venerdì 10 febbraio 2017
Il granchio boxer e gli anemoni di mare
Quando rimani senza un alleato, creane un altro!
È quello che fanno i granchi del genere Lybia, noti anche come granchi boxer.
Questi crostacei hanno sviluppato un comportamento mutualistico con gli anemoni di mare, che impugnano tra le chele, tenendoli come fossero pompon.
I tentacoli urticanti di queste creature servono sia come armi di difesa contro i predatori, sia per procurare cibo ai crostacei: basta sferrare un colpo alle prede con le chele così adornate, per metterle al tappeto e procurarsi la cena.
Gli anemoni sono per i granchi boxer così essenziali che i crostacei ingaggiano vere e proprie battaglie per sottrarseli quando mancano. Chi perde rischia di restare senza armi per cacciare, e deperisce. Non solo: da tempo gli scienziati sospettavano che i granchi rimasti senza un pompon dividessero l'altro a metà, per tornare ad averne due.
Ora Yisrael Schnytzer e Ilan Karplus (Bar Ilan University, Tel Aviv) sono riusciti a filmare il granchio boxer mentre "clona" l'anemone residuo, con una sistematica operazione chirurgica (vedi il video qui sotto).
La divisione dura una ventina di minuti: il granchio tende l'anemone rimasto tra le chele e lo taglia a metà con le zampe. Poiché l'anemone può rigenerarsi, ciascuna delle due metà diviene un organismo autonomo a sua volta.
Il sospetto è che anche questa creatura tragga beneficio dal rapporto con i granchi: forse i crostacei ne accelerano la riproduzione.
Fonte: focus.it
La matrioska: le origini, la storia, il significato simbolico
La matrioska, o matriosca, è il souvenir russo per eccellenza. Molti di voi avranno visto almeno una volta questa famosa bambola russa in legno che racchiude in un unico contenitore numerosi personaggi.
Possiamo definire la matrioska come un’insieme di bambole che si compone di pezzi di diverse dimensioni.
Ogni pezzo della matrioska è inseribile in quello di formato direttamente più grande.
Le matriosche tradizionali sono in legno dipinto. Quando le matriosche sono dipinte a mano, non ne esiste una uguale all’altra. In una matrioska la bambola più grande si chiama madre mentre il pezzo più piccolo si chiama ‘seme’.
Ogni pezzo della matrioska – tranne il seme che è un pezzo unico – è suddiviso in due parti apribili e richiudibili.
Le origini
La matrioska è il simbolo dell’arte popolare russa più conosciuto nel mondo.
Le origini della prima matrioska vengono fatte risalire alla fine del Diciannovesimo secolo.
Proprio a questo periodo apparterrebbe la prima matrioska realizzata in legno come la conosciamo oggi.
L’inventore della matrioska fu Savva Mamontov (1841–1918), fondatore del circolo artistico di Abramcevo.
Il riconoscimento della matrioska come simbolo della Russia approvato da tutto il mondo avvenne in occasione dell’Esposizione mondiale di Parigi nell’anno 1900, quando la matrioska e la sua popolarità furono premiate a livello internazionale.
Le origini della matrioska come la conosciamo oggi potrebbero essere legate alla tradizione artigianale giapponese, ma può comunque essere che le due culture si siano influenzate a vicenda. La matrioska più grande del mondo è stata costruita nel 2003 negli Stati Uniti ed è composta da 51 pezzi.
La storia
La prima matrioska nacque nella seconda metà dell’Ottocento nel laboratorio artistico di Savva Mamontov che voleva far rifiorire l’arte popolare dei contadini e degli artigiani russi.
Allestì nel proprio laboratorio artistico delle bambole per bambini di diverse fogge, ognuna delle quali indossava un abito tradizionale legato ad un Paese del mondo.
L’idea per creare la prima matrioska nacque dall’osservazione di un oggetto in legno che Mamontov aveva fatto arrivare dal Giappone.
Si trattava della raffigurazione un saggio del buddhismo che racchiudeva al proprio interno altre quattro figurine.
Secondo i giapponesi il primo personaggio di quel genere fu creato però proprio da un monaco russo.
Ricordate le scatole cinesi che si inseriscono una dentro l’altra? Proprio dalle famose scatole cinesi potrebbero essere nate le idee sia per la matrioska russa che per la creazione della rappresentazione del personaggio giapponese.
Potrebbe esservi una parentela lontana tra la matrioska e la kokeshi giapponese - con riferimento alla Cina per entrambe - anche se queste due bambole oggi sono molto diverse tra loro.
La costruzione della prima matrioska da otto pezzi come la conosciamo oggi viene attribuita a Vasilij Petrovič Zvëzdočkin.
Per molto tempo il procedimento per realizzare la matrioska è stato mantenuto segreto per evitare i plagi.
La creazione della matrioska richiede una lavorazione del legno molto attenta e precisa. Il legno che viene scelto e che può rimanere accatastato a lungo deve essere ben controllato perché non deve marcire.
La prima parte della matrioska ad essere realizzata è la più piccola, cioè l’ultima bambolina più interna che