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domenica 13 marzo 2022

Scoperto in Antartide, il relitto della Endurance, la nave di Shackleton

 


E’ stata finalmente localizzata dai droni sottomarini la barca dell’esploratore Ernest Shackleton, dopo 107 anni. Il 44 metri in legno, stritolato dai ghiacci e affondato nel 1915, giace sul fondo del mare di Weddell, a est dell’Antartide, a 3.008 metri di profondità. Il merito del ritrovamento va alla missione Endurance22 partita da Città del Capo, sulla rompighiaccio Agulhas II, capitanata dal dottor John Shears.

Localizzato il relitto, gli studiosi ora effettueranno foto e una mappatura della zona, ma non toccheranno in alcun modo la nave poiché nel Trattato Antartico (che regolamenta l’utilizzo delle porzioni disabitate dell’Antartide), il relitto dell’Endurance è stato definito un monumento e va protetto.

Perché è un monumento? Perché il tre alberi Endurance è il simbolo di quella che è considerata la più grande impresa nella storia della marineria.


Qualche tempo fa una rivista statunitense ha chiesto ai suoi lettori chi fosse, secondo loro, il più grande navigatore di tutti i tempi.

 Forse vi aspettereste nomi del calibro di Joshua Slocum, Tabarly o al limite, se siete nostalgici, Cristoforo Colombo. E invece no. Per gli americani, il più grande è un esploratore, che si è rivelato, nel momento di vera difficoltà, anche un eccellente navigatore.

Stiamo parlando di Ernest Shackleton.

 Tre volte, invano, ha sfidato il Polo Sud. La sua nave è stata stritolata dai ghiacci. Lui non si è mai arreso: navigando per ottocento miglia su una scialuppa di sette metri in Antartide, ha salvato tutti i 27 membri del suo equipaggio. 

Scopriamo chi è il più grande esploratore di tutti i tempi.


“Datemi Scott a capo di una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace, ma se siete nelle avversità e non intravedete via d’uscita inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton”.

 A pronunciare queste parole fu Raymond Priestley, geologo, geografo ed esploratore britannico, anche presidente della Royal Geographical Society. Esagerato? Per niente. Ernest Shackleton è, ancora oggi, l’emblema dell’uomo capace di portare a termine l’impossibile.

Nato nel 1874 a Kilkea House, in Irlanda, Ernest Henry Shackleton a sedici anni si arruola su una nave della marina mercantile britannica, fuggendo dagli studi medici ai quali lo aveva indirizzato il padre

Dieci anni di viaggi tra l’Oceano Pacifico e l’Indiano fanno maturare in lui la convinzione che la marina mercantile non sia adeguata a soddisfare le sue ambizioni. La voglia di raggiungere fama e ricchezza lo spingono quindi a intraprendere la carriera di esploratore e per iniziare si aggrega alla spedizione antartica organizzata dalla Royal Geographical Society e guidata da Robert Falcon Scott, un altro mostro sacro dell’esplorazione dei poli.

L’obiettivo della spedizione è quello di raggiungere per primi il Polo Sud. 

Scott e Shackleton arrivano a circa 480 miglia dal Polo Sud prima di doversi arrendere. 

Si crea, tra i due, una frattura, secondo alcuni causata dalla sempre crescente popolarità di Ernest tra i membri della spedizione, e alla base della decisione di Scott di rimandare il collega in Inghilterra adducendo cause di salute.

 Passano quattro anni prima che Shackleton possa tornare al Polo Sud, questa volta a capo di una sua spedizione. 

A bordo del tre alberi Nimrod e grazie all’aiuto finanziario del governo australiano e e di quello neozelandese, nella primavera del 1907 raggiunge l’Isola di Ross, dove allestisce il campo base (ancora oggi visibile).

Ufficialmente la spedizione si trova lì per analizzare la mineralogia dell’Antartide, ma il vero motivo è sempre lo stesso: arrivare per primi al Polo Sud. 

Shackleton si sente forte e preparato, grazie soprattutto all’esperienza acquisita nella spedizione precedente. Ma i preparativi si rivelano ancora una volta insufficienti. 

