martedì 3 novembre 2015
Alle Galapagos esiste il fringuello vampiro
Il suo nome lascia poco spazio all’immaginazione, il fringuello vampiro (Geospiza difficilis settentrionalis) infatti è un piccolo passeriforme di colore scuro che si nutre di sangue di altri uccelli. Si trova solo nelle piccole isole di “Wolf” e di “Darwin”, manco a dirlo, nell’arcipelago delle Galapagos e si distingue dalle altre sottospecie di Geospiza difficilis (Fringuello terricolo beccotagliente) proprio per la sua bizzarra dieta.
Le vittime predilette degli impropri vampiri sono le Sule, uccelli marini ai quali i fringuelli ematofagi staccano le piume fino a scoprire la pelle per poi succhiare il sangue che esce dalle piccole ferite.
I fringuelli delle Galapagos, grazie al buon Darwin, rappresentano l’esempio più lampante e meglio studiato di come gli adattamenti alimentari possano determinare la formazione di nuove specie.
Nel caso del fringuello vampiro non è comunque facile ricostruire le cause di una strategia alimentare così singolare.
Probabilmente gli antenati degli attuali Fringuelli vampiro si nutrivano di piccoli artropodi parassiti delle Sule e in questo lavoro di pulizia del piumaggio a un certo punto hanno “scoperto” che anche il sangue poteva essere fonte di nutrimento (qualcosa di simile alle Bufaghe, gli uccelli che stanno sul dorso dei bufali).
A sostenere questa ipotesi c’è senza dubbio il fatto che le Sule sembrano essere d’accordo coi fringuelli.
Come si può vedere in questo video, i grandi uccelli marini non oppongono una grande resistenza ai “prelievi di sangue”, nonostante dalle immagini trapeli una certa violenza da parte dei fringuelli vampiro.
Fonte www.rivistanatura.com
La rarissima balenottera di Omura
Un team internazionale di biologi marini ha diffuso un video che mostra per la prima volta un esemplare di balenottera di Omura, una specie molto rara scoperta solo nel 2003 e che in precedenza non era mai stata filmata o fotografata in modo chiaro.
La breve sequenza è stata girata al largo delle coste settentrionali del Madagascar in una data non meglio precisata tra il 2013 e il 2015, nell'ambito di uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science.
La scoperta della Balaenoptera omurai risale a poco più di una decade fa, per merito di tre scienziati giapponesi, Shiro Wada, Masayuki Oishi e Tadasu K. Yamada, che l'hanno descritta su Nature dopo avere confrontato il DNA di un esemplare spiaggiato su un isola del Mar del Giappone nel 1998 con quello di otto balenottere uccise "per ragioni scientifiche" nelle acque australi nel 1970.
Finora di questo mammifero marino si sapeva comunque pochissimo, tanto da far sorgere dubbi sulla sua effettiva esistenza all'interno della comunità cetologica.
Come spiega il biologo americano Salvatore Cerchio, che ha guidato questa nuova ricerca con l'appoggio della Wildlife Conservation Society, «nel corso degli anni c'è stato qualche possibile avvistamento della balenottera di Omura, ma nessuna reale conferma».
Nel 2013, a seguito di alcune segnalazioni, Cerchio e colleghi hanno focalizzato le loro indagini nell'Oceano Indiano, dove sono riusciti a individuare 44 gruppi di balenottere. La spedizione ha permesso di raccogliere campioni biologici da 18 esemplari adulti e di acquisire, per la prima, foto e video che certificano l'esistenza del cetaceo.
Simile nell'aspetto alla balenottera comune, la Omura ha una lunghezza che varia dai 10 ai 12 metri e tende a vivere in branchi sparuti, un'abitudine che la rende ancora più difficile da osservare. Nonostante l'eccezionale testimonianza, sono ancora tante le domande bisognose di risposta, una delle quali riguarda il preciso numero di esemplari esistenti oggi in natura.
Fonte: focus.it
Bic, la penna di tutti
La prima ‘Bic’, marchio inventato dal barone italo-francese Marcel Bich, che comprò durante la seconda guerra mondiale il brevetto da Laszlo Jozsef Birò, venne messa in vendita in un grande magazzino di New York il 29 ottobre 1945, esattamente 70 anni fa.
