lunedì 3 settembre 2018
Scoperta una rara maschera dell’antico re “Pakal Il Grande” in una città maya del VII° secolo
Una maschera in stucco a grandezza naturale raffigurante uno dei più famosi governanti del Messico è stata scoperta nel Palazzo Maya di Palenque, secondo quanto comunicato dall’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia ( INAH ).
K’inich Janaab ‘Pakal, noto come il re “Pakal il Grande”, divenne re del Messico all’età di 12 anni e per 68 anni governò l’antica città Maya di Palenque, ordinando la costruzione di alcune delle migliori architetture della zona e di edifici molto elaborati.
Righe di rughe intorno alla bocca e guance raggrinzite nella maschera lo rappresentano come un vecchio e, se verrà dimostrato sia lui, sarebbe il primo calco del suo genere.
“È degno di nota, perchè a differenza di altri siti maya in cui le rappresentazioni sono generiche, a Palenque molte delle caratteristiche che vediamo nella pittura murale o nelle sculture in pietra sono fedeli riproduzioni di personaggi specifici”, ha detto in un comunicato l’ archeologo Benito Venegas Duran .
La maschera è stata scoperta in un edificio chiamato “House E”. Altri oggetti rituali erano anche sepolti con la maschera, tra cui figure in ceramica, perle, frammenti di giada, ossidiana, uno specchio pirolitico lucidato, ossa e selci intagliate e scheletri di tartarughe, lucertole, uccellini e lumache.
Palenque era uno stato della città Maya nel Messico meridionale dal 226 aC all’800 dC situato vicino al fiume Usumacinta, gli archeologi ritengono che gli antichi abitanti avessero sviluppato un rapporto speciale con il fiume e offerto oggetti per incoraggiare la sua sostenibilità ecologica.
Nelle vicinanze, un’altra struttura (ora chiamata “Casa C”) sarebbe stata utilizzata più o meno nello stesso periodo.
Gli archeologi ritengono che ci fosse uno stagno all’estremità settentrionale di uno spazio tra le due case che misurava 6,5 metri di lunghezza per 3,5 metri di larghezza e tra 20 e 30 centimetri di profondità.
In questi due luoghi si hanno alcuni dei migliori esempi di pittura murale a Palenque, uno dei quali è il luogo in cui Pakal è stato incoronato quando era un giovane ragazzo, secondo una lapide ovale che lo raffigura mentre riceve un copricapo da sua madre.
Gli archeologi hanno anche scoperto una figura che assomiglia ad un gambero di fiume, con gigli e pesci che lo accompagnano. Insieme, credono che questi oggetti rappresentino l’importanza del mondo acquatico nell’area e la dipendenza della società dal vicino fiume.
Il team archeologico sta lavorando con una sovvenzione per ripristinare l’area storica e per prevenire danni futuri.
Dicono che condurranno un’analisi strutturale prima di continuare gli scavi.
Tratto da www.iflscience.com
giovedì 30 agosto 2018
Brusio di Taos: che cos'è il misterioso rumore udibile nel Nuovo Messico?
È un rumore di fondo che, in questa cittadina dello stato del Nuovo Messico (Usa) è udibile sin dagli anni ’70.
Anche noto come “Taos Hum”, rappresenta un affascinante mistero naturale, in quanto questo rumore è percepibile dall’orecchio umano e molto simile – secondo la descrizione di chi lo ha ascoltato – a quello di un motore diesel avviato, ma risulta impossibile registrarlo o isolarlo con un microfono.
Il brusio sembra un suono distante, ma nessuno è finora stato in grado di identificarne la fonte.
L’ipotesi più gettonata è che si tratti di un rumore “infrasonico”, percepito grazie ad alcune non specificate caratteristiche ambientali.
Taos non è l’unico posto dove è possibile ascoltare suoni analoghi: nel 2012 è nato un sito internet, “thehum.info”, che censisce brusii in giro per il mondo allo scopo di risolvere il mistero basandosi sulle similitudini.
Sono migliaia i posti citati, ma per molti di questi si è trovata una spiegazione plausibile: per il brusio di Taos la caccia è ancora aperta...
Fonte: focus.it
Le coste inglesi e il segreto degli specchi acustici
Chi si trovasse a passeggiare dalle parti di Dover e in generale sulle coste meridionali dell’Inghilterra potrebbe incappare in strani monoliti dalla forma trapezoidale con al loro interno una rientranza concava di forma sferica.
