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martedì 12 marzo 2019

Apre al pubblico Göbekli Tepe, il tempio che cambiò la storia delle religioni

 
Turisti da tutto il mondo pronti ad ammirare il sito di Göbekli Tepe.  

Il presidente Erdogan ha inaugurato gli scavi di Göbekli Tepe, sito presente nell’area sud-est della Turchia. 
Si tratta del luogo di culto più antico mai ritrovato dall’uomo, patrimonio dell’Unesco dal 2018. 

I primi rinvenimenti risalgono al 1963, ad opera di archeologi turchi e tedeschi. Questi portarono alla luce delle strutture circolari, senza sapere inizialmente d’aver dato il via a una scoperta di fondamentale per la storia delle religioni, considerando come il tempio risalga a 12000 anni fa, ciò vuol dire in un’età compresa tra il 9600 e l’8200 a.C. nel Neolitico preceramico.  

Un sito archeologico ben più antico di Stonehenge e delle piramidi. 

L’analisi delle strutture da parte degli storici ha confermato come si tratti di un tempio, considerando le strutture circolari concentriche. Mai adibito ad area abitativa, era un luogo di culto riservato a rituali religiosi. 
Ipotesi avvalorata dal ritrovamento di altre strutture, almeno 20, ognuna delle quali contraddistinta da pilastri monumentali posti al centro. 
Le mura invece sono posizionate in modo da creare forme ovali o circolari. 

Gli scavi hanno inoltre evidenziato la presenza di obelischi tra i 3 e i 6 metri, a forma di T, con un peso compreso tra le 40 e le 60 tonnellate.


Le origini sono ancora avvolte nel mistero ma le analisi proseguono, portando a ipotizzare come la forma a T sia un riferimento all’essere umano. 
Svariati i manufatti rivenuti, da statuette a sculture nella roccia, fino a incisioni raffiguranti animali e simboli astratti.






Per comprendere a pieno l’importanza di tale sito, basti pensare che questo enorme tempio risale a un’epoca della storia dell’uomo antecedente la creazione della ruota, così come la nascita delle prime forme di scrittura.

 Un museo a cielo aperto che promette di attirare turisti da tutto il mondo.


Il sito è dunque aperto al pubblico ma ciò non pone affatto fine agli scavi, che proseguiranno, così come alle analisi degli storici.

 Ci si interroga infatti sui mastodontici obelischi, e su come degli uomini del neolitico abbiano potuto trasportare dei blocchi pesantissimi sul luogo del tempio. 

A ciò si aggiungono analisi sullo stato di conservazione, dunque sulla volontà di tutelarlo.
 Un richiamo dal passato più remoto della storia dell’uomo, un luogo in grado di metterci in contatto con le nostre origini, in una maniera mai sperimentata prima.

lunedì 11 marzo 2019

La storia dell’autostrada irlandese deviata per salvare un albero sacro delle fate


E’ una storia molto singolare quella dello scrittore contemporaneo di origine irlandese Eddie Lenihan, che nel 1999 riuscì a salvare un “fairy bush” (cespuglio delle fate, costituito da un albero con intorno alcuni cerchi noti come “fairy forts” o “forti delle fate”) dall’edificazione di un tratto di autostrada nella contea di Clare, in Irlanda.

 La notizia, riportata all’epoca dall’Irish Times, dall’Independent, dal New Irish News, suonerebbe quasi assurda, se non fosse che realmente i lavori stradali intrapresi in quell’area furono interrotti e modificati dopo l’intervento sul posto di quest’uomo.


 Eddie Lenihan, nato nel 1950 nel paesino di Brosna, è uno degli ultimi seanchai (in scozzese seanchaidh, che significa “portatore dell’antica tradizione”, cioè colui che tramanda oralmente le storie narrate dagli antichi Bardi) esistenti. 
Da sempre cultore di tradizioni e folklore irlandesi, nonché autore di numerose poesie, fiabe e libri per bambini dedicati a fate, angeli caduti e creature soprannaturali di derivazione celtica, Lenihan è molto noto anche per il suo fervente attivismo ambientalista.
 Il suo impegno, infatti, è rivolto a tematiche legate al processo di industrializzazione di questi ultimi cinquant’anni, che ha letteralmente trasformato e ridotto le aree rurali dell’isola verde. Proprio a proposito di queste sue riflessioni circa lo stravolgimento paesaggistico verificatosi nella sua terra natìa, Lenihan ha scritto un libro, dal titolo “Meeting the Other Crowd: The Fairy Stories of Hidden Ireland”. 
Nel testo, egli parla dell’ardua convivenza del popolo delle fate con l’attuale territorio irlandese, tema che avvalorò anche la sua disputa a favore dell’interruzione di un importante cantiere stradale.


