venerdì 24 aprile 2020
Trovato un teschio di ariete all’interno di un’antica testa di argilla Sciita
Molte culture attraverso i secoli hanno praticato bizzarri e raccapriccianti funebri, ma pochi lo hanno fatto come gli sciti dell’antica Siberia.
Oltre 40 anni fa, alcuni archeologi hanno scoperto, in un’antica tomba in Siberia, questa testa di argilla eccezionalmente inquietante.
Come se non bastasse la particolare stranezza di questo artefatto, la scansione a raggi X fatta in seguito della testa, ha rivelato che conteneva un cranio di ariete incorporato al suo interno
La testa di argilla, risalente a 2.100 anni fa, fu trovata nel 1968 accanto ai resti carbonizzati di 13-15 persone, dal professore sovietico Anatoly Martynov.
Scoperto a Minusinsk Hollow, tra le montagne della Siberia meridionale, si ritiene che il cimitero appartenga alla cultura di Tagarsk, risalente all’età del bronzo della Siberia.
I tagarsk sono tra i gruppi meglio studiati delle culture scitiche orientali, un termine usato per descrivere un gruppo di guerrieri nomadi che scatenarono l’inferno in lungo e in largo, nella steppa eurasiatica da circa il 900 a.C. al 200 d.C.
La cultura del loro muoversi era essenzialmente l’antico equivalente di una banda di motociclisti: nomadi tatuati con mohawk che pattugliavano senza paura le pianure eurasiatiche a cavallo.
Gran parte di ciò che sappiamo di questa antica cultura è stato appreso attraverso le loro grandi sepolture, spesso sparse nella steppa eurasiatica e spesso cariche di gioielli e armi d’oro .
Ma anche per i loro standard, questa scoperta è stata eccezionale.
Quando gli archeologi studiarono per la prima volta la testa di argilla negli anni ’70, sospettavano che fosse un vero teschio umano, incrostato di argilla e scolpito per assomigliare a un volto umano, una pratica di quell’epoca che era stata precedentemente documentata nella zona.
Tuttavia, i ricercatori hanno iniziato a sospettare che in realtà non fosse un cranio umano, osservando la forma della testa che “non corrisponde alla dimensione interna del cranio umano ma è molto più piccola”.
Nel 2010, i ricercatori dell’Istituto di archeologia ed etnografia russa del ramo siberiano della RAS, hanno usato una tecnica nota come tomografia a raggi X calcolata sulla testa dell’argilla e hanno rilevato che conteneva il cranio di una pecora o di un ariete.
Anche se difficilmente potremo conoscere mai il pieno significato di questo elaborato rituale di morte, i ricercatori hanno alcuni sospetti su cosa potrebbe significare.
Scrivendo nella pubblicazione russa Science First Hand (SCFH) , la professoressa Natalia Polosmak spiega che la sepoltura potrebbe essere stata usata per un uomo il cui corpo non era stato trovato, forse perché scomparso, annegato o perso in battaglia in terre lontane.
In assenza del loro corpo, la testa di argilla sarebbe stata utilizzata per creare una cosiddetta “bambola sepolcrale” per rappresentare fisicamente la loro anima mentre trapassava nell’aldilà.
“Le ossa del cadavere erano state unite con ramoscelli, avvolti con mazzi di erba e cucite con pelle spessa e il risultato era una bambola funeraria”, scrive Polosmak.
L’uso del cranio di ariete, tuttavia, è un po ‘più incerto. Il professor Polosmak osserva che gli arieti avevano una grande importanza per molti popoli antichi, compresi gli antichi egizi, le culture nomadi mongole e altre culture in tutta l’Asia centrale.
Forse, in questo caso, il montone è stato usato per incarnare o simboleggiare un aspetto dell’anima della persona.
Fonte: www.iflscience.com
mercoledì 22 aprile 2020
Cosa ci fanno tre antiche barche di legno in una miniera della Serbia?
Mentre piccavano come ogni altro giorno, i minatori di carbone di Kostolac, in Serbia, hanno trovato i relitti di tre antiche imbarcazioni, una di origine romana.
Ma come ci sono arrivate in una miniera a cielo aperto?
Il sito si trova non lontano dall'antica città romana di Viminacium e quella che oggi è una miniera, fino a 1300 anni fa potrebbe essere stato un ramo prosciugato del Danubio.
