sabato 6 ottobre 2012
Lo sapevi che...
Lo sapevi che la caffeina fu isolata per la prima volta nel 1820 e che non si trova solo nei chicchi di caffè, ma in ben 60 piante, tra cui guaranà, piante di cola e foglie di tè? E che i suoi effetti sull’organismo durano circa tre ore? O che anche i prodotti decaffeinati ne contengono una dose, seppure minima? Sono tutte informazioni ricavate da un’infografica che svela anche gli effetti positivi e negativi della 1,3,7-trimetilxantina(il nome chimico della caffeina, ndr).
La caffeina agisce sul nostro umore, incrementando i livelli di dopamina e bloccando i recettori dell’adenosina (quando i livelli di adenosina nel cervello raggiungono certi valori, il corpo tende al sonno, ndr). Migliora temporaneamente memoria, attenzione e comprensione, chiarezza della visione e riflessi. E’ scientificamente provato che incrementa le performance degli sportivi e questo spiega perché il Comitato Olimpico Internazionale ne vieta l’uso prima delle gare.
Tra gli effetti collaterali della caffeina, i più noti sono insonnia, frequenti minzioni e diarrea. Inoltre può provocare dipendenza fisica ed essere letale, sebbene il limite di assunzione perché diventi un veleno mortale è alto: bisogna assumere 100 tazze di caffè in un intervallo di tempo di 4 ore.
Le pietre che camminano
Il mistero delle pietre che camminano:
Da decenni, le rocce mobili della Valle della Morte sconcertano gli scienziati. Ma oggi una ricerca della NASA potrebbe aver risolto l'enigma.
Una delle misteriose pietre che "camminano” nel Death Valley National Park (la Valle della Morte tra California e Nevada) lascia dietro di sé la scia del proprio passaggio. Le pietre si trovano nel Racetrack ("pista da corsa”), il letto di un lago asciutto nella Valle della Morte, e rappresentano un fenomeno che sconcerta gli studiosi fin dagli anni Quaranta del Novecento. Benché si ritenga che le pietre si muovano alla stessa velocità di un uomo in cammino, nessuno le ha mai viste in movimento. Gli studi condotti in passato hanno escluso che la gravità o i terremoti possano essere annoverate fra le cause degli spostamenti. Ora però uno studio condotto dal Goddard Space Flight Center della NASA sembra avvalorare l'ipotesi che, durante l'inverno, le pietre possano scivolare su piccoli "collari” di ghiaccio. Secondo Cynthia Cheung, primo ricercatore del progetto, questi si formerebbero attorno alle rocce quando l'acqua scende dalle colline circostanti e si ghiaccia sul letto del lago. Più acqua che scorre potrebbe consentire alle pietre di "galleggiare”. Una squadra composta da laureandi e dottorandi si occupa di studiare i dati prodotti da minuscoli sensori posti sotto la superficie del suolo per monitorare i flussi dell'acqua. È stato così scoperto che i sensori registrano temperature di congelamento in marzo, le quali fornirebbero le circostanze adatte alla formazione dei collari di ghiaccio. Cionostante, la teoria dei collari di ghiaccio è tutt'altro che consolidata, sottolinea Cheung: "Le difficili condizioni dei vari microclimi del deserto comportano che ogni roccia possa essere mossa da una forza diversa, e potrebbe esserci più di un'ipotesi che spiega gli spostamenti".
A volte le pietre si spostano in coppie (come in quest'immagine scattata nell'estate 2010), forse, ipotizza Cheung, grazie a un unico "tappeto” di ghiaccio in comune.
