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mercoledì 1 marzo 2017

Lo splendido rifugio nel cuore di un vecchio albero


Sembra uscita da un libro di favole, una casa in stile hobbit ricavata dal tronco senza vita di un albero.
 Una capanna in cui non manca nulla, realizzata nel cuore del ceppo di una conifera. Siamo in Canada, sulle isole di Haida Gwaii. 
 Qui gli alberi sono talmente grandi che è possibile addirittura vivere al loro interno.

 Il peccio di Sitka è un albero della famiglia delle Pinaceae originario della costa occidentale dell'America del Nord.
 È di gran lunga il peccio che raggiunge le più grandi dimensioni, ma anche la quinta conifera più grande al mondo.. Può raggiungere infatti i 50-70 metri d'altezza (eccezionalmente oltre 90 metri), con un diametro del tronco fino a 5-7 metri). 
 Un sogno per molti di noi, così come per Noel Wotten, personalità versatile e tuttofare.
 Artista, narratore e pescatore, Noel è riuscito a creare uno splendido rifugio nel cuore di un vecchio tronco, nella città di Tlell.




Ha impiegato 22 anni di lavoro all'interno del moncone per costruire questa suggestiva stanza, ornata anche di fotografie, note umoristiche, e omaggi di alcuni dei musicisti (tra cui Eric Clapton) che hanno suonato al suo interno.
 Una nicchia che ha un'acustica davvero unica. Chi ha avuto la fortuna di suonare lì ha detto:
 “Suonare la chitarra qui è come suonare la chitarra all'interno di una chitarra!”




Qui quasi ogni cosa è stata realizzata in legno. 
Anche se la pianta che la ospita non è viva, l'interno del tronco non è stato verniciato. 
All'interno vi sono alcuni mobili in legno fatti a mano, scaffali e arredi. 
 Un piccolo angolo di paradiso tutto naturale. 

 Francesca Mancuso

martedì 28 febbraio 2017

Le risorse nascoste della nostra psiche: la “resilienza”


In psicologia il termine “resilienza” indica la capacità dell’individuo di superare e di trarre forza da eventi stressanti e traumatici. 
 E’ un’espressione della duttilità della psiche e del dinamismo della personalità, che spiega come molti individui trasformino situazioni oggettivamente sfavorevoli in occasioni di cambiamento vantaggiose per la propria evoluzione verso la piena realizzazione di sé e della propria felicità.

 Il concetto di resilienza è mediato dalla scienza dei materiali, per la quale un materiale ad alta resilienza è quello in grado di adattarsi a pesanti sollecitazioni mantenendo la sua forma originaria. Analogamente, ci sono persone che rispetto a situazioni avverse dimostrano un’elevata soglia di tolleranza alla frustrazione e anzi sanno adottare strategie per ricavarne un vantaggio, e persone “non resilienti” o “scarsamente resilienti” che si lasciano schiacciare dalle difficoltà, partendo dall’idea di non poter cambiare.
 Queste persone si irrigidiscono su sistemi di convinzioni negative che le atterrano nell’insoddisfazione o in forme più o meno gravi di disagio psicologico. 

 La resilienza è associata alla perseveranza, alla creatività, all’empatia e al pensiero positivo e si basa sul presupposto che tutto serva.
 Tutto serve, tutto contiene un messaggio prezioso, tutto rappresenta una possibilità evolutiva, anche se nell’emergenza della sofferenza è difficile individuarla. 
Gli individui resilienti si pongono rispetto alla realtà in modo attivo: la inventano, la costruiscono, la adattano a sé e, tra i molteplici significati degli eventi, selezionano sempre quello più positivo.

 La resilienza non è una caratterista genetica, ma un’opportunità che tutti gli esseri umani possono cogliere lavorando su l’unica variabile che possono veramente controllare: il proprio pensiero.

 Il resiliente usa tutti i colori della tavolozza del proprio cervello. Il non resiliente, si limita al grigio e al nero: i primi saranno persone serene ed equilibrate, i secondi, alteri guardiani del proprio ergastolo mentale da loro stessi inflitto.

