mercoledì 22 maggio 2019
Droghe di 1000 anni fa ritrovate in una borsa da sciamano
In Bolivia è stato effettuato un importante ritrovamento che conferma le buone conoscenze, in termini di medicina naturale, che avevano gli sciamani che vivevano in quelle zone circa 1000 anni fa.
Si tratta infatti della borsa di uno sciamano all’interno della quale sono stati ritrovati diversi utensili e strumenti ed una sacchetta. Questa piccola sacca trovata all’interno della borsa, è formata da tre musi di volpe cuciti assieme e contiene droghe di 1000 anni fa, sostanze psicotrope usate all’epoca come medicinali.
Oltre alla sacchetta all’interno della borsa, vi erano delle tavolette di legno per la macinazione delle piante officinali e del tabacco, due spatole in osso, una fascia intrecciata, ed una rudimentale pipa, ornata di trecce di capelli umani, usata per fumare le sostanze allucinogene.
Secondo l’antropologo Jose Capriles, si era già a conoscenza di quanto le sostanze psicotrope fossero importanti nei rituali religiosi e spirituali delle società delle Ande centro-meridionali, ma con questa scoperta si è potuta scoprire la grande varietà di composti utilizzati e le loro possibili combinazioni.
Capriles ha infatti dichiarato che “si tratta del più alto numero di sostanze psicoattive mai trovate in un singolo complesso archeologico del Sud America”.
La conoscenza e la comprensione di quali fossero lo sostanze, di origine vegetale, utilizzate dagli antichi per alterare la percezione, può dirci molto sulla cultura e sulla conoscenza degli uomini dell’epoca.
Possiamo infatti conoscere quali siano le piante e le sostanze vegetali culturalmente importanti nella società dell’epoca.
Durante gli scavi nella valle del fiume Sora in Bolivia, gli archeologi, che vi hanno lavorato nel 2008 e nel 2010, non erano prettamente alla ricerca di tali sostanze, ma di prove concrete di insediamenti umani nella zona.
In questi luoghi in una grotta conosciuta col nome di Cueva del Chileno, gli archeologi hanno ritrovato la borsa di cuoio contenente le droghe di 1000 anni fa.
La datazione dei reperti è stata eseguita con il radiocarbonio. Le droghe vegetali presenti all’interno della sacchetta di musi di volpe, sono state analizzate prelevandone dei piccoli campioni utilizzati per eseguire la cromatografia liquida e la spettrometria di massa. Con queste analisi i ricercatori hanno potuto individuare di che tipo di sostanze si trattasse.
Sembra che all’interno della sacchetta vi siano state forse cinque o quattro piante diverse, ma con certezza ne sono state individuate tre.
All’interno della borsa i ricercatori hanno individuato tracce di bufotenina, dimetiltriptamina, armine, cocaina e benzoilecgonina (un prodotto di degradazione della cocaina).
Queste sostanze suggeriscono la presenza di almeno tre piante che contengono questi composti.
Alcune di queste sostanze sono state indicate dai ricercatori come composti del famoso tè sciamanico noto con il nome di ayahuasca. Una scoperta davvero importante visto che attualmente non si sa per quanto tempo e dove si sia diffuso l’utilizzo di questa bevanda.
Dai reperti trovati nella borsa, possiamo dedurre che gli abitanti del luogo conosceva già l’utilizzo di queste droghe 1000 anni fa, anche se non possiamo sapere come siano state lavorate le piante. Inoltre appare chiaro che si trattasse della borsa di uno sciamano, una figura ritenuta depositaria dell’utilizzo e della preparazione di queste droghe, che usava per raggiungere la condizione di trance necessaria per comunicare con gli spiriti.
L’archeologa Melanie Miller, dell’Università di Otago, ha dichiarato che “nessuno dei composti psicoattivi trovati, proviene da piante che crescono in questa zona delle Ande, indicando la presenza di reti di scambio elaborate o il movimento di questo individuo in ambienti diversi per procurarsi queste piante speciali”.
Fonte: ocustech.it
martedì 21 maggio 2019
Manoscritto Voynich: è stato davvero decifrato il codice più misterioso della storia?
Sembra sia stato finalmente decifrato il 'codice' del testo più misterioso del mondo, il manoscritto Voynich.
Il documento, che risale alla metà del '400, è scritto in una lingua romanza molto antica ed estinta, ed è una sorta di enciclopedia illustrata realizzata da un gruppo di monache domenicane per Maria di Castiglia, all'epoca regina di Aragona.