Secondo l'archeologo Miomir Korac del Viminacium Science Project la più grande delle tre imbarcazioni rinvenute, purtroppo gravemente danneggiata dalle attrezzature dei minatori, era lunga 15 metri, aveva il fondo piatto, un solo ponte e almeno sei paia di remi oltre agli accessori per una vela triangolare: una tecnica di costruzione tipicamente romana.
Le due barche più piccole sono state invece scolpite da singoli tronchi d'albero. E si pensa che siano state costruite dai popoli slavi per attraversare il fiume.
Non si sa se le navi siano state abbandonate, vittime di una tempesta o affondate appositamente durante l'invasione della città nel 600 dopo Cristo, per tenerle fuori dalle mani nemiche.
La datazione al radiocarbonio ora potrebbe aiutare a rispondere ad alcune di queste domande, ma serviranno studi più approfonditi per ricostruire la storia dei relitti insolitamente ritrovati in una miniera.
Quando l'Impero romano governava gran parte dell'Europa meridionale, diversi rami del Danubio scorrevano attraverso questa terra, formata in gran parte da limo e argilla, materiali che conservano bene il legno.
«Circa il 40% della nave romana è stata danneggiata, ma dovremmo essere in grado di ricostruirla quasi per intero».
E con un po' di fortuna, la ricostruzione aiuterà gli archeologi a svelare il mistero.
Fonte:lastampa.it
lunedì 20 aprile 2020
Gli artisti greci antichi dipingevano scimmie trovate in un altro continente a miglia di distanza
Le antiche opere d'arte greche raffiguranti scimmie endemiche solo nelle regioni dell'Africa hanno a lungo confuso gli archeologi. Come potrebbero gli artisti aver visto primati non umani trovati a migliaia di miglia di distanza, e cosa ci dice questo sul mondo antico?
Ora, un'analisi di due affreschi minoici tenta di rispondere a queste stesse domande.
La prima è un'opera d'arte incredibilmente dettagliata scoperta nell'insediamento di 3.600 anni di Akrotiri, Thera, in cui si vede una piccola scimmia dalla faccia nera arrampicarsi in un "contesto paesaggistico".
Con una fascia bianca sulla fronte dell'animale e con lunghe braccia e gambe, il dipinto è così accurato che i ricercatori sono stati in grado di identificare le specie come scimmie vervet , che sono endemiche nell'Africa orientale.
Sulla vicina isola di Creta, altri primati dipinti di blu sono raffigurati con una vita stretta, un torace spesso e un naso senza peli indicativo di una delle diverse sottospecie di babbuini, che si trovano anche solo in Africa.
Ma se nessuno dei primati è originario del Mediterraneo, come avrebbero fatto gli artisti antichi a dipingerli?
"Entrambi i gruppi di primati erano probabilmente rappresentati in origine nei siti minoici dopo essere stati osservati nella terraferma africana", scrivono gli autori nella rivista Antiquity, osservando che l'artista ha visto direttamente le scimmie o ha parlato con qualcuno che le aveva viste.
I dipinti forniscono una nuova comprensione degli affreschi minoici e dell'interconnessione del mondo antico, contribuendo a dimostrare che gli antichi Greci avevano contatti con le persone, o per lo meno animali selvatici, dell'Africa.
Certo, le scimmie non sono blu.
I ricercatori aggiungono che la percezione culturale influenza il modo in cui i colori sono classificati, quindi potrebbe essere che l'artista abbia pensato al blu come a un grigio.
Altre opere d'arte minoiche raffigurano oggetti grigi, come squame di pesce, anche come una colorazione blu.
Tuttavia, potrebbe essere che il colore sia stato preso in prestito dagli antichi egizi che usavano il blu in "contesti sacri", un concetto che è ulteriormente evidenziato da altri pezzi di opere d'arte minoiche che associano i babbuini alla raccolta di fiori ", oltre a usare spade e suonare musica su strumenti simili a lira.
" Le società minoiche fiorirono durante l'età del bronzo da circa 3000 a.C. a 1.100 a.C.
La cultura è in gran parte caratterizzata dalla sua arte e architettura uniche che si diffondono ad altre culture in tutto il mondo.
I risultati "suggeriscono fortemente" che i minoici avevano familiarità con almeno due specie di scimmie cercopithecid, promuovendo l'idea che le società del Mediterraneo potrebbero essere state ampiamente interconnesse con il resto del mondo.
