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giovedì 24 marzo 2016

I giardini reali di Torino: un polmone verde restituito alla città


I Giardini Reali di Torino, lo spazio verde che abbraccia il complesso dei Musei reali, riaprono e per i primi due mesi l’ingresso sarà gratuito. 

 Dopo anni di chiusura, dal 24 marzo, cittadini e turisti possono nuovamente ammirare i Giardini Reali di Torino, progettati André le Nôtre, architetto di fiducia di Luigi XIV e creatore del parco della reggia di Versailles.
 I lavori di restauro sono costati 1,5 milioni di euro e finanziati dalla Regione Piemonte tramite i fondi Fesr. 

 Attualmente è possibile accedere solo all’area più a nord di Palazzo Reale, cinque ettari in tutto, poiché i Giardini Reali di Torino, hanno ancora bisogno di una seconda fase di lavori: dal 3 aprile, infatti, sarà avviato il cantiere di restauro delle statue e della Fontana dei Tritoni che terminerà in giugno, restituendo alla città uno spazio di grande bellezza e un vero e proprio polmone verde nel centro storico.


Il ripristino dell’area perfeziona il progetto dei Musei Reali, la riapertura inoltre permette di attivare il nuovo ingresso alla Galleria Sabauda che non avverrà più da via XX Settembre, ma proprio attraverso i Giardini Reali. 

 L’inaugurazione ufficiale sarà lunedì 28 marzo dalle 10,30 alle 18, in collaborazione con la Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino.








Quando incominciarono a sorgere erano situati all'estrema periferia di quella Torino che Emanuele Filiberto volle ergere a capitale del suo guerresco ducato.
 Presero forma per ispirazione alle maggiori regge d'Europa, allora decorate con gli eleganti giardini, specie di idea toscana (basti pensare alle ville medicee).
 I giardini si estendono fino ai contrafforti dell’antica cinta muraria della città e costituiscono il vero tessuto connettivo del Polo Reale, essendo il collegamento aperto tra i diversi edifici che lo compongono. 
Il progetto di risistemazione del verde e restauro delle fontane e delle statue restituirà alla città e ai visitatori un magnifico parco ricco di specie vegetali, giochi d’acqua, fiori e fontane. 

 I Giardini reali di Torino sono aperti al martedì alla domenica dalle 9 alle 19. Per i primi due mesi l’entrata sarà gratuita, l’ingresso è consentito ai cani al guinzaglio.

 Dominella Trunfio

L'antica isola greca di Samo e il suo museo con alcuni manufatti misteriosi


Secondo l’antico geografo greco Strabone, il nome di Samo è di origine fenicia e significa ‘altitudine vicino alla costa’, probabilmente dovuta alla configurazione geografica dell’isola. L’isola ha una storia antichissima. 
Gli scavi hanno portato alla luce le mura fornite di torri circolari, due grandi moli risalenti al VI secolo a.C. e una necropoli.
 Il tempio di Era è formato da una parte più antica, addirittura risalente al 9° secolo a.C., realizzato in pietra e mattoni di argilla e una copertura di legno.
 Dopo l’incendio del 600 a.C., venne costruita la stoà e quarant’anni dopo fu ultimato il cosiddetto grande tempio chiamato “labirinto” per la presenza di numerose colonne. 

 Nei tempi antichi, Samo era considerata un’isola molto importante, tanto che lo storico Erotodo la definì come la migliore città mai realizzata sia dai Greci che dai barbari.

 Le origini dell’isola greca sono lo scenario di numerose narrazioni mitologiche. Secondo la leggenda, i primi abitanti dell’isola furono le Nereidi, ninfe marine, figlie di Nereo e della Oceanina Doride. Erano considerate creature immortali e di natura benevola.


Facevano parte del corteo del dio del mare Poseidone insieme ai Tritoni e venivano rappresentate come fanciulle con i capelli ornati di perle, a cavallo di delfini o cavalli marini.
 Una delle nereidi più famose fu Teti, la madre di Achille. 

