lunedì 13 ottobre 2014
Il meraviglioso viaggio all'interno di una cellula
Siamo composti da miliardi e miliardi di cellule, e spesso pensiamo ad esse come i mattoni che compongono il nostro organismo. Ma le cellule sono molto più di questo: sono davvero un micro-universo di incredibile complessità e bellezza.
Con un progresso scientifico così rapido, ed essendo noi nati nel mezzo di questo periodo di grandi rivoluzioni scientifiche, è facile sottovalutare quanto abbiamo imparato negli ultimi decenni.
Il video che potete vedere di seguito mostra un viaggio all'interno di una cellula (che è anche la più piccola struttura classificabile come vivente!)
L'animazione fu creata alla Harvard, e si chiama "The Inner Life of a Cell".
Inizialmente era pensata come semplice presentazione animata per i corsi di scienze biologiche, ma poco dopo è diventato virale e da allora questo corto ha vinto numerosi premi ed ha colpito l'immaginario di milioni di persone.
Ci sono organismi che sono composti interamente soltanto da queste piccole unità di vita. I microorganismi unicellulari, come batteri e protozoi, riescono a trovare tutto quello di cui necessitano grazie all'incredibile complessità di una sola minima unità: la cellula.
Le dimensioni della maggior parte delle cellule variano da 1 micrometro ad alcune decine, il che le rende solitamente non identificabili ad occhio nudo. (Fanno eccezione molte uova ovviamente).
La forma di una cellula dipende da fattori fisici e funzionali. Se una cellula si trova in ambiente acquoso, questa tende ad assumere una forma sferica per effetto della tensione superficiale; le cellule possono anche avere una forma appiattita se risentono della pressione degli strati cellulari sovrastanti (come nel caso delle cellule epiteliali).
In generale comunque tendono ad avere forme legate alla propria funzione. Come le fibre muscolari che sono allungate in modo da poter svolgere la contrazione, o i neuroni che grazie ai loro rami permettono legami con altre cellule e scambio rapido di informazioni attraverso i dendriti.
La spettacolare “Torre al contrario” a Sintra, Portogallo
Più che torre al contrario è uno spettacolare pozzo che sprofonda fino a circa 30 metri e si trova nel palazzo di Quinta de Regaleira o Palcio de Regaleria, ci troviamo nella città di Sintra, poco lontano da Lisbona.
A seconda della direzione che si sceglie, e' un viaggio nelle profondità della terra, o una salita dalle tenebre verso la luce, il viaggio attraverso la terra è come una rinascita attraverso il grembo di madre natura, da cui tutto proviene e dove un giorno tutto deve tornare.
Il proprietario di Quinta da Regaleira, António Augusto Carvalho Monteiro, era un noto massone, e con l'aiuto dell'architetto italiano Luigi Manini, si mise a progettare e costruire la tenuta di quattro ettari, con i suoi palazzi enigmatici, parchi e gallerie che sono carichi di simboli correlati all'alchimia, Massoneria , Cavalieri Templari, e Rosacroce.
Il pozzo è diviso in nove piattaforme che ricordano la Divina Commedia di Dante : i nove cerchi dell'Inferno, le nove sezioni del Purgatorio e i nove cieli che costituiscono Paradiso.
Alla base del pozzo si trova una croce dei Rosacroce, che e' anche lo stemma di Carvalho Monteiro.
domenica 12 ottobre 2014
La crudele verita' sui pachidermi che dipingono
Gli elefanti sono esseri magnifici e intelligentissimi che ispirano molta tenerezza negli uomini. Cosa c'è di più sorprendente e bello che guardare un dolce elefante usare la sua proboscide per dipingere il quadro di un fiore, o addirittura di se' stesso? È per questo che foto, video e articoli che stanno impazzando da un po’ di tempo a questa parte sul web degli elefanti “artisti” diventano puntualmente virali.
Ma cosa si nasconde dietro questa abilità dei pachidermi?
Siamo sicuri di esclamare ‘che carino’ davanti a un elefante pittore?
O forse dovremmo piuttosto dire ‘che orrore’?
