venerdì 15 marzo 2019
Ecco come appariva il cucciolo di T-rex, un tenero ammasso di piume
Feroce, predatore,dall'aspetto spaventoso.
Così è sempre stato considerato il T-rex, ma il Museo di Storia Naturale di New York ne ha ricostruito il profilo da cucciolo, scoprendo che in realtà poco dopo la nascita il famigerato dinosauro aveva un volto adorabile.
Un musetto angelico, tutto da accarezzare.
Così doveva apparire il piccolo durante i primi mesi di vita, anche se poi da adulto sarebbe diventato una delle creature più spaventose che popolavano il pianeta all'epoca.
Reso noto al grande pubblico anche grazie a Jurassic Park, il T-rex è un lucertolone alto circa 5 metri, lungo 13, con circa 60 denti e un peso che poteva arrivare fino a 7 tonnellate.
La storia completa della tirannosauro copre 100 milioni di anni di evoluzione e include decine di specie scoperte in tutto il mondo, tra cui il T. rex, che era solo una specie.
Non sono molti gli scheletri di T-Rex scoperti dagli scienziati.
Per questo i paleontologi non sanno molto sullo stile di vita di questi giganteschi animali vissuti nel Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa.
Che aspetto aveva un baby T-Rex?
Come ha fatto un piccolo cucciolo lanuginoso a trasformarsi in una potente "macchina" assassina, al vertice della catena alimentare?
A fornire la risposta è stato l'American Museum of Natural History di New York che grazie ai numerosi dati raccolti dagli scienziati, ha realizzato un modello di tirannosauro di poche settimane.
Dimenticate la versione di Spielberg.
Anche il T-Rex da piccolo era un cucciolo inerme.
Immediatamente dopo la nascita era coperto di piume che perdeva con la crescita.
Se ne potevano trovare tracce alla base del cranio, sul collo e sulla coda da adulto, se riusciva a sopravvivere.
Secondo i paleontologi, il 60% dei piccoli Tirannosauri non riuscivano a l primo anno di vita a causa della mancanza di cibo o per colpa di altri predatori.
I cuccioli avevano lunghe braccia, che si accorciavano con la crescita e potevano aumentare di 3 kg al giorno per 13 anni.
Sulla base delle informazioni note finora, il museo ha realizzato un modello di tirannosauro di 4 anni. Caratterizzata da un'altezza di 2 metri, la creatura aveva ancora gran parte delle piume ma stava già sviluppando i denti affilati.
Il suo aspetto innocente sarebbe durato ancora per qualche tempo. Solo 10 anni dopo, avrebbe raggiunto quello da adulto che noi conosciamo.
Per ammirare il modello dal vivo, il Museo ha organizzato una mostra eccezionale dal titolo "T-rex, The Ultimate Predator", inaugurata l'11 marzo e aperta fino al 9 agosto 2019. Se fate un viaggio a New York, non perdetela.
Francesca Mancuso
giovedì 14 marzo 2019
Il Parco archeologico sommerso di Baia, spettacolo senza tempo.
Scrivere dell’importanza storica del Parco Archeologico Sommerso di Baia è emozionante.
Qui sorgevano in una natura spettacolare splendide ville di aristocratici e di imperatori romani, che trascorrevano le proprie vacanze tra lusso e sfarzo lontani dalla caotica Roma, un’antica Resort, da dove potevano lo stesso governare l’ Impero e ordire trame politiche.
Residenze estive con giardini, impianti termali per la cura del proprio benessere fisico, peschiere per l’allevamento del pesce pregiato e imbarcazioni militari e commerciali affollavano il golfo.
A causa del bradisismo, fenomeno vulcanico, che comportava l’innalzamento e l’abbassamento del territorio e che interessò la vasta area intorno al IV sec. d.C , queste bellezze antiche cominciarono gradualmente a sprofondare e così il mare inghiottì la città di Baia.
Il ricco patrimonio archeologico non scomparve ma è riuscito comunque a conservarsi rendendo il luogo ancora più suggestivo e affascinante.
Tutt’oggi l’attività vulcanica nella zona è testimoniata dalla presenza di fumarole.
Il Parco Archeologico Sommerso di Baia appare come un mondo parallelo, assopito nel tempo, dove il mare assume il ruolo di portale e una volta immersi si possono ammirare con emozione nell’incerta luce di un basso fondale: frammenti di anfore, di lucerne, di colonne e di mosaici cristallizzati dall’acqua.