 Per la storia, invece, i primi abitanti di Samo sono stati i Pelasgi, termine ‘onnicomprensivo’ utilizzato da alcuni antichi scrittori greci per ciascuna delle antiche, primitive e presumibilmente autoctone popolazioni nel mondo miceneo.
 Ma anche in questo caso la mitologia ci mette il suo zampino. Secondo la tradizione, infatti, il primo re dell’isola fu Anceo, un semidio nato dall’unione del dio Poseidone e Astypalaea.
 Anceo partecipò alla spedizione degli argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, guidando la nave Argo.
 Inoltre, la mitologia affida a Samo anche i natali della dea Era, una delle divinità più importanti, patrona del matrimonio e del parto. Figlia di Crono e Rea, sorella e moglie di Zeus, era considerata la sovrana dell’Olimpo e considerata protettrice dell’isola.


Come sottolinea John Black nell’articolo scritto per Ancient Origins, Samo occupa un posto di primo piano nella mitologia greca, e questa importanza si riflette anche nei numerosi musei presenti nella città principale, i quali contengono una vasta gamma di manufatti veramente impressionanti.
 I primi scavi archeologici sono stati eseguiti nel 1812 da archeologi provenienti dall’Inghilterra, i quali poi, dal 1900 in poi, hanno lasciato il campo agli studiosi tedeschi.
 I numerosi manufatti ritrovati riflettono l’importanza rivestita dall’isola di Samo come centro culturale dell’antichità. 
L’influenza della cultura minoica e micenea, quella egizia e mesopotamica è evidente in tutti i reperti rinvenuti nel corso degli scavi archeologici.


Secondo la descrizione offerta dal museo, questo curioso manufatto raffigurerebbe una carrozza trainata da cavalli. Tuttavia, ci sono alcune interessanti caratteristiche dell’immagine che lasciano perplessi. 
 Innanzitutto, le figurine hanno un aspetto molto insolito, come ad esempio i volti a punta e i colli stranamente allungati; poi, la forma dell’oggetto non sembra avere nessuna somiglianza con i carri trainati da cavalli a cui siamo abituati (dove sono le ruote?). Secondo Black, sembra molto più simile ad un sottomarino! Infine, la statuetta a sinistra ha qualcosa legata in vita, molto simile ad uno strumento di controllo, tipo un timone.

Un altro reperto davvero notevole è una placca in bronzo raffigurante alcune figure femminile nude. Secondo la trascrizione, si tratterebbe di un dono portato dal sovrano biblico di Aram (2Re 8,8), Cazael. 
 Il testo è scritto in aramaico e l’origine del manufatto sarebbe la Siria del 7° secolo a.C.
 Sono evidenti le somiglianze con l’iconografia sumera del dio sole nella parte superiore della placca. 

Oltre ai reperti unici e affascinanti che si trovano sull’isola, Samo è anche sede di una delle opere ingegneristiche più notevoli della Grecia Antica, un acquedotto commissionato nel 6° secolo a.C. dal tiranno Policrate all’architetto e ingegnere Eupalino.
 Si tratta di un tunnel di 1036 metri, capace di trasferire più di 400 m³ di acqua al giorno.

Essendo il tunnel più lungo del suo tempo, l’opera era considerata una grande impresa di ingegneria. 
Lo storico Erodoto descrisse brevemente nelle sue Storia il tunnel con queste parole: 
 “E a proposito dei Sami ho parlato più a lungo, perché hanno tre opere che sono superiori a quelle di tutte le altre fatte da Greci: prima un passaggio che inizia dal basso e aperto alle due estremità, scavato in una montagna per non meno di un centinaio e cinquanta orgìe in altezza; la lunghezza del passaggio è di sette stadi e l’altezza e la larghezza sono entrambe di otto piedi, e attraverso l’intera galleria è stato scavato un altro passaggio di venti cubiti in profondità e tre piedi in larghezza, attraverso il quale passa l’acqua e arriva con tubazioni nella città, presa da un’abbondante fonte: il progettista di quest’opera era di Megara, Eupalino, figlio di Naustrofo”.