Nell'impresa di scorprirne le chiavi di lettura sarebbe riuscito Gerard Cheshire, ricercatore dell'università britannica di Bristol, che ha pubblicato il risultato della sua ricerca sulla rivista "Romance Studies".
Dalla ricerca emerge che il manoscritto sarebbe un compendio di rimedi erboristici, bagni terapeutici e letture astrologiche riguardanti questioni di cuore, di mente e di riproduzione, secondo le credenze del periodo.
"Quando ho realizzato l'entità del risultato, sia in termini di importanza linguistica che di rivelazioni sulle origini e il contenuto del testo mi sono sentito incredulo ed eccitato", ha detto Cheshire.
Conservato nell'università americana di Yale, il manoscritto prende il nome dall'antiquario polacco Wilfrid Voynich che lo acquistò nel 1912, anno in cui il suo luogo di origine, il Castello Aragonese di Ischia, è stato acquistato da privati.
E' stato mostrato per la prima volta al pubblico nel 1915 e da allora le sue intriganti illustrazioni e i simboli sconosciuti hanno catturato l'immaginazione degli studiosi di tutto il mondo.
Il documento contiene anche una bellissima mappa che racconta la straordinaria missione di salvataggio via nave, guidata dalla regina Maria, per salvare i sopravvissuti di un'eruzione vulcanica vicino all'isola di Vulcano, nel 1444.
Secondo Cheshire, a rendere così affascinante il manoscritto è l'uso di una lingua estinta che ha preceduto le lingue romanze moderne, delle quali fa parte l'italiano, e che era utilizzata nel linguaggio quotidiano, ma non in quello scritto: il suo alfabeto combina simboli familiari ad altri insoliti, usa le lettere come punteggiatura ed è costellato di abbreviazioni di parole latine.
Ma la sua versione non convince tutti, in primis Lisa Fagin Davis, direttrice della Medieval Academy of America che spiega:
“Come la maggior parte delle interpretazioni sul manoscritto Voynich, anche questa versione è ambiziosa: Cheshire inizia teorizzando che cosa potrebbe significare una particolare serie di segni, di solito per via della prossimità di una parola con un’immagine che crede di potere interpretare.
Poi consulta il maggior numero possibile di dizionari medievali di lingue romanze fino a quando trova una parola che sembra adattarsi alla sua teoria.
In seguito sostiene che la sua teoria è corretta, visto che ha trovato una parola in una lingua romanza che ben si adatta alle sue ipotesi. Le sue traduzioni da ciò che è essenzialmente una farneticazione, un amalgama di più lingue, sono ambizioni più che traduzioni vere e proprie”, scrive la studiosa che smonta poi anche l’ipotesi di una lingua protoromanza: “L’argomento di fondo di tutto questo, cioè che ci sia una cosa come una “lingua protoromanza” – è completamente priva di prove e in contrasto con la paleolinguistica. Infine, la sua associazione di particolari segni con determinate lettere dell’alfabeto latino è ugualmente priva di prove.
Il suo lavoro non è mai stato analizzato da altri suoi studiosi indipendenti e alla pari”.
Fonte:repubblica.it
greenme.it
lunedì 20 maggio 2019
Barcellona: torna in vita una fontana di Gaudí distrutta 70 anni fa
La famosissima Sagrada Familia, il Parc Güell, Casa Battlò con la sua passerella a trenta metri d’altezza: non si può pensare alla Spagna (e alla Catalogna in particolare) senza citare il genio di Antoni Gaudí.
Oggi, ecco che – ad un tour sulle sue orme – bisognerà aggiungere un ulteriore tappa: una fontana demolita oltre settant’anni fa che oggi è stata fedelmente ricostruita.
Installata ora dinnanzi al Museu Agbar de les Aigües, un museo interamente dedicato all’acqua che vuole raccontare a grandi e piccini l’importanza di questo elemento (e che si trova poco lontano da Barcellona), la fontana fu disegnata per Casa Vicens – il primo progetto di Antoni Gaudí nella capitale catalana, aperto al pubblico solamente nel 2017 , ed è un’opera straordinaria.