 Dagli anni ’80, la resilienza è diventato un concetto-chiave nella psicoterapia, nel coaching professionale e nella psicologia del lavoro: l’intervento psicologico, a prescindere dal contesto che lo richiede, si configura sempre di più come un insieme di strategie, di tattiche e di tecniche per apprendere, incoraggiare e incrementare la resilienza umana.
 Per sviluppare questo straordinario stile di pensiero, occorre prima di tutto assumere per quanto possibile un atteggiamento aperto e non giudicante rispetto a se stessi, agli altri e al mondo.
 E’ il passo più difficile, dato che definizioni rigide della realtà rappresentano per molti una barriera contro la sua complessità e un tentativo di controllarla illusoriamente.


Eliminare del tutto pregiudizi e convinzioni limitanti è però utopistico: si può al limite diventarne consapevoli e cercare di arricchire il proprio punto di vista di alternative diverse da quelle offerte dall’abituale approccio alle cose, quello che consideriamo spontaneo ma che è soltanto il frutto di una combinazione di esperienze e di apprendimenti, a volte inconsci, non sempre funzionali. 
A cosa serve giudicarsi sbagliati, tristi, sfortunati? 
A cosa serve pensare che un problema sia irrisolvibile?
 A cosa serve piangere sul latte versato? 
Qual è l’utilità del pensare che il mondo sia un luogo pieno di insidie? 
Si tratta di giudizi, di visioni della realtà certamente vere, ma non più di altre di segno opposto che però aprono la strada alla resilienza, alla soluzione strategica e creativa dei problemi e alla costruzione di un equilibrio nuovo.


La resilienza psicologica non è semplice “pensiero positivo”, consiste nell’accompagnare il pensiero positivo all’azione con perseveranza, anche nelle situazioni più complicate.
 Si può definire resiliente chi apprende dalle difficoltà senza la pretesa di risolvere subito i problemi e chi ha un’elevata soglia di resistenza alle frustrazioni.

 Soggetti scarsamente resilienti, invece, sono caratterizzati da un certo grado di rigidità e, una volta strutturato uno schema della realtà, rifiutano di variarlo anche quando risulta impedire equilibrio e realizzazione personale. 
Bassa resilienza è correlata ad elevati livelli di conflittualità interpersonale e sofferenza psicologica, oltre che a scarsa capacità di realizzare le proprie attitudini. 

 Per capire meglio cosa sia la resilienza, si pensi alla storia di un ragazzo molto sfortunato: figlio di una ragazza madre che lo dà in adozione e costretto a frequentare l’università prima ancora di aver compreso cosa volesse fare nella vita.
 Gli studi, costosissimi, vanno a rotoli gettando quasi sul lastrico la sua famiglia. 
Disorientato, ma perseverante, il ragazzo resta la Campus.
 Si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi e a volte per strada. 
Una situazione terribile. 
 Nel grigiore e nell’apatia per la vita universitaria, il ragazzo trovava la bellezza soltanto nei manifesti e nelle scritte appesi nei corridoi provenienti dal corso di calligrafia ospitato in quella Università. 
Così, sulla scia di un’intuizione, decide di frequentare le lezioni di calligrafia e si appassiona ai diversi tipi di carattere, all’arte di disegnarli, comporli e separarli a mano, così da ottenere sempre un risultato perfetto. 
Certo, quella scelta non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza.

Quel ragazzo era Steve Jobs, fondatore di Apple, che è, a tutti gli effetti, uno dei più fulgidi esempi viventi di resilienza umana. 
Come ha spiegato lo stesso Jobs, senza quel casuale corso di calligrafia non avrebbe mai creato più avanti i caratteri che oggi usiamo tutti, bellissimi e funzionali, e che derivano dal primo Machintosh. 
Senza la resilienza, Jobs si sarebbe forse piegato davanti all’evidenza dei fallimenti universitari e all’apparente incapacità di trovare un senso compiuto al proprio percorso di allora… come succede a molti. 