Una delle misteriose pietre che "camminano” nel Death Valley National Park (la Valle della Morte tra California e Nevada) lascia dietro di sé la scia del proprio passaggio. Le pietre si trovano nel Racetrack ("pista da corsa”), il letto di un lago asciutto nella Valle della Morte, e rappresentano un fenomeno che sconcerta gli studiosi fin dagli anni Quaranta del Novecento. Benché si ritenga che le pietre si muovano alla stessa velocità di un uomo in cammino, nessuno le ha mai viste in movimento. Gli studi condotti in passato hanno escluso che la gravità o i terremoti possano essere annoverate fra le cause degli spostamenti. Ora però uno studio condotto dal Goddard Space Flight Center della NASA sembra avvalorare l'ipotesi che, durante l'inverno, le pietre possano scivolare su piccoli "collari” di ghiaccio. Secondo Cynthia Cheung, primo ricercatore del progetto, questi si formerebbero attorno alle rocce quando l'acqua scende dalle colline circostanti e si ghiaccia sul letto del lago. Più acqua che scorre potrebbe consentire alle pietre di "galleggiare”. Una squadra composta da laureandi e dottorandi si occupa di studiare i dati prodotti da minuscoli sensori posti sotto la superficie del suolo per monitorare i flussi dell'acqua. È stato così scoperto che i sensori registrano temperature di congelamento in marzo, le quali fornirebbero le circostanze adatte alla formazione dei collari di ghiaccio. Cionostante, la teoria dei collari di ghiaccio è tutt'altro che consolidata, sottolinea Cheung: "Le difficili condizioni dei vari microclimi del deserto comportano che ogni roccia possa essere mossa da una forza diversa, e potrebbe esserci più di un'ipotesi che spiega gli spostamenti".
A volte le pietre si spostano in coppie (come in quest'immagine scattata nell'estate 2010), forse, ipotizza Cheung, grazie a un unico "tappeto” di ghiaccio in comune.
Monza, il tesoro di Teodolinda
La Corona Ferrea o Corona del Ferro è un'antica e preziosa corona che venne usata dall'Alto Medioevo fino al XIX secolo per l'incoronazione dei Re d'Italia. Per lungo tempo, gli imperatori del Sacro Romano Impero ricevettero questa incoronazione.
All'interno della corona vi è una lamina circolare di metallo: la tradizione vuole che essa sia stata forgiata con il ferro di uno dei chiodi che servirono alla crocifissione di Gesù. Per questo motivo la corona è venerata anche come reliquia, ed è custodita nel duomo di Monza nella Cappella di Teodolinda.
La nostra spazzatura uccide
Uccisi dalla plastica
i capodogli spiaggiati in Puglia
Buste di plastica, pezzi di corda, scatole e contenitori di vari materiali sono stati trovati nello stomaco di quattro dei sette capodogli piaggiati in località Foce Varano, nel comune di Peschici, sul Gargano, in Puglia. La scoperta è stata compiuta dal professore Giuseppe Nascetti, pro-rettore dell'università della Tuscia, ritenuto uno massimi esperiti mondiali di parassitologia ed ecologia marina, chiamato come esperto a valutare le cause dello spiaggiamento e della successiva morte dei cetacei. Secondo Nascetti, i capodogli potrebbero aver scambiato gli oggetti trovati nei loro stomaci per calamari, unico cibo di cui si nutrono. "Quello che sembrava il capobranco - spiega l'esperto - ne aveva lo stomaco colmo. Un pò meno gli altri tre. Ma la morte di tutti e sette gli esemplari è riconducibile al fatto che i tre capodogli che non avevano ingerito oggetti di plastica abbiano seguito il capobranco andando come lui a morire sulla spiaggia. Un comportamento legato allo spirito gregario ai gruppi di giovani maschi". Nei prossimi giorni Nascetti invierà una dettagliata relazione sui risultati dei suoi rilievi sulle carcasse dei capodogli alle autorità pugliesi e al ministero dell'Ambiente. Nascetti ha ipotizzato anche le ragioni che potrebbero aver "ingannato" i capodogli, facendo loro scambiare le buste di plastica e gli altri oggetti trovati nei loro stomaci per calamari. "Ritengo - spiega - che siano stati disturbati dall'intenso traffico delle navi nell'Adriatico. E non solo quelle militari con i loro sonar. Alcune grandi imbarcazioni eseguono ricerche di idrocarburi al di sotto dei fondali marini emettendo forti ed improvvisi rumori che interferiscono con i sistemi di ricerca di cibo dei capidogli disorientandoli". Per Nascetti tutti gli spiaggiamenti di cetacei che avvengono sono riconducibili all'inquinamento materiale e acustico che, dopo la terraferma, sta invadendo anche i mari.