Casa Vicens fu costruita tra il 1883 e il 1885, e la fontana – chiamata Cascada e installata nel suo giardino – era un elemento artistico ma anche un meccanismo per il raffrescamento degli spazi. Nel 1945, però, la famiglia Vicens fu costretta a vendere parte dei suoi terreni a causa dell’espansione della città e dei piani urbanistici, e la fontana fu demolita per fare spazio a nuove costruzioni.
Ora, un team di esperti guidato da Josep Vicenç Gómez Serrano (specialista di Gaudí e professore di architettura all’Università politecnica della Catalogna), ne ha prodotta una replica esatta per riportare così in vita l’opera dell’architetto.
«Per raggiungere l’obiettivo, abbiamo dovuto studiare le vecchie fotografie e le planimetrie di Casa Vicens», ha raccontato lo storico Daniel Giralt-Miracle. E, sebbene l’originale fosse stata per l’appunto demolita, la ricostruzione della fontana è stata possibile grazie alle moderne tecnologie.
Sulla base di tutti i materiali raccolti, gli architetti sono stati in grado di realizzare un’accurata ricostruzione digitale, che è stata utilizzata poi come piano per ricostruire la fontana.
La costruzione in sé è durata 6 mesi, un tempo record se si considera la complessità del progetto.
La fontana è stata ricostruita utilizzando gli stessi materiali e lo stesso processo costruttivo impiegati da Gaudí: è costituita da 27.000 mattoni artigianali e da 3000 piastrelle, con l’acqua che scende a cascata dall’arco.
Una nuova tappa, che i turisti già si sono appuntati in agenda.
Fonte: siviaggia.it
venerdì 17 maggio 2019
L'affascinante storia di Mont Saint-Michel
Rannicchiato vicino alle coste della Normandia, nel Nord della Francia, c'è un piccolo isolotto tidale la cui storia risale a molti secoli fa.
Fin dal Medioevo, il luogo in cui sorse Mont Saint-Michel è stato individuato come luogo strategico.
A partire dal VI secolo in poi, infatti, l'isolotto si è evoluto gradualmente, da luogo di insediamento a sito per un'abbazia, per poi diventare una prigione nel periodo della Rivoluzione.
L'aspetto di Mont Saint-Michel è decisamente fiabesco, con il pittoresco villaggio e un'alta torre che svetta su tutto il resto.
Ma è anche e soprattutto la sua storia affascinante a renderlo uno dei luoghi di interesse più importanti della Francia.
Mont Saint-Michel è classificato come isolotto tidale roccioso. Quando c'è bassa marea è raggiungibile attraversando un argine, che viene totalmente sommerso durante l'alta marea.
Questo fenomeno ha reso Mont Saint-Michel un grande vantaggio strategico.
Ma prima ancora del ruolo militare, il sito aveva un altro scopo.
In tempi antichi, infatti, era circondato dalla foresta di Scissy, che ospitava due tribù celtiche che usavano Mont Saint-Michel per i culti dei loro druidi.
Si crede che ci fosse un santuario dedicato a Beleno, dio gallico del Sole.
Le prime strade costruite dai romani intorno al Monte vennero spostate sempre più verso est, man mano che il livello d'acqua della Manica continuava a salire.
Per diversi secoli, fino al VII d.C., il luogo venne chiamato Mont-Tomb, e fu luogo di culto per i gallo-romani.
Fin dal IV secolo, però, i primi cristiani comparvero in quella che è l'odierna Normandia.
La leggenda vuole che nell'anno 709 l'arcangelo Michele sia comparso al vescovo di Avranches, chiedendo la realizzazione di una chiesa sulla roccia.
Dopo che il vescovo ebbe ignorato la richiesta, l'arcangelo lo punì bruciandogli il cranio, e questo lo convinse con più facilità. Instaurò così un oratorio in una grotta sull'isolotto, che iniziò ad essere chiamato Mont-Saint-Michel-au-péril-de-la-Mer.
Nei secoli successivi la chiesa sarebbe stata sottoposta a un gran numero di cambiamenti.
Nel 966 è stata ridisegnata in stile pre-Romanico, un'estetica che univa elementi mediterranei a quelli germanici.
Ma nel secolo successivo venne costruita nuovamente, e le fu conferita un'estetica romanica caratterizzata da archi, soffitti a volta e piccole finestre.
Dopo un incendio appiccato dai Bretoni, venne ricostruita un'ultima volta nel XIII secolo, stavolta con elementi tipici dell'architettura gotica.
Questa ultima versione dell'abbazia, rispetto alle precedenti, era ancora più alta e imponente.