 Raccontando la sua interessante vicenda agli studenti del Reed College, Jobs spiega la sua resilienza come la “capacità di unire i punti”, ovvero di mettere insieme all’interno di un disegno compiuto tutte le esperienze esistenziali, anche quelle più difficili o drammatiche e dice: 
“Se non avessi abbandonato gli studi, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. 
Certamente non era possibile all’epoca “unire i puntini” e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo”. 
 “Non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. 
Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.”

Non possiamo scegliere tutto e a volte ci capitano situazioni in cui ci sentiamo imprigionati.
 La resilienza, se attivata, è una risorsa miracolosa perché fa leva sull’unico aspetto della realtà su cui possiamo acquisire molta libertà: il pensiero.

 Henry Ford diceva: “Non importa che pensiate di saper fare o non saper fare qualcosa, comunque avete ragione”. In questo senso, per stimolare la resilienza, occorre selezionare i pensieri e buttare via tutti quelli che non servono o che lasciano un problema immutato o lo peggiorano. 

 Fonte: fisicaquantistica.it

lunedì 27 febbraio 2017

L'incredibile rivestimento delle piramidi


Nel loro stato originale ognuno dei quattro lati delle Piramidi di Giza aveva un rivestimento liscio composto da lucidi blocchi perfettamente sagomati. 
Questo rivestimento le copriva interamente e il sole d'Egitto le avrebbe fatte brillare come degli specchi giganteschi in mezzo al deserto.
 Gli antichi egizi chiamavano la Grande Piramide di Cheope "Ikhet", che significa "luce gloriosa". 
Ci tengo a far notare la complessità del lavoro svolto dagli ingegneri che hanno realizzato questo capolavoro.

 Del rivestimento che copriva le piramidi di Giza è rimasto soltanto quello della parte superiore della piramide di Chefren, una buona parte si è staccata in seguito a un devastante terremoto che colpì la zona del Cairo nel 1301 a.C., il resto invece è stato usato per edificare la città in un periodo storico in cui non c'era alcun interesse per le antichità, portando le piramidi di Giza ad una progressiva spogliazione.


Questo rivestimento e' un capolavoro dell'ingegneria, immaginate le enormi difficoltà che ci potevano essere nell'adattare i blocchi del rivestimento a quelli che compongono il corpo della piramide.
 I blocchi del rivestimento combacino alla perfezione e il raggiungimento di un simile risultato avrà sicuramente richiesto continue misurazioni. 
I blocchi del rivestimento dovevano essere tagliati e sagomati alla perfezione in quanto ogni pezzo doveva combaciare sia con i blocchi grezzi della piramide, sia con gli altri blocchi del rivestimento


Questo lavoro rappresenterebbe una sfida ardua per gli ingegneri di oggi che hanno a disposizione computer, gru, ruspe, strumenti idraulici e macchine di ogni genere, figuriamoci per quelli di migliaia di anni fa che potevano contare solo su strumenti tecnici di poco superiori a quelli dell'eta' della pietra.
 Inoltre non bisogna dimenticarsi di calcolare le enormi difficoltà che ci potevano essere nel muovere carichi di decine di tonnellate sull'inconsistente sabbia del deserto.

 Alla base del lato nord alcuni blocchi che componevano il rivestimento sono ancora intatti e hanno dimensioni enormi.


Nella piramidi Romboidale di Snefru a Dahshur invece è rimasta intatta una considerevole parte del rivestimento. 
Guardando questa piramide possiamo immaginare meglio quale fosse l'aspetto originale delle tre piramidi di Giza ed avere un'idea di quanto fosse magnifico il lavoro svolto per creare una superficie liscia su tutti e quattro i lati delle piramidi. 