Se tutti iniziassimo a guardare oltre le apparenze, infatti, ci accorgeremmo di quanta crudeltà si nasconde dietro l’immagine dell'elefante che dipinge che strappa “awwwww” sui social.
Pensiamo, per esempio, al Maesa Elephant Camp, in funzione dal 1976 e accreditato come pioniere del concetto di elefante "artista". Il centro si trova appena fuori Chiang Mai, in Thailandia, e oggi ospita settantotto elefanti acquistati dal fondatore Choochart Kalmapijit nel corso degli ultimi trenta anni.
Nemmeno a dirlo, vivono tutti in cattività.
Una delle "competenze" dei lodati dagli elefanti del Maesa Elephant Camp, quindi, è la straordinaria capacità di dipingere.
Ma avete mai visto un pachiderma armeggiare con colori e pennelli in natura?
Come si può insegnare a un cucciolo di elefante selvatico a stare fermo e concentrarsi sulla pittura?
Ce lo spiegano il sito OnegreenPlanet e Born Free.
La verità è che gli elefanti hanno sopportato mesi e mesi di abusi fisici per imparare a tenere un pennello, disegnare una linea retta e dipingere fiori e foglie sugli alberi.
Durante l’addestramento i cuccioli vengono affamati, incatenati e picchiati, fino a quando il loro spirito viene completamente piegato alla volontà dei loro rapitori e aguzzini.
Una volta che i giovani elefanti hanno subito questo processo, possono imparare a dipingere.
Gli elefanti usano pennelli speciali per creare i propri "capolavori". Pennelli che vengono inseriti direttamente nella proboscide, con una barra perpendicolare che serve ad evitare che l’oggetto scivoli al suo interno.
L'elefante impara ad afferrare la parte superiore del pennello, operazioni che gli causa sofferenza perché la proboscide è incredibilmente sensibile e piena di terminazioni nervose.
Per addestrare l'elefante a spostare il pennello per creare ciò che noi riconosciamo come fiori o alberi, i conducenti usano questi pungoli dolorosi per guidare i movimenti.
Ovviamente, se un elefante dipinge in modo non corretto, viene ferito discretamente con il pungolo o direttamente con le mani. Durante le performance i conducenti esercitano un controllo continuo su un orecchio, tirando a destra o a sinistra per manipolare l'animale e fargli fare un certo tratto col pennello.
L’esercizio viene ripetuto ogni singolo giorno per due o anche tre volte.
Ecco cosa si nasconde dietro i “teneri e dolci” elefanti “artisti”. Cosa possiamo fare?
Condividere queste informazioni, in modo che sempre più persone boicottino i centri che dispongono di elefanti in cattività, ridicolizzandoli e costringendoli a fare qualcosa che in natura non farebbero mai.
Perché gli animali non sono pagliacci per il nostro divertimento, non meritano di soffrire per intrattenerci. Siete d'accordo?
Fonti:
greenme.it
http://www.onegreenplanet.org/
sabato 11 ottobre 2014
Manazan, un villaggio nella roccia
Manazan è uno straordinario esempio di villaggio di pietra nella regione dell’Anatolia centrale, dove la roccia preminente è il tufo, conosciuta per essere facile da erodere e modellare.
Questo villaggio però è differente da città come Göreme e Ürgüp.
L’intera Manazan è infatti una città che sviluppa in una sola direzione lungo due assi, quello verticale e quello orizzontale: è infatti stata costruita scavando la singola facciata di un’intera parete rocciosa lunga 3 km.
Manazan risale all’epoca dell’impero bizantino, e grazie alla sua particolare conformazione ha saputo resistere per secoli alla furia degli invasori e degli elementi, sopravvivendo alle numerose guerre e ai cambi di regime che hanno coinvolto la regione dell’Anatolia centrale.
Le sue abitazioni sono state costruite nella parete rocciosa dislocandosi su cinque livelli. Alcune sono delle vere e proprie case, altre invece assomigliano più a dei condomini, poiché si vedono solo gli ingressi degli “appartamenti”.
La mancanza di scale spiega anche come queste abitazioni potessero essere così sicure: per raggiungere l’entrata bisognava infatti arrampicarsi sugli appositi appigli per mani e piedi scavati nella roccia, ancora visibili.