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 23 marzo 2016

Liberate in India 144 tartarughe rare. Dovevano diventare zuppe e pozioni sul mercato cinese


Non è stata una bella sorpresa per i doganieri dell’aeroporto di Mumbai, quando domenica hanno aperto un grande zaino verde e nero stipato di quelli che sembravano panini incellophanati e incartati in maniera approssimativa. 
Ma poi, srotolando pian piano uno degli involucri sospetti, gli ufficiali si sono accorti che da quello strano sandwich rotondo sbucava una testolina e che s’aprivano due occhietti che sbattevano le palpebre perplessi.
 Lo zaino conteneva 139 testuggini raggiate, rare e a rischio critico d’estinzione, e anche 7 rarissime e costosissime testuggini del vomere, di cui sopravvivono non più di 600 esemplari nei mari del Madagascar, e che si stima saranno estinte entro 10, massimo 15 anni.

 Proprio dall’isola affacciata sull’Oceano Indiano proveniva il volo del contrabbandiere che è riuscito a sfuggire all’arresto e a volare in Nepal. Ma, almeno, senza il suo carico.
 Sulla coscienza avrà due delle 139 testuggini raggiate i cui gusci, intarsiati da quelli che sembrano raggi di sole o ragnatele gialle, si sono rotti nel trasporto. 
 Il resto degli animaletti è stato salvato dal personale dell’aeroporto che le ha srotolate dalla soffocante pellicola e le ha deposte con cura su quei vassoi di plastica rigida che si usano per riporre i computer portatili al metal detector. 
Un buon pasto a base d’acqua, coriandolo e spinaci è servito a ridare vigore e tenere in vita questi animali rari per la scienza, ma molto appetitosi per i palati di alcuni consumatori e pazienti cinesi e di altre nazioni asiatiche che, incuranti dei divieti internazionali, se ne nutrono come leccornia o lo ingeriscono come medicinale. Secondo alcune tradizioni della medicina cinese le tartarughe servono per purificare il sangue, curare varie malattie, dare longevità e rafforzare la virilità.
 I conservazionisti sperano che gli allevamenti di tartaruga riescano ad arginare la richiesta di animali di contrabbando da parte di un mercato, quello cinese, in continua crescita. Perché non è la prima volta che in India si sventano tentativi simili. 
Nell’agosto scorso, grazie all’arresto di due contrabbandieri a Calcutta, in India è scattata un’operazione «Salva Tartarughe e Testuggini» che ha portato all’arresto di 60 criminali. 
Fino a quel momento avevano approfittato del fatto che di solito ci si concentra sul traffico di tigri o elefanti. 
Risultato della lunga operazione: l’arresto di dozzine di trafficanti di specie proibite negli stati dell’Uttar Pradesh, Maharastra, Karnataka e a Delhi, la confisca di migliaia di tartarughe e testuggini, vive e morte, e il ritrovamento di molti chili di carne già pronta al consumo. 
 Di solito, gli animali contrabbandati venivano convogliati su Calcutta e da lì, via treno o via strada, arrivavano in Bangladesh, Malesia e Thailandia, per penetrare anche nei mercati cinesi. 

«Le tartarughe sono un elemento vitale dell’ecosistema perché hanno anche il ruolo di pulire stagni e i fiumi. E sono una parte importante della catena alimentare animale.
 Il declino della popolazione di tartarughe e testuggini può danneggiare seriamente l’ecosistema dei corsi d’acqua», spiega Shailendra Singh, direttore dell’Alleanza per la Sopravvivenza della Tartaruga in India.