I membri della spedizione erano marinai e non esperti sciatori. La decisione di utilizzare i pony della manciuria è controproducente, tanto che devono essere progressivamente abbattuti. 

Nonostante tutto questo, i membri della spedizione riescono ad arrivare a soli 180 chilometri dal polo sud.

 Qui, Shackleton dimostra un grande spirito critico e una notevole capacità di valutare la situazione: anche se il traguardo è ormai a un passo, si rende conto che, avanzando ancora, il ritorno sarebbe impossibile. 

Decide di quindi di fare rientro al campo base. A chi gli ha chiesto il perché di quella decisione, ha sempre risposto: “Meglio un asino vivo che un leone morto”.




Per tre anni comunque Shackleton detiene il primato di avvicinamento al Polo Sud, che gli viene strappato quando prima Roald Amundsen e poi Scott lo raggiungono. 

Rimane un’unica conquista di prestigio: la traversata del continente antartico. è il 1° agosto 1914, alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando la tre alberi Endurance parte con a bordo ventotto uomini. 

Varata in Norvegia dai cantieri navali Framnaes Schipyard, si tratta di un veliero lungo 44 metri, dotato anche di un motore a singola elica sviluppante una potenza di circa 350 cavalli, che le consente una velocità media di 10 nodi, progettato espressamente per le esplorazioni artiche.


Ma le condizioni della banchisa sono proibitive e particolarmente estese: il 19 gennaio l’Endurance rimane incastrata nel pack.

 “La nostra posizione al mattino del 19 era lat. 76°34’S, long. 31°30’O. Il tempo era buono, ma era impossibile avanzare. Durante la notte il ghiaccio aveva circondato la nave e dal ponte non era possibile vedere mare libero”, scrive Shackleton nel suo diario di bordo.

Gli uomini trascorrono il lungo inverno australe a bordo della nave, ma il 27 ottobre l’Endurance viene abbandonata e un mese dopo è completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio.

 Shackleton trasferisce l’equipaggio sulla banchisa in un accampamento d’emergenza chiamato “Ocean Camp” dove rimangono fino al 29 dicembre, quando si spostano, trasportando al traino tre scialuppe di salvataggio, su un lastrone di banchisa che chiamano “Patience (pazienza, in inglese) Camp”. Mai nome fu più azzeccato.

L’equipaggio è costretto ad attendere mesi prima di potersi muovere di nuovo

Nell’aprile 1916 gli uomini, notato che il ghiaccio inizia a frantumarsi, salgono a bordo delle scialuppe. Shackleton ha già in mente dove dirigere il gruppo. 

La destinazione migliore sarebbe l’Isola Desolation, circa 160 miglia a ovest. Le altre possibili destinazioni sono due isole più vicine, Elephant e Clarence. 

Una volta salpati, i membri dell’equipaggio si ritrovano costantemente bagnati e impossibilitati ad accendere il fuoco per scaldarsi o per sciogliere il ghiaccio (fondamentale per dissetarsi). Shackleton capisce di non avere altra scelta, deve raggiungere al più presto la terraferma: dopo sette giorni di navigazione tutte e tre le scialuppe arrivano all’isola Elephant, la cui superficie è quasi completamente ricoperta di neve e ghiaccio e battuta senza sosta da forti venti. Se già di per sé la capacità di Shackleton di mantenere in vita l’equipaggio fino a questo momento è stata notevole, è proprio ora che la spedizione entra nel mito.


Shackleton capisce infatti che è fondamentale ripartire in fretta, destinazione la Georgia del Sud, base di una flotta di baleniere. 

Una decisione che a prima vista appare folle: si tratta di affrontare più di 800 miglia in uno degli oceani più pericolosi del mondo a bordo della James Caird, una delle scialuppe lunghe sette metri salvate dalla distruzione dell’Endurance. 

Per preparare la barca viene rialzato il bordo libero, rinforzata la chiglia e costruito uno ponte improvvisato in legno e tessuto intriso d’olio e sangue di foca per renderlo impermeabile.

 Per stabilire la rotta, l’equipaggio ha a disposizione solo un cronometro e un sestante. Date le scarse speranze di successo, Shackleton decide di caricare viveri per solo quattro settimane: se non avrà raggiunto la destinazione entro quel lasso di tempo, probabilmente significherà che sono affondati e, peggio, persi nei mari australi.