Non c’erano solo case: si trattava di una città completa con negozi, chiese e persino cimiteri.
Oggi Manazan è disabitata, ma gli abitanti del vicino villaggio di Taskale ancora usano le vecchie stanze come magazzini per grano e formaggio, grazie alla loro temperatura ottimale.
Tratto da : http://travel.fanpage.it
Grazie ai laser ritroveremo le antiche città perdute
Le prime tracce di una città perduta ai piedi del Vesuvio vennero alla luce in maniera del tutto casuale: era il 1709 quando un uomo trovò marmi e colonne mentre scavava un pozzo nel proprio podere.
Un sistema di pozzi e cunicoli rivelò l'esistenza di strutture complesse, giungendo fino al Teatro Antico di Ercolano.
La scoperta fu l'impulso che spinse il Re Carlo III a rilevare il terreno ed iniziare gli scavi sistematici.
Nel 1748, così, iniziarono anche i primi lavori attorno all'altra città, anch'essa sepolta dalla violenza del Vulcano nel 79 d. C.
Città nascoste Ritrovamenti archeologici di questo tipo sono un evento senza dubbio eccezionale ma non unico: spesso si basano su conoscenze pregresse (storie leggendarie, magari note soltanto ai locali) che riescono a coniugarsi con la fortuna. Come fu, ad esempio, il caso di Petra, in Giordania, la quale non era nascosta dalla cenere e dai lapilli, ma da una stretta gola naturale: un viaggiatore svizzero, in grado di spacciarsi per un mercante arabo grazie alle sue profonde conoscenze in materia di lingua e cultura islamiche, aveva sentito parlare di una fortezza naturale dall'aspetto straordinario.
Riuscì a farsi portare lì, avendo espresso la volontà di sacrificare sulla tomba di Aronne: era il 1812 e, sotto gli occhi probabilmente increduli di Johann Ludwig Burckhardt comparve la città che fu cuore del regno dei Nabatei, della quale non si avevano più notizie dal XIII secolo.
Uguale stupore dovettero provare i primi viaggiatori che si ritrovarono dinanzi le vestigia della "città perduta" della Cambogia: già noto attraverso alcuni resoconti del XVI secolo da parte di esploratori portoghesi, il sito di Angkor iniziò a svelarsi al mondo moderno prima attraverso i racconti di viaggio di Henri Mouhot. Nel 1860, infatti, questo professore francese visitò le meravigliose strutture dell'antico centro politico e culturale dell'Impero Khmer, descrivendole in un diario che fu pubblicato postumo (egli, infatti, morì di malaria nel corso di una spedizione in Laos).
In realtà, Angkor aveva continuato ad essere oggetto di viaggi e visite, oltre ad essere parzialmente abitata: tuttavia il suo declino ne aveva favorito l'oblio, quanto meno nel resto del mondo, e furono così le esplorazioni della seconda metà del XIX secolo a restituirle la celebrità meritata.
Le travagliate vicende belliche dell'area hanno reso possibile studi e restauri soltanto a partire da tempi relativamente recenti, ma oggi Angkor è meta di due milioni di turisti l'anno.
Ma cosa aveva tenuto celata Angkor agli occhi dei più per tanto tempo?
Senza dubbio la vegetazione, in grado di preservare segreti in maniera perfetta: del resto, si sa, la natura vuole i suoi spazi e se li prende, soprattutto se cessa il costante lavoro dell'uomo per tenerla distante.
Ancora oggi molte rovine straordinarie, oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi, sono sepolte da giungle indomite, ad esempio in America centrale e meridionale.
Quali saranno i tesori che scopriranno gli archeologi del futuro, quindi?
Forse possiamo già iniziare a farci un'idea grazie alle nuove tecnologie, in grado di rivelare tesori sepolti in maniera più rapida di quanto si poteva sperare fino a poco tempo fa.
In particolare, la nuova frontiera già da diversi anni si chiama LIDAR (light detection and ranging): un sofisticato dispositivo che, montato su un elicottero o su un drone, volando a croce sull'area prescelta, emette milioni di raggi laser ogni quattro secondi i quali, attraversando il tetto di foresta, sono in grado di registrare anche le più piccole variazioni nella topografia, misurando la distanza tra la superficie a terra e il veicolo volante grazie alla riflessione delle onde.