I sub impegnati in suggestive immersioni scorgono luoghi millenari un tempo abitati dai Romani; pavimentazioni pregiate ricche di figure geometriche oltre che un importante gruppo scultoreo che adornava il Ninfeo dell’imperatore Claudio.
La sala che custodisce le statue originali di questo antico triclinium dove Claudio banchettava con i suoi ospiti, si trova nel Castello Aragonese di Baia, che ospita il museo archeologico dei Campi Flegrei.
Altri ruderi sono della Villa dei Pisoni, I secolo a.C., famiglia patrizia dei Pisoni che organizzò un complotto contro l’imperatore Nerone.
Scoperto, la villa passò nelle mani dell’imperatore.
Non dimentichiamo Portus Julius, uno strategico e importante porto commerciale e militare, situato nell’area di Lucrino – Pozzuoli che Ottaviano realizzò per combattere Sesto Pompeo che governava la Sicilia e la Sardegna e impediva i rifornimenti di grano dall’Africa verso Roma.
Fonte: http://crono.news
Restano solo 22 vaquitas. Il più piccolo cetaceo del mondo potrebbe estinguersi entro maggio
Secondo gli esperti, nel Golfo di California restano solo 22 vaquitas (Phocoena sinus), i più piccoli e rari cetacei del mondo.
Jorge Urban, un biologo dell’Universidad de Baja California Sur ha detto che la una rete di monitor acustici ha rilevato soltanto 22 vaquitas, un numero terrificante che spinge inesorabilmente queste focene verso l’estinzione, ma addirittura più alto di quanto si aspettassero i ricercatori, visto che alcuni avevano stimato che nel Golfo della California fossero ornai rimasti solo 15 esemplari di questi minuscoli cetacei endemici di quello che viene chiamato anche Mar di Cortez.
Quindi, nonostante tutto, le vaquitas sembrano tener duro e quel che le tiene in vita è probabilmente lo schieramento di ambientalisti e forze dell’ordine che ormai, come gli attivisti Sea Shepherd, ingaggiano vere e proprie battaglie contro i pescatori abusivi di totoaba.
Gli ambientalisti salpano le reti “fantasma” nelle quali rimangono impigliate . e annegano – le vaquitas, un lavoro sempre più pericoloso , visto che la nave di Sea Shepherd Farley Mowat è stata più volte attaccata da decine di veloci barchini da pesca dai quali vengono lanciate pietre e molotov.
Ma il primo ufficiale di Sea Shepherd, Jack Hutton, fa notare che «Se smettiamo di operare, la vaquita si estinguerà”.
C’è ancora solo perché rimuoviamo le reti, se smettiamo di rimuoverle, allora per la vaquita non c’è speranza».
I pescatori sono arrabbiati perché gli ambientalisti stanno impedendo loro di catturare totoaba, in piena stagione di pesca, che raggiunge il culmine a maggio.
In Cina le vesciche natatorie di questo grosso pesce sono considerate una prelibatezza e un afrodisiaco e al dettaglio possono arrivare a costare migliaia di dollari l’una.
Con così poche vaquitas rimaste, una massiccia pesca al totoaba potrebbe spazzare via la specie già alla fine di questa primavera.
Tratto da: www.greenreport.it
martedì 12 marzo 2019
Apre al pubblico Göbekli Tepe, il tempio che cambiò la storia delle religioni
Turisti da tutto il mondo pronti ad ammirare il sito di Göbekli Tepe.
Il presidente Erdogan ha inaugurato gli scavi di Göbekli Tepe, sito presente nell’area sud-est della Turchia.
Si tratta del luogo di culto più antico mai ritrovato dall’uomo, patrimonio dell’Unesco dal 2018.
I primi rinvenimenti risalgono al 1963, ad opera di archeologi turchi e tedeschi. Questi portarono alla luce delle strutture circolari, senza sapere inizialmente d’aver dato il via a una scoperta di fondamentale per la storia delle religioni, considerando come il tempio risalga a 12000 anni fa, ciò vuol dire in un’età compresa tra il 9600 e l’8200 a.C. nel Neolitico preceramico.
L’analisi delle strutture da parte degli storici ha confermato come si tratti di un tempio, considerando le strutture circolari concentriche. Mai adibito ad area abitativa, era un luogo di culto riservato a rituali religiosi.
Ipotesi avvalorata dal ritrovamento di altre strutture, almeno 20, ognuna delle quali contraddistinta da pilastri monumentali posti al centro.