Non si tratta però di strane costruzioni druidiche, risalenti all’epoca di Bretoni, Galli o Celti, bensì di opere ben più recenti, costruite circa un centinaio di anni fa.
Si tratta degli “acoustic mirror”, specchi acustici realizzati dall’esercito britannico a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, anni in cui non era ancora stato perfezionato il radar.
Costruiti in prossimità della costa da Chichester fino a Sunderland, si tratta di strutture in cemento (e non di roccia vera e propria), la cui forma richiama quella delle moderne parabole.
Di altezza variabile e compresa tra i 15 e i 30 piedi (quindi da circa 4,5 metri a poco più di 9), sono rivolte verso il mare e al loro interno nascondevano un microfono.
Il loro scopo era quello di individuare l’eventuale arrivo di flotte aeree nemiche e organizzare di conseguenza una difesa militare o un contrattacco.
Ideati dal Maggiore William Sansome Tucker negli anni ’20, questi strani specchi di calcestruzzo sfruttavano la fisica acustica e le proprietà riflettenti delle superfici rigide.
Le onde sonore si concentravano in un solo punto (o in un’area ristretta) all’interno della sfera concava della struttura, permettendo ai microfoni di rilevarle e ai militari britannici di individuare un potenziale allarme: era possibile captare il suono di un aereo in avvicinamento fino a una distanza di 40 km, dando all’Esercito di Sua Maestà circa un quarto d’ora di anticipo per prepararsi all’imminente attacco.
Il Regno Unito decise di puntare su questo tipo di tecnologia, che però già nel 1936 divenne superata.
Fu quello l’anno in cui un velivolo situato lungo la costa del Norfolk fu individuato con un radiogoniometro a distanze esponenzialmente maggiori rispetto alle possibilità degli specchi di pietra.
Era appena nato il radar e l’investimento dell’esercito inglese era istantaneamente diventato archeologia militare.
Il ricordo di quei circa 15 anni di sapiente studio della fisica acustica sono però resistiti ai decenni (e alla Seconda Guerra Mondiale).
E così, passeggiando per le scoscese costiere inglesi, potrete ritrovare gli specchi acustici ancora oggi: sono lì, tutti e tredici, a captare le onde sonore di ogni aereo in avvicinamento verso il cuore del Paese.
Senza però che ci sia più alcun microfono a dare seguito e considerazione alla loro funzione.
Fonte: siviaggia.it
mercoledì 8 agosto 2018
Il mistero degli abiti al mercurio di due mummie Inca
Tra i 500 e i 600 anni fa, due ragazze di 9 e 18 anni affrontarono il loro ultimo viaggio: una scarpinata di quasi 1.200 km dalla capitale Inca Cusco, nell'attuale Perù, fino al sito di Cerro Esmeralda ad Iquique, Cile.
Una volta giunte alla meta finirono vittime di un sacrificio rituale, furono mummificate e infine sepolte con un ricco corredo: figurine metalliche, gioielli in argento, conchiglie e vesti di un colore rosso sgargiante.
La storia delle due mummie del 1399-1475 d. C. è nota dal 1976, anno del loro ritrovamento.
Ora però un articolo pubblicato sulla rivista Archaeometry fa emergere un dettaglio inquietante sui loro abiti: il colore rosso proveniva dal cinabro o solfuro di mercurio, un minerale tossico di origine vulcanica conosciuto presso altre antiche civiltà, ma mai finora attestato nelle antiche sepolture del Cile.
Le analisi chimiche degli abiti sono state condotte dagli archeologi dell'Università di Tarapacá, in Cile, che si sono interrogati sul motivo di questa scelta.
Per il colore rosso, i popoli delle Ande ricorrevano all'ematite, un ossido di ferro non tossico, largamente usato nell'abbigliamento e nel trucco.
Il cinabro era utilizzato a scopo rituale nell'antica Roma, e presso civiltà del passato di Cina, Spagna, Etiopia. Ma in questo luogo del Cile settentrionale l'impiego del minerale, soltanto sulle vesti e non sul corpo delle bambine, suona come un dettaglio del tutto esotico.
A che cosa serviva?
Forse l'obiettivo era evidenziare l'elevata estrazione sociale delle vittime.
Le ragazze furono immolate in una capacocha, una cerimonia sacrificale che marcava gli avvenimenti più importanti per il popolo Inca, legati alla vita dell'imperatore, o che aveva lo scopo di scongiurare disastri naturali.