Servendosi del LIDAR, Un team internazionale guidato da dottor Damian Evans dell'università di Sydney ha realizzato, lo scorso anno, una mappatura di 370 chilometri quadri attorno ad Angkor, con una visione dei dettagli senza precedenti che sarebbe stata altrimenti impossibile, data la densità della vegetazione e l'eventualità di incappare nelle mine posizionate al tempo della guerra civile.
Il tutto ottenuto in appena due settimane.
Le misurazioni hanno poi consentito al gruppo di mettere a punto dei modelli del paesaggio tridimensionali che, anche se non hanno esattamente lo stesso fascino di quello che ci si può trovare davanti procedendo a colpi di machete, possono comunque risultare estremamente utili per più precise ricognizioni sul campo.
Gli archeologi hanno così documentato un paesaggio urbano fino ad ora ignoto, nascosto dalla foresta, costituito da altri templi, grandi strade ed elaborati corsi d'acqua che costituivano parte fondamentale del paesaggio urbano, opera di ingegneria idraulica che indica quali erano le elevate conoscenze dei Khmer.
Scoperte che modificano profondamente le conoscenze e la comprensione di quella che fu una delle più grandi città del mondo, nel corso del Medioevo: del resto, prima che fosse divorata dalla vegetazione, la "città perduta" raggiungeva l'estensione di una moderna metropoli.
Grazie al LIDAR è stato possibile rilevare come l'area urbana dovesse superare i 1.000 chilometri quadrati, all'interno dei quali vivevano centinaia di migliaia di abitanti: e tutto ciò avveniva tra tra il IX e il XV secolo, ossia in un'epoca durante la quale i grandi centri europei vantavano dimensioni e densità abitative decisamente inferiori.
Di questa città, il cui declino fu causa dell'abbandono, fino ad oggi conoscevamo soltanto una parte: ora sappiamo che c'è molto altro, celato dalla giungla più fitta ed impenetrabile.
Le tecnologie come LIDAR saranno quindi la nuova speranza per l'archeologia? Probabilmente diventeranno uno strumento indispensabile che ci consentirà di sentirci molto più vicini alle antiche civiltà di quanto avvenuto fino ad ora.
http://scienze.fanpage.it
Teddy, un cane adottato, salva la sua famiglia.
Un anno fa Teddy è stato salvato dopo essere stato trovato solo e affamato in un parco statale.
Ora ha restituito il favore, salvando la sua famiglia da un incendio che ha devastato la loro casa a Livonia, New York.
Durante la notte Teddy solitamente dorme al piano di sotto, così, quando alle 02:30 di lunedì, Kelly Sewert è stata svegliata dal cane e l'ha visto accanto al suo letto, ha capito subito che qualcosa non andava. Subito dopo si è accorta del forte odore di fumo.
Ha svegliato il suo fidanzato, William Venzandt che è corso al piano di sotto per trovare il soffitto del soggiorno in fiamme.
La coppia ha afferrato rapidamente i loro due figli e Teddy e sono tutti corsi fuori. Pochi istanti più tardi, tutta la casa è stata avvolta dalle fiamme.
Il fuoco, che è partito dal camino in soggiorno lasciato acceso, ha distrutto completamente la casa, che dovrà essere demolita.
William ha raccontato che lui e Kelly si stavano prendendo cura di Teddy per conto di sua madre, che gliel'aveva lasciato domenica sera, perché doveva andare fuori città.
Sua madre ha adottato il cane l'anno scorso quando è stato trovato abbandonato in un parco statale. "Non era in forma come è ora", ha detto William. "Era pelle e ossa quando lei l'ha portato a casa".
Anche se la famiglia ha perso la casa e tutto ciò che conteneva, sono felici di essere vivi, e grati a Teddy che ha salvato le vite di tutti loro.
"E' un dono di Dio", hanno detto.