Buste di plastica, pezzi di corda, scatole e contenitori di vari materiali sono stati trovati nello stomaco di quattro dei sette capodogli piaggiati in località Foce Varano, nel comune di Peschici, sul Gargano, in Puglia. La scoperta è stata compiuta dal professore Giuseppe Nascetti, pro-rettore dell'università della Tuscia, ritenuto uno massimi esperiti mondiali di parassitologia ed ecologia marina, chiamato come esperto a valutare le cause dello spiaggiamento e della successiva morte dei cetacei. Secondo Nascetti, i capodogli potrebbero aver scambiato gli oggetti trovati nei loro stomaci per calamari, unico cibo di cui si nutrono. "Quello che sembrava il capobranco - spiega l'esperto - ne aveva lo stomaco colmo. Un pò meno gli altri tre. Ma la morte di tutti e sette gli esemplari è riconducibile al fatto che i tre capodogli che non avevano ingerito oggetti di plastica abbiano seguito il capobranco andando come lui a morire sulla spiaggia. Un comportamento legato allo spirito gregario ai gruppi di giovani maschi". Nei prossimi giorni Nascetti invierà una dettagliata relazione sui risultati dei suoi rilievi sulle carcasse dei capodogli alle autorità pugliesi e al ministero dell'Ambiente. Nascetti ha ipotizzato anche le ragioni che potrebbero aver "ingannato" i capodogli, facendo loro scambiare le buste di plastica e gli altri oggetti trovati nei loro stomaci per calamari. "Ritengo - spiega - che siano stati disturbati dall'intenso traffico delle navi nell'Adriatico. E non solo quelle militari con i loro sonar. Alcune grandi imbarcazioni eseguono ricerche di idrocarburi al di sotto dei fondali marini emettendo forti ed improvvisi rumori che interferiscono con i sistemi di ricerca di cibo dei capidogli disorientandoli". Per Nascetti tutti gli spiaggiamenti di cetacei che avvengono sono riconducibili all'inquinamento materiale e acustico che, dopo la terraferma, sta invadendo anche i mari.
Myanmar - Birmania
Myanmar - Birmania
Affascinante Paese ricco di tradizioni con una cultura millenaria, il Myanmar chiamato anche “Il Paese delle Mille Pagode” o “la Terra dorata”, offre l’opportunità di immergersi totalmente nell’essenza della cultura e della filosofia buddhista.
Il Myanmar è probabilmente il Paese che in Oriente ha il maggior numero di templi buddhisti antichi e moderni; alcuni di essi come la Shwedagon Pagoda di Yangon, l’Ananda Pahto, il Shwegugyi Pahto e la Shwezigon Pagoda di Bagan, la Shwemawdaw Pagoda di Bago sono imponenti capolavori architettonici costruiti tra l’800 e il 1.100 DC con grande uso di materiali pregiati come l’oro e le pietre preziose.
L’atmosfera che regna all’interno di questi templi è magica; monaci e fedeli si incontrano quotidianamente per pregare, fare offerte al Buddha e ai numerosi spiriti (NAT) importanti nella vita di ogni uomo o donna birmana. I templi sono anche luoghi per riposare, per parlare, incontrarsi, meditare; sono il fulcro, l’essenza della filosofia di vita in Myanmar.
Centrali nucleari funzionanti in Europa
Ci sono 195 centrali nucleari.
In Europa
La cosa incredibile è che in Italia non ce n'è nemmeno una...però siamo sicuri che se succedesse qualcosa nei paesi confinanti, la nube nucleare si fermerebbe al confine ?
La cosa incredibile è che in Italia non ce n'è nemmeno una...però siamo sicuri che se succedesse qualcosa nei paesi confinanti, la nube nucleare si fermerebbe al confine ?
Tartaruga al Faraana Reef di Sharm el Sheikh in Egitto
La tartaruga di questa specie, Eretmochelys imbricata, è la più frequente in Mar Rosso dove si riproduce lungo tutte le coste. Il periodo riproduttivo si estende da Febbraio a Luglio. Il maschio si riconosce dalla coda allungata. La tartaruga embricata si ciba in prevalenza di spugne, coralli molli della barriera ed altri invertebrati bentonici.
Il carapace è uno scudo convesso a forma di cuore con quattro paia di scudi laterali. Le piastre cornee sono caratteristicamente sovrapposte tra loro da ciò il nome della specie.
E' una tartaruga che può raggiungere il metro di lunghezza e superare i 130 chili di peso. E' sottoposta ad una caccia spietata per via delle bellissime piastre cornee del suo carapace.