 Per quanto riguarda le 144 testuggini sopravvissute all’aeroporto di Mumbai, ci sono buone notizie: verranno rispedite in Madagascar, e nel giro di pochi giorni dovrebbero essere di nuovo libere di nuotare.

 Fonte: http://www.lastampa.it/

martedì 22 marzo 2016

SeaWorld, annuncio a sorpresa: stop agli spettacoli con le Orche


Dopo anni di pressioni, SeaWorld ha fatto un annuncio a sorpresa: non solo smetterà di catturare e allevare cuccioli di orche in cattività, ma cesserà gli spettacoli con i grandi mammiferi marini. La catena di parchi acquatici americana ha un totale di 29 orche che rimarranno in cattività, ma promette un approccio diverso nel futuro con “nuovi incontri più naturali con le orche”.
 Le orche di SeaWorld spaziano dagli 1 ai 51 anni, per cui alcuni potrebbero rimanere esposti per decenni.

 La partecipazione ai parchi di SeaWorld è diminuita dal 2013 dopo l’uscita di “Blackfish”, un documentario di denuncia che per la prima volta ha condotto lo spettatore dietro le quinte degli spettacoli marini.
 In particolare, il documentario di Gabriela Cowperthwaite racconta la storia di un’orca chiamata Tilikum, che a Orlando nel 2010 durante uno spettacolo dal vivo annegò e uccise il suo addestratore. E non era la prima volta. 
L’orca, un maschio catturo nel 1983 al largo delle coste dell’Islanda, è responsabile della morte di altre due persone a causa della prigionia e delle condizioni a cui è stato sottoposto Tilikum fin da cucciolo.
 In Blackfish viene documentata la sua cattura e le conseguenze del mantenimento in cattività di questi mammiferi marini.


Il successo planetario del documentario ha aperto gli occhi a milioni di persone, e dopo anni di polemiche e pressioni, la decisione del Sea World rappresenta un’importante vittoria per le orche. 
 I nuovi spettacoli “più naturali” inizieranno il prossimo anno al parco di San Diego, poi sarà il turno del parco di San Antonio e poi a Orlando nel 2019. 

 E per gli spettacoli che coinvolgono delfini e altri mammiferi marini? 
 Sembra che non tarderà ad arrivare una decisione analoga anche per loro, ma i tempi di riorganizzazione dei parchi acquatici saranno lunghi.
 SeaWorld ha anche interrotto la riproduzione delle orche attraverso l’inseminazione artificiale, tenendo sotto controllo le nascite attraverso un farmaco.
 Una delle orche più prolifiche di SeaWorld è stato proprio Tilikum. Il mammifero 35enne ha messo al mondo 14 cuccioli durante i suoi 23 anni a Orlando, ma è gravemente malato e non vivrà molto a lungo.


 Fonte: http://www.diregiovani.it/

Cinque nuove domus aperte a Pompei


In occasione della mostra ‘Mito e Natura, dalla Grecia a Pompei’, in programma dal 16 marzo al 15 giugno, nel sito partenopeo sono state aperte cinque domus.
 Saranno infatti visitabili la Casa di Giulia Felice, una grande dama pompeiana che si è inventata una specie di Spa dell’antichità affittando la sua casa per eventi e terme; la Casa di Ottavio Quartione; la Casa della Venere in Conchiglia, chiamata così perché sul fondo del giardino ha un enorme affresco di Venere sdraiata in una conchiglia; la Casa del Frutteto, e la Casa di Marco Lucrezio in via Stabia (da non confondere con quella di Marco Lucrezio Frontone).