 Fonte: civiltaanticheantichimisteri

venerdì 24 febbraio 2017

"Il miracolo del sole" nel tempio di Abu Simbel


Abu Simbel è un tempio Egizio rupestre situato sulle sponde del lago Nasser, a 300 km dall'odierna città di Assuan. 
Fu costruito dal faraone Ramses II (1290 a.C.-1224 a.C.), uno dei più grandi e longevi faraoni di sempre, per divinizzare se stesso e per esaltare il suo lungo regno.

 La facciata e gli ambienti interni del tempio furono scolpiti nella roccia. 
All'esterno quattro colossi del faraone Ramses II troneggiano maestosi, mentre gli ambienti interni si sviluppano lungo una navata centrale fiancheggiata da otto pilastri osiriaci. 
La navata centrale conduce alla "sala dei nobili", luogo in cui si trova un piccolo santuario che contiene le statue sedute di quattro divinità rivolte verso l'entrata del tempio: da sinistra a destra, Path di Menfi (Dio dell'arte e della tenebra), Amon-Ra di Tebe (Dio del Sole e di tutte le cose del creato), Ramses II divinizzato e Ra-Harakhti (divinità nata dal sincretismo tra il Dio Ra e Harakhti, Horo all'orizzonte, probabilmente durante la V dinastia). 

Due volte all'anno, il 21 febbraio e il 21 ottobre, si configurava "il miracolo del Sole". 
All'alba di questi giorni la luce del Sole penetrava all'interno e illuminava le statue sacre ubicate all'interno del santuario.


Durante il resto dell'anno il santuario rimaneva completamente al buio, mentre nei due giorni sopracitati le statue venivano illuminate ad eccezione della prima a sinistra, Ptah, Dio dell'arte e della tenebra e giustificatamente avvolto dall'oscurità, Amon-Ra e Ra-Harakhti venivano illuminati per 5 minuti ciascuno, mentre il Sole illuminava per ben 20 muniti la figura divinizzata di Ramses II, riscaldando e caricando di energia la sua statua.


Riguardo le date scelte non c'è accordo tra gli egittologi, alcuni sostengono che il 21 febbraio e il 21 ottobre fossero rispettivamente le date della nascita e dell'incoronazione del faraone, altri pensano invece che si tratti dalle date che approssimativamente coincidono con la fine della piena del Nilo e con l'inizio del successivo raccolto.

 Nel 1960 iniziarono il lavori di costruzione della Diga di Assuan, questo progetto prevedeva la formazione di un'enorme bacino artificiale che avrebbe sommerso il tempio di Abu Simbel.
 Grazie all'intervento dell'UNESCO venne studiato un sistema per salvare il tempio, furono impiegate risorse senza precedenti e un progetto ambizioso che prevedeva lo spostamento del tempio 300 metri più indietro e 65 metri più in alto.


Tra il 1964 e il 1969 duemila uomini tagliarono e spostarono il tempio pezzo per pezzo servendosi delle più avanzate tecnologie. Una volta ricomposto il tempio venne costruita un'enorme cupola di calcestruzzo per poter reggere il peso della roccia depositata per ricreare l'aspetto originale della montagna.
 Nonostante l'enorme sforzo e l'accuratezza nelle misurazioni servite dalla migliore tecnologia del XX secolo venne commesso un errore di orientamento.

 Dopo lo spostamento il "miracolo del Sole" non avvenne più nelle consuete date ma con un giorno di ritardo, il 22 febbraio e il 22 ottobre. 

 Fonte: civiltaanticheantichimisteri

giovedì 23 febbraio 2017

Le case galleggianti del lago Bokodi


Il lago Bokodi si trova a ovest di Budapest, in Ungheria e parte del suo fascino è dovuto alle case galleggianti colorate che incorniciano un tramonto mozzafiato.

 Bokodi è un lago artificiale creato nel 1961, un tempo esso non congelava mai, perché le sua acque venivano utilizzate dalla centrale nucleare vicina, che oggi fortunatamente è chiusa. 
 Con il tempo, Bokodi è diventato un luogo turistico grazie alla costruzione di piccole case galleggianti. 
 Tutte diverse una dall’altra, le case sono collegate da passerelle in legno che ricreano un ambiente quasi fiabesco.