E’ il 24 aprile 1916 quando Shackleton e i cinque uomini di equipaggio da lui scelti, lasciano l’isola Elephant. 

Affrontando onde gigantesche e raffiche di vento valutate intorno ai 100 km/h, dopo quindici giorni di navigazione giungono in vista della Georgia del Sud. 

Una tempesta li costringe a lottare nove ore per potersi avvicinare a terra ma, finalmente, il 10 maggio sbarcano. Le stazioni baleniere si trovano però sul versante opposto dell’isola. Di circumnavigarla non se ne parla, a causa dei venti dominanti e della costa rocciosa e piena di insidie. Anche l’entroterra non scherza però: l’area non è mai stata esplorata ed è composta da montagne ghiacciate.

Shackleton, insieme a due membri dell’equipaggio, trasforma le scarpe in ramponi infilando dei chiodi nelle suole e senza altro equipaggiamento percorre, in sole 36 ore, gli oltre trenta chilometri che separano il loro punto di atterraggio dalla base di Stromness.

 Qui viene accolto dagli increduli balenieri, che forse pensano di avere davanti a loro dei fantasmi… Organizzare i soccorsi per i ventidue uomini di equipaggio rimasti sull’Isola di Elephant non è per niente facile: il Regno Unito è impegnato nella Prima Guerra Mondiale e Shackleton capisce che non arriverà alcun aiuto dalla patria.

 Cerca dunque un appoggio in Sud America. Il 30 agosto, quattro mesi dopo la partenza dall’Isola di Elephant, l’esploratore irlandese riesce a raggiungere tutti i ventidue naufraghi a bordo di una nave militare cilena.

A portare di diritto Shackleton nell’Olimpo degli esploratori non è solo l’incredibile traversata a vela sulla James Caird, ma il fatto che, nonostante le incredibili traversie, non perde nessun membro della spedizione. 

Non pago delle sue esperienze, Shackleton salpa per l’Antartide, ancora una volta, nel 1921 a bordo della nave Quest.

 Ormai è un mito e il giorno della partenza da Londra viene salutato da una folla festante. Ma nel porto di Grytvyken, nella Georgia del Sud (chiamatelo destino), ha un attacco cardiaco e muore.

 Mentre il suo corpo era in viaggio per l’Inghilterra, la moglie dà disposizioni affinché venga sepolto proprio nel cimitero di Grytvyken. La sua vera casa.

Fonte: giornaledellavela



domenica 6 marzo 2022

La fontana dei Dioscuri


 Quando il visitatore arriva in piazza del Quirinale, la meta più probabile è probabilmente quella delle eleganti Scuderie, scelte spesso come scenario d’eccezione per mostre e rappresentazioni di grande richiamo.

 Un turista può anche essere interessato a fotografare la residenza del nostro Presidente della Repubblica, il Palazzo sul quale garrisce al vento il nostro tricolore, appeso al pennone più importante della capitale. Al centro della piazza (un tempo chiamata piazza di Monte Cavallo), che separa via del Quirinale da via XXIV maggio, svettano una coppia di possenti statue ed un grandioso obelisco egizio

L’abilità architettonica che ha prodotto questo maestoso gruppo scultoreo, unita alla componente di ingegno idraulico da cui scaturisce l’alimentazione idrica della magnifica vasca granitica sottostante, formano la Fontana cosiddetta dei Dioscuri.



Ma chi sono i Dioscuri, le maestose figure che svettano davanti al Palazzo del Quirinale? Si tratta dei figli del dio Zeus, Castore e Polluce, venerati dai romani in quanto protettori della città. Le statue originarie, di cui quelle posizionate sulla Fontana rappresentano una pregevole copia, sono state attribuite al grande scultore greco Fidia.

La storia della Fontana risale alla fine del XVI secolo. 

Durante i cinque anni di pontificato tra il 1585 ed il 1590, Papa Sisto V Felice Peretti (da cui prese il nome l’omonimo acquedotto, precedentemente noto come Alessandrino) diede incarico (1588) all’architetto Domenico Fontana di trasferire le due grandi statue dei Dioscuri (alte oltre cinque metri) nell’atto di frenare i rispettivi cavalli, spostandole nella posizione odierna dalle attigue Terme di Costantino (situate all’inizio della attuale via Nazionale). 