La penna destinata a rivoluzionare completamente il mondo della scrittura era nata quasi casualmente: era la fine degli anni ’30 e Birò, giornalista ungherese, ebbe l’intuizione della penna a sfera osservando alcuni bambini che giocavano a biglie per la strada. Tutto accadde a Budapest, nel 1936.
Una biglia lanciata in qualche parte della capitale ungherese da un ragazzino rotolò dentro una pozzanghera, per poi uscirne lasciando una scia sulla strada.
Lazlo Biro’, che passava casualmente, osservò incuriosito la scena. Lui aveva fatto della scrittura il suo lavoro: era redattore in una rivista della città, ma faceva anche il pittore; era però un tipo abbastanza schizzinoso e non amava sporcarsi le mani.
Da questo la sua avversione per la nobile penna stilografica, con cui lavorava ogni giorno e che lasciava tante antiestetiche macchie.
Quella bigilia rotolante, dunque, lo porta ad un’intuizione geniale: sostituire l’inchiostro liquido con quello delle rotative che stampano i giornali, molto più vischioso.
Ma occorre qualcosa che renda fluida la scrittura. Ed ecco l’idea: inserire all’interno della punta una piccola pallina metallica che permetta la distribuzione omogenea dell’inchiostro.
Laszlo si mette subito a lavoro insieme al fratello Gyorgy e, nel 1938, chiede il brevetto.
Ma la seconda guerra mondiale è alle porte e il giornalista, che è di origini ebraiche, è costretto a fuggire inizialmente in Spagna, poi in Francia e, infine, in Argentina.
Ed è proprio in Argentina che Birò perfeziona e brevetta la sua invenzione, ma i tempi sono duri e i soldi scarseggiano.
I costi di produzione troppo alti lo costringono a cedere i diritti della sua invenzione al barone Marchel Bich, torinese trasferitosi in Francia, che la perfezionerà ulteriormente e la legherà per sempre al suo cognome.
Trasformata in una penna leggera e pratica, oltre che economica, la ‘Bic’ arriva così, il 29 ottobre 1945, in un grande magazzino di New York, al costo di 12,50 dollari. E da qui comincerà la fortuna del barone Bich che arriverà a produrne 10 milioni di pezzi al giorno, mentre Laszlo Birò morirà povero e sconosciuto a Buenos Aires nel 1985.
Le prime penne a sfera arrivarono in Italia subito dopo la guerra, ma inizialmente il loro utilizzo fu osteggiato soprattutto dai maestri a scuola, che ritenevano peggiorassero la grafia.
Anche negli uffici la biro non venne utilizzata se non negli anni ’60.
Nota curiosa e tutta italiana: pare che il primo a chiamarla biro sia stato Italo Calvino, in onore dello sfortunato inventore.
Fonte: meteoweb.eu
La penna destinata a rivoluzionare completamente il mondo della scrittura era nata quasi casualmente: era la fine degli anni ’30 e Birò, giornalista ungherese, ebbe l’intuizione della penna a sfera osservando alcuni bambini che giocavano a biglie per la strada. Tutto accadde a Budapest, nel 1936.
Una biglia lanciata in qualche parte della capitale ungherese da un ragazzino rotolò dentro una pozzanghera, per poi uscirne lasciando una scia sulla strada.
Lazlo Biro’, che passava casualmente, osservò incuriosito la scena. Lui aveva fatto della scrittura il suo lavoro: era redattore in una rivista della città, ma faceva anche il pittore; era però un tipo abbastanza schizzinoso e non amava sporcarsi le mani.
Da questo la sua avversione per la nobile penna stilografica, con cui lavorava ogni giorno e che lasciava tante antiestetiche macchie.
Quella bigilia rotolante, dunque, lo porta ad un’intuizione geniale: sostituire l’inchiostro liquido con quello delle rotative che stampano i giornali, molto più vischioso.
Ma occorre qualcosa che renda fluida la scrittura. Ed ecco l’idea: inserire all’interno della punta una piccola pallina metallica che permetta la distribuzione omogenea dell’inchiostro.
Laszlo si mette subito a lavoro insieme al fratello Gyorgy e, nel 1938, chiede il brevetto.
Ma la seconda guerra mondiale è alle porte e il giornalista, che è di origini ebraiche, è costretto a fuggire inizialmente in Spagna, poi in Francia e, infine, in Argentina.