Non a caso, infatti, esso è diventato uno dei luoghi più fotografati da turisti e fotografi.
 Il tutto, è stato favorito dalla chiusura della centrale nucleare, il lago si è così trasformato in un ambiente più naturale e meno inquinato.
 Le palafitte sono sia abitazioni che piccoli locali di ristorazione lontani dal caos cittadino, soprattutto nel periodo estivo, i tavolini vengono allestiti sulla passerella e c’è la possibilità di bere un drink gustandosi un’atmosfera romantica. 

 Tratto da: greenme.it

Il ponte tibetano più lungo del mondo si trova in Italia


Il ponte tibetano più lungo del mondo non si trova in Tibet ma in provincia di Torino. Più precisamente nelle Gorge di San Gervasio, nel cuore delle Alpi Occidentali, al confine con la Francia. 

Circa 470 metri di funi d’acciaio si estendono a più di 25 metri di altezza dal suolo, accompagnando gli esploratori più audaci in un percorso sospeso tra salici arbustivi, pioppi, ciliegi selvatici e il fiume Dora, che attraversa la flora del territorio. 
 Ad unirsi ai 470 metri (in realtà costituiti da due ponti collegati tra loro) ci sono i 90 metri di un terzo ponte, separato dagli altri due da un sentiero. 
In totale sono dunque 560 metri, ed è proprio questo numero ad aver battuto il record del Guinness dei Primati nel 2006.
 Primato che, tra le altre cose, detiene ancora oggi.






Ma perché viene chiamato “tibetano”?
 L’appellativo lascia intendere che sia stato costruito da chissà quali viaggiatori giunti in Italia da località remote del mondo, ma non è così.
 Caratterizzato da tre funi in corda o acciaio (una su cui si cammina e le altre due che fungono da corrimano), il lungo ponte deve il suo nome a questa particolare composizione che sfrutta il carico di tensione tra le funi per ridurre l’oscillazione. 
In questo modo, maggiore è la tensione che lega le funi, minore è l’oscillazione.


Questa tecnica di costruzione dei ponti sospesi è stata sviluppata intorno al 600 d.C. ed è stata utilizzata dal costruttore tibetano Thangtong Gyalpo, vissuto nel XV secolo, il quale costruì il ponte di Duskum nel Bhutan orientale. 
Altri esempi di questa tecnica sono presenti sulle Ande, dove le popolazioni Inca e Maya costruivano ponti simili da prima dell’arrivo di Colombo. 

 Non sono poche le peculiarità che rendono questo ponte unico nel suo genere, una vera e propria chicca italiana immersa in un paesaggio naturalistico poco conosciuto ma di gran lunga meritevole dell’attenzione di chi predilige la montagna. 
Per arrivare alle Gorge, infatti, si passa per Claviere, piccolo comune dell’alta Val di Susa che sorge in una valletta pianeggiante circondata da boschi e sorvegliata dal monte Chaberton. 
D’inverno è una tranquilla località sciistica, d’estate – unica stagione durante la quale è possibile visitare il ponte – si trasforma in un paradiso per gli amanti del trekking e della mountain-bike. 


 Fonte: europinione.it

mercoledì 22 febbraio 2017

Il suggestivo Castello di Praga


Il Castello di Praga, considerato il più antico e grande al mondo, è il centro del potere temporale e spirituale dell’intera Boemia. 
E’ qui che i re Cechi, gli imperatori del Sacro Romano Impero e i presidenti della Repubblica Ceca hanno tenuto la loro residenza. 

Alto, arrampicato sopra le viuzze ripide di Malà Strana, il Castello di Praga visto dal basso sembra inaccessibile e misterioso, proprio come lo descriveva Franz Kafka. 
In realtà, varcate le mura d’ingresso, il Castello rivela degli scorci molto più delicati di quelli descritti dal grande scrittore praghese.