Victor Hugo descrisse Mont Saint-Michel come "il castello fatato piantato in mezzo al mare".
"Il Mont Saint-Michel è per la Francia ciò che la Grande Piramide è per l'Egitto" scrisse il celebre artista.
Insieme all'abbazia l'Alto Medioevo portò sull'isolotto anche una serie di piccole abitazioni.
Il villaggio è fiorito sul lato sud-orientale della rocca, ed è circondato da mura che risalgono, per la maggior parte, alla Guerra dei Cent'Anni.
A partire dal XVI secolo l'isola iniziò a perdere la sua funzione militare e religiosa.
L'abbazia venne chiusa nel 1791, due anni dopo l'inizio della Rivoluzione.
Oggi, l'abbazia è considerata un monumento storico, ed è Patrimonio dell'Umanità dell' UNESCO.
Fonte: wonews.it
giovedì 16 maggio 2019
In India vivono bellissimi scoiattoli giganti multicolore che non tutti conoscono
Lo scoiattolo gigante indiano (Ratufa indica) è un curioso roditore, di grosse dimensioni, con un manto di peli di tutti i colori.
Anche conosciuto come Shekru, è nativo dell'India (come il suo nome suggerisce) e ha un aspetto decisamente originale.
Quando sono adulti, il corpo di questi scoiattoli superano i 36 cm, e la coda, caratterizzata spesso da un colore blu brillante, supera i 60, per un peso superiore ai 2 kg.
Anche se potrebbe non sembrare, le tante sfumature di nero, marrone, arancione e viola aiutano questi animaletti a nascondersi nelle canopie delle foreste, mentre saltano da un albero all'altro.
Lo scoiattolo gigante indiano mangia di tutto: fiori, insetti, semi e anche uova d'uccello (anche se madre aquila potrebbe costituire una bella minaccia).
Quando si sente minacciato, lo scoiattolo non fugge via ma istintivamente rimane immobile o si appiattisce contro il tronco.
Anche se non sono in via d’estinzione, gli scoiattoli giganti sono decisamente diminuiti negli ultimi anni e in alcuni luoghi sono completamente scomparsi.
La causa è multifattoriale: da una parte vengono cacciati proprio per la particolarità della loro pelliccia e dall’altra il loro habitat è costantemente messo a repentaglio dall’espansione umana.
Fonte: wonews.it
mercoledì 15 maggio 2019
Bubastist, l’antica città egiziana dei gatti divini
I gatti sono animali meravigliosi e hanno anche una dea che abita in un’antica città, Bubastis, a sud-est della moderna Zagazig.
Almeno questo era quello che pensavamo gli antichi egizi e che ora gli archeologi stanno riscoprendo: basta andare in Egitto per adorare Bastet, la dea gatta.
Incredibile ma vero, non solo i gatti erano venerati come divinità, ma avevano anche una dea di riferimento con tanto di città apposta per lei.
Il suo culto, però, non è iniziato per via delle fusa feline: sembianze di gatto furono infatti attribuite nei secoli a Bast, originariamente la dea della guerra nel Basso Egitto che solo dopo, quindi, assunse caratteristiche miti e protettive.
Negli anni successivi, gli antichi egizi iniziarono a fabbricare mummie di gatto in onore di Bastet, e Bubastis, la città del Delta che era il cuore del culto di questa dea, ne divenne il centro di eccellenza.
Diverse mummie, tra l’altro, sono state trovate in oggetti collocati in bare rettangolari a forma di gatto, o avvolti in lino e dipinti per assomigliare a un gatto.
Gli archeologi oggi sostengono che questi “contenitori” fossero fatti per ingraziarsi la dea.
Come spiega il National Geographic “A sud-est della moderna città egiziana di Zagazig si trovano le rovine di granito rosso di una città sacra ai seguaci della dea felina Bastet, che venne adorata per migliaia di anni nell’antico Egitto e la sua popolarità raggiunse il culmine durante la 22-esima dinastia, quando i faraoni costruirono per lei un magnifico tempio in città, poi chiamato Per-Bast”.
Città antica ma non leggendaria.
Citata anche nella Bibbia, a volte con il suo nome ebraico di Pi-beseth, e nelle opere di Erodoto, storico greco del V secolo a.C.,
Bubastis anche grazie a Bastet divenne nell’antichità un centro commerciale oltre che di culto. Ed è tutto ormai dimostrato dai ritrovamenti che si susseguono nel corso delle ricerche.