Dopo averlo fatto restaurare, Fontana posizionò il gruppo all’inizio della Strada Pialunghissima via che si snodava lungo le attuali via del Quirinale e via XX Settembre fino alla attuale Porta Pia, e rivolgendo i Dioscuri verso il Palazzo del Quirinale, a quei tempi residenza estiva dei pontefici. In tal modo, la prospettiva dell’intera struttura scultorea era ben visibile dal quadrivio in corrispondenza di via delle Quattro Fontane. 

Il gruppo fu collocato su un piedistallo, ai piedi del quale era posizionata la fontana, formata da una vasca a quattro lobi con una balaustra centrale che sorreggeva un catino dal quale l’acqua precipitava verso la conca sottostante. L’acqua defluiva poi da protomi leonine che ornavano, insieme a stemmi del casato sistino, i lati della vasca, alternati di forma rettilinea e concava.

Non ebbero poi seguito i due progetti ideati rispettivamente da Alessandro VII (seconda metà del XVII secolo), che aveva pensato di spostare la fontana in piazza S.S. Apostoli, e da Clemente XI (prima metà del XVIII secolo), che voleva sostituire l’intero gruppo con la Colonna Antonina, ritrovata da poco in piazza Montecitorio.

La sistemazione presente è opera di Pio VI Braschi (Papa tra il 1775 ed il 1799), che nel 1782 incaricò l’architetto Giovanni Antinori di aggiungere al centro della piazza il grande obelisco egizio in granito rosso (circa 29 metri di altezza) che originariamente si trovava, insieme a quello attualmente eretto in piazza dell’Esquilino (alle spalle della Basilica di Santa Maria Maggiore), a Campo Marzio in piazza Augusto Imperatore, sui lati del Mausoleo.

 I lavori dell’Antinori, che compresero anche il posizionamento dei Dioscuri ad angolo retto tra loro, durarono diversi anni (fino al 1786), tanto da fargli meritare il soprannome “non tirai” (anagramma del cognome), affibbiatogli dalla proverbiale sagacia dei romani, che commentarono inoltre “un asino non poteva spostare un cavallo”.

Successivamente ancora un pontefice, Pio VII Chiaramonti (1800-1823) commissionò (1818) all’architetto Raffaele Stern la sostituzione della precedente fontana con una grande vasca granitica di forma circolare dell’epoca romana, riscoperta nel 1587 durante i lavori dell’acquedotto Felice nei pressi del Foro Romano (anticamente noto come Campo Vaccino).

 In precedenza, su commissione di Papa Sisto V, la vasca era stata impiegata (1593) da Giacomo della Porta come abbeveratoio per animali nella Fontana del Mascherone nel Foro Boario, così chiamata per la scultura a forma di maschera da cui fuoriusciva l’acqua.


In realtà Stern completò un lavoro avviato precedentemente da Pio VI, che aveva disposto il trasferimento della vasca da Campo Vaccino. Ma durante lo spostamento le truppe napoleoniche avevano invaso Roma (era il 15 febbraio 1798) ed il gruppo dei Dioscuri era rimasto senza fontana fino alla sconfitta di Waterloo nel 1815, che aveva decretato di fatto il termine dell’occupazione francese

Solo allora, fu possibile a Stern riprendere e completare i lavori di trasferimento conferendo alla fontana la conformazione definitiva.


Ed è quest’ultima l’opera che ammiriamo oggi al centro di Piazza del Quirinale, proprio davanti alle finestre della residenza del Presidente della Repubblica Italiana. 

Fonte: www.ezrome.it

sabato 5 marzo 2022

Lo schiaffo di Anagni


 Benché nell'iconografia dell'epoca (siamo nel 1303) e in molti dipinti di epoca successiva l'episodio noto come "lo schiaffo di Anagni" fosse rappresentato proprio come uno schiaffo, dato a Papa Bonifacio VIII forse da Giacomo Colonna - dei Colonna, potente famiglia patrizia di Roma - o forse da uno dei cavalieri che lo avevano accompagnato nella presa del palazzo papale di Anagni e nel sequestro del Papa, più che di uno schiaffo vero e proprio probabilmente si trattò di un oltraggio morale, come molti in effetti lo definiscono.