Nonostante le invasioni e gli incendi del passato, il castello racchiude monumenti storico-religiosi di indubbia bellezza: la Basilica di San Giorgio, contenente le tombe dei membri della dinastia Premysl, del sovrano Vratislav e Boleslav II, il monastero di San Giorgio; la famosa Cattedrale di San Vito, dal cui campanile è possibile ammirare l’incantevole panorama cittadino; la Torre delle polveri, oggi museo, che in origine conservava polvere da sparo ed era attiva anche una fonderia di campane; la Torre Dalibor, costruita per ordine di Vladislav della dinastia Jagellone nel Cinquecento che fino al 1781 serviva come prigione; il Palazzo Reale, in cui regnarono, dall’11 secolo, i sovrani cechi, il Palazzo Lobkovic, oggi parte del Museo Nazionale dove tengono una mostra permanente rappresentando documenti, statue, foto, gioielli dell’epoca.






La galleria del castello di Praga, arredata con oggetti preziosi, tra cui i tesori rimasti dall’epoca di Rodolfo II e le pitture dal Seicento-Ottocento, come per esempio di Tiziano;il Vicolo d’Oro, famoso per le sue casette colorate e per la casetta del numero 22 dove viveva Franz Kafka.




La visita al Castello termina entrando negli stupendi Giardini Reali, che lo costeggiano in tutta la sua lunghezza, in cui si trovano piante molto singolari visto il freddo che fa a Praga, come pompelmi e fichi.




In questi giardini per la prima volta vennero coltivati i tulipani che poi faranno la fortuna dell’Olanda. 
Nei giardini merita una visita il Belveder, palazzo rinascimentale di stile italiano vicino al quale c’è la Zpivajici fontana, la Fontana Cantante che prende il nome dal suono che emette la sua acqua.



Fonte: meteoweb.eu

martedì 21 febbraio 2017

Una strage di cui nessuno parla, quella degli Indiani d'America


Accanto al dramma della Shoah entrato tristemente nei libri di scuola esiste un altro massacro, quello di cui nessuno parla, quello che ogni anno non viene celebrato, quello che non restituisce dignità alle vittime.
 E’ l’olocausto degli Indiani d’America, lo sterminio di tutte le etnie indie che popolavano il continente prima dell’arrivo degli occidentali.
 E’ conosciuto anche come i “500 anni di guerra”, perché furono uccisi quasi 100 milioni di esseri umani in nome della colonizzazione. 
 Non morirono solo i nativi, ma anche le loro tradizioni, la cultura e venne distrutto per sempre un habitat naturale incontaminato. 

 La scoperta dell’America fu per i nativi l’inizio della fine perché quella data segnò l’avanzata del massacro che si concluse solo nella Prima guerra mondiale. 
 Intere comunità vennero sterminate all’interno dei loro villaggi dagli eserciti regolari, alcuni morirono perché gli occidentali portarono con sé vaiolo e altre malattie, altri di fame dopo la devastazione di piante e animali.


L’intero continente americano fu trasformato dopo l’arrivo di Colombo e gli occidentali non fecero altro che quello che Hitler attuò nei campi di concentramento.
 In numerosi testi storici, viene raccontato che il dittatore nazista per la sua idea folle di sterminio degli ebrei a favore della razza ariana, si ispirò proprio all’Olocausto dei nativi americani.

 Per l’olocausto americano, gli occidentali si appellarono al fatto che i nativi non avevano intenzione di sottomettersi al popolo bianco, cedendo le loro terre ancestrali e incontaminate, a uso e consumo degli occidentali. 
 L’atteggiamento, già dalla scoperta dell’America, era chiaro: i colonizzatori si erano eretti a entità superiori giudicando i nativi come “selvaggi e da civilizzare”. 
 Ci sono tantissimi motivi alla base anche se tutto è legato da un unico filo conduttore, quello di impossessarsi di terre e ricchezze dei nativi, spesso però guerre e uccisioni vennero giustificate da motivi ideologici. 
 Nel corso del XVI a decimare i pellerossa ci pensarono anche vaiolo, influenza, varicella, morbillo, tutte patologie sbarcate assieme agli occidentali. 
 Malattie inesistenti in America, per questo mentre le popolazioni europee avevano sviluppato anticorpi, gli indiani si ammalarono e morirono senza cure. 
Si stima che circa un decimo dell'intera popolazione mondiale fu decimato.


