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sabato 17 agosto 2019

La surreale foresta sommersa cui gli alberi crescono "al contrario"


Il Kazakistan è uno stato transcontinentale, posto tra Europa ed Asia e rappresenta il nono paese più vasto al mondo.
 I suoi paesaggi, posti al crocevia tra due continenti tanto diversi tra loro, offrono spesso viste mozzafiato.
 Per quanto non abbia accesso al mare, il Kazakistan è pieno di laghi e fiumi sulle cui sponde la vegetazione cresce rigogliosa.
 Ma esiste un lago, in Kazakistan, la cui vista può essere considerata una delle più affascinanti al mondo.


Il lago Kaindy ha una lunghezza di 400 metri ed è profondo 30.
 È probabilmente il più suggestivo specchio d'acqua del mondo. 
Si trova a 129 chilometri di distanza dalla città di Almaty, la più popolosa del Kazakistan, a quasi 2000 metri sul livello del mare (1667 per l'esattezza).


Quando si arriva nella regione e lo si intravede da lontano, il lago non appare così insolito. 
La vista è già molto suggestiva, ma non sembra particolarmente degna di nota. 

 Tuttavia, ad uno sguardo più attento e più da vicino, si nota subito cosa renda speciale questo luogo.
 Nel lago di Kaindy, infatti, gli alberi crescono al contrario: dalla superficie appaiono solo i tronchi, che però non sembrano appartenere ad alberi ancora vivi.


È solo guardando al di sotto della superficie dell'acqua che si scoprono le fronde di quelli che, apparentemente, sembrano tronchi privi di vita. 

La vista è meravigliosa, al punto che, secondo le parole dell'Ufficio turistico di Almaty, il lago è uno dei luoghi più fotografati della terra.


Ovviamente, i più innamorati di questa meravigliosa località sono i sub.
 Chiunque abbia un brevetto per escursioni subacquee è il benvenuto. 

Il periodo migliore per le visite è tra primavera ed estate: tra aprile e settembre, infatti, viene permesso ai turisti di stazionare in tenda sulle rive del lago.


Non è ancora del tutto chiaro come gli alberi abbiano sviluppato questo tipo di adattamento. 

Tutto è cominciato nel 1911 quando nella regione ci fu una forte scossa di terremoto (7.7 della scala Richter). 
Questa crepò la terra e diede origine ad una diga naturale. 
Col tempo, le gelide acque piovane inghiottirono gli abeti rossi caduti a terra durante il terremoto.

 Questi continuano a vivere crescendo al contrario e trasformando i propri aghi in stalattiti vegetali davvero suggestive.





Fonte: www.curioctopus.it

giovedì 15 agosto 2019

Ferragosto : significato, origine e legame con l’Assunzione di Maria


Ferragosto, dal latino Feriae Augusti (vacanze di Augusto) è una festa antichissima.
 Agosto è tradizionalmente il mese del raccolto nei campi, quando il duro lavoro invernale e primaverile giunge a compimento e i granai possono cominciare a riempirsi delle messi: nella Roma antica, le festività che celebravano questo momento importantissimo dell’anno erano chiamate Consualia, ma tutto il mese era caratterizzato da un’insolita concentrazione di ricorrenze che a loro volta si rifacevano a tradizioni più antiche, addirittura preistoriche. 

Il 13 agosto era inoltre il giorno dedicato al culto della dea Diana, patrona della luna e della maternità e quindi legata a doppio filo con i riti della crescita e della vegetazione.


Fu l’imperatore Ottaviano Augusto ad aggiungere al calendario le “feriae Augusti” (il riposo di Augusto) con un’abile mossa propagandistica, collegando cioè il culto della sua figura a un momento di meritato riposo per tutti i contadini che avevano speso ogni energia per la coltivazione dei campi.


L’occasione era ideale anche per celebrare Vertumno, dio delle stagioni, Conso, dio dei campi e Opi, dea della fertilità.

 Più tardi a questi omaggi si unirono anche quelli legati a divinità di origine orientale, come la dea madre sira Atagartis, fino a rendere quel giorno di metà agosto un unico grande omaggio a tutti i numi che avessero in qualche modo a che fare con i concetti della crescita, del concepimento e della nascita. 