I gatti erano venerati per motivi molto “pratici”. Si cibavano infatti di animali come i topi, li cacciavano con dedizione e tenacia.
E per gli antichi questo era un segno divino.
Tanto da costruire per loro statue e mummie, riempendo di tesori i luoghi di culto: coppe e bracciali in oro sono state rivenute nei decenni passati e costituiscono un valore enorme.
Oggi non costruiamo templi e non accumuliamo ori per adorarli, ma possiamo (e dobbiamo) comunque amarli (e magari visitare i loro antichi templi in Egitto, perché no).
Roberta De Carolis
martedì 14 maggio 2019
La cittadella fortificata di Milazzo: storia , leggende e curiosità
Se è forse normale che nei luoghi dove le dominazioni e le stratificazioni storiche si susseguono l'una dopo l'altra, abbondino anche leggende e misteri, è vero anche che Milazzo raccoglie racconti sepolti in epoche lontane e gesta di eroi recenti.
Una città che sa cosa vuol dire legarsi alle proprie tradizioni, rispettarle e tramandarle negli anni per farsi custode di un'identità precisa.
La città fortificata di Milazzo, comunemente nota come 'il Castello', sorge sui luoghi dei primitivi insediamenti greci, romani, bizantini, musulmani, ma i primi documenti risalgono al periodo normanno (XI-XII sec.) quando viene edificato il Mastio.
Federico II di Svevia Hohenstaufen (XIII sec.) grazie all'ingegno di Riccardo da Lentini, amplia la fortificazione attorno al Mastio. Dopo un breve periodo sotto la dominazione Angioina, subentrano gli Aragonesi; sotto Alfonso il Magnanimo il castello viene ristrutturato e alla fine del '400 per volontà di Ferdinando il Cattolico, viene costruita la 'Cinta aragonese', che ingloba la struttura federiciana.
Si ritiene che nei primi decenni del 1500 inizino i lavori per la costruzione della 'Cinta spagnola', struttura che include il vecchio abitato medievale che in quest'area si era sviluppato nel corso dei secoli e che è in parte visibile negli scavi all'interno.
Tra il '600 e il '700, qui erano presenti vari edifici civili come il Palazzo dei Giurati situato di fronte al Duomo Vecchio.
Nel 1860 dopo la conquista di Garibaldi, l'esercito borbonico abbandona il presidio che aveva nel castello.
Dal 1880 al 1959 la struttura viene adibita a carcere.
Dopo un lungo periodo di abbandono e incuria, tra il 1991 e il 2002, e tra il 2008 e il 2010, il complesso è stato oggetto di due importanti restauri.
Tra le leggende più antiche c'è quella che risale al secondo poema epico di Omero, l'Odissea.
Sembra, infatti, che i racconti omerici, che parlano di Polifemo e della cattura di Ulisse dopo il nubifragio, collochino la grotta del ciclope proprio a Milazzo: Polifemo governava gli armenti del dio Sole nella terra detta Chersoneso d'oro, Aurea Chersonesus, cantata dai greci come terra bella, fertile e dal clima ideale.
Poco importa che gli studiosi siano meno convinti, e che questa terra dei Ciclopi sia a volte collocata vicino ad Aci Trezza, altre volte presso le isole Egadi, altre ancora sulle rovine della città antica di Erice, il fatto è che a Milazzo, sotto la Rocca e il Castello, c'è una spelonca veramente grande tanto da ospitare un gigante come Polifemo, tanto da essere stata sede di un locale famoso negli anni Settanta e tanto da essere ora abbandonata e non visitabile.
Se il fantasma di Polifemo ancora stenta a mostrarsi, sembra che quello del Castello compaia nelle "serate buie e tempestose".
Si tramanda che una ragazza dovesse prendere i voti, ma si fosse innamorata di un soldato.
Venne scoperta insieme all'amato e costretta a entrare in un convento di clausura, ma questo non bastò a fermare il loro amore. L'epilogo di questa storia non poteva che essere tragico: gli amanti furono sorpresi insieme anche dopo la clausura, la ragazza subì una punizione infernale, poiché venne murata viva all'interno del Monastero.
Tuttavia dei suoi resti non si ebbe notizia fino al 1928 quando venne ritrovato un cadavere da alcuni detenuti (il castello è stato anche un carcere per molti anni).