All’epoca dei fatti era in carica, presso la contea di Clare, l’ingegnere Tom Carey, cui era stato commissionato dalla NRA (National Roads Authority) il progetto per edificare un tratto di autostrada in grado di bypassare le città di Ennis e New Market On Fergus, entrambe collocate in quella contea, con un appalto da circa 100 milioni di sterline.

 L’area soggetta a rastrellamento, in vista della cementificazione del tratto stradale, prevedeva l’eliminazione di tutta la vegetazione, compreso il famoso cespuglio delle fate. 

A quel punto, Eddie Lenihan, interpellando le autorità preposte, informò che l’abbattimento di quel cespuglio, che era uno storico “forte” sacro alle fate, avrebbe causato una serie di sventure alla popolazione locale e a chiunque, in macchina, moto o a piedi, attraversasse quel tratto.

 Durante i due mesi successivi alla segnalazione fatta dallo scrittore, il consiglio, riunitosi per deliberare la decisione sul prosieguo o meno dei lavori, stabilì di rimuovere tutti i resti archeologici e vegetali dell’area, ad eccezione del cespuglio fatato. Lo stesso ingegnere Tom Carey sostenne che fosse possibile proseguire i lavori, “girando attorno” al fairy bush, per non distruggerlo. 

 In seguito a tale scelta, Lenihan, soddisfatto che le sue parole fossero ascoltate, constatò che il cespuglio delle fate sarebbe potuto diventare la vera attrazione turistica della contea di Clare.


Secondo lui, il cespuglio costituiva un segno di demarcazione lungo un sentiero fatato, utilizzato come punto di incontro dalle creature dei boschi della provincia di Munster (comprendente anche la contea di Clare) , che si accingevano a raggiungere il campo di battaglia dove avrebbero combattuto contro le fate della provincia di Connacht.

 Sotto il fairy bush, dichiarò Mr Lenihan, le fate si sarebbero raggruppate e consultate su quali fossero le migliori tattiche di battaglia.


Le città di Munster e Connacht sono, a tutt’oggi, tappe turistiche ricche di parchi e alberi delle fate: a Munster, in particolare, è possibile percorrere il Fairy Trail (la “pista delle fate”), presso il Templemore Park, ricco di percorsi naturalistici e alberi con tanto di porticine delle fate attaccate ai loro tronchi (le fairy doors, nei negozi di gadget e souvenir irlandesi, costano dai 25 euro in su e vengono acquistate come regalo da turisti e cittadini del luogo, per addobbare le piante nel proprio giardino). 
Le librerie irlandesi brulicano di libri illustrati su fate, elfi e leprecauni e tengono viva la tradizione millenaria secondo cui i luoghi sacri di Irlanda, tra cui Tara Hill e i Fairy Forts delle varie contee, vanno mantenuti integri e incontaminati. 

 Tratto da: vanillamagazine.it

venerdì 8 marzo 2019

Aprono al pubblico le antiche catacombe romane di Alessandria d'Egitto salvate dalle acque


Le uniche catacombe di Alessandria dove l'antico Egitto incontra lo stile greco-romano sono state salvate dalle inondazioni e aperte per la prima volta al pubblico. 

Merito di un restauro da 5,7 milioni di dollari, circa 5 milioni di euro, che ha contribuito a proteggere il prezioso sito di duemila anni fa dalle acque reflue del bacino del Nilo. 

 Da centinaia di anni le catacombe di Kom el-Shuqafa, che risalgono al 215 dopo Cristo, durante il controllo dell'Impero Romano in Egitto, erano afflitte dalle inondazioni.


Sono state scoperte per caso all'inizio del Novecento ma non sono mai state ufficialmente aperte al pubblico. 
Ora a rivelare la sua bellezza è stato il lungo intervento di ingegneria civile del Ministero delle Antichità egiziano sovvenzionato dall'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. 
Un progetto ambizioso, che si è rivelato più difficile di quello ipotizzato e avvitato a metà degli Anni 80, che ha richiesto 15 mesi di lavoro.