Giurista, fondatore dell'Università La Sapienza di Roma e organizzatore del primo Giubileo, nel 1300. Ma anche arrogante, egocentrico, avido di soldi e potere: Bonifacio VIII fu un personaggio controverso.

 Dante Alighieri, che per i maneggi pontifici fu costretto all'esilio, gli riservò un posto nell'inferno ancor prima che fosse morto, mentre Jacopone da Todi lo apostrofò come "novello anticristo", pagando la sua audacia con la scomunica e il carcere.

 Le leggende popolari sul suo conto si sprecavano: c'era chi diceva fosse superstizioso, chi raccontava che il suo anello emanasse "un'ombra talvolta luccicante, talvolta no" e assumesse forme nuove, umane e animalesche. Di certo Bonifacio fu l'ultimo a concepire il pontefice come massima autorità spirituale e politica della cristianità, superiore a qualsiasi sovrano.

Nato ad Anagni intorno al 1230, Benedetto Caetani ebbe una rapida carriera ecclesiastica, conclusasi con la sua elezione a pontefice 4 giorni dopo l'abdicazione di Celestino V, che finì subito nelle sue grinfie: Bonifacio lo fece arrestare, temendo che i cardinali francesi a lui ostili potessero nominarlo antipapa.

 Da allora continuò a immischiarsi nelle vicende politiche francesi, fiorentine, spagnole, senza peraltro nessun'altra intenzione che giovare a se stesso. 

Odiato al di fuori dello Stato pontificio, Bonifacio non era amato neanche all'interno della Santa Sede: colpiti dal suo atteggiamento arrogante e accentratore, alcuni membri della Curia e dell'aristocrazia romana capeggiati dai cardinali Pietro e Giacomo Colonna gli si rivoltarono contro. Sostenevano che la sua elezione fosse illegittima e per questo nel 1297 lo dichiararono decaduto.

La vendetta del papa fu terribile: scomunicò i due cardinali, confiscò i loro beni e nel 1299 fece radere al suolo Palestrina, roccaforte dei Colonna, "perché non vi resti nulla, nemmeno la qualifica o il nome di città".

 I Colonna, che si rifugiarono in Francia, ebbero però la loro rivincita: aiutati dal re Filippo IV il Bello, che non accettò mai la sottomissione al papa, riuscirono a mettere il pontefice sotto processo, a giugno del 1303, per destituirlo.


I primi di settembre gli eventi precipitarono: Giacomo Sciarra Colonna e il consigliere di Stato francese, aiutati dalla borghesia di Anagni e da molti cardinali, assaltarono il palazzo pontificio, catturarono il papa e lo tennero prigioniero.

 Non risparmiarono le ingiurie, secondo alcuni persino fisiche: per questo l'episodio passò alla Storia come lo schiaffo di Anagni. Bonifacio si salvò solo grazie all'intervento dei suoi concittadini: fiaccato nel corpo e nello spirito, rientrò a Roma il 25 settembre e qui morì poco più di due settimane dopo.

Fonte: focus.it

martedì 22 febbraio 2022

L’orologio della Conciergerie, il più antico di Parigi


 L’ orologio, come recita il vocabolario, altro non è che un meccanismo per la misurazione del tempo. Dietro questa piccola parola, però, si nascondono sentimenti contrastanti, che hanno tutti a che fare con la vita e il modo di affrontarla di ciascuno.

Horloge! dieu sinistre, effrayant, impassible,

Dont le doigt nous menace et nous dit: Souviens-toi! …

Così comincia L’Horloge di Charles Baudelaire nei Fiori del male e il resto ve lo lascio immaginare…

L’orologio, elemento indispensabile per muoverci in questo mondo, ci tiranneggia.

Ma le cose non sono sempre andate così, penso, lasciandomi avvolgere dal blu lapislazzuli e dall’oro del più antico orologio di Parigi.