«Le Case saranno aperte per la mostra, ma resteranno fruibili con un programma di rotazione che stiamo definendo in questi giorni. Con le 5 nuove case aperte – sottolinea Massimo Osanna, responsabile della soprintendenza di Pompei – che si aggiungeranno alle 6 che abbiamo aperte recentemente, e a tutte quelle che sono già aperte, non c’è mai stata a Pompei una possibilità di visita così ricca».
 Le 5 case sono state restaurate sia nella parte architettonica sia in quella decorativa grazie al Grande Progetto Pompei.
 Due in particolare, la Casa di Giulia Felice e la Casa del Frutteto, sono una novità per i visitatori perché riaperte dopo una chiusura di molti anni.






Gli archeologi sono addirittura riusciti a ricostruire i giardini con le stesse piante e nella stessa disposizione di duemila anni fa.
 «È stato possibile scavare nei giardini e trovare – spiega l’archeologa Grete Stefani – residui organici delle piante. 
Così con l’analisi pollinica sappiamo con precisione dove fossero e soprattutto di cosa si trattasse». 
Limoni, ulivi, melograni, palme e tanto altro.
 «L’aspetto dei giardini – spiega Osanna – che vogliamo offrire ai visitatori con i recenti restauri e la riapertura al pubblico, è un’interpretazione dei luoghi per come essi dovevano essere all’epoca della loro realizzazione».
 E la ricerca archeologica ci riporta a come per gli antichi pompeiani comporre giardini era una vera arte che veniva portata avanti in stretto dialogo con le pareti affrescate e gli oggetti che arredavano gli ambienti interni di ogni domus.




Al percorso si aggiunge la sezione ‘Natura morta’, allestita nella Piramide all’interno dell’Anfiteatro, in cui si esplora un genere che ha origine nel mondo ellenistico-romano con la rappresentazione di frutti e animali. 
Gli affreschi con queste raffigurazioni, staccati in passato e conservati al Museo di Napoli, ritornano per la prima volta a Pompei proprio come semi, frutta e pani, restituiti nella loro integrità dalla cenere che li coprì dopo l’eruzione del 79 d.C.


Fonte: http://ilfattostorico.com/

lunedì 21 marzo 2016

Un giorno tutto questo sarà un pianeta


Nuove immagini della stella HL Tauri realizzate con il radiotelescopio Very Large Array (VLA) rivelano ciò che gli scienziati ritengono essere le primissime fasi della formazione di nuovi pianeti.
 Le 27 antenne paraboliche da 25 metri del VLA, schierate a ‘Y’ nel desertico New Mexico, hanno ora permesso di scrutare con un dettaglio senza precedenti il disco circumstellare di polveri che ancora avvolge la giovane stella, situata a circa 450 anni luce dalla Terra. 
Un gruppo internazionale di ricercatori, tra cui l’italiano Leonardo Testi dell’ESO e associato INAF, sta pubblicando i nuovi risultati sulla rivista Astrophysical Journal Letters. 
 Benché giovane, avendo solo attorno al milione di anni, HL Tauri è diventata una celebrità quando su di lei il radiotelescopio ALMA in Cile nel 2014 ha prodotto la migliore immagine fino ad allora mai ottenuta della formazione planetaria in corso.
 L’immagine ALMA mostrava chiaramente dei solchi nel disco circumstellare, lacune presumibilmente causate da corpi planetari che spazzano via la polvere lungo le loro orbite.




Un’immagine sorprendente, non solo perché metteva sotto gli occhi degli scienziati esattamente lo stesso fenomeno che i teorici avevano presupposto per anni, ma anche per l’età di HL Tauri, molto giovane per gli standard stellari, ritenuta un po’ troppo precoce per iniziare a “scodellare” pianeti.
 Siccome nelle parti più interne del disco, vicino alla stella, la polvere è più spessa e risulta opaca alle lunghezze d’onda radio a cui lavora ALMA, gli astronomi vi hanno puntato le antenne del VLA, che ricevono a lunghezze d’onda maggiori.