Fonte: www.iflscience.com
martedì 14 aprile 2020
Bologna: la prima città al mondo che abolì la schiavitù
Bologna, 25 agosto 1256. Nel cuore della città, in Piazza Maggiore, suona la campana del Palazzo del Podestà, che richiama tutti i bolognesi:
Il Podestà e il Capitano del Popolo devono fare un annuncio importante
Loro non lo sanno ma con quell’atto, il Paradisum voluptatis (chiamato Liber Paradisum), assicurano a Bologna un altro dei primati di cui andare fiera in futuro.
La legge, emessa nel 1256 e applicata un anno dopo, è la prova del grado di civiltà raggiunto dalla città, in anticipo addirittura di secoli rispetto non solo ad altri Comuni italiani, ma a nazioni intere.
E’ l’atto di abolizione della schiavitù, o meglio della servitù della gleba:
“Paradisum voluptatis plantavit dominus Deus omnipotens a principio, in quo posuit hominem, quem formaverat, et ipsius corpus ornavit veste candenti, sibi donans perfectissimam et perpetuam libertatem”.
E’ l’incipit della nuova legge, che rifacendosi alla creazione dell’uomo come narrata nella Bibbia, recita:
“In principio il Signore piantò un paradiso di delizie, nel quale pose l’uomo che aveva formato, e aveva ornato il suo stesso corpo di una veste candeggiante, donandogli perfettissima e perpetua libertà”
La liberazione dei servi parte da una motivazione religiosa: Dio ha creato l’uomo libero e la schiavitù è quindi qualcosa che va contro il volere divino
Un assunto di carattere etico semplice, ma non evidentemente scontato, che prende il via dalla Battaglia di Fossalta del 1249, che vede sconfitte molte delle signorie che dominano le aree rurali del bolognese.
Anche se la città esce vincitrice, è costretta a fare un’analisi, oltre che etica, anche di tipo economico.
Bologna è all’epoca una città dove stanno cambiando molte cose: l’economia non si basa più solo sull’attività agricola, c’è un commercio fiorente e una vivace vita culturale, grazie all’Università, la prima fondata in Europa, dove studiano all’incirca duemila studenti, che portano denaro e ricchezza.
Senza contare poi che con la liberazione dei servi sarebbe aumentata anche la produttività dei terreni, e soprattutto sarebbe aumentato il numero di persone soggette a tassazione: quei circa 6000 servi avrebbero contribuito alle entrate fiscali della città per assicurarsi che questa nuova fonte di introito rimanesse a Bologna, è fatto obbligo ai servi liberati di rimanere entro i confini cittadini.
Per mettere in atto la legge emessa nel 1256 il Comune intavola delle trattative con le famiglie nobili proprietarie dei servi della gleba: per ognuno di loro il governo della città riconosce loro la cifra di 10 lire d’argento, e di 8 per i minori di quattordici anni. Alla fine, per liberare 5855 schiavi, il comune spende 54.014 lire bolognesi.
Sia che fossero prevalenti i motivi economici oppure quelli etici, il risultato fu comunque che da allora più nessuno, a Bologna, fu costretto a vivere in una condizione di quasi totale mancanza di libertà.
Fino ad allora i servi della gleba erano in una condizione senza speranza: la schiavitù passava di padre in figlio, e il loro destino era incatenato a quella zolla di terra (gleba in latino) sulla quale erano nati, venduti insieme ad essa se il terreno passava di proprietà.
Dei frutti del loro lavoro rimaneva poco o niente, divisi tra il padrone e le decime dovute al clero.
Il resto del mondo tardò molto ad adeguarsi: l’Europa lo fece solo agli inizi dell’800, e la Russia zarista nel 1861.
Gli Stati Uniti abolirono la schiavitù nel 1865 e il Brasile nel 1888.
Tutto questo sulla carta, perché possiamo onestamente affermare che la schiavitù non esiste più?
Il Paradisum, forse, può attendere…
Fonte: vanillamagazine.it
domenica 12 aprile 2020
lunedì 6 aprile 2020
Le isole del corallo nero
Viste dalle coste del Gargano, le Isole Tremiti sembrano lanciarsi in una danza in mezzo al mare.
Nelle giornate più terse, dal tacco d’Italia che è l’estrema punta Est della Puglia, lo sguardo corre verso le due isole maggiori dell’arcipelago – San Domino e San Nicola – che sembrano volersi distendere l’una verso l’altra, fino a sfiorarsi.
Dai piccoli centri abitati, fino agli scogli disabitati di Capraia, del Cretaccio e della lontana Pianosa, protagonisti assoluti sono i profumi di macchia mediterranea e le sfumature color turchese del mare.