Myxomiceti
Myxomiceti
dal greco “myxa”= muco, mucillagine e “myketes”= funghi, esemplare di Fuligo septicada cui il nome popolare di funghi mucillaginosi
Se ne ritrovano descrizioni scientifiche fin dal 1600, dove vengono classificati come “funghi”; nel 1800 vengono posti in un gruppo a sé stante, i “Myxomycetes”, anche se sempre all'interno del regno dei funghi (Fungi). Per alcuni studiosi, trattandosi di esseri che in alcuni stadi della vita assumono caratteristiche animali mentre in altri quelle di funghi, meriterebbero di essere collocati in un regno a sé stante, i Mycetozoa. Attualmente sono collocati, sempre con il nome di Mycetozoa, come sottogruppo all'interno del phylum degli Amoebozoa. Ma non è ancora detta l'ultima parola... Gli “slime molds” nascono infatti da una spora, come i funghi; da questa spora si sviluppa una cellula ameboide, dotata di flagelli per la deambulazione; quando due di queste amebe si fondono si forma una cellula che può arrivare ad avere anche migliaia di nuclei, detta plasmodio, che forma una massa gelatinosa in grado di muoversi in cerca di cibo. Se le condizioni ambientali sono adatte tale massa produce dei corpi fruttiferi nei quali maturano le spore.
questo slime è il diffuso Physarum polycephalum Il plasmodio può formare un'unica massa anche di 50 metri quadrati, e il suo movimento può raggiungere diversi centimetri all'ora, a seconda della disponibilità di cibo. Si cibano di vegetazione marcescente, batteri, funghi e altri slime. Vivono in luoghi umidi, nei boschi e nelle foreste, su letti di foglie, nel sottobosco, su tronchi caduti. Incredibile ma vero vi sono studi, come quello riportato nell'articolo “Intelligence: Maze-Solving by an Amoeboid Organism,” di Toshiyuki Nakagaki, Hiroyasu Yamada e Ágota Tóth, pubblicato su Nature, vol. 407, settembre 2000, p. 470, in cui uno “slime”, il comune Physarum polycephalum, riesce ad orientarsi in un labirinto, facendo così concorrenza ai topi da laboratorio.
Se ne ritrovano descrizioni scientifiche fin dal 1600, dove vengono classificati come “funghi”; nel 1800 vengono posti in un gruppo a sé stante, i “Myxomycetes”, anche se sempre all'interno del regno dei funghi (Fungi). Per alcuni studiosi, trattandosi di esseri che in alcuni stadi della vita assumono caratteristiche animali mentre in altri quelle di funghi, meriterebbero di essere collocati in un regno a sé stante, i Mycetozoa. Attualmente sono collocati, sempre con il nome di Mycetozoa, come sottogruppo all'interno del phylum degli Amoebozoa. Ma non è ancora detta l'ultima parola... Gli “slime molds” nascono infatti da una spora, come i funghi; da questa spora si sviluppa una cellula ameboide, dotata di flagelli per la deambulazione; quando due di queste amebe si fondono si forma una cellula che può arrivare ad avere anche migliaia di nuclei, detta plasmodio, che forma una massa gelatinosa in grado di muoversi in cerca di cibo. Se le condizioni ambientali sono adatte tale massa produce dei corpi fruttiferi nei quali maturano le spore.
questo slime è il diffuso Physarum polycephalum Il plasmodio può formare un'unica massa anche di 50 metri quadrati, e il suo movimento può raggiungere diversi centimetri all'ora, a seconda della disponibilità di cibo. Si cibano di vegetazione marcescente, batteri, funghi e altri slime. Vivono in luoghi umidi, nei boschi e nelle foreste, su letti di foglie, nel sottobosco, su tronchi caduti. Incredibile ma vero vi sono studi, come quello riportato nell'articolo “Intelligence: Maze-Solving by an Amoeboid Organism,” di Toshiyuki Nakagaki, Hiroyasu Yamada e Ágota Tóth, pubblicato su Nature, vol. 407, settembre 2000, p. 470, in cui uno “slime”, il comune Physarum polycephalum, riesce ad orientarsi in un labirinto, facendo così concorrenza ai topi da laboratorio.