 Il risultato è stupefacente: l’immagine ottenuta con il VLA mostra la regione centrale del disco circumstellare meglio di tutti gli studi precedenti, rivelando un agglomerato (clump) di polvere che, secondo gli scienziati, contiene circa da 3 a 8 volte la massa della Terra. Questo grumo di polveri rappresenta con ogni probabilità il primo stadio nella formazione dei protopianeti, una fase che non era mai stata osservata in precedenza.


Immagine ALMA (sx) e VLA (dx) del disco protoplanetario di HL Tauri; nel riquadro si può scorgere l’agglomerato di polvere (clump). 

 «Si tratta di una scoperta importante, perché non eravamo ancora riusciti a osservare la maggior parte delle fasi in cui si sviluppa il processo di formazione dei pianeti», ha detto il primo autore Carlos Carrasco-Gonzalez presso l’Istituto di Radio Astronomia e Astrofisica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico. «Questo è molto diverso dal caso della formazione stellare, dove, in diversi oggetti, abbiamo visto le stelle in varie fasi del loro ciclo di vita. Con i pianeti non siamo stati così fortunati, per cui avere un’immagine di questa fase molto precoce nella formazione dei pianeti risulta particolarmente importante». L’analisi dei dati VLA indica che la regione interna del disco protoplanetario contiene grani di polvere con diametro dell’ordine di un centimetro. Questa specifica zona, secondo gli scienziati, è quella dove si formerebbero i pianeti rocciosi, simili alla Terra, a partire da agglomerati di polvere che crescono via via, attirando il materiale presente attorno a loro.
 Alla fine, gli agglomerati raggiungerebbero una massa sufficiente a formare corpi solidi che, a loro volta, continuerebbero a crescere fino a diventare, un giorno, pianeti. 
 «Il contributo importante delle nuove osservazioni è su due fronti», commenta Leonardo Testi a Media INAF. «Uno è l’analisi dello spessore ottico della polvere. Abbiamo potuto verificare le proprietà della polvere con il VLA, dimostrando che si verifica un confinamento dei grani grandi; questo conferma la crescita dei solidi e – molto probabilmente – la presenza di pianeti. L’altro fronte è la presenza di disomogeneità nella distribuzione della polvere. Questa è una novità rispetto alle osservazioni ALMA e può indicare la presenza di ulteriori pianeti in formazione».

Fonte: http://www.media.inaf.it/

Sua Maestà il ghiacciaio Perito Moreno

In questi giorni migliaia di persone affollano le sponde del Lago Argentino per assistere al ciclico crollo del ghiacciaio Perito Moreno nelle sue acque.


L’estenuante navigazione della rompighiaccio, rallentata dai piccoli iceberg che vagano alla deriva sulla superficie del Lago Argentino, è ripagata dal panorama che si apre oltre la Penisola di Magellano, colpendo con selvaggia violenza la vista.
 Dalla sponda occidentale un’imponente parete di ghiaccio, alta oltre 60 metri e larga 5 kilometri, si staglia nelle acque del lago, abbacinante nelle sue innumerevoli sfumature di azzurro e celeste. 

È in questo luogo estremo, posto lungo il confine più remoto dell’Argentina con il Cile, che si trova quello che pur non essendo il più vasto, è di certo il più celebre ghiacciaio al mondo. 
Intitolato a Francisco Moreno, perito – cioè “esperto” – nelle scienze naturali e pioniere delle esplorazioni patagoniche, il Perito Moreno è in realtà solo una delle 48 propaggini glaciali dello smisurato Campo de Hielo Sur. 
Con una superficie paragonabile a quella della regione Lazio, questa calotta glaciale è per volume la terza del pianeta dopo quelle di Antartide e Groenlandia.