Si dà arie da gran signore, mostra orgoglioso i ricchi decori e si vanta della vivacità dei suoi colori, che lo fanno rifulgere come un arcobaleno dopo la pioggia sulla pietra chiara della Tour de l’Horloge, alla Conciergerie.

Di fianco alla Senna e al quai de l’Horloge, giusto per rimarcare la sua presenza vecchia di secoli là dove Parigi è nata, non passa certo inosservato, anche se gioca a nascondino con le foglie di un frondoso platano, che qualche zelante cittadino vorrebbe fare abbattere.

Per fortuna, la bellezza della natura e la sua utilità pubblica hanno avuto la meglio, e la Mairie lascia il platano lì dov’è, anche se copre un po’ il vecchio orologio.


C’era un tempo in cui era il cielo a scandire l’ininterrotto fluire del tempo e la vita seguiva placida i ritmi della natura, senza che ci fosse bisogno di un orologio. Poi, a qualcuno venne in mente di inventare clessidre e meridiane, che garantivano certo una maggiore precisione, ma niente aggiungevano alla giornata dell’uomo comune. I semplici continuarono imperterriti a guardare il cielo. 

Nel medioevo le cose cambiarono e si avvertì l’imprescindibile esigenza di accordare i ritmi dell’intera comunità.

 L’ora cominciò a correre sul rintocco grave di una campana. La vita pubblica si adeguò alle cadenze precise di quella liturgica e il lavoro nei campi, nelle botteghe, e persino la giornata delle massaie, seguivano le ore canoniche dei monasteri.

Certo non ci si alzava per il mattutino, che risuonava nel silenzio immacolato che precede l’alba. A meno che non si fosse molto devoti o, all’opposto, grandi peccatori, decisi a recitare le lodi del mattino assieme ai monaci.

Di sicuro, però, la sveglia suonava all’ora prima, ovvero intorno alle sei e il lavoro terminava con i rintocchi dei Vespri, al tramonto.

Tutto questo conformarsi alle ore liturgiche faceva piuttosto innervosire l’amministrazione pubblica, che faticava non poco a stabilire il primato della legge dell’uomo su quella di Dio.


Fu così che si pensò di costruire delle torri dotate di un orologio meccanico, spesso associate al municipio, per regolare la giornata dei cittadini, in diretta concorrenza con le campane del Signore.

Gli orologiai, artigiani dalle mani d’oro, molto stimati all’epoca, si sbizzarrirono e gareggiarono in savoir-faire.

Ancora oggi troviamo in giro per l’Europa torri-orologio con incredibili automi che offrono un delizioso spettacolo a ogni cambio di ora.

La torre dell’orologio divenne quindi un simbolo, un punto di riferimento per la cittadinanza, che poteva adeguare la propria vita all’ora del re.

Ecco dunque come si spiega la presenza del grosso orologio dalla foggia antica su un muro del palazzo di giustizia di Parigi .


Il fatto che sembri nuovo fiammante non ci deve trarre in inganno, perché si tratta del primo orologio pubblico della città, restaurato con grande cura nel 2012.

Fu ordinato dal re Charles V attorno al 1370 per il palazzo di giustizia, che un tempo era stato la sua residenza. Sconvolto dall’insurrezione del 1358 guidata da Étienne Marcel e dall’assalto della cittadinanza al palazzo reale della Cité, il prudente Charles pensò bene di andare ad abitare altrove.

Autore della delicata meccanica fu un orologiaio lorenese, Henri de Vic, che per ordine del re fu alloggiato nella torre dell’orologio affinché se ne prendesse cura. Lo stipendio pattuito fu di sei soldi parisi (antico nome dei primi abitanti di Parigi) al giorno.

Tutta la città si dava appuntamento ai piedi della torre per ascoltare l’ora del re.
Si trattò di un forte segnale politico, con cui la monarchia cominciò ad affrancarsi dal potere della chiesa.

L’anno seguente, la Tour de l’horloge fu dotata di una campana in argento, i cui rintocchi celebravano la nascita e la morte dei sovrani e dei loro figli.

Nel 1418, i cittadini, stanchi di contare i rintocchi dell’orologio per conoscere l’ora, chiesero a gran voce un quadrante esterno

Parte dell’aspetto dell’orologio giunto a noi risale a quel periodo.

