vostra Barca Di San Pietro ma perché abbia un significato magico è meglio rispettare le tradizioni e porre in giardino il vaso con l’albume la notte di San Pietro e Paolo, e poi molte persone affermano che “leggendo” le figure che si formano si ha una lettura del futuro, c’è chi ha intravisto l’argomento della sua tesi di laurea, chi ha intuito la sua sorte futura e chi spera sempre di vedere quello che vorrebbe realizzare… e questo è un buon inizio per qualcosa che sta a cuore.

 Fonte: eticamente.net

domenica 28 giugno 2020

In Slovenia c’è un mondo incantato sotterraneo dominato da due draghi bianchi


Nascosto tra le Alpi e il mare Adriatico si trova un luogo magico. Un mondo sotterraneo modellato dall'acqua in milioni di anni, in cui vivono due piccoli draghi bianchi.


Potrebbe sembrare una favola, e invece questo posto esiste davvero: stiamo parlando delle grotte di Postumia, in Slovenia. Qui, sottoterra, scorrono fiumi, s'innalzano montagne e sfreccia anche la prima ferrovia sotterranea del mondo, inaugurata nel 1872.


Il simbolo della grotta è una immensa stalagmite bianca brillante, alta oltre cinque metri, chiamata non a caso Brilliant.
 Ma è solo una delle meraviglie di Postumia, che è quasi integralmente ricoperta da un sottile strato di flowstone, pietre di flusso composte da depositi simili a fogli di calcite che donano a tutta la grotta un aspetto luccicante.

 Ma la vera attrazione del sito sotterraneo sono i baby dragons, due piccoli draghi con degli insoliti ciuffi rossi, occhi che non si vedono e quattro piccole zampette. 
Le loro fattezze sono decisamente differenti rispetto all'immaginario collettivo, ma non per questo meno affascinanti.


Questi piccoli draghi sono in realtà dei Proteus Anguinus, un anfibio endemico delle acque sotterranee che scorrono nell'altopiano carsico che vive più di 100 anni ma che è in grado di non mangiare anche per 12 anni consecutivi e di riprodursi ogni dieci.

 I cuccioli della grotta slovena sono nati nel 2016. 
I primi quattro anni della loro vita l'hanno trascorsa in un nido segreto e ora è la prima volta che il pubblico li potrà ammirare da dietro un vetro, ma solo poche persone al giorno.





Fonte: lastampa.it

mercoledì 24 giugno 2020

La tomba di una giovane guerriera Scita sembra confermare l’esistenza delle Amazzoni


Quando l’archeologo russo Vladimir Semyonov aprì quell’antica tomba quasi non riusciva a credere ai propri occhi: il cadavere parzialmente mummificato custodito all’interno era talmente ben conservato da mostrare ben visibile una verruca sul viso.

 Era il 1988 quando l’archeologo, insieme alla collega Marina Kilunovskaya, trovò la sepoltura di un giovane guerriero del popolo degli Sciti, nell’attuale repubblica di Tuva, in Siberia. Kilunovskaya racconta oggi la sua emozione all’apertura della tomba: “E’ stato così sorprendente quando, appena aperto il coperchio, ho visto la faccia, con quella verruca, che sembrava davvero impressionante.”


I ricercatori stimarono che si trattasse dei resti di un ragazzo di circa 12/13 anni, sepolto con tutte le sue armi: un’ascia, un arco in betulla lungo un metro e una faretra con dieci frecce di diverso tipo.


Nella tomba non ci sono perle, specchi od ornamenti femminili, come si addice a un giovane maschio di quel bellicoso popolo nomade, di cui si sa molto poco.
 Ne parla lo storico greco Erodoto, e i suoi racconti sono sempre sembrati molto frutto di fantasia.
 Li descrive come abilissimi (e feroci) arcieri che bevono il sangue dei nemici e prendono come trofeo i loro scalpi, mentre la pelle dei cadaveri viene usata per rivestire le faretre. 

Sempre secondo Erodoto, gli Sciti usano gettare dei semi di canapa su pietre roventi poste all’interno di una tenda di feltro, per poi respirare i vapori e urlare di gioia. 
 Questa usanza veniva ritenuta un’invenzione dello storico, ma in realtà scoperte archeologiche recenti suffragano il racconto: semi di canapa, bracieri, treppiedi, e pietre, rinvenuti insieme, raccontano che Erodoto non si era inventato nulla.
 Sembra ipotizzabile che Erodoto non si sia inventato nulla (almeno nella sostanza se non nell’origine mitica) nemmeno quando racconta delle Amazzoni, che colloca proprio nella Scizia, dove sarebbero emigrate dopo essere state sconfitte dai guerrieri greci. 

In quella terra lontana, tra le montagne del Caucaso, le amazzoni si uniscono, anche carnalmente, ai guerrieri sciti, dando origine al popolo dei Sarmati.
 Le donne combattono a cavallo insieme agli uomini, indossano gli stessi abiti e rimandano il matrimonio fino a che non hanno ucciso un nemico in battaglia.


 I resti di quell’adolescente, ritrovati nel 1988, sembrano oggi confermare le storie di Erodoto, perché non si tratta di un giovane adolescente ma della mummia di una ragazza: le analisi paleogenetiche, condotte nel laboratorio di genetica storica dell’Istituto di fisica e tecnologia di Mosca, hanno prodotto un risultato straordinario.
 L’adolescente sepolta con il suo corredo di armi è una giovane amazzone di circa 14 anni, morta all’incirca 2.600 anni fa. 

La sua bara, ricavata da un unico pezzo di legno, si trovava sepolta a circa mezzo metro sotto terra, orientata verso su-ovest.
 La ragazza indossava una pelliccia a doppio petto lunga fino al ginocchio, fatta con le pelli di piccoli roditori cucite insieme, e un berretto di pelle colorato con un pigmento rosso.
 Della camicia e dei pantaloni rimane poco o nulla.


Oggi tuttavia, al di là degli oggetti trovati nella tomba, l’entusiasmo dei ricercatori è dovuto sopratutto alla scoperta del genere della mummia, che pare confermare non solo i racconti di Erodoto, ma anche quelli del medico greco Ippocrate, vissuto all’incirca tra il 460 e il 377 a.C. 
 Nel suo racconto, le donne scite rimangono vergini guerriere fino a quando non hanno ucciso tre nemici in battaglia. 
Solo quando hanno assolto a questo compito possono sposarsi, ma dopo il matrimonio devono abbandonare l’attività guerresca. 

 A conferma dell’esistenza delle donne guerriere scite, che sempre più spesso vengono indicate come discendenti delle mitiche amazzoni, ci sono stati altri ritrovamenti: a gennaio 2020, in una tomba scavata nella regione russa di Voronezh, sono stati rinvenuti i resti di quattro donne di età diverse sepolte insieme, risalenti al IV secolo a.C. 
Nel corredo funerario c’erano, tra le altre cose, punte di freccia, imbracature per cavalli, coltelli, ma anche gioielli e un prezioso copricapo miracolosamente integro.


 Dopo Omero, che canta le loro gesta nell’Iliade, passando per Eschilo, Erodoto, Ippocrate, il geografo Strabone e poi ancora Plutarco e molti altri autori greci (che non amano le Amazzoni, antitesi perfetta del loro ideale di donna), le antiche donne guerriere riemergono dalle nebbie del mito ed entrano di fatto nella storia, a dimostrazione di quanto c’è ancora da scoprire del nostro passato.

 Fonte: vanillamagazine
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