 Da sempre il Ferragosto in Italia è carico di una simbologia legata all’estate e alla fioritura: già durante le “Feriae Augusti” erano una usanza le gare e le processioni di animali addobbati a festa per le vie del paese, e ancora oggi molte tradizioni ancora esistenti in Italia si ispirano allo stesso principio, con palii, “cavalcate” e “infiorate” varie.
 Basti pensare, ad esempio, al senese Palio dell’Assunta, dove la gara si mescola all’omaggio verso la Vergine.


Il giorno di Ferragosto era poi quello in cui i lavoratori ricevevano una speciale mancia dai loro padroni, usanza talmente radicata da diventare obbligatoria durante il Rinascimento tramite decreto pontificio.
 Secondo alcuni studiosi, la “tredicesima” degli odierni stipendi discende proprio da questa tradizione.


 In generale, come spesso accade in feste così antiche la distinzione tra le classi sociali tendeva a scomparire, e gli eventi con cui si rendeva omaggio alla fine del raccolto erano tra i più “democratici” di tutto l’anno, e non era affatto raro vedere il padrone ballare insieme al contadino. 


 Come tante volte è successo per le festività di derivazione pagana, la Chiesa cattolica ha cercato di abolire e ha poi provveduto a dotare di un significato religioso anche il Ferragosto, dedicando il giorno all’Assunzione in cielo della Beata Vergine, dogma di fede stabilito da papa Pio XII il primo novembre del 1950.


Al giorno d’oggi Ferragosto è quindi il giorno di festa più importante di mezza estate, variamente celebrato nelle varie località d’Italia secondo i diversi usi e costumi della tradizione. 

 Fonte: visionealchemica

sabato 10 agosto 2019

Il sarcofago d’oro di Tutankhamon ha lasciato la sua tomba per la prima volta dalla sua scoperta


Il grande sarcofago esterno di Tutankhamon ha lasciato la sua tomba per la prima volta da quando è stata scoperta quasi un secolo fa.

 Il Ministero dell’antichità egiziano ha recentemente annunciato che il sarcofago dovrà essere sottoposto ai suoi primi lavori di restauro, prima di essere esposto al nuovo Grand Egyptian Museum (GEM) che aprirà il prossimo anno vicino alle Piramidi di Giza. 


Trasportare un oggetto fragile come questo, per non parlare del suo valore o importanza culturale, non è cosa da poco.
 Il sarcofago fu spostato per la prima volta il 12 luglio con una stretta sicurezza e unità di trasporto specializzate piene di materiali privi di acidi che assorbono l’umidità.
 Una volta raggiunto il GEM, il sarcofago è stato isolato in una stanza per essere sottoposto ad un processo di fumigazione e sterilizzazione di una settimana. 

Alla prima occhiata alla bara, i restauratori notarono che aveva sviluppato crepe nei suoi strati di intonaco dorato ed era estremamente debole.
 Si stima che l’intero processo di restauro richiederà almeno otto mesi di lavori scrupolosi e altamente qualificati.




Quando pensiamo a Tutankhamon, probabilmente immaginiamo subito la sua iconica maschera mortuaria blu e oro.
 Ora ospitata nel Museo Egizio del Cairo, la maschera una volta era posizionata direttamente sui resti mummificati del corpo del re. 

Tuttavia, non è noto che Tutankhamon fosse effettivamente racchiuso in una serie di santuari e cassapanche, un po ‘come una bambola russa.
 Questo strato in questione è la bara più esterna di tre che sono state trovate, costituita da una pesante bara dorata con manici d’argento che misura circa 2,23 metri 


Sebbene Tutankhamon sia forse uno dei nomi più noti nell’antico Egitto, se non dell’intero mondo antico, i ricercatori sanno sorprendentemente poco del famoso Pharoah. 
Si ritiene che il re Tut non avesse più di 10 anni quando divenne faraone, governando come uno degli ultimi re della XVIII dinastia tra il 1333 e il 1323 a.C.