Durante la guerra di secessione americana, tra gli episodi da non dimenticare, c'è il massacro Sand Creek del 29 novembre 1864, avvenuto durante la guerra del Colorado. 
Un episodio tragico in cui 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho, vennero attaccati da 700 soldati comandati dal colonnello John Chivington, nonostante i trattati di pace stipulati con i capi tribù locali.


Un massacro senza precedenti di donne e bambini che sfociò in diverse investigazioni da parte dell'esercito statunitense. 

 Purtroppo una situazione che continua anche oggi, la storia qualcuno direbbe, non ci ha insegnato nulla. E parliamo di tutte le volte che gli indigeni del Sud America vengono picchiati, sfrattati, uccisi per fare spazio a dighe e piantagioni di olio di palma.


 Dominella Trunfio

In Britannia sono stati ritrovati fiori di 1500 anni fa incredibilmente ben conservati


Felci e fiordaliso, semi di primule, ranuncoli e carici conservati benissimo. Cresciuti rigogliosi, 1500 anni fa. 
È l’incredibile ritrovamento degli archeologi vicino alla città di Pewsey, nella contea di Wiltshire, di alcuni fiori che hanno resistito al tempo e gettano una nuova luce sulla Britannia del 500 d. C. e del secolo successivo, l’ultimo periodo romano nella futura Inghilterra, prima della ritirata, per difendere l’Europa continentale. Le piante sono state rinvenute all’interno di pentole di rame, nascoste con tutta probabilità a regola d’arte per impedire loro di cadere nelle mani dei predoni anglosassoni. 
Si sono conservate praticamente intatte, come un mazzo di fiori essiccato, che ne dimostra ancora la rigogliosità, in otto vasi imballati.

 La datazione al radiocarbonio fissa il periodo della sepoltura del tesoro tra il 380 e il 550 d. C., nel momento in cui i romani si stavano ritirando e gli anglosassoni hanno espanso i loro insediamenti nella zona meridionale e orientale. 

 «La sopravvivenza dei fiori è davvero molto speciale», ha dichiarato al quotidiano britannico The Times Richard Henry, membro del Portable Antiquities Scheme, un programma del governo per incoraggiare i volontari a denunciare i piccoli ritrovamenti archeologici nelle campagne. 
«È difficile dire se si trattava di un ex-voto. Sembra che il bottino sia stato interrato in fretta, durante una fuga della popolazione, forse pensando di ritornare. Ma è veramente interessante la zona in cui sono stati seppelliti, al confine tra i romani e gli angli. Quella era una frontiera significativa, in un periodo di grandi cambiamenti sociali».


Dalle analisi risulta che il tesoro è stato confezionato con fiori recisi durante la metà dell’estate, in un ambiente che includeva pascoli e campi coltivati. 

Il materiale vegetale è sopravvissuto a causa della felice posizione dei vasi, che hanno formato una cavità sigillata. 
Questa tecnica, probabilmente involontaria, ha permesso il materiale organico nel corso del tempo si rivestisse di sali di rame. Il ritiro romano dalla Gran Bretagna è datato circa 410 d. C., quando l’imperatore Onorio ordinò alle legioni di lasciare. I cittadini britannici romani, probabilmente, temevano raid da parte degli anglosassoni. 

I fiori e il vasellame sono stati donati al museo Wiltshire a Devizes. Non sono stati considerati, ai sensi della legge, tesoro nazionale, perché non erano inclusi metalli preziosi come oro e argento, anche se all’operazione di ritrovamento ha partecipato anche il Dipartimento Antichità del British Museum. 

Fonte: lastampa.it
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