Le catacombe sono state scolpite nella roccia su tre livelli separati. Il piano più basso era quello maggiormente danneggiato. 
Ma gli archeologi sono riusciti comunque a recuperare gli elaborati mosaici, le sculture e l'incredibile mix di stili architettonici egiziani e greco-romani ricoperti dalle alghe verdi.




Kom El-Shuqafa, è considerato uno degli esempi più importanti dell'architettura funeraria romana in Egitto.

 Le catacombe furono inizialmente create una sola, grande, famiglia, per poi trasformarsi in un cimitero pubblico, dato che è qui che sono state trovate sepolte le vittime del massacro di Caracalla, i cittadini di Alessandria che vennero trucidati dall’imperatore romano nel 215 per vendicarsi dei loro motti satirici. 

 Fonte: lastampa.it

Villa Rufolo e i suoi meravigliosi giardini affacciati sulla Costa d'Amalfi


Un angolo di paradiso che non tutti conoscono, incastonato in uno dei litorali che nel mondo più ci invidiano, la Costiera Amalfitana. Villa Rufolo a Ravello, nella provincia di Salerno, a marzo spalancherà le sue porte per la prima volta gratuitamente ai residenti in Campania secondo un calendario suddiviso per provincia. 
 Il chiostro moresco, il "magico giardino incantato di Klingsor" (come lo descrisse Wagner), la sala dei Cavalieri, la cappella e i celeberrimi giardini del Belvedere: tutto potrà essere ammirato a titolo gratuito per il mese di marzo dai fortunati abitanti campani. Per usufruire dell’ingresso omaggio basterà presentarsi alla biglietteria di Villa Rufolo esibendo un documento valido che attesti la residenza o la nascita nella provincia di turno.


“Il palagio con bello e gran cortile nel mezzo e con logge e sale e con giardini meravigliosi”, come descrive il Boccaccio Villa Rufolo, nel centro storico di Ravello, a metà strada tra Maiori e Amalfi.


Il suo impianto iniziale risale al XIII secolo quando fu costruita proprio dai Rufolo, una famiglia dal grande potere economico e politico, che ebbero la preziosa sapienza di fondere le tipologie architettoniche e decorative arabe e bizantine con i meravigliosi elementi della cultura locale, dando luogo a una dimora grandiosa e principesca. 

 Alle sfarzosità iniziali seguirono però secolo bui e di decadimento e solo nell’800 un Lord scozzese, Sir Francis Nevile Reid, decise di acquistare la dimora nonostante la sua inagibilità. 

Il Lord fece restaurare l’edificio e risistemò le terrazze a giardino, realizzando quel capolavoro che fece esclamare a Wagner: “Il magico giardino di Klingsor è trovato”.
 





Da allora, Villa Rufolo è un vero e proprio gioiello di cui andare fieri e ad oggi sono assolutamente da visitare la torre di ingresso, con le statue che rappresentano le stagioni; il bellissimo chiostro, uno dei pochi rimasti in stile Moresco; la torre maggiore, da cui si gode di un’ottima vista; il belvedere, che offre un bellissimo panorama su tutta la Costiera, e la Cappella, che ospita durante l’anno mostre d’arte importanti. 

 Germana Carillo

giovedì 7 marzo 2019

La grotta del dio giaguaro a Chichén Itzá


Una grotta intatta piena di offerte rituali maya è stata scoperta vicino alla famosa città di Chichen Itza, in Messico.
 Ci sono piatti, vasi e soprattutto bruciatori d’incenso dedicati a Tlaloc, il dio dell’acqua mesoamericano.
 È possibile che i Maya stessero cercando il favore degli dèi per far fronte a una grave siccità durante il periodo classico tardo e terminale (700-1000 d.C.).
 La grotta, già nota in passato ma dimenticata, deve il suo nome a Balamku, il “dio giaguaro” che poteva entrare o uscire dagli inferi. 


La grotta era stata scoperta per caso nel 1966 dagli abitanti della comunità locale. 
Tuttavia Victor Segovia Pinto, l’archeologo inviato sul posto, ne fece sigillare l’ingresso per motivi ignoti e senza specificarne la posizione.
 Il ricordo di quella grotta però non si perse: con loro c’era Luis Un, all’epoca un bambino e oggi 68enne.
 Ebbene, l’anno scorso Luis ha finalmente portato a questo santuario sotterraneo gli archeologi al lavoro presso la piramide di Kukulkan, a soli 2,7 km di distanza. 