Da quelle parti, l'unica fonte naturale di cinabro è la miniera di Huancavelica, nel Perù centrale, molto lontano dal sito di sepoltura. Per tingere quelle vesti, fu dunque necessario un lungo viaggio, un fatto che fa pensare che le vittime fossero di alto rango, e che il rituale fosse stato preparato con estrema cura.
Un'altra possibilità è che la sostanza tossica servisse ad allontanare i ladri di tombe, attratti dal colore vivace delle vesti, e facilmente "avvelenabili".
Lo stesso rischio, mettono in guardia gli autori dello studio, potrebbe interessare gli archeologi odierni, che faranno bene ad attrezzarsi per non rimetterci le penne.
L'esposizione al mercurio, infatti, può causare problemi muscolari, al sistema nervoso e al tratto gastrointestinale, ma può persino a risultare, in alcuni casi, letale.
Fonte: .focus.it
L'elmo di Milziade, l'eroe di Maratona
Ad osservarlo oggi nel museo di Olimpia, in Grecia, difficilmente potremmo immaginare gli eventi epocali di cui è stato testimone; eppure essi sembrano trasparire ugualmente dall'aurea minacciosa che esso emana.
L'elmo di Milziade ci parla, infatti, della battaglia di Maratona, una storia che non tutti conoscono e che vale la pena di essere ricordata, perché senza di essa l'Occidente e noi stessi saremmo "altro" da quello che conosciamo.
Siamo nel 490 a.C. a Maratona, in Grecia, dove la prima guerra persiana è destinata a concludersi, ma i suoi protagonisti ancora non lo sanno.
Il conflitto era stato scatenato dal re di Persia Dario I, con due obiettivi: innanzitutto, punire Atene ed Eretria per il loro precedente appoggio alla rivolta delle poleis ioniche; e al tempo stesso, estendere il dominio persiano in Europa e rafforzare la frontiera occidentale del suo vasto impero.
Inizialmente il potente impero persiano aveva avuto la meglio nello scontro, ottenendo l'obbedienza di quasi tutte le città elleniche, ad eccezione di Atene e Sparta.
Fu così che Dario lanciò la seconda temibile offensiva, che avrebbe dovuto schiacciare una volta per tutte l'opposizione. Ma, arrivati nella piana di Maratona, dove avrebbe avuto luogo l'ultimo scontro diretto, le cose andarono diversamente da quanto aveva progettato.
La schiacciante superiorità numerica dell'armata persiana, con i suoi 25.000 uomini, non riusci ad imporsi sui 12.000 soldati dell'esercito ateniese.
Questi avevano dalla loro strategia, tattica ed equipaggiamento migliori; e soprattutto, il loro comandante: Milziade.
Il generale ateniese irrobustì le ali per contrastare la cavalleria avversaria, assottigliò il centro, e coraggiosamente lanciò l'attacco, puntando tutto su sorpresa e paura.
La coralità del modo di combattere ateniese si impose su quello individuale persiano, e l'armatura integrale fu di estremo aiuto; il centro indietreggiò ma non cedette e le ali, come una morsa, si chiusero a tenaglia sui persiani.
La brillante strategia di Milziade ebbe uno strepitoso successo.
Ma non fu tutto.
I Persiani, reimbarcatisi, puntarono su Atene, per sorprenderla indifesa; Milziade, però, intuendo il piano, fece dietrofront, arrivando prima - anche se il primo fu il mitico soldato ateniese Fidippide che percorse i 42 km tra Maratona ed Atene, ispirando la moderna disciplina olimpica.
La vittoria ateniese sull'impero persiano fu talmente inaspettata e grandiosa che Milziade vi lesse l'intervento divino; e per ringraziare le divinità, donò il suo elmo al Tempio di Zeus a Olimpia, dopo avervi fatto incidere le parole "Milziade lo dedicò a Zeus".
E, a distanza di 2.500 anni, l'elmo di Milziade, pressoché intatto, continua a raccontarci della grandezza di un comandante e del coraggio del suo esercito, che cambiarono il corso della storia.
Fonte: curioctopus
lunedì 6 agosto 2018
White Sands National Monument, l'infinita distesa di dune di gesso
Il White Sands National Monument si trova nel sud-ovest degli Stati Uniti, nella parte più a nord del deserto di Chihuahua, nel Nuovo Messico.
Si tratta del deserto di gesso più grande al mondo, si estende per ben 700 chilometri quadrati all’interno del Bacino di Tularosa, un’arida e rocciosa depressione a 1.291 metri di altitudine.