Pogonofori
Pogonofori
Considerati affini agli Anellidi, i pogonofori sono gli unici animali non parassiti privi di tubo digerente. Il loro corpo è protetto da un tubo chitinoso lungo da qualche centimetro a due metri, conficcato sul fondo marino. Sono dotati di uno o più tentacoli cavi che possono ritirarsi dentro al tubo. Il cibo, catturato mediante i tentacoli, viene digerito in una cavità formata temporaneamente dai tentacoli stessi, i quali provvedono anche ad assorbire i nutrienti. I tentacoli espletano anche attività respiratoria. Sono animali sessuati, la cui biologia è tuttora pressoché sconosciuta e la cui collocazione sistematica è tuttora incerta. La loro velocità di crescita, dipendente dalle risorse, va da 1-2 centimetri all'anno fino all'incredibile ritmo di 80 centimetri all'anno.
Ne sono stati reperiti esemplari anche a 9000 metri di profondità, in varie aree del pianeta. Alcune specie di Pogonofori vivono in simbiosi con batteri che metabolizzano l'acido solfidrico delle sorgenti termali sottomarine, riuscendo così a sopravvivere in habitat caratterizzati da condizioni di vita infernale in quanto a pressione, temperatura e scarsità di cibo “normale”, ambienti tra l'altro privi completamente di luce e poveri di ossigeno, tanto che i Pogonofori e le altre specie che abitano queste particolari nicchie ecologiche risultano di grande interesse per gli studiosi di esobiologia, ovvero la disciplina che studia le possibilità di vita su altri pianeti. Particolarmente interessante e aggiornato al riguardo è il volume di Cesare Guaita, “Alla ricerca della vita nel sistema solare”, che prima di farci viaggiare nelle stelle ci porta appunto a visitare gli abissi oceanici, in particolare il formidabile sito denominato “Rose Garden”, scoperto negli anni '70 dal batiscafo Alvin presso le isole Galapagos. Il nome “Rose Garden” è dovuto all'incredibile rigoglio della fauna del luogo, che fino a pochi anni fa sarebbe stato giudicato inadatto alla vita, mentre è un brulicare di bivalvi, granchi e una vera e propria foresta di pogonofori, come il Riftia pachyptila.
Considerati affini agli Anellidi, i pogonofori sono gli unici animali non parassiti privi di tubo digerente. Il loro corpo è protetto da un tubo chitinoso lungo da qualche centimetro a due metri, conficcato sul fondo marino. Sono dotati di uno o più tentacoli cavi che possono ritirarsi dentro al tubo. Il cibo, catturato mediante i tentacoli, viene digerito in una cavità formata temporaneamente dai tentacoli stessi, i quali provvedono anche ad assorbire i nutrienti. I tentacoli espletano anche attività respiratoria. Sono animali sessuati, la cui biologia è tuttora pressoché sconosciuta e la cui collocazione sistematica è tuttora incerta. La loro velocità di crescita, dipendente dalle risorse, va da 1-2 centimetri all'anno fino all'incredibile ritmo di 80 centimetri all'anno.
Ne sono stati reperiti esemplari anche a 9000 metri di profondità, in varie aree del pianeta. Alcune specie di Pogonofori vivono in simbiosi con batteri che metabolizzano l'acido solfidrico delle sorgenti termali sottomarine, riuscendo così a sopravvivere in habitat caratterizzati da condizioni di vita infernale in quanto a pressione, temperatura e scarsità di cibo “normale”, ambienti tra l'altro privi completamente di luce e poveri di ossigeno, tanto che i Pogonofori e le altre specie che abitano queste particolari nicchie ecologiche risultano di grande interesse per gli studiosi di esobiologia, ovvero la disciplina che studia le possibilità di vita su altri pianeti. Particolarmente interessante e aggiornato al riguardo è il volume di Cesare Guaita, “Alla ricerca della vita nel sistema solare”, che prima di farci viaggiare nelle stelle ci porta appunto a visitare gli abissi oceanici, in particolare il formidabile sito denominato “Rose Garden”, scoperto negli anni '70 dal batiscafo Alvin presso le isole Galapagos. Il nome “Rose Garden” è dovuto all'incredibile rigoglio della fauna del luogo, che fino a pochi anni fa sarebbe stato giudicato inadatto alla vita, mentre è un brulicare di bivalvi, granchi e una vera e propria foresta di pogonofori, come il Riftia pachyptila.
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