«Quello che abbiamo scoperto è incredibile, nulla è stato alterato da mille anni e uno dei bruciatori di incenso è diventato persino una stalagmite», ha detto Guillermo de Anda, archeologo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico.
 «Le centinaia di reperti archeologici, appartenenti a sette diverse offerte, si trovano in uno straordinario stato di conservazione. Poiché il contesto è rimasto sigillato per secoli, contiene preziose informazioni relative alla formazione e alla caduta di Chichen Itza». 

Non si faceva una scoperta simile dal 1959, quando era stata trovata la grotta di Balankanche.




Il difficile accesso e la morfologia della grotta devono aver esaltato le qualità sacre. 

I ricercatori hanno dovuto percorrere 400 metri passando per gallerie e strisciando in cunicoli di 40 cm, prima di giungere a camere alte fino a 3,80 metri dove vi erano le offerte maggiori. 

Al momento sono stati percorsi circa 450 metri, ovvero un terzo dell’estensione totale. Non sono stati fatti scavi, ma non si esclude il ritrovamento di resti umani sotto fango e sedimenti. 
Ad ogni modo le ceramiche conservano i resti carbonizzati di cibo, semi, giada, conchiglie e ossa, che verranno usati per la datazione al radiocarbonio. 

L’ipotesi è che durante il periodo Classico Tardo (700-800 d.C.) e Terminale (800-1000 d.C.), il nord della penisola dello Yucatan venne colpito da una siccità senza precedenti.
 Questa costrinse gli abitanti fare richieste di pioggia, andando nelle viscere della terra, negli inferi, dove risiedevano le divinità della fertilità.
 Ecco il motivo dell’enorme sforzo fatto dagli antichi Maya per depositare le offerte nella grotta Balamkú, “uno dei luoghi più sacri di Chichén Itzá”. 

Dato che molti oggetti sembrano essere stati volutamente distrutti, una seconda ipotesi suggerisce una desacralizzazione della grotta, forse durante il declino di Chichen Itza.




Su richiesta della popolazione locale, gli archeologi hanno organizzato una cerimonia spirituale di sei ore per evitare drammi durante le ricerche. 

Apparentemente, nel 1966 avevano effettuato lo stesso rituale insieme all’altro archeologo, ma per ben due giorni.
 Guillermo de Anda ha anche raccontato che l’accesso alla grotta era rimasto bloccato per quattro giorni per colpa di un serpente corallo.

 Questo rettile, tra i più velenosi al mondo, è non a caso ancora considerato il guardiano della grotta secondo gli odierni abitanti Maya dello Yucatan.

 Fonte: ilfattostorico.com

mercoledì 6 marzo 2019

L’antica fortezza greco-battriana di Uzundara


In Uzbekistan, una missione archeologica sta portando alla luce un poco conosciuto sistema di fortificazioni di epoca ellenistica. Lungo 908 metri, proteggeva il confine settentrionale del regno greco-battriano contro le incursioni dei nomadi. 

I ritrovamenti di armi e monete hanno datato al 290 a.C. la costruzione di Uzundara, dove per i successivi 150 anni si sarebbe installata una guarnigione macedone.

 Nel IV secolo a.C., la Bactria era una delle grandi satrapie dell’impero persiano degli Achemenidi in Asia centrale. Conquistata nel 329 da Alessandro Magno, alla sua morte fece parte dell’Impero seleucide e nel 250 si rese indipendente come regno greco-battriano. 
Tuttavia, le numerose campagne militari e le lotte di potere indebolirono gradualmente lo stato e la Bactria, una volta fiorente, cessò di esistere nel II secolo a.C. quando i nomadi di lingua iraniana, i Saci e gli Yuezhi, invaserono il paese da nord.




Gli scavi degli archeologi russi e uzbeki hanno recentemente portato alla luce il sistema di fortificazioni a nord del regno macedone. 

Venne costruito nel 295-290 a.C. circa, durante il regno di Antioco I e all’inizio della formazione dello stato seleucide.