Le mura invece sono posizionate in modo da creare forme ovali o circolari.
Gli scavi hanno inoltre evidenziato la presenza di obelischi tra i 3 e i 6 metri, a forma di T, con un peso compreso tra le 40 e le 60 tonnellate.
Le origini sono ancora avvolte nel mistero ma le analisi proseguono, portando a ipotizzare come la forma a T sia un riferimento all’essere umano.
Svariati i manufatti rivenuti, da statuette a sculture nella roccia, fino a incisioni raffiguranti animali e simboli astratti.
Per comprendere a pieno l’importanza di tale sito, basti pensare che questo enorme tempio risale a un’epoca della storia dell’uomo antecedente la creazione della ruota, così come la nascita delle prime forme di scrittura.
Un museo a cielo aperto che promette di attirare turisti da tutto il mondo.
Il sito è dunque aperto al pubblico ma ciò non pone affatto fine agli scavi, che proseguiranno, così come alle analisi degli storici.
Ci si interroga infatti sui mastodontici obelischi, e su come degli uomini del neolitico abbiano potuto trasportare dei blocchi pesantissimi sul luogo del tempio.
A ciò si aggiungono analisi sullo stato di conservazione, dunque sulla volontà di tutelarlo.
Un richiamo dal passato più remoto della storia dell’uomo, un luogo in grado di metterci in contatto con le nostre origini, in una maniera mai sperimentata prima.
lunedì 11 marzo 2019
La storia dell’autostrada irlandese deviata per salvare un albero sacro delle fate
E’ una storia molto singolare quella dello scrittore contemporaneo di origine irlandese Eddie Lenihan, che nel 1999 riuscì a salvare un “fairy bush” (cespuglio delle fate, costituito da un albero con intorno alcuni cerchi noti come “fairy forts” o “forti delle fate”) dall’edificazione di un tratto di autostrada nella contea di Clare, in Irlanda.
La notizia, riportata all’epoca dall’Irish Times, dall’Independent, dal New Irish News, suonerebbe quasi assurda, se non fosse che realmente i lavori stradali intrapresi in quell’area furono interrotti e modificati dopo l’intervento sul posto di quest’uomo.
Eddie Lenihan, nato nel 1950 nel paesino di Brosna, è uno degli ultimi seanchai (in scozzese seanchaidh, che significa “portatore dell’antica tradizione”, cioè colui che tramanda oralmente le storie narrate dagli antichi Bardi) esistenti.
Da sempre cultore di tradizioni e folklore irlandesi, nonché autore di numerose poesie, fiabe e libri per bambini dedicati a fate, angeli caduti e creature soprannaturali di derivazione celtica, Lenihan è molto noto anche per il suo fervente attivismo ambientalista.
Il suo impegno, infatti, è rivolto a tematiche legate al processo di industrializzazione di questi ultimi cinquant’anni, che ha letteralmente trasformato e ridotto le aree rurali dell’isola verde. Proprio a proposito di queste sue riflessioni circa lo stravolgimento paesaggistico verificatosi nella sua terra natìa, Lenihan ha scritto un libro, dal titolo “Meeting the Other Crowd: The Fairy Stories of Hidden Ireland”.
Nel testo, egli parla dell’ardua convivenza del popolo delle fate con l’attuale territorio irlandese, tema che avvalorò anche la sua disputa a favore dell’interruzione di un importante cantiere stradale.
All’epoca dei fatti era in carica, presso la contea di Clare, l’ingegnere Tom Carey, cui era stato commissionato dalla NRA (National Roads Authority) il progetto per edificare un tratto di autostrada in grado di bypassare le città di Ennis e New Market On Fergus, entrambe collocate in quella contea, con un appalto da circa 100 milioni di sterline.
L’area soggetta a rastrellamento, in vista della cementificazione del tratto stradale, prevedeva l’eliminazione di tutta la vegetazione, compreso il famoso cespuglio delle fate.
A quel punto, Eddie Lenihan, interpellando le autorità preposte, informò che l’abbattimento di quel cespuglio, che era uno storico “forte” sacro alle fate, avrebbe causato una serie di sventure alla popolazione locale e a chiunque, in macchina, moto o a piedi, attraversasse quel tratto.