Analizzato, si scoprì che non era il cadavere di una donna, ma quello di un soldato disertore irlandese.
E se il fantasma di questa giovane donna si aggirasse ancora per farci scoprire dove si trovano le sue spoglie?
C'è qualcuno o "qualcosa" che da anni scruta l'orizzonte verso Oriente.
Lungo le mura medievali si stagliano due occhi realizzati in pietra lavica: alcuni invece riconoscono uno scarabeo con le sue ali e le sue antenne.
La simpatica decorazione è davvero singolare poiché ad oggi non si conosce la sua funzione.
Alcuni lo vedono come una sentinella, altri come semplice decorazione, altri come simbolo di rinascita o di imbattibilità.
Negli ultimi anni qualche studioso milazzese ha pensato di legare le ali dello scarabeo a dei quadranti solari e ne sta osservando e registrando "il comportamento" rispetto alla luce solare.
Vedremo dove porterà quest'affascinante interpretazione, intanto continuiamo a fantasticare.
Fonte: travel.fanpage
etnaportal.it
lunedì 13 maggio 2019
Splendidi sarcofagi egizi antichi trovati in un cimitero di 4.500 anni
Una serie di sepolture è stata scoperta nel cimitero, che fu costruito per la prima volta durante la V dinastia del Vecchio Regno tra il 2465 e il 2323 a.C., secondo un annuncio del Supremo Consiglio delle Antichità d’Egitto.
Sebbene il cimitero iniziò ad essere utilizzato in quell’epoca, fu spesso oggetto di sepolture durante il Periodo Tardo (664-332 AC). Una delle tombe del Vecchio Regno apparteneva a una persona chiamata Behnui-Ka, che aveva il titolo piuttosto particolare di “Il prete, il giudice, il purificatore dei re, (Khafre, Userkaf e Niuserre) il sacerdote della dea Maat, e il maggiore giuridico nella corte. “Un’altra tomba conteneva i resti di una persona conosciuta come Nwi Who, che aveva l’altrettanto impressionante titolo di” capo del grande stato; il sovrintendente dei nuovi insediamenti e il purificatore del re Khafre. ” La figura” Khafre “a cui si riferiscono è un antico faraone egiziano della IV dinastia durante l’Antico Regno che ordinò la costruzione della seconda più grande piramide di Giza.
Accanto alle sepolture, gli archeologi hanno anche portato alla luce una serie di reperti , il più impressionante dei quali è una bella statua in calcare del proprietario della tomba, sua moglie e suo figlio.
Le sepolture del periodo più tardo non erano altrettanto elaborate, ma erano probabilmente più abbaglianti.
Lo scavo nel sito rivelò la presenza di numerosi sarcofagi in legno decorati con pitture colorate che sorprendentemente vibravano anche dopo tutti questi secoli.
Nonostante tutti questi grandiosi titoli e sontuose sepolture, la posizione del sito è vicina alle tombe dei lavoratori .
In questa parte del complesso, è possibile trovare i resti di dozzine di muratori, artigiani, falegnami e altri operai specializzati che hanno contribuito a costruire le piramidi.
Il ministero delle antichità egiziano ha osservato che la scoperta non solo ha “valore scientifico e archeologico, ma è una buona promozione per l’Egitto”.
La ricca storia della zona è una componente chiave del turismo egiziano, una delle principali fonti di reddito per il paese, che a subito l’influenza di rivoluzioni fallite, una serie di disastri aerei, e la continua instabilità politica nella regione, con anche l’industria che ha sofferto molto e viste queste difficoltà, il governo si sta impegnando molto per promuovere le recenti scoperte archeologiche.
Tratto da www.iflscience.com
giovedì 9 maggio 2019
La Domus Aurea svela un nuovo tesoro: dopo duemila anni riemerge la Sala della Sfinge
Pantere, centauri rampanti, persino una sfinge che svetta muta e solitaria.
Sontuosa ed interamente decorata, torna alla luce, dopo duemila anni a Roma, una nuova sala della Domus Aurea neroniana. Scoperta eccezionale nella quale i tecnici si sono imbattuti mentre intervenivano per restaurare la volta di un ambiente contiguo.
La scoperta, raccontano archeologi e restauratori, risale agli ultimi mesi del 2018, grazie ad un ponteggio montato per restaurare la volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 attualmente note dell'immensa dimora diffusa che l'imperatore si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all'altro della capitale dell'impero romano.