 La sua tomba, spesso definita KV62, fu riscoperta per la prima volta in epoca moderna dall’archeologo britannico coloniale Howard Carter nel 1922.


 La maschera mortuaria simile a Dio del re catturò l’immaginazione delle persone in tutto il mondo ed è diventata una delle reliquie storiche più famose a livello globale. 
L’ultima volta che i tesori della tomba di Tutankhamon, una collezione che non includeva la bara dorata esterna, arrivarono nel Regno Unito nel 1972, attirò la curiosità di oltre 1,7 milioni di persone che si misero in coda per ore e giorni al British Museum.


Tra i molti oggetti spettacolari trovati all’interno della tomba di Tutankhamon, gli archeologi hanno scoperto un pugnale ornamentale realizzato con un meteorite di ferro.

 Fonte: www.iflscience.com

giovedì 8 agosto 2019

Un relitto del Rinascimento giace perfettamente conservato sul fondo del Baltico


I fondali limacciosi del Mar Baltico hanno cullato per almeno cinque secoli il relitto di una grande nave rinascimentale, andata a picco negli anni in cui Cristoforo Colombo veleggiava sulle sue caravelle.

 Un gruppo internazionale di archeologi marini è riuscito a fotografare il reperto nel dettaglio, scoprendolo praticamente inalterato dal passare del tempo. 
Le acque povere di ossigeno di questo mare hanno protetto il legno da animali e batteri che di solito lo colonizzano e lo riducono in polvere.


I primi sospetti sulla presenza di un relitto erano emersi da una indagine sonar dei fondali da parte dell'Amministrazione marittima svedese, nel 2009. 

A marzo, una spedizione internazionale di scienziati guidati dall'Università di Southampton (Regno Unito) ha calato due robot-archeologi sul posto per effettuare riprese e fotografie ad alta definizione del relitto, che sono state poi usate per ricreare le sue sembianze tridimensionali. 
I risultati di quell'esplorazione sono appena stati diffusi.

 

 Profondità e coordinate del relitto non sono state diffuse, per evitare visite sgradite in questa delicata fase di studio.
 Lo scafo della nave risulta intatto dalla chiglia al ponte; ben conservati anche gli alberi ed alcune sartie (i cavi fissi di rinforzo). Adagiata sul ponte accanto all'albero maestro è stata rinvenuta un'imbarcazione più piccola, che doveva servire all'equipaggio per avvicinarsi a riva.

 Sul relitto sono stati trovati anche alcuni attrezzi del mestiere, come una pompa di sentina per rimuovere l'acqua dalla parte più bassa della nave, un argano per raccogliere le corde e un'ancora, che ha permesso di datare il reperto tra la fine del 15esimo e l'inizio del 16esimo secolo.

 L'analisi del legname dello scafo programmata per i prossimi mesi dovrebbe consentire di datare il materiale con uno scarto massimo di un anno dalla sua acquisizione umana: in pratica, si capirà in che anno la nave fu messa in mare.


Il relitto era probabilmente un mercantile, anche se munito di cannoni rotanti - per gli archeologi, una prova delle tensioni marittime dell'epoca.
 Era lungo 15-18 metri, poco meno della Santa Maria, la nave ammiraglia di Colombo con a bordo 52 uomini. 

Identità e costruttore della nave del Baltico rimangono ignote: per ora il suo nome è Okänt Skepp, "nave sconosciuta", in svedese. 


 Fonte: focus.it

mercoledì 7 agosto 2019

La breve vita di Napoleone II: il bellissimo “Aiglon” dell’Imperatore e Maria Luisa d’Austria


Il 1° aprile del 1810, nel Castello di Saint Cloud, l’imperatore Napoleone Bonaparte e la figlia dell’imperatore d’Austria Maria Luisa convolano a nozze.
 Meno di un anno dopo, il 21 marzo 1811, la diciannovenne neo-imperatrice da alla luce uno splendido bambino dai riccioli biondi: l’Aiglon, l’aquilotto dell’impero


Il popolo di Francia è in giubilo: 101 colpi di cannone festeggiano la nascita del Re di Roma, l’Angelo della Pace, così come lo chiameranno Victor Hugo e Chateaubriand. 

 Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte è l’erede della più antica monarchia d’Europa per parte di madre (gli Asburgo) e del più grande impero conquistato della storia moderna per parte di padre, l’impero di Napoleone.

 Di lui dirà Napoleone stesso: "Io sono stato Filippo, lui sarà Alessandro"  

Ma la guerra incombe e l’inaspettato tradimento anche: Francesco I, colui che, sconfitto anni addietro da Napoleone, gli ha dato in matrimonio la figlia, ora è pronto a riprendersi quel che ha finto di dargli, e Napoleone compie quello che alcuni storici ritengono il suo errore più grande: nel 1812 parte per la campagna di Russia.
 La sera prima della partenza, saluta la giovane sposa e il figlioletto: non li rivedrà mai più.


Durante la disastrosa campagna di Russia, come Tolstoj racconta in Guerra e Pace, Napoleone mostra con orgoglio il ritratto del figlio, che il romanziere russo descrive: “ricciuto e molto bello, con lo sguardo simile a quello del Cristo della Madonna Sistina”. 
Ma quell’angelo protettore non impedirà la terribile sconfitta della Grand Armeé. 

 Alla notizia che i soldati russi marciano su Parigi, Maria Luisa fugge da Parigi, trovando riparo a Vienna: lei ancora non lo sa, ma la natia corte paterna diverrà per il piccolo l’unica prigione dorata che egli mai potrà conoscere, e gli sarà fatale.


 Dopo quello che era parso il tramonto di Napoleone, con la sconfitta di Lipsia nel 1813 e il suo esilio all’Elba, ecco ritornare, nei cuori dei bonapartisti, una fulgida scintilla di speranza: Napoleone, fuggito dall’isola, torna a Parigi, per quel volo dell’Aquila che passerà alla storia come I Cento Giorni.

 Sia durante l’esilio all’Elba sia durante i Cento Giorni di Parigi, Napoleone invoca la sua sposa affinché la riveda e porti suo figlio, ma Francesco I tiene la figlia segregata, minacciandola. 

La ragazza che è stata imperatrice dei Francesi e regina d’Italia dovrà capire ora che niente sarà più nelle sue mani.


Waterloo sancisce definitivamente la fine dell’Egida europea napoleonica.
 Napoleone è sconfitto, esiliato questa volta a Sant’Elena, nell’Atlantico.

 Ha abdicato, in nome del bambino, che per pochissimo tempo è imperatore di Francia col nome di Napoleone II. 
Ma gli Asburgo stessi, nonostante egli sia, per parte di madre, un loro frutto, gli negano il trono; sono fautori del ritorno dei Borbone su tutti i troni d’Europa, anche quelli di Francia.

 Maria Luisa ottiene il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, che governerà encomiabilmente, risollevandolo dalla povertà estrema e riportandolo agli antichi fasti, aggiungendone di maggiori a quelli farnesiani. 
Ma la clausola per partire per l’Italia è altissima: deve lasciare suo figlio a Vienna.  

Il ducato le è stato assegnato in vitalizio, quindi significa che alla morte non le succederà il figlio.

 Il piccolo, in quanto figlio di Napoleone, è estromesso da ogni carica, e suo nonno, l’imperatore d’Austria, ne è perfettamente consapevole.
 Napoleone II diviene così Francesco, come suo nonno, con cui cresce. 
Diviene un bellissimo giovane, che fa sospirare le fanciulle e commuovere i bonapartisti. 

Un poeta, Auguste Barthélemy, lo vede a teatro e così lo invoca: “Nipote di un Cesare e figlio di un imperatore/ Erede del mondo nascendo Re di Roma / tu non sei oggi più niente se non il figlio dell’Uomo”.
 La censura austriaca impedirà la diffusione dell’opera, Il figlio dell’Uomo.


 Nel 1821 muore Napoleone a Sant’Elena e l’Austria nega l’eredità che egli lascia al figlio.
 Così, tra visite sporadiche della madre, che nel frattempo è divenuta una donna adulta, e che si è rifatta una vita a Parma, il giovane Francesco cresce, ma non vivrà a lungo.