Questo bianchissimo e scintillante deserto, con la sua immensa distesa di candide dune, offre uno degli spettacoli più rari e surreali del nostro pianeta.
È molto difficile trovare il gesso in forma solida poiché con l’acqua si scioglie, ma in questa particolare area la pioggia che cade resta intrappolata nel bacino e il solfato di calcio idrato depositato non scorre via, si asciuga e si cristallizza sotto forma di sabbia.
In seguito, la forte e continua erosione dei venti ha creato le dune che oggi possiamo ammirare; splendide e candide alture che possono raggiungere i 20 metri di altezza, fino a spostarsi anche di 30 metri in un anno.
Il parco è aperto tutto l’anno e si può attraversare percorrendo la Dunes Drive, una strada asfaltata di circa 18 km che permette di toccare ogni singolo angolo di questo incredibile paesaggio lunare.
Lungo il percorso si trovano aree adibite per il picnic, stazioni per prendere il sole o usare lo slittino per scivolare tra le dune sabbiose. In estate le temperature raggiungono i 40°, è quindi necessario essere ben idratati e attrezzati con occhiali, cappello e creme solari.
Il White Sands è parte del White Sands Missile Range, un’area militare ancora oggi sottoposta a test con nuove armi e tecnologie spaziali.
Va ricordato che proprio qui, nel 1945 fu fatta esplodere la prima bomba atomica della storia.
Per questo motivo, durante particolari orari, alcune zone del deserto potrebbero non essere accessibili, tuttavia basterà informarsi in anticipo presso il punto turistico situato all’ingresso del parco.
Fonte: mybestplace
giovedì 26 luglio 2018
La leggenda del raggio verde di Forio, Ischia
Un raggio verde si innalza in cielo di Ischia. Sembra quasi uno scherzo fatto dalla vista ma in realtà si è davvero molto fortunati.
Si tratta di un rarissimo fenomeno atmosferico che ha luogo in pochi posti del mondo.
Tra questi Ischia, e in particolare Forio dove proprio nei giorni scorsi lo splendido fascio di luce di colore verde è stato ammirato per pochi secondi.
Tra leggenda e realtà, il raggio verde affascina da secoli poeti e artisti.
Una meraviglia nascosta, visibile solo in presenza di determinate condizioni.
Una manciata di istanti, circa 3-4 secondi in tutto, attesi da migliaia di abitanti e visitatori.
Fortunatissimo il fotografo Andrej Nikolaevich (di cui potete ammirare la foto in copertina) che anche grazie alla sua bravura è riuscito a immortalare questo leggendario raggio verde, come spiega Pasquale Raicaldo su Repubblica.
Cos'è il raggio verde
Si tratta di un bagliore di colore verde smeraldo che si osserva dopo che il sole sorge o tramonta e dipende dalla rifrazione della luce nell'aria.
È visibile solo quando il cielo è molto limpido e non c'è foschia.
Cosa accade dal punto di vista scientifico?
In prossimità dell'orizzonte, i raggi solari devono attraversare uno strato più spesso di atmosfera, che causa una maggiore rifrazione. Vengono però rifratte ossia piegate di più le componenti della luce di colore verde e blu caratterizzate da una lunghezza d'onda minore. A questo punto si verifica uno sfasamento delle varie componenti colorate della luce del sole che non apparirà più come un disco unico ma appunto come una serie di dischi leggermente sfasati tra loro.
Al tramonto, quindi a scomparire per primo, a causa di una maggiore lunghezza d'onda è il rosso, poi il giallo, e infine il verde. "Lo determinano solo precise condizioni climatiche: il momento buono, per intenderci, è quando da Forio si staglia la sagoma affilata di Ventotene: allora l' atmosfera è abbastanza limpida da scomporre i colori dello spettro", racconta il sindaco di Forìo, Franco Regine.
Fin dall'antichità varie popolazioni, tra cui caldei, babilonesi ed egizi, notarono il fenomeno senza riuscire a spiegarne l'origine. Jules Verne vi si ispirò in un suo romanzo (Il raggio verde, 1882) mentre Éric Rohmer ne fece un film (Il raggio verde, 1986).
Secondo una leggenda scozzese, chi riesce a osservarlo potrà guardare con chiarezza nel suo cuore e in quello degli altri. Secondo gli isolani, vederlo è di buon auspicio.
A Forio è osservabile dalla terrazza della Chiesa del Soccorso guardando in direzione dell’Isola di Ventotene.