Durante i due mesi successivi alla segnalazione fatta dallo scrittore, il consiglio, riunitosi per deliberare la decisione sul prosieguo o meno dei lavori, stabilì di rimuovere tutti i resti archeologici e vegetali dell’area, ad eccezione del cespuglio fatato. Lo stesso ingegnere Tom Carey sostenne che fosse possibile proseguire i lavori, “girando attorno” al fairy bush, per non distruggerlo.
In seguito a tale scelta, Lenihan, soddisfatto che le sue parole fossero ascoltate, constatò che il cespuglio delle fate sarebbe potuto diventare la vera attrazione turistica della contea di Clare.
Secondo lui, il cespuglio costituiva un segno di demarcazione lungo un sentiero fatato, utilizzato come punto di incontro dalle creature dei boschi della provincia di Munster (comprendente anche la contea di Clare) , che si accingevano a raggiungere il campo di battaglia dove avrebbero combattuto contro le fate della provincia di Connacht.
Sotto il fairy bush, dichiarò Mr Lenihan, le fate si sarebbero raggruppate e consultate su quali fossero le migliori tattiche di battaglia.
Le città di Munster e Connacht sono, a tutt’oggi, tappe turistiche ricche di parchi e alberi delle fate: a Munster, in particolare, è possibile percorrere il Fairy Trail (la “pista delle fate”), presso il Templemore Park, ricco di percorsi naturalistici e alberi con tanto di porticine delle fate attaccate ai loro tronchi (le fairy doors, nei negozi di gadget e souvenir irlandesi, costano dai 25 euro in su e vengono acquistate come regalo da turisti e cittadini del luogo, per addobbare le piante nel proprio giardino).
Le librerie irlandesi brulicano di libri illustrati su fate, elfi e leprecauni e tengono viva la tradizione millenaria secondo cui i luoghi sacri di Irlanda, tra cui Tara Hill e i Fairy Forts delle varie contee, vanno mantenuti integri e incontaminati.
Tratto da: vanillamagazine.it
sabato 9 marzo 2019
venerdì 8 marzo 2019
Aprono al pubblico le antiche catacombe romane di Alessandria d'Egitto salvate dalle acque
Le uniche catacombe di Alessandria dove l'antico Egitto incontra lo stile greco-romano sono state salvate dalle inondazioni e aperte per la prima volta al pubblico.
Merito di un restauro da 5,7 milioni di dollari, circa 5 milioni di euro, che ha contribuito a proteggere il prezioso sito di duemila anni fa dalle acque reflue del bacino del Nilo.
Da centinaia di anni le catacombe di Kom el-Shuqafa, che risalgono al 215 dopo Cristo, durante il controllo dell'Impero Romano in Egitto, erano afflitte dalle inondazioni.
Sono state scoperte per caso all'inizio del Novecento ma non sono mai state ufficialmente aperte al pubblico.
Ora a rivelare la sua bellezza è stato il lungo intervento di ingegneria civile del Ministero delle Antichità egiziano sovvenzionato dall'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale.
Un progetto ambizioso, che si è rivelato più difficile di quello ipotizzato e avvitato a metà degli Anni 80, che ha richiesto 15 mesi di lavoro.
Le catacombe sono state scolpite nella roccia su tre livelli separati. Il piano più basso era quello maggiormente danneggiato.
Ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare gli elaborati mosaici, le sculture e l'incredibile mix di stili architettonici egiziani e greco-romani ricoperti dalle alghe verdi.
Kom El-Shuqafa, è considerato uno degli esempi più importanti dell'architettura funeraria romana in Egitto.
Le catacombe furono inizialmente create una sola, grande, famiglia, per poi trasformarsi in un cimitero pubblico, dato che è qui che sono state trovate sepolte le vittime del massacro di Caracalla, i cittadini di Alessandria che vennero trucidati dall’imperatore romano nel 215 per vendicarsi dei loro motti satirici.
Fonte: lastampa.it
Villa Rufolo e i suoi meravigliosi giardini affacciati sulla Costa d'Amalfi
Un angolo di paradiso che non tutti conoscono, incastonato in uno dei litorali che nel mondo più ci invidiano, la Costiera Amalfitana. Villa Rufolo a Ravello, nella provincia di Salerno, a marzo spalancherà le sue porte per la prima volta gratuitamente ai residenti in Campania secondo un calendario suddiviso per provincia.