 La fortezza fu abitata per circa 150 anni. 
Era composta da un quadrilatero principale a forma di rombo e da una cittadella triangolare, circondata da possenti doppie mura con una galleria interna larga nove metri, e 13 torri-bastioni rettangolari di cui tre esterni.

 Fuori vi era un mercato dove i soldati della guarnigione si rifornivano dalla popolazione locale.


Il presunto ultimo assalto alla fortezza è stato individuato sul lato est: nel campo di battaglia c’erano oltre 200 punte di frecce, giavellotti e proiettili per fionde. 

Presso il muro fortificato sudoccidentale sono stati invece scavati dei “sensazionali” resti metallici di elmi e delle piastre dell’armatura dei soldati di Uzundara. 

«Ci sono analogie con le armi rinvenute nella cittadella di Takhti-Sangin.
 Quelle però erano in bronzo, mentre noi abbiamo trovato frammenti di ferro. 
Ci vorrà una lunga ricerca per determinare la loro tipologia», afferma l’archeologa Nigora Dvurechenskaya (Accademia Russa delle Scienze), a capo della spedizione.




Gli archeologi hanno anche raccolto un gran numero di ceramiche e una ricca collezione numismatica.
 Le circa 200 monete portano le effigi di Antioco I e di tutti i sovrani da Diodoto I Sotere a Eliocle I (rispettivamente, primo e ultimo sovrano del regno greco-battriano).

 Le monete sono in ottimo stato di conservazione e vanno dalle preziose dracme d’argento ai lepta di rame. Una tale varietà dimostra come la Bactria, all’inizio della formazione del regno seleucide, facesse parte di un sistema monetario già sviluppato.
 Gli studiosi utilizzeranno i materiali di Uzundara per ricostruire la vita nelle fortezze seleucidi e grecobattriane.





Fonte: ilfattostorico.com

Le Isole Cook vogliono cambiare nome per omaggiare il popolo e la cultura Maori


Le Isole Cook potrebbero presto cambiare nome per prendere le distanze dal passato coloniale e valorizzare la cultura e la lingua indigena locale che è legata ai Maori neozelandesi. Come sappiamo le Isole Cook sono in tutto quindici, un paradiso nel Pacifico meridionale e sono abitate da meno di 20mila persone. Il loro nome è legato a quello dell’esploratore inglese James Cook, anche se furono gli spagnoli a scoprile per primi.




Ma ancor prima del colonialismo, qui vivevano i Maori neozelandesi. 
Per questo motivo adesso gli abitanti rivendicano un nome che ricordi le loro tradizioni e la cultura indigena locale.


Secondo The Guardian, l’idea è stata lanciata da Danny Mataroa, presidente del comitato per la modifica del nome e lentamente sta guadagnando il sostegno del governo che è già in procinto di valutare 60 nomi proposti dall’opinione pubblica.

 I cittadini saranno chiamati dunque a un referendum, ma qualunque sarà il nome dovrà rappresentare l’identità Maori della Nuova Zelanda. 
Per adesso non ci sono indiscrezioni anche se qualcuno ipotizza che in realtà verrà solo aggiunta la parola Maori a Isole Cook. 

 In passato si era già tentato di fare il cambio, ma non tutti i erano d’accordo così la mozione era stata respinta. 

Adesso Mataroa dice che tutti e 12 i capi delle isole abitate del paese stanno partecipando al processo e la spinta al cambiamento è più forte che mai. 

Dominella Trunfio

martedì 5 marzo 2019

La fine (graduale) di Angkor


Ci si interroga spesso, sulla fine di potenti e misteriose civiltà del passato: quella di Angkor, centro nevralgico dell'Impero Khmer, in Cambogia, sarebbe sfumata più per un graduale declino nell'occupazione del territorio, che per un improvviso collasso demografico. 

 Sulle cause dell'abbandono di Angkor, avvenuto definitivamente nel 1431 d.C., si è a lungo dibattuto: si è parlato dell'aggressività e delle mire espansionistiche del vicino regno di Ayutthaya (che comunque occupò per un periodo la capitale Khmer), ma anche del collasso di opere idrauliche, della perdita di controllo politico e di un'improvvisa implosione demografica.


A fare chiarezza ci pensa un nuovo studio pubblicato su PNAS che ha preso in analisi l'intensità dello sfruttamento di terra nella capitale Angkor Thom, la più grande e più recente tra le cittadelle fortificate del sito. 