Prerogativa che questa località divide con pochi luoghi: Madagascar, Caraibi.
Francesca Mancuso
Golden Bridge, l’incredibile ponte sorretto dalle mani
È il Golden Bridge (in vietnamita, Cau Vang) che è stato costruito lungo la Catena Annamita, una catena montuosa lunga più di mille chilometri e che attraversa il Laos, la Cambogia e il Vietnam.
Questa originalissima struttura dorata spunta tra gli alberi del giardino Thien Thai sulle colline di Ba Na, a Ovest della città di Da Nang, lungo la costa. Lo si raggiunge grazie a una funivia inaugurata nel 2013 che, con i suoi 5.801 metri di lunghezza, detiene il Guinness dei primati come funivia non-stop a cavo unico più lunga del mondo.
Realizzato a più di 1.400 metri sul livello del mare, il ponte è lungo 150 metri ed è fatto di otto campate.
Nonostante sia nuovo, le mani di pietra che sembrano sorreggerlo sono state volontariamente invecchiate come se fossero lì da secoli.
Lungo tutto il ponte sono stati piantati splendidi fiori di Lobelia dal colore violaceo che ai visitatori danno l’impressione di attraversare il paradiso.
Le colline di Ba Na erano un tempo una frequentatissima località di vacanza, fondata dai coloni francesi nel 1919, con tante ville oggi semi distrutte.
Negli ultimi anni le autorità locali hanno cercato di dare nuova vita a questa destinazione, ricostruendo un villaggio in stile francese e un parco dei divertimenti.
E ora anche uno splendido e panoramico ponte dove sembra di camminare tra le nuvole.
Fonte: siviaggia.it
mercoledì 18 luglio 2018
Australia, un fenomeno incredibile che avviene una volta ogni 50 anni
A 700 chilometri a Nord di Adelaide, in Australia, c’è una straordinaria oasi incastonata nei panorami aspri dell’outback.
È il lago Eyre che solo rarissimamente regala uno spettacolo naturale incredibile.
Si tratta dell’evento dell’afflusso delle acque alluvionali che “ripopolano” il bacino asciutto del lago, uno spettacolo a cui pochi hanno il privilegio di assistere nel corso della loro esistenza.
Ma è anche, paradossalmente, l’attrazione che ha dato nuovo impulso al turismo – e quindi all’economia – di questa zona.
L’evento eccezionale si è ripetuto lo scorso giugno.
L’afflusso delle acque ha rinvigorito le comunità locali nel corso del suo viaggio di quasi mille chilometri dal Nord del Queensland verso la destinazione finale.
Il lago Eyre, lungo 144 km e largo 77, è formato da due laghi collegati da un canale. È il più grande lago salato d’Australia, ma raramente è pieno d’acqua.
Infatti, la regione in cui si trova è la più secca della nazione, oltre a essere il punto geografico più basso del continente.
I tradizionali “proprietari” del lago Eyre, gli Arabana, vivono in questo bacino da migliaia di anni. Ancora oggi, il loro lago continua a essere un importante sito culturale per i popoli aborigeni.
Il livello delle acque del lago dipende principalmente dal monsone stagionale e dalla quantità di pioggia che cade nel bacino idrico del lago nel Queensland e nello Stato del Northern Territory.
La forza del monsone tropicale determina se l’acqua sarà in grado di raggiungere il lago e la quantità d’acqua effettiva che esso riceverà.
L’acqua proveniente dal bacino idrico ne copre la superficie circa una volta ogni otto anni, e si è riempito fino al massimo della capacità solo tre volte negli ultimi 160 anni.
Le esondazioni creano uno spettacolo naturale stupefacente.
L’aria si riempie dei suoni di migliaia di uccelli acquatici che si radunano nella zona.
Il paesaggio, solitamente spoglio, prende vita con i colori vivaci dei fiori selvatici che spuntano improvvisamente e con il verde brillante delle foglie.
I diversi livelli di acqua salata sono visibili come canali di correnti vorticose che si estendono a perdita d’occhio.
Il lago Eyre si trasforma quindi in una grande quantità d’acqua nel mezzo del nulla, e il riflesso del nulla sull’acqua fa pensare a un mondo capovolto.
Fonte siviaggia.it
lunedì 16 luglio 2018
Geco: curiosità, simbologia e perché porta fortuna
Il geco è il cugino lontano della lucertola ed è famoso per i suoi bellissimi colori e perché è in grado di mimetizzarsi con l’ambiente che lo circonda.