Già nel 1472 il quadrante subì un importante restauro condotto da Philippe Brille.

Durante il suo regno, Henri II fece aggiungere ai lati del frontone il suo monogramma, intrecciato a quello della reale consorte, Caterina de Medici. O almeno così voleva far credere. 

Con lo stesso stratagemma grafico già utilizzato altrove, riuscì a far apparire su un’opera pubblica le sue iniziali e quelle dell’amante, Diana di Poitiers. 

Nel 1585 il re Henri III ordinò un nuovo quadrante, la cui imponente cornice fu realizzata dallo scultore Germain Pilon, figura di rilievo già alla corte del padre e di Caterina. 

Due grandi figure allegoriche furono poste ai lati, la Giustizia e la Legge.

Anche Henri IV, che gli succedette al trono, volle lasciare il suo segno.

 Nel soffitto dell’arco che protegge il quadrante, il suo monogramma, intrecciato a quello della regina Maria de Medici, è alternato al monogramma fedigrafo di Henri II.

L’orologio fu di nuovo restaurato nel 1685, ma durante la Rivoluzione i Sanculotti, che se ne andavano in giro per Parigi a prendere a martellate tutti i simboli reali, lo danneggiarono sensibilmente.

 Bisognerà attendere il XIX secolo perché l’orologio del re ritrovi il suo antico splendore, grazie a M. Toussaint e ai disegni originali di Germain Pilon.

Nel restauro del 2012, invece, sono stati presi a modello i documenti relativi al restauro del 1852.

 Numerosi dettagli hanno ritrovato il loro posto e si possono di nuovo ammirare teste di ariete, colombe, mascheroni e cherubini, a fianco delle insegne e degli emblemi reali.

Inoltre, sotto il quadrante sono state apposte le date dei due restauri maggiori, avvenuti rispettivamente nel 1852 e nel 1909.


Sono, inoltre, presenti due epigrafi in lingua latina. La prima, nella parte superiore del quadrante, recita: “Colui che ha già dato due corone gliene darà una terza”, riferimento a Re Enrico III, contemporaneamente re di Francia e di Polonia. L’iscrizione in basso riporta invece la frase: “Questa macchina che suddivide le ore in dodici parti così perfette, insegna a preservare la Giustizia e a difendere le leggi”.

Fonte: frammentidiparigi

lunedì 14 febbraio 2022

La “fenestella” magica sul golfo di Napoli


 Napoli è una di quelle destinazioni che forse è meglio non raggiungere se lì non si vuole lasciare il cuore.

 Perché questo accade sempre. Ogni volta che si guarda il maestoso Vesuvio che si staglia su tutto il golfo, quando si passeggia tra le vie e i vicarielli, quando si ascoltano le storie, intrise di fascino e di leggenda, quando si osservano le meraviglie antiche e moderne.

Ecco cos’è Napoli, una città le cui leggende hanno creato una realtà persino più magica, intricata e meravigliosa di tutto ciò che è universalmente tangibile. 

Una realtà fatta si storie fuori dall’ordinario come quella della fenestella conosciuta in tutto il mondo dove si perpetua la magia.


Marechiaro, il piccolo borgo che si trova nel quartiere di Posillipo a Napoli , conserva una storia meravigliosa, quella cantata nei versi del poeta Salvatore Di Giacomo e accompagnati dalla musica di Francesco Paolo Tosti. Una storia che comincia da una piccola finestra, apparentemente anonima, che si affaccia sul golfo.

La storia vuole che qui, il poeta e scrittore napoletano, si lasciò suggestionare da quella piccola finestra che sul davanzale aveva esposto un garofano. Guardandola si lasciò ispirare per la creazione di quella che è diventata una delle più celebri canzoni napoletane in Italia e nel mondo.

Così è nato Marechiare, il brano interpretato da numerosi protagonisti della musica italiana, quello persino tradotto in altre lingue. Quello che spinge i viaggiatori del globo a raggiungere Posillipo per entrare dentro i versi di quella canzone.