 Nel 1831 viene a sapere che a Parma i moti carbonari stanno mettendo a ferro e fuoco la città della madre.
 Egli sa bene che per un precedente trattato sarebbe legittimamente Principe di Parma, se non Re di Roma, e quindi d’Italia. Così, con l’ardore dei suoi 20 anni, parte per riprendersi ciò che gli spetta. 

Metternich, il crudo cancelliere di stato di Francesco I, gli sbarra le porte di Vienna


 Un anno dopo, a soli 21 anni, debolissimo, è a letto, morente. Maria Luisa accorre al suo capezzale, in lacrime, incredula, poiché probabilmente le condizioni di salute del figlio le sono state nascoste sino all’ultimo. 
C’è addirittura chi ipotizzerà un avvelenamento ad opera degli austriaci.

 Il figlio dell’Impero, l’aquila della pace, non è più: si spegne nel palazzo di Schornbrunn il 22 luglio del 1832 

 Inumato nella tomba dei Cappuccini, sarà raggiunto da sua madre, morta 56enne, quindici anni dopo.

 Nel 1940 Hitler lo preleverà da Vienna per farlo giacere accanto a suo padre, nel Pantheon di Parigi.



Fonte: vanillamagazine

venerdì 2 agosto 2019

Lanzarote, un’estate fra gli astronauti per sentirsi su un altro pianeta


Se la Luna è in Islanda, Marte si trova in Spagna. 

Pur trovandosi a 54,6 milioni di chilometri dal pianeta rosso, Los Volcanes di Lanzarote, nelle Isole Canarie, è quanto di più simile c'è al mondo. 
Il torrido paesaggio vulcanico, con la sua sabbia nera e rossa, i crateri, le colline laviche e i campi pietrosi offre uno scenario da altro mondo, tanto da essere stato scelto da Esa e Nasa come campo di esercitazione per gli astronauti che prenderanno parte alle prossime missioni spaziali.


Per la sua insolita strana somiglianza geologica con la Luna e Marte, Lanzarote è diventato uno dei centri di ricerca più importanti del mondo.
 E' qui che sono stati testati i Mars Rovers e che si sperimentano le procedure di attracco ed esplorazione.

 E l'elevato valore ambientale dell'isola le ha fatto conquistare anche il titolo di Riserva della biosfera dell'Unesco. 
Un ecosistema di grande valore, tra vulcani, grotte e spiagge incontaminate.


Per un viaggio nelle viscere della terra c'è la grotta di Los Verdes, antico rifugio dai pirati: un mondo segreto dalle mille forme geologiche contorte, frutto della lava vulcanica trasformata in roccia.
 Poi ci sono El Golfo, un cratere a livello del mare creato dalle violenti eruzioni del 1730, e il Charco de los clicos, un piccolo lago d'acqua salata dal colore verde smeraldo circondato da un spiaggia di ciottoli neri raggiungibile da una collina di sabbia rossa.


Insomma, le suggestioni qui non mancano.

 «Lanzarote offre diversi paesaggi lunari e marziani realistici», ha affermato Loredana Bessone d'Agenzia Spaziale Europea.

 «È facile insegnare compiti e operazioni agli astronauti, ma non è facile formarli come scienziati sul campo. 
Il progetto "Pangaea" aiuta gli astronauti di qualsiasi livello a diventare geologi di campo e geo-microbiologi efficaci in un contesto scientifico planetario. 
E i risultati sono molteplici: gli astronauti imparano a diventare geologi, gli scienziati svolgono indagini e imparano a lavorare in modo più operativo».

 Un campo di addestramento, perfetto anche per le vacanze.



Fonte: lastampa.it

giovedì 1 agosto 2019

Trovati oggetti d’oro e altri resti meravigliosi delle città sommerse di Canopo e Heracleion in Egitto


Il Ministero delle Antichità egiziano ha annunciato il rinvenimento di una serie di nuovi reperti durante i recenti lavori di scavo presso le rovine delle due città sottomarine di Canopo e Heracleion, entrambe nel Golfo di Abi Qir vicino ad Alessandria in Egitto, reperti costituiti da monili d’oro, ceramiche, templi e altri oggetti d’oro. 