Il chiostro moresco, il "magico giardino incantato di Klingsor" (come lo descrisse Wagner), la sala dei Cavalieri, la cappella e i celeberrimi giardini del Belvedere: tutto potrà essere ammirato a titolo gratuito per il mese di marzo dai fortunati abitanti campani. Per usufruire dell’ingresso omaggio basterà presentarsi alla biglietteria di Villa Rufolo esibendo un documento valido che attesti la residenza o la nascita nella provincia di turno.
“Il palagio con bello e gran cortile nel mezzo e con logge e sale e con giardini meravigliosi”, come descrive il Boccaccio Villa Rufolo, nel centro storico di Ravello, a metà strada tra Maiori e Amalfi.
Il suo impianto iniziale risale al XIII secolo quando fu costruita proprio dai Rufolo, una famiglia dal grande potere economico e politico, che ebbero la preziosa sapienza di fondere le tipologie architettoniche e decorative arabe e bizantine con i meravigliosi elementi della cultura locale, dando luogo a una dimora grandiosa e principesca.
Alle sfarzosità iniziali seguirono però secolo bui e di decadimento e solo nell’800 un Lord scozzese, Sir Francis Nevile Reid, decise di acquistare la dimora nonostante la sua inagibilità.
Il Lord fece restaurare l’edificio e risistemò le terrazze a giardino, realizzando quel capolavoro che fece esclamare a Wagner: “Il magico giardino di Klingsor è trovato”.
Da allora, Villa Rufolo è un vero e proprio gioiello di cui andare fieri e ad oggi sono assolutamente da visitare la torre di ingresso, con le statue che rappresentano le stagioni; il bellissimo chiostro, uno dei pochi rimasti in stile Moresco; la torre maggiore, da cui si gode di un’ottima vista; il belvedere, che offre un bellissimo panorama su tutta la Costiera, e la Cappella, che ospita durante l’anno mostre d’arte importanti.
Germana Carillo
giovedì 7 marzo 2019
La grotta del dio giaguaro a Chichén Itzá
Una grotta intatta piena di offerte rituali maya è stata scoperta vicino alla famosa città di Chichen Itza, in Messico.
Ci sono piatti, vasi e soprattutto bruciatori d’incenso dedicati a Tlaloc, il dio dell’acqua mesoamericano.
È possibile che i Maya stessero cercando il favore degli dèi per far fronte a una grave siccità durante il periodo classico tardo e terminale (700-1000 d.C.).
La grotta, già nota in passato ma dimenticata, deve il suo nome a Balamku, il “dio giaguaro” che poteva entrare o uscire dagli inferi.
La grotta era stata scoperta per caso nel 1966 dagli abitanti della comunità locale.
Tuttavia Victor Segovia Pinto, l’archeologo inviato sul posto, ne fece sigillare l’ingresso per motivi ignoti e senza specificarne la posizione.
Il ricordo di quella grotta però non si perse: con loro c’era Luis Un, all’epoca un bambino e oggi 68enne.
Ebbene, l’anno scorso Luis ha finalmente portato a questo santuario sotterraneo gli archeologi al lavoro presso la piramide di Kukulkan, a soli 2,7 km di distanza.
«Quello che abbiamo scoperto è incredibile, nulla è stato alterato da mille anni e uno dei bruciatori di incenso è diventato persino una stalagmite», ha detto Guillermo de Anda, archeologo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico.
«Le centinaia di reperti archeologici, appartenenti a sette diverse offerte, si trovano in uno straordinario stato di conservazione. Poiché il contesto è rimasto sigillato per secoli, contiene preziose informazioni relative alla formazione e alla caduta di Chichen Itza».
Non si faceva una scoperta simile dal 1959, quando era stata trovata la grotta di Balankanche.
Il difficile accesso e la morfologia della grotta devono aver esaltato le qualità sacre.
I ricercatori hanno dovuto percorrere 400 metri passando per gallerie e strisciando in cunicoli di 40 cm, prima di giungere a camere alte fino a 3,80 metri dove vi erano le offerte maggiori.
Al momento sono stati percorsi circa 450 metri, ovvero un terzo dell’estensione totale. Non sono stati fatti scavi, ma non si esclude il ritrovamento di resti umani sotto fango e sedimenti.
Ad ogni modo le ceramiche conservano i resti carbonizzati di cibo, semi, giada, conchiglie e ossa, che verranno usati per la datazione al radiocarbonio.
L’ipotesi è che durante il periodo Classico Tardo (700-800 d.C.) e Terminale (800-1000 d.C.), il nord della penisola dello Yucatan venne colpito da una siccità senza precedenti.