Ed è proprio in Argentina che Birò perfeziona e brevetta la sua invenzione, ma i tempi sono duri e i soldi scarseggiano.
I costi di produzione troppo alti lo costringono a cedere i diritti della sua invenzione al barone Marchel Bich, torinese trasferitosi in Francia, che la perfezionerà ulteriormente e la legherà per sempre al suo cognome.
Trasformata in una penna leggera e pratica, oltre che economica, la ‘Bic’ arriva così, il 29 ottobre 1945, in un grande magazzino di New York, al costo di 12,50 dollari. E da qui comincerà la fortuna del barone Bich che arriverà a produrne 10 milioni di pezzi al giorno, mentre Laszlo Birò morirà povero e sconosciuto a Buenos Aires nel 1985.
Le prime penne a sfera arrivarono in Italia subito dopo la guerra, ma inizialmente il loro utilizzo fu osteggiato soprattutto dai maestri a scuola, che ritenevano peggiorassero la grafia.
Anche negli uffici la biro non venne utilizzata se non negli anni ’60.
Nota curiosa e tutta italiana: pare che il primo a chiamarla biro sia stato Italo Calvino, in onore dello sfortunato inventore.
Fonte: meteoweb.eu
sabato 31 ottobre 2015
giovedì 29 ottobre 2015
Damanhur e i misteriosi Templi dell'umanità: l'ottava meraviglia del mondo
Nascosta nel cuore di una montagna a Nord di Torino c’è una costruzione magica, una moderna cattedrale che molti hanno definito, come l’ottava meraviglia del mondo.
Vengono accolte con queste parole, le migliaia di persone da tutto il mondo, che ogni anno, visitano i Templi dell’umanità, l'opera sotterranea più grande del mondo, con i suoi 850 mila metri cubi e cinque piani.
Siamo a Vidracco, un comune piemontese di 500 abitanti a circa 50 km a nord di Torino, nella Valchiusella, ai piedi delle Alpi.
Qui a circa 72 metri di profondità c’è uno dei luoghi più strani mai esistiti definito spesso, come un posto dove ricercare la propria spiritualità e pace interiore.
I Templi dell’Umanità, conosciuti anche come Tempio dell'uomo sono una costruzione ipogea dichiarata opera d’arte dalla Sovraintendenza delle Belle Arti, costruita a mano in 16 anni di lavoro, dai cittadini della Federazione di Damanhur (città della luce).
Sono disparate le voci che circolano attorno a questa comunità etico-spirituale autogestita, da molti considerata una vera e propria setta, diverse sono per esempio, le testimonianze negative di ex adepti di Oberto Airaudi o Falco, assicuratore, scrittore, sensitivo e pranoterapeuta torinese che autofinanziandosi ha avviato i lavori per la costruzione del tempio ispirato dalle sue visioni mistiche.
Ma se sulla comunità ci sono pareri discordanti, sui Tempi dell’Umanità non c’è alcun dubbio, essi rappresentano, infatti, un patrimonio artistico indiscutibile.
Sono aperti al pubblico ogni giorno e vengono utilizzati sia come luogo di meditazione individuale o di gruppo sia per celebrare matrimoni e altri momenti importanti della vita.
Chi ama l’arte e l’architettura non può poi non rimanere sorpreso dalla straordinaria costruzione scavata a tratti a mano nella roccia.
All’interno dei Templi vi sono sette sale principali, ognuna delle quali ha un nome mistico: la Sala dell’Acqua, della Terra, delle Sfere, dei Metalli, il Tempio Azzurro e il Labirinto.
Sia artisticamente che coreograficamente sono un tripudio di colori e luci e rendono vivo il percorso che si snoda in centinaia di corridoi, sale, nicchie, scale e passaggi segreti.
Un ambiente molto simile a quello di una piramide egizia.
Alle pareti vi sono mosaici in vetro e pietra, pitture, sculture e intarsi di legno, rame e sbalzo, un patrimonio rimasto segreto fino ai primi anni Novanta.
Anche la storia della costruzione dei Templi è legata alla spiritualità, secondo la comunità di Damanhur fu la visione di una stella luminosa che cadde sulla Terra a indicare a Airaudi di scavare la roccia a mani nude.