"Ci siamo imbattuti in una grande apertura posta proprio all'imposta nord della copertura della stanza", scrive nella sua relazione Alessandro D'Alessio, il funzionario responsabile della Domus Aurea.
Le lampade che i tecnici avevano a portata di mano per illuminare i ponteggi hanno fatto il resto: "rischiarata dalle luci artificiali è apparsa d'un tratto l'intera volta a botte di una sala adiacente completamente affrescata".
Un tesoro che si è scelto di mettere subito in salvo, spiega ancora il tecnico, con un intervento che si è concluso agli inizi di quest'anno.
Peccato che una larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch'essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell'odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, dal momento che per ragioni di stabilità dell'intero complesso archeologico non è prevista, almeno per il momento, la rimozione della terra.
Quello che emerge racconta però già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro.
In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo.
E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all'epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa.
Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C.
Fonte: roma.repubblica.it
mercoledì 8 maggio 2019
Olio di Rosa Damascena: i mille usi della Rosa di Bulgaria
La Rosa in Bulgaria ha origini molto antiche.
Si ha notizie dei primi impianti per distillare l’essenza di rose a partire dal 1664.
Piantagioni di rose sono nate a Kazanlak.
In seguito sono state estese anche tra le catene montuose di Stara Planina e Sredna Gora. Quest’area assunse il nome di Valle delle rose.
A favorire la coltivazione ci sono clima e suolo ideali, insieme a condizioni atmosferiche ottimali, inoltre i primi giardinieri selezionatori trasformarono la specie importata nell’attuale e nota Rosa di Kazanlak.
E’ da essa che si estrae l’essenza di rose bulgara alla base di tutti i profumi di qualità.
Le più famose aziende cosmetiche del Mondo usano l’essenza di rose bulgara.
L’olio essenziale di rosa damascena è estratto mediante la distillazione a vapore delle rose fresche.
E’ una procedura laboriosa e meticolosa.
Bisogna infatti raccogliere i fiori prima dell’alba.
Inoltre vanno distillati nell’arco della stessa giornata.
Sono necessarie ben quattro tonnellate di petali di rosa per ottenere un chilo di olio essenziale di olio di rosa Damascena.
Al prezioso olio vengono attribuite delle proprietà antisettiche e antispastiche, antidepressive, antiflogistiche.
Inoltra vanta caratteristiche afrodisiache, astringenti, antivirali, battericide, cicatrizzanti e depurative.
L’olio essenziale è estratto dalla distillazione a vapore della rosa Damascena fresca.
Questa varietà è molto apprezzata anche per la sua forte fragranza e l’alto contenuto di oli aromatici.
L’aroma sprigionato dall’olio essenziale di rosa damascena è elegante, delicato, ipnotico ed inebriante.
E’ in effetti una fragranza piuttosto sensuale che genera sensazioni di dolcezza e di felicità.
L’olio di rosa damascena è impiegato nella cura della pelle. E’ usato oltre che in medicina, anche in aromaterapia e nella produzione di profumi.
Per via dell’articolata composizione è un olio essenziale piuttosto prezioso.
Contiene minerali, vitamine, antiossidanti e aminoacidi.
L’olio dona lucentezza alla pelle.
Questo olio sviluppa un’attività antibatterica piuttosto intensa.
E’ un olio essenziale con proprietà emollienti, lenitive ed idratanti. Riduce infatti l’infiammazione e migliora sensibilmente la grana della pelle.
E’ molto valido anche nel trattare la pelle matura.
Grazie alle proprietà antinfiammatorie viene sfruttato per trattare acne, infiammazione e anche per ridurre il rossore della pelle. Trova impiego inoltre nel trattamento della psoriasi e nelle dermatiti.
Non solo.
Le persone che ne fanno uso sono più rilassate.
Ha in effetti effetto sullo stress riducendolo sensibilmente.
E’un olio piuttosto usato in aromaterapia.
Questo olio essenziale ha proprietà antivirali e antibatteriche. In particolare per lo stomaco, il colon e il tratto urinario.
Inoltre viene usato in presenza di infezioni batteriche oculari. Vanta proprietà antispasmodiche e di bilanciamento ormonale.
E’ anche un afrodisiaco molto potente.
Di norma non è irritante e non sensibilizzante.
E’ sconsigliato l’impiego solo durante la gravidanza.
Fonte: laprimapagina.it
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