Questa costrinse gli abitanti fare richieste di pioggia, andando nelle viscere della terra, negli inferi, dove risiedevano le divinità della fertilità.
Ecco il motivo dell’enorme sforzo fatto dagli antichi Maya per depositare le offerte nella grotta Balamkú, “uno dei luoghi più sacri di Chichén Itzá”.
Dato che molti oggetti sembrano essere stati volutamente distrutti, una seconda ipotesi suggerisce una desacralizzazione della grotta, forse durante il declino di Chichen Itza.
Su richiesta della popolazione locale, gli archeologi hanno organizzato una cerimonia spirituale di sei ore per evitare drammi durante le ricerche.
Apparentemente, nel 1966 avevano effettuato lo stesso rituale insieme all’altro archeologo, ma per ben due giorni.
Guillermo de Anda ha anche raccontato che l’accesso alla grotta era rimasto bloccato per quattro giorni per colpa di un serpente corallo.
Questo rettile, tra i più velenosi al mondo, è non a caso ancora considerato il guardiano della grotta secondo gli odierni abitanti Maya dello Yucatan.
Fonte: ilfattostorico.com
mercoledì 6 marzo 2019
L’antica fortezza greco-battriana di Uzundara
In Uzbekistan, una missione archeologica sta portando alla luce un poco conosciuto sistema di fortificazioni di epoca ellenistica. Lungo 908 metri, proteggeva il confine settentrionale del regno greco-battriano contro le incursioni dei nomadi.
I ritrovamenti di armi e monete hanno datato al 290 a.C. la costruzione di Uzundara, dove per i successivi 150 anni si sarebbe installata una guarnigione macedone.
Nel IV secolo a.C., la Bactria era una delle grandi satrapie dell’impero persiano degli Achemenidi in Asia centrale. Conquistata nel 329 da Alessandro Magno, alla sua morte fece parte dell’Impero seleucide e nel 250 si rese indipendente come regno greco-battriano.
Tuttavia, le numerose campagne militari e le lotte di potere indebolirono gradualmente lo stato e la Bactria, una volta fiorente, cessò di esistere nel II secolo a.C. quando i nomadi di lingua iraniana, i Saci e gli Yuezhi, invaserono il paese da nord.
Gli scavi degli archeologi russi e uzbeki hanno recentemente portato alla luce il sistema di fortificazioni a nord del regno macedone.
Venne costruito nel 295-290 a.C. circa, durante il regno di Antioco I e all’inizio della formazione dello stato seleucide.
La fortezza fu abitata per circa 150 anni.
Era composta da un quadrilatero principale a forma di rombo e da una cittadella triangolare, circondata da possenti doppie mura con una galleria interna larga nove metri, e 13 torri-bastioni rettangolari di cui tre esterni.
Fuori vi era un mercato dove i soldati della guarnigione si rifornivano dalla popolazione locale.
Il presunto ultimo assalto alla fortezza è stato individuato sul lato est: nel campo di battaglia c’erano oltre 200 punte di frecce, giavellotti e proiettili per fionde.
Presso il muro fortificato sudoccidentale sono stati invece scavati dei “sensazionali” resti metallici di elmi e delle piastre dell’armatura dei soldati di Uzundara.
«Ci sono analogie con le armi rinvenute nella cittadella di Takhti-Sangin.
Quelle però erano in bronzo, mentre noi abbiamo trovato frammenti di ferro.
Ci vorrà una lunga ricerca per determinare la loro tipologia», afferma l’archeologa Nigora Dvurechenskaya (Accademia Russa delle Scienze), a capo della spedizione.
Gli archeologi hanno anche raccolto un gran numero di ceramiche e una ricca collezione numismatica.
Le circa 200 monete portano le effigi di Antioco I e di tutti i sovrani da Diodoto I Sotere a Eliocle I (rispettivamente, primo e ultimo sovrano del regno greco-battriano).
Le monete sono in ottimo stato di conservazione e vanno dalle preziose dracme d’argento ai lepta di rame. Una tale varietà dimostra come la Bactria, all’inizio della formazione del regno seleucide, facesse parte di un sistema monetario già sviluppato.
Gli studiosi utilizzeranno i materiali di Uzundara per ricostruire la vita nelle fortezze seleucidi e grecobattriane.
Fonte: ilfattostorico.com
Iscriviti a:
Post (Atom)









