All’inizio, il progetto rimase riservato ad artisti, artigiani e muratori, il tutto rappresentava un’operazione segreta senza alcuna regolamentazione, fino a quando nell’ottobre del 1991 le forze dell’ordine fecero un’incursione in grande stile che portò, non poco scompiglio, tra la comunità di Damanhur.
La vera ragione sul perché furono spiegati carabinieri, polizia e cani antidroga non venne mai resa nota, c’è chi avanzò l’ipotesi che si volesse screditare la comunità.
Ci fu addirittura, una causa legale contro un giornale che sosteneva, che Damanhur non fosse un ambiente adatto ai bambini. La causa che venne vinta dalla Federazione.
Nel 1992, una lettera anonima svelava l’esistenza dei Templi, dopo varie ricerche i fondatori decisero di aprirne le porte al mondo.
La visione delle meravigliose sale unì i pensieri: quella magica costruzione doveva essere conosciuta da tutti. E alla fine, nel giugno del 1996, con il sostegno delle Belle Arti, il governo italiano approvò uno speciale emendamento a una legge, che permise di legalizzare la struttura sotterranea.
Dopo quattro anni di incertezze e continue battaglie, i Templi furono salvi e oggi visitarli significa fare un'esperienza straordinaria.
Dominella Trunfio
Il bucero dall’elmo, l’uccello che vale più dell’avorio
L’avorio delle zanne degli elefanti è sicuramente la merce illegale più nota sul mercato nero.
Esiste però un tipo di “avorio” ancora più prezioso, anche se meno conosciuto.
Si tratta del becco del bucero dall’elmo, una rara specie di uccello che vive nella foresta pluviale dell’Asia orientale.
Tra il 2012 e il 2014 ne sono stati confiscati addirittura 1.110 dalla sola polizia indonesiana e, secondo gli esperti, ogni anno vengono uccisi circa 6 mila buceri.
Il massacro però è quasi impossibile da fermare, viste le altissime quotazioni di questo “avorio”: sul mercato nero vale circa 6mila euro al chilogrammo. Tre volte di più dell’avorio delle zanne di elefante.
Il volatile è difficilissimo da avvicinare, pesa circa 3 chili e il suo particolarissimo becco arriva a pesare trecento grammi, il 10% del peso dell’animale.
Per questi uccelli dalle piume bianche e nere il becco è sia un’arma - i maschi si scontrano in combattimenti testa contro testa - che lo strumento per cercare vermi e insetti dai tronchi degli alberi. Esistono oltre 60 specie di bucero, tutte diffuse in Asia ed Africa. Le popolazioni locali chiamano questi uccelli i “contadini della foresta”, perché si cibano prevalentemente di frutti e poi ne spargono in giro i semi.
I buceri sono uccelli molto timidi e vivono nascosti nella fitta boscaglia e ne hanno ben ragione: da secoli vengono cacciati e uccisi a migliaia dai bracconieri, che poi rivendono il loro teschio soprattutto in Cina.
Il becco, morbidissimo al tatto e di una particolare sfumatura color ocra, è infatti considerato merce preziosa, soprattutto dagli incisori cinesi e giapponesi.
Gli oggetti di questo speciale “avorio” erano considerati di gran moda soprattutto nell’Inghilterra vittoriana del Diciannovesimo secolo.
La sopravvivenza del bucero, però, non è minacciata solo dal bracconaggio.
Anche il suo habitat naturale è a rischio, perché le foreste pluviali dove vive si stanno riducendo del 3% ogni anno.
Per questo, l’Unione internazionale per la conservazione della natura lo ha inserito tra le specie “minacciate, da tenere sotto controllo nel caso di ulteriore riduzione della popolazione”.
Fonte: LaZampa.it
mercoledì 28 ottobre 2015
Eccezionale scoperta nel sud della Grecia: ritrovata la ricca sepoltura di un guerriero Miceneo
Un team di archeologi statunitensi in Grecia ha scoperto lo scheletro di un antico guerriero che ha riposato indisturbato per più di 3500 anni insieme ad un enorme tesoro, così come il ministero della cultura greco ha annunciato nella giornata del 27 ottobre 2015.
Il tesoro è “il più importante che sia mai stato scoperto in 65 anni” nella Grecia continentale, ha dichiarato il ministero.