La neve accumulatasi sulle vette andine, compattata dal gelo e dalla pressione fino a diventare ghiaccio, scivola lentamente in tutte le direzioni.
 L’avanzata delle lingue di ghiaccio incide e leviga le valli sottostanti, raggiungendo in alcuni casi i corpi d’acqua che punteggiano la regione.
 Il profilo frastagliato e l’ampiezza del bacino (è il lago più grande del Paese) rendono il Lago Argentino la destinazione finale di alcuni di questi ghiacciai, quali il gigantesco Upsala e l’inaccessibile Spegazzini.
 Proprio la difficoltà di raggiungere via terra i ghiacciai che si affacciano lungo il braccio settentrionale del lago è stato uno dei fattori determinanti nel successo turistico del Perito Moreno, posto sul lato opposto.
 Ma non è l’unico.
 L’ampiezza e la profondità del fondale in questo punto consentono agli iceberg, che regolarmente si staccano dal fronte, di non incagliarsi ma di andare liberamente alla deriva nel lago, conferendo al Perito Moreno una suggestività unica


A differenza della quasi totalità dei ghiacciai del pianeta, il Perito Moreno non sembra risentire del cambiamento climatico. 
Mentre il vicino Upsala è in forte contrazione – alcuni studi stimano che nell’ultimo decennio il suo fronte si sia ritirato di oltre 200 metri all’anno – il fronte del Perito Moreno avanza ad una velocità di quasi 2 metri al giorno, sebbene perda massa ad un ritmo praticamente analogo 
 Se si escludono piccole variazioni, il Perito Moreno è considerato un ghiacciaio stabile, nel quale la formazione di nuovo ghiaccio compensa il distacco degli iceberg nel lago.
 Una frazione di secondo prima che ciò accada, l’intero bosco di latifoglie che circonda il ghiacciaio improvvisamente trattiene il respiro. Persino i ciarlieri fringuelli patagonici (Phrygilus patagonicus) tacciono, presagendo l’evento. 
Il boato della frattura infrange il silenzio irreale, alzando sbuffi di polvere di ghiaccio quando il frammento si stacca e collassa nell’acqua sottostante.


Lo scivolamento spinge il ghiacciaio nel lago, ostruendo ciclicamente la superficie che lo separa dalla penisola di Magellano e isolando il ramo del Brazo Rico dal resto del Lago Argentino. Quando ciò accade, il livello dell’acqua nel Brazo Rico aumenta progressivamente, innalzandosi in media di oltre dieci metri rispetto al consueto. 
La differenza di pressione idrostatica che si instaura ai due lati scava progressivamente lo sbarramento di ghiaccio nel punto di maggiore fragilità, ovvero in prossimità della zona di contatto con la sponda opposta. 
 L’impercettibile concavità iniziale si amplia a dismisura, distaccando guglie imponenti che infine plasmano il celebre ponte di ghiaccio.
 La rottura di questo arco e il conseguente crollo di buona parte del fronte ristabilisce la connessione tra i due specchi d’acqua, facendo ricominciare questo tango glaciale di avanzamento e ritiro. 

Nonostante la ciclicità del fenomeno, l’intervallo tra due eventi di rottura è estremamente irregolare. 
Il precedente crollo si è verificato nel gennaio del 2013, ad appena dieci mesi di distanza da quello di marzo 2012; tuttavia dopo l’evento del 1988 si è dovuto attendere sedici anni per assistere a una nuova rottura


Il crollo del ghiacciaio provoca uno tsunami di acqua e ghiaccio che, risalendo il Canal de los Tempanos (letteralmente “il canale degli iceberg”), raggiunge infine il bacino principale del Lago Argentino e la maggiore città della regione, El Calafate.

 Nonostante lo sviluppo tumultuoso seguito al turismo e alle agevolazioni governative durante i tre mandati presidenziali dei coniugi Kirchner (originari proprio della Provincia di Santa Cruz), la città è cresciuta nell’entroterra, separata dalla riva da un’ampia terra di nessuno ampia decine di metri. 
A differenza dei turisti che affollano gli alberghi, i suoi abitanti rispettano e allo stesso tempo diffidano della maestosa bellezza del ghiacciaio.

 Fonte: http://www.nationalgeographic.it/
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