Dal porticciolo di San Domino parte il nostro tour: con un giro in barca attorno ai costoloni rocciosi a picco sulle acque, dove si aprono la Grotta del Bue Marino – profonda più di 70 metri – e la Grotta delle Viole, che prende il nome dal particolare colore delle alghe calcaree che ne disegnano il profilo delle pareti.
Tutto un alternarsi di calette e insenature che, di tanto in tanto, lasciano spazio alla fine e soffice sabbia bianca, come sulla splendida Spiaggia dei Pagliai.
Alle bellezze della natura fanno, da contraltare, quelle non meno interessanti della storia.
San Nicola, in particolare, è famosa per la sua imponente Abbazia di Santa Maria a Mare, posta quasi a guardia dell’isola su uno sperone a picco sui fondali.
Zaino in spalla e borraccia d’acqua alla mano, si parte dalla piazzetta del Comune per inerpicarsi lungo le strette stradine del borgo, fino a che le case non lasceranno spazio a profumate distese di ginestre, limonio e pini d’Aleppo.
Non sorprende che quest’angolo di Mediterraneo sia anche zona di racconti epici e leggende.
Le Isole Tremiti erano infatti conosciute, in antichità, come luogo di sepoltura dell’eroe greco Diomede, fra i principali protagonisti della Guerra di Troia.
Così come Ulisse solcava le sponde del Mar Tirreno, attratto dal canto delle Sirene adagiate sugli scogli dell’attuale Penisola Sorrentina, Diomede trovava qui il suo rifugio, dopo anni di sanguinose battaglie.
Natura, storia e leggenda si intrecciano per raccontare l’unica e suggestiva vita di questo arcipelago che, oltre agli scorci visibili dalla terraferma, offre tesori nascosti sotto il pelo dell’acqua.
Gli appassionati di snorkeling e diving trovano, qui, il loro Paradiso: su fondali ricchi di flora e fauna marina, tra cui spicca il prezioso e rarissimo Corallo Nero.
A vederlo formare le sue colonie, sembra quasi di essere di fronte a una foresta sottomarina che ospita, all’interno, un suo preciso habitat.
Il Corallo Nero è, invece, una specie animale protetta che impreziosisce questi fondali e che accoglie una biodiversità unica al mondo.
Tutto ciò che di bello si scorge a occhio nudo, sulle terre emerse, è solo la punta visibile di un tesoro naturalistico che le Isole Tremiti conservano – e proteggono – nei loro angoli più nascosti, fino a duecento metri di profondità.
È per rivelare questa meraviglia della Natura – e per proteggerla dalla pesca di frodo – che il Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari ha avviato un progetto di ricerca sul Corallo Nero, diretto dal ricercatore ed esploratore di National Geographic Giovanni Chimienti.
Un’esplorazione che si avvale delle più moderne tecnologie, come il ROV (Remotly Operated Vehicle), veicolo filoguidato da una cabina di comando posta sulle barche, in grado di fornire ai ricercatori importanti informazioni sulla presenza di possibili foreste di Corallo Nero poste a profondità altrimenti irraggiungibili. Al largo delle Tremiti, infatti, sono state finora ritrovate solo delle piccole colonie.
La scoperta di un’intera foresta aprirebbe grandi scenari per la ricerca scientifica e la conservazione della biodiversità locale.
Fonte: mybestplace.com
venerdì 3 aprile 2020
Il tempio del Valadier, il gioiello nascosto nella roccia
Il Tempio del Valadier è una splendida opera di architettura neoclassica situata nei pressi di Genga, un incantevole borgo della provincia di Ancona, nelle Marche.
Si tratta di un piccolo rifugio spirituale dedicato alla Vergine Maria, incastonato all’interno di una grotta carsica sotterranea del Parco naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi
Sin dal X secolo, questa grotta veniva utilizzata dalla popolazione come nascondiglio per sfuggire alle invasioni provenienti dall’Ungheria.
Il Tempio, voluto da Papa Leone XII su progetto del famoso architetto Giuseppe Valadier, fu costruito nel 1828 come un autentico “Refugium Peccatorum” dedicato ai cristiani richiedenti il perdono di Dio.
La chiesa fu interamente realizzata in blocchi di travertino su pianta ottagonale e mostra un tetto a cupola ricoperto da lastre di piombo. Al suo interno era posta la statua della Madonna col Bambino: una splendida opera in marmo, scolpita dalla bottega di Antonio Canova, oggi sostituita con una copia per ragioni di sicurezza. L’originale è esposto presso il Museo di Arte Sacra di Genga.
Accanto al Tempio Valadier si trova anche l’Eremo di Santa Maria Infra Saxa, un antico monastero risalente al 1029, dove vivevano in clausura le monache benedettine.
Per raggiungere il Tempio si può percorrere la strada che dalle Grotte di Frasassi arriva al paesino di Genga e poi proseguire per una salita di 700 metri a piedi.
Una piccola fatica che sarà ricompensata dalla bellezza di uno dei luoghi tra i più straordinari e affascinanti d’Italia.
Fonte: mybestplace.com
domenica 29 marzo 2020
I segreti della Casa do Penedo, la pittoresca dimora in pietra in Portogallo
La Casa do Penedo è una particolare abitazione dallo stile “preistorico” situata tra Celorico de Basto e Fafe, nel nord del Portogallo.
La casa, conosciuta anche come “Castello di Pietra” o “Casa di Pietra”, fu costruita tra quattro rocce giganti originarie del luogo circostante.
Perfettamente integrata nel suo paesaggio naturale fu realizzata nel 1972 da un ingegnere originario di Guimarães e utilizzata come rifugio "rurale" per le vacanze di una famiglia del posto.
Ben presto però, il particolare fascino di questa struttura attirò l'attenzione di molti curiosi, tanto da costringere il suo attuale proprietario a trasferirsi altrove.
Oggi la Casa do Penedo è un piccolo museo, ricco di cimeli e d’immagini fotografiche della costruzione e degli splendidi paesaggi circostanti.
L’abitazione, pur sorgendo nelle vicinanze di enormi generatori eolici, è completamente sprovvista di corrente elettrica, ma questo non la priva dall’essere del tutto abitabile e dotata di ogni comodità.
La casa, nonostante le piccole dimensioni, è molto accogliente e si sviluppa su due piani.
Al piano terra troviamo una cucina e un piccolo salotto arredato in stile rustico, con un divano in legno di eucalipto e cemento dal peso di 350 chili.
Il piano superiore, da cui si accede attraverso una scala di legno, ospita la zona notte.
Ogni stanza della casa ha una forma diversa, adattata alle particolari fattezze geometriche delle rocce.
All’esterno si trova anche una piscina, una vera e propria vasca a cielo aperto ricavata nella conformazione naturale di un grosso masso di pietra.
Fonte: mybestplace.com
mercoledì 25 marzo 2020
San Gimignano: il fascino della Città delle 72 “Belle Torri” Medievali
L’Italia è certamente un paese dove, ovunque si vada si respira storia, dalle grandi città d’arte fino ai piccoli borghi che costellano la penisola.
Tra questi c’è n’è uno che, in epoca medioevale, quasi strappava il primato per il numero di torri erette nel territorio urbano alla grassa, dotta e importante città di Bologna.
Se Bologna poteva essere definita la Città dalle 100 Torri, San Gimignano, in Toscana, continua ad essere chiamata la “Città delle Belle Torri”.
Il medioevo qui si tocca quasi con mano, praticamente intatto nelle mura duecentesche che cingono la città, nelle piazze e negli edifici del centro storico e soprattutto nelle 14 torri sopravvissute alle oltre 70 che svettavano dalla cinta muraria, sopra la verde collina sulla quale sorge San Gimignano.
Che straordinaria vista doveva essere per i pellegrini che, mentre percorrevano la via Francigena, si trovavano improvvisamente di fronte a uno spettacolo come quello offerto dal paese con le sue tante torri, simbolo di potere e ricchezza.
Ma come mai gli abitanti di una città tutto sommato piccola (rispetto ad esempio alle vicine Firenze e Siena) poteva dare una dimostrazione così evidente di opulenza?
Proprio grazie alla via Francigena, anche se la storia di San Gimignano è molto, molto più antica.
Il colle sul quale sorge era abitato, quasi certamente per la sua posizione strategica che domina la Val dìElsa, già al tempo degli etruschi, nel III secolo a.C.
Andando avanti nei secoli, nel 929, si trova menzione di un villaggio abitato in epoca longobarda.
Ma la fortuna per San Gimignano è quella di trovarsi proprio sulla via Francigena, quel lungo percorso di pellegrinaggio che per primo fece l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, tra il 990 e il 994, partendo da Roma verso l’Inghilterra.
Fu proprio lui a battezzare il borgo toscano col nome di Sce Gemiane, in onore del santo che secoli prima aveva difeso il villaggio dalle orde di Attila.
Dal 929 in avanti sono i vescovi di Volterra a governare la città, che grazie alla posizione favorevole anche per gli scambi commerciali conosce un lungo periodo di ricchezza.
Ricchezza dovuta principalmente alla produzione di zafferano, ma anche alla Vernaccia, il famoso vino che pare sia nato intorno al 1200.
Era già indipendente a quel tempo San Gimignano, divenuto Comune nel 1199, svincolato dalla sottomissione ai vescovi di Volterra, e guidato da un podestà.
Sono anni di splendore, dove le famiglie benestanti del paese fanno a gara per costruire magnifici edifici, anche se il contrasto tra le fazioni di guelfi e ghibellini accende troppo spesso rivalità pericolose.
Costruire torri sempre più alte era una sfida tra le diverse famiglie, tanto che la città arrivò a contarne 72, alcune alte fino a 70 metri. Finché, nel 1255, le autorità comunali decretarono che nessuna torre poteva superare in altezza la Torre del Podestà, detta anche torre Rognosa, perché dopo il trasferimento del potestà divenne un carcere.
Da allora la gente se ne teneva alla larga, perché portava “rogna”.
In realtà le due famiglie antagoniste di San Gimignano, i guelfi Salvucci e i ghibellini Ardinghelli, costruirono entrambe una coppia di torri gemelle, ben più alte del consentito, che furono poi capitozzate.
Poi la catastrofe: nel 1348 la peste nera arriva a San Gimignano, che insieme alla carestia si porta via metà della sua popolazione.
I superstiti, stremati, spontaneamente si assoggettano a Firenze, rinunciando alla loro autonomia.
Da allora inizia il declino del borgo, che in un certo senso favorisce la sua integrità architettonica e la conservazione del suo aspetto tipicamente medioevale.
Dal 1990 il centro storico della città di San Gimignano è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Fonte: vanillamagazine.it
sabato 21 marzo 2020
Benvenuti su Graffiti Highway, l’autostrada fantasma ricoperta di disegni
Un'autostrada fantasma.
Il tratto di Route 61 che passava da Centralia, in Pennsylvania, fino agli Anni 80 era una strada trafficata.
Ora da qui le auto non passano più, ma le persone che ci mettono ancora piede raramente se ne vanno senza lasciare un segno.
Il tratto abbandonato è infatti interamente ricoperto da graffiti: uno scenario fra l'apocalittico e il vintage, che rende questo angolo d'America fra i più suggestivi luoghi abbandonati al mondo.
La natura si è riappropriata dell'asfalto: in certi punti la strada mostra crepe profonde, ora ricoperte di piante ed erba.
E pensare che con i suoi 2264,12 chilometri, la Route 61 è da sempre stato un importante snodo di collegamento fra nord e sud, collegando il New Orleans al Wyoming lungo il corso del fiume Mississippi.
E ora questo tratto dismesso, sostituito da una nuova bretella che passa parallela a poca distanza, è stato ribattezzato Graffiti Highway.
Per raccontare la storia di questa insolita deviazione bisogna tornare indietro nel tempo alla primavera del 1962, durante i preparativi del Memorial Day.
I funzionari della città decisero di sbarazzarsi di un eccesso di spazzatura accumulato nell'ultimo periodo bruciandolo prima della grande parata del 25 maggio.
Non sapevano però che l'incendio della discarica avrebbe colpito una vena di carbone della miniera che passava sotto la città, portando alla distruzione della stessa.
Gli incendi nella miniera di Centralia hanno rappresentato una vera minaccia all'integrità strutturale di tutta la città: il fuoco di diffuse lentamente ma inesorabilmente.
Gli incendi si accendevano e spegnevano per poi ricominciare senza che nessuno potesse far niente per placarli. E questa situazione da film horror è andata avanti per anni portando il governo alla decisione di spostare la città a metà degli Anni 80.
Più di 1000 persone hanno accettato l'offerta che ha portato alla demolizione di 500 edifici.
E da allora la fiorente cittadina è diventata una città fantasma.
Solo pochi girovaghi hanno continuato a percorrere la strada abbandonata, che negli ultimi 20 anni si è trasformata nell'insolita tela di writer professionisti e non, da tutto il mondo.
Fonte: lastampa.it
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