La bara di legno del milite ignoto, che evidentemente era di una persona di una certa importanza, è stata trovata sul sito del Palace Nestor, di era micenea, nella penisola del Peloponneso greco.
Era stato sepolto con una serie di gioielli in oro, tra cui una stringa ornata di perle, anelli, una spada di bronzo con una maniglia d’oro e avorio, vasi d’argento e pettini d’avorio.
I gioielli sono decorati nello stile dei minoici, con le figure di divinità, animali e motivi floreali, nello stile della civiltà che fiorì nell’isola di Creta intorno al 2000 A.C.
Pettine d'avorio
Gli archeologi, Jack L. Davis e Sharon R. Stocker dell’Università di Cincinnati, hanno identificato più di 1.400 pezzi “la cui qualità testimonia l’influenza dei minoici” sui Micenei successivi.
La civiltà micenea si diffuse dal Peloponneso attraverso tutto il Mediterraneo orientale nel 2° secolo a C.
La tomba, che misura 2,4 metri di lunghezza e 1,5 metri di larghezza, è stata portato alla luce durante gli scavi iniziati a maggio nei pressi di Pylos, sul sito del Palace Nestor.
Costruito tra il 1300 e il 1200 aC, le rovine del palazzo sono state scoperte nel 1939.
Fonte: blueplanetheart.it
Un cucciolo di tapiro della Malesia è la nuova star dello Zoo di Praga
La specie asiatica è a rischio estinzione per la perdita di habitat e il bracconaggio
Allo zoo di Praga stanno ancora festeggiando la nascita di quella che sembra destinata a diventare una nuova stella del giardino zoologico: un bellissimo cucciolo di tapiro della Malesia o asiatico (Tapirus Indicus), nato il 15 ottobre.
E’ il primo figlio della sua gigantesca mamma, indah e di suo padre Niko.
I tapiri della Malesia, chiamati anche tapiri dalla gualdrappa, possono raggiungere i 410 Kg di peso e le femmine sono più grosse dei maschi
Ci vorrà ancora qualche settimana per poter determinare il sesso del cucciolo e dargli/le un nome, ma una cosa è certa: la nascita di un piccolo tapiro rappresenta un grande successo per lo zoo: è’ il primo tapiro della Malesia nato a Praga dopo quasi 40 anni. Mamma indah, è nata ad Edimburgo, il 26 settembre 2008, poi è stata ospitata nel Rare Species Conservation Centre di Sandwich, nel Kent, insieme a suo fratello maggiore Vasan quando aveva quasi due anni è stata portata allo zoo di Praga.
I tapiri della Malesia sono creature solitarie che occupano un vasto territorio, anche se di solito queste aree si sovrappongono con quelle di altri individui. Sono esclusivamente erbivori e si cibano di teneri germogli e foglie di oltre 115 specie di piante.
Di solito si spostano lentamente attraverso la foresta, ma quando sono minacciati possono essere molto rapidi e pericolosi, sia per la loro mole che per i denti affilati che ornano le loro potenti mascelle.
Il periodo di gestazione del Tapiro malese è di circa 390-395 giorni, dopo di che partorisce di solito un solo figlio che pesa circa 6,8 kg.
Tutte le specie di tapiro nascono con la pelliccia marrone ornata di strisce o macchie bianche che permette loro di mimetizzarsi molto bene nella luce che penetra dalla volta della foresta.
Questa livrea mimetica comincia ad assumere l’aspetto di quella degli adulti tra i 4 e 7 mesi di età.
I cuccioli vengono allattati dalla madre fino a 6 . 8 mesi.
Il Tapirus Indicus, che nei luoghi dove vive in natura viene chiamato tenuk cipan, o badak tampung, è la più grande delle 5 specie di tapiro del mondo e l’unica che vive in Asia.
Il suo nome scientifico si riferisce a le indie orientali, come veniva chiamato l’arcipelago malese-indonesiano, l’habitat naturale della specie.
Il tapiro della Malesia è classificato come “a rischio” estinzione nella Lista Rossa dell’uicn.
Le principali minacce per questi magnifici animali vengono dalle attività umane: deforestazione per scopi agricoli, inondazioni causate dallo sbarramento dei fiumi, bracconaggio e commercio illegale di carne e tapiri vivi.
Fonte: greenreport.it
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