Al contrario dei falsi miti che lo circondando, non è velenoso e non fa male alle donne incinte, anzi: è un ottimo predatore di zanzare!
I Gekkonidae sono una famiglia di rettili di modeste dimensioni, noi li conosciamo come gechi dai colori che vanno dal maculato fino al grigio e al giallo.
Sono animali che vivono in ambienti temperati e in tutto il mondo, vediamo assieme qualche curiosità, simbologia, perché si dice che il geco porti fortuna (e perché non cacciarlo se lo troviamo in casa).
Il geco è un animale che ha sempre affascinato tutti, difficilmente qualcuno prova paura nel vederne uno, perché il suo aspetto è curioso.
Forse non tutti sanno che riescono ad attaccarsi e staccarsi in qualsiasi superficie senza la necessità di usare secrezioni adesive. Per questo riusciamo a vederli sulle pareti, nel soffitto, su una minuscola foglia e via dicendo.
Dove sta il segreto?
Nella forza di Van der Waals, dal nome dello scienziato tedesco che l’ha identificata per primo.
In pratica è un’attrazione che si verifica tra le molecole, il geco ha dei minuscoli peli nelle zampe.
Una singola zampa può sostenere un peso pari a 20 volte quello del geco.
I peli sono in tutto 2milioni, immaginate quindi perché possono zampettare facilmente da un soffitto all’altro.
Questi rettili possono resistere a una forza di trazione pari al peso di circa 2 kg il che consente loro di aggrapparsi a una foglia dopo una caduta toccandola con una sola zampa.
Un’altra curiosità è che sono gli unici rettili a emettere un verso che non è il comune sibilo.
Infine alcune specie si generano per partenogenesi, ovvero le femmine sono capaci di riprodursi senza accoppiarsi con il maschio.
Ancora, grazie ad un processo di autotomia, mediante la contrazione di muscoli appositi, il geco è in grado di amputarsi volontariamente la coda.
Questo processo gli ritorna utile per distrarre i predatori e quindi liberarsi di loro senza correre il rischio di essere mangiato.
La coda successivamente ricresce velocemente e della stessa lunghezza.
Secondo la tradizione degli indigeni australiani e neozelandesi il geco rappresenta il valore dell’adattabilità, perché è un animale che sopravvive alle difficoltà, come si suol dire si adatta ad ogni situazione.
E’ un rettile tenace e tranquillo a cui gli aborigeni polinesiani attribuiscono poteri soprannaturali e lo guardano con un senso di timore e reverenza.
Esattamente come le tartarughe, i gechi sono considerati animali che fanno da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, silenziose sentinelle del passato.
Nelle Filippine e in Thailandia, dove vive il geco Tokai si narra che se alla nascita di un bambino viene udito il canto del Tokai il nascituro avrà una vita lunga e felice.
La simbologia del geco è sempre una simbologia dalla carica positiva, qualsiasi sia il tipo di cultura presa in considerazione, anche se una antica credenza popolare vuole che se si vede un geco ridere allora è un presagio di malattia o di sfortuna.
Avere un geco in casa è considerato di buon auspicio in molti paesi. La nomea di portafortuna probabilmente affonda le sue radici nel fatto che questi animaletti discreti e silenziosi provvedono a ripulire la casa da tutti quegli insetti fastidiosi come le zanzare e le mosche spesso difficili da scacciare.
Un esemplare adulto è in grado di mangiare fino a 2mila zanzare in una notte, quindi è sbagliato cercare di eliminare questi splendidi ed utili animali.
Il geco è purtroppo vittima di tanti falsi miti da sfatare.
Eccone alcuni: si narra che nel caso in cui un geco cammini sulla pancia di una donna incinta ne causi l'aborto o se cammini su di una parte scoperta del corpo, come una mano, ne causi la necrosi quasi immediata.
Pare anche che in alcune zone questi piccoli rettili siano considerati velenosi, cosa assolutamente non vera.
In molte zone di Italia c'è anche la credenza che i gechi siano portatori di sfortuna e che vadano quindi uccisi o almeno allontanati dalla propria casa.
Come dicevamo tutti falsi miti che non trovano alcun fondamento. Il geco in casa è un prezioso alleato perché predatore di zanzare, mosche, falene e moscerini e quindi non andrebbe mai cacciato a maggior ragione perché si dice che porti fortuna.
Dominella Trunfio
Iscriviti a:
Post (Atom)

