Alcuni ricercatori dell'Università di Sydney hanno esaminato carotaggi di sedimenti estratti dal fossato che circondava la città, che hanno permesso di ricostruire come veniva utilizzato il suolo nel passato. 
 L'erosione del terreno, la perturbazione delle foreste e i roghi diminuirono progressivamente a partire dai primi decenni del 14esimo secolo: oltre 100 anni prima dell'abbandono definitivo di Angkor, le attività commerciali e amministrative nel cuore nevralgico dell'impero erano già in diminuzione.

 Alla fine del 14esimo secolo, il fossato era ormai ricoperto di paludi e vegetazione fluttuante: nessuno se ne stava più prendendo cura, e il centro del potere era ormai fuori dal centro della capitale.




La città simbolo del popolo Khmer non visse dunque un improvviso crollo demografico dovuto a un'aggressione o al cedimento repentino delle infrastrutture, ma piuttosto un graduale abbandono da parte della classe dirigente, che migrò altrove. 

«Il nostro studio - spiegano gli autori - suggerisce che gli abitanti non lasciarono Angkor perché le infrastrutture cedettero. 
Piuttosto le infrastrutture cedettero perché la classe dirigente urbana se ne era già andata». 
E non c'era più nessuno che potesse mantenerle, o ripararle. 

 Fonte: focus.it

Casa Batlló come non l’avete mai vista: arriva una passerella sospesa per camminare lungo la facciata


Colori sgargianti, vetrate fantasiose e ringhiere stravaganti in un susseguirsi di art nouveau, gotico e combinazioni oniriche che evocano la natura. 

Casa Batlló, a Barcellona, è una delle opere più emblematiche di Antoni Gaudì e presto la sua facciata sarà “visitabile” grazie a una passeggiata a 30 metri di altezza.

 Sottoposta a restauro completo dopo 18 anni, la novità che segnerà la “nuova” Casa Batlló sarà infatti la Skywalk, una passerella che percorrerà la parte esterna da un capo all’altro per poter osservare da vicino le decorazioni e il celebre tetto, raffigurante un drago in piastrelle colorare dedicato a San Giorgio, santo patrono della Catalogna.


Molto probabilmente si tratterà di una delle stesse impalcature coinvolte dai lavori di pulizia della facciata.


Secondo un processo che ricorda un po’ la Sagrada Familia, infatti, anche Casa Batlló è attualmente sottoposta a interventi di pulizia e conservazione (in programma fino a giugno). 

A essere rivisti sono i rivestimenti del Piano Nobile, si stanno cioè recuperando lo stucco originale di pareti e tetti del piano principale della Casa, dove viveva la famiglia Batlló.
 Contemporaneamente, sono iniziati i lavori di conservazione e manutenzione della facciata.
 In questo modo, durante la visita, si assiste a un restauro unico al mondo e si può vedere come lavora il team di restauratori.


Il team di architettura specializzato nel restauro di edifici storici che ora è a lavoro ha scoperto il rivestimento originale nascosto sotto diversi strati di vernice che era formato da uno stucco di calce in diverse tonalità.
 Su di esso, dopo i tre strati richiesti da uno stucco tradizionale, vennero effettuate incisioni per disegnare il craquelé caratteristico del piano nobile. 
Successivamente, le incisioni vennero nuovamente riempite con una malta di calce e rifiniti con colori a cera.
 In più, è venuta fuori la rifinitura del vecchio ufficio del Signor Battló, dove le giunture delle incisioni sono state riempite in pane d’oro e la distribuzione dei toni e ancora più completa e sorprendente.


“Per migliorare ancora la nostra conoscenza delle decorazioni originali abbiamo svolto un’ulteriore analisi che ha risolto un altro enigma – spiega l’architetto Xavier Villanueva – alcune immagini storiche mostravano un’armatura di legno che oggi non ci sono più. Al di sotto è stata scoperta l’esistenza di rifiniture in gesso e di note a matita che segnalavano e disegnavano l’ondulazione superiore dello zoccolo, fatte nella fase di costruzione dell’opera di Gaudí”. 

Della spettacolare passerella Skywalk di Casa Batlló mancano ancora dettagli precisi, ma si potrà accedere acquistando il biglietto “gold priority” da 35 euro per visitare la casa.

 Germana Carillo
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