Fonte : http://mysocialpet.it/
venerdì 10 ottobre 2014
L'albero della vita: un miracolo vivente nel deserto del Bahrain
È conosciuto con il nome di Shajarat-al-Hayat, l'albero della vita e si trova a sud – est del deserto del Bahrein, ad una distanza di circa 2 km dal Djebel Dukhan (la Montagna del Fumo) e a 40 km da Manama.
Appartenente alla specie "Prosopis cineraria", questa maestosa acacia ha una storia leggendaria e mistica le cui radici affondano nella tradizione cattolica ed ebraica.
Nella Bibbia, infatti, si racconta di un albero della vita collocato da Dio nell'Eden, insieme a quello della conoscenza del Bene e del Male.
Nell'esegesi ebraica viene detto che questi due esemplari, uniti all'inizio, furono in seguito separati da Adamo.
Se si pensa che l'intera zona del Bahrein è ritenuta la sede del mitico giardino si comprende a pieno la ragione per la quale l'albero è immerso in un alone di mistero e stimoli, di conseguenza, le fantasie degli abitanti del posto.
L'acacia sembra sia stata piantata nel lontano 1583 e da quel giorno non ha mai smesso di essere rigogliosa.
Le sue foglie hanno splendidi colori, sfumature dal verde al marrone, e il tronco maestoso presenta un groviglio di rami così fitto e, per certi versi, talmente caotico da sembrare irreale.
Nel momento in cui si approda nel deserto, a poca distanza dall'esemplare, si viene accolti da un curioso cartello nel quale è spiegato come raggiungerlo.
Shajarat-al-Hayat è una vera e propria attrazione turistica. Sono, ogni anno, moltissimi i visitatori del sito (se ne contano intorno ai 50.000) attirati dalle credenze popolari nate intorno ad esso.
Ad alimentarle, oltre alla convinzione che nel Bahrein sorgesse l'Eden, di cui l'acacia sarebbe l'ultima testimonianza, intervengono anche le difficili e, se vogliamo, impossibili condizioni climatiche e territoriali dove è cresciuta.
Il deserto del Bahrein è una distesa di dune e sabbia, privo di dirette fonti d'acqua.
L'albero della vita emerge solo nella zona e sebbene appartenga ad una tipologia di pianta in grado di sopravvivere in ambienti aridi e con pochissime precipitazioni annuali (appena 150 millimetri all'anno), stupisce per la sua incredibile longevità.
La gente del luogo non riesce a spiegarsi come un simile esemplare riesca a sopravvivere, mantenendo intatta la sua robustezza. In realtà, però, se si decide di dare spazio alla scienza, un motivo si riesce a trovarlo ed è legato sempre alla specie a cui appartiene.
La Prosopis cineraria, infatti, ha radici molto profonde in grado di raggiungere fonti d'acqua sotterranee, site anche a 50 metri nel sottosuolo. Inoltre, sono collocate al di sopra del livello del mare, come lo stesso terreno. Ciò favorisce l'approvvigionamento idrico dell'albero.
A questo si deve aggiungere la predisposizione dell'acacia ad assorbire l'acqua che gli occorre direttamente dall'aria grazie ad un ambiente umido, nonostante gli scarsi fenomeni piovosi.
Di sicuro, quindi, non sarà il clima a decretare l'eventuale morte di questa splendida Prosopis cineraria.
La sua esistenza, piuttosto, è messa a rischio dai turisti e dal loro comportamento irrispettoso. Nel corso degli anni si sono contate decine di episodi vandalici. Alcune persone hanno strappato foglie e rametti per portarseli via, come se fossero una sorta di portafortuna o di souvenir "dell'albero leggendario".
Altri hanno addirittura scritto sul tronco, deturpandolo impunemente.
Per questa ragione le autorità locali si sono mosse allo scopo di proteggere Shajarat-al-Hayat. Ed oggi un recinto in ferro ne circonda la base, impedendo così ai visitatori di avvicinarsi troppo. Tuttavia, è ancora possibile sedersi sotto la sua ombra (data la notevole estensione dei rami) e godere della sua frescura, magari organizzando un picnic per trascorrere qualche ora in compagnia, lontani dalla città.
L'aria che si respira intorno a quest'acacia, al di là di ogni spiegazione, continua ad avere in sé la magia delle storie immortali.
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