A Canopus, una squadra di archeologi sottomarini guidati da Franck Goddio ha scoperto i resti di edifici che, combinati, hanno esteso le dimensioni complessive della città sommersa di un chilometro rispetto a quando ti conoscesse prima. 
Il team ha anche scoperto gioielli e monte in oro (del periodo bizantino), una collezione di ceramiche e monete in bronzo (del periodo tolemaico, 305-30 a.C.). 

Questi manufatti, dicono, suggeriscono che la città fu abitata tra il IV secolo a.C. e l’era islamica , a partire dal VII secolo d.C.






A Heracleion (o Thonis, come è noto in egiziano), gli archeologi hanno trovato i resti di Amun Garp, il tempio principale della città, ora completamente distrutto.
 C’erano anche i resti di un tempio greco più piccolo e pezzi di vasellame e stoviglie risalenti al III e II secolo a.C.
 Inoltre, c’erano monete di bronzo del regno di Tolomeo II (285-246 ) e sezioni di colonne dello stesso periodo. 

Fino al 2000, l’esistenza di Thonis-Heracleion era nota solo per la sua documentazione in antichi testi classici e per la sua menzione occasionale in iscrizioni trovate sotto terra.

 Secondo il sito di Goddio , era il porto obbligatorio di ingresso in Egitto dalla Grecia fino alla fondazione di Alessandria (dal nome di Alessandro Magno) nel 331 a.C. 

La leggenda narra che, secondo la scrittura dello storico greco Erodoto nel V secolo a.C., fu costruito un grande tempio nella città dove l’eroe greco Eracle fece per la prima volta un passo in Egitto. Fu presumibilmente anche visitato dagli amanti Elena e Paride prima dello scoppio della guerra di Troia. 

Nonostante, in definitiva, subì una fine piuttosto tragica (nell’VIII secolo a.C. e dopo varie catastrofi naturali, la città affondò nei fondali del Mediterraneo), ebbe una lunga vita e probabilmente fu fondata intorno all’ottavo secolo a.C., afferma Goddio . 

La sua città vicina, Canopo, è anche citata in vari testi classici.

 La sua prima menzione può essere trovata in una poesia di Solone, statista ateniese, legislatore e poeta, nella prima metà del VI secolo a.C.
 In un’altra poesia, questa di Nicandro nel II secolo a.C., il marinaio Canone, timoniere di Menelao, re di Miceneo Sparta (e il marito di Elena pre-Troia), fu morso da una vipera sulla sabbia di Thonis e morì in città . 
Da qui il suo nome. 
Era noto per il suo significato religioso e gli stili di vita opulenti dei suoi abitanti.


Secondo il comunicato stampa del Ministero delle Antichità , gli archeologi hanno anche lavorato su circa 75 navi che sono state scoperte nell’area, tra cui una in stile egiziano antico che risale al V secolo a.C.

 Questo fa parte di un progetto a lungo termine per esplorare le città sommerse del porto orientale di Alessandria e della baia di Aboukir. 

 tratto da www.iflscience.com

mercoledì 31 luglio 2019

Petra, storia della città rosa


Petra, l’antica città rosa, situata nel deserto meridionale della Giordania, si trova a circa 250 km dalla capitale Amman. 

Petra fu Scoperta nel 1812 dall’esploratore svizzero J.L. Burckhardt che partì seguendo antiche leggende che narravano di una civiltà perduta.


 Oggi Petra è uno dei siti archeologici più famosi al mondo inserito dal 1985 nella lista del patrimonio dell’umanità UNESCO e considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno. 


Secondo gli studi archeologici i primi insediamenti all’interno della città di Petra sono attribuibili all’età del ferro. 
Prima di allora solo alcune zone poco lontane (circa 15 km) presentavano segni d’insediamenti neolitici nella città che oggi è chiamata la piccola Petra, anch’essa scoperta da Burckhardt.
 Gli insediamenti stabili all’interno di Petra, invece, sono attribuibili al popolo degli Edomiti e risalgono a un periodo compreso tra la fine dell’VII e l’inizio dell’VII secolo a.c. 
Gli Edomiti erano un popolo principalmente nomade e vivano di commercio spostandosi sul territorio limitrofo. 