Quanno spónta la luna a Marechiare,
pure li pisce nce fanno a ll’ammore

 Riscoprire le origini della celebre canzone e vivere la suggestione che ruota attorno a quelle parole è un’occasione perfetta per raggiungere Marechiaro

Il piccolo borgo di pescatori, infatti, è meraviglioso. Questo luogo non segue le più tradizionali leggi del tempo ma solo quello del rumore delle onde che scandisce i ritmi delle giornate.

L’azzurro del cielo e del mare si incontrano e si fondono all’orizzonte mentre sembrano stringere in un abbraccio il golfo di Napoli e l’imponente Vesuvio

Il nome stesso del borgo è un’invito a contemplare la bellezza dei ritmi lenti. Il nome Marechiaro non fu scelto, infatti, per le acque cristalline per come si può credere, ma per la quiete di un mare calmo, lento, dove le onde si muovono chianu chianu.

Il borgo è piccolo ma estremamente affascinante e suggestivo. È bello di giorno ma è meraviglioso di notte quando il sole lascia spazio alle tenebre e le luci, accendendosi, si riflettono sull’acqua. L’atmosfera è sospesa nel tempo e nello spazio e la magia ha ufficialmente inizio.


E la fenestrella di Marechiaro? Quella si trova sempre al suo posto, perché è suo di diritto, ed è facilmente riconoscibile. 

Sul davanzale, infatti, è sempre esposto un garofano fresco. Sulla parete inoltre, nei pressi della finestra, uno dei versi della canzone.

Fonte: siviaggia

I micidiali "ganci" della canocchia pavone


 La canocchia pavone, il cui nome scientifico è Odontodactylus scyllarus, è uno stomatopode della grande Barriera corallina australiana, molto apprezzato dagli acquariofili per i suoi colori sgargianti, molto temuto dalle piccole creature che popolano i fondali marini.

 Questo minuto esserino che a prima vista può sembrare un pittoresco ed innocuo caleidoscopio di tinte con gli occhi fuori dalle orbite, nasconde armi micidiali: si tratta di un terribile crostaceo d’acqua salata che mette in atto una strategia predatoria violentissima, rompendo, con i suoi arti raptatori, che utilizza come se fossero clavi, le conchiglie dei molluschi, sfondando l’esoscheletro dei granchi e il cranio dei piccoli pesci… non a caso è noto come “spacca pollici”.

Lo spietato serial killer marino, piccolo parente della cicala di mare, nonché straordinario modello di resistenza, compreso tra i 3 e i 18 cm di lunghezza, è dotato di appendici a martello lunghe appena 5 millimetri che sferrano, con aggressività e ferocia, colpi alla velocità di 23 metri al secondo, generando una forza di 500 Newton… quanto basta per rompere il vetro di un normalissimo acquario o per mandare al Creatore le sue malcapitate prede.

 L’efficacia della sua strategia di caccia è potenziata dal fatto che, per via della fulminea velocità d’azione, durante l’attacco si formano delle vere e proprie bolle d’aria all’interno della corazza, definite “bolle di cavitazione” che implodono al momento dell’urto, rendendolo ancora più impattante.


Colori sgargianti, dunque, ma forza inaudita, pari a 1000 volte il proprio peso, con un’accelerazione subacquea superiore a quella di un proiettile di una calibro 22.

 Il segreto della sua incredibile forza, da far invidia ad Iron Man, è svelato dal microscopio elettronico e sta tutto nella composizione e nella disposizione dei vari strati di materiale che formano le appendici: cristalli di idossiapatite, un minerale che è tra i componenti principali delle ossa, all’esterno; strati alternati di fibre di chitosano per attutire i colpi ed evitare ad eventuali fratture di estendersi; strato interno soffice che assorbe l’energia liberata dai colpi.


Ma i simpatici super crostacei  presentano un’altra caratteristica eroica: sono dotati del più complesso sistema visivo del regno animale, percependo ed elaborando la luce polarizzata, le cui onde si trasmettono linearmente o circolarmente in un movimento a spirale… un funzionamento simile a quello dei DVD che, per gestire le informazioni, convertono la luce polarizzata diretta verso il disco, in forma spiroidale, per poi riconvertirla in forma lineare. Ma la canocchia pavone “fa un baffo” alla tecnologia: i suoi occhi, infatti, possono lavorare con tutti i colori dello spettro!

Fonte: meteoweb

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