 Nel VI secolo a.c. gli Edomiti lasciarono la città sotto la pressione dei Nabatei, popolo di origine nomade proveniente da occidente che si stanziarono nella città. 
Abili commercianti, accumularono ricchezze che fecero del sito una gloriosa città dell’antichità.

 Il periodo più fiorente del regno Nabateo è individuato durante il regno di Areta IV. 
Fanno parte di questo periodo i monumenti più famosi del sito, la casa del Djin, la tomba dell’obelisco, il Siq, il palazzo El Khazneh, le tombe della strada delle facciate e l’altura del sacrificio.






Nel 106 a.c. la città Nabatea ormai fiore all’occhiello del mondo antico, dovette arrendersi e annettersi al governato romano in Siria sotto l’imperatore Traiano. 
I romani fecero della città un importante avamposto strategico per controllare i territori limitrofi. 
Il periodo romano fa si che cambi anche il volto della stessa. 
Di questo periodo, infatti, sono databili le modifiche alla viabilità e alle grandi opere cittadine. 
-Un esempio di queste opere sono l’anfiteatro, il complesso delle tombe imperiali, la strada colonnata e la porta Traianea, il grande tempio e le modifiche al Qasr al-Bint.








Il Cristianesimo giunse a Petra attorno al IV secolo d.c. sotto il periodo dell’imperatore Costantino. 
Risalente a questo periodo è la testimonianza di un tremendo terremoto che danneggiò in modo grave i monumenti presenti sul sito. 

Solo nel V secolo d.c. cominciano a sorgere chiese all’interno della città che modificarono alcuni monumenti precedenti. 
Alcune di questi sono la chiesa o monastero al Deir che si arricchisce di sculture cruciformi nelle stanze interne; così come la chiesa di Petra che presenta pavimenti in mosaico di stampo bizantino.




Il vento islamico sembra non riuscire a penetrare nelle strette gole di arenaria di Petra. 
Di conseguenza la città rimane sotto il dominio cristiano sino a circa 1200 secondo poche testimonianze di pellegrini che certificano il loro passaggio. 

 Le informazioni si perdono fino alla riscoperta nel 1812. 
Dal 1828 cominciarono i primi studi e i primi scavi archeologici ancora attivi oggi.

 Fonte: archetravel.com

giovedì 25 luglio 2019

Pompei, riemerge una splendida antefissa di Athena


Scavi di Pompei: un tesoro meraviglioso! 

Continua a stupire il sito archeologico più visitato al mondo, dove proseguono le operazioni di recupero di sempre nuovi reperti di rara bellezza.
 Ora è la volta di un’antefissa e di alcune terrecotte figurate offerte come ex-voto. 

 Dopo l’affresco di Narciso e quello di Leda e il cigno e molti altri ritrovamenti, questa volta gli archeologi in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli hanno portato alla luce al Foro Triangolare nel santuario di Athena altri straordinari fregi dell’epoca romana. 
 Come spiega il direttore generale del Parco Archeologico di Pompei, Massimo Osanna, si tratta di un’antefissa (in genere un elemento della copertura dei tetti) che raffigura la dea Athena a decorazione del tempio dorico e probabilmente risalente alla fine del IV secolo avanti Cristo, e di terrecotte figurate offerte come ex-voto nello spazio sacro, che si datano al III secolo avanti Cristo.


Tutti i materiali confermano, secondo gli esperti, la dedica del tempio che affacciava sul golfo di Napoli alla coppia Eracle e Athena, in maniera del tutto analoga a un santuario in località Privati che sorgeva alla vicina Stabiae, dall’altro lato del corso del Sarno, sempre del al IV secolo avanti Cristo, che ha restituito un’antefissa di Athena simile a quella pompeiana. 
Non si esclude la possibilità che le antifisse di Pompei e di Stabiae siano state realizzate dalla stessa persona.

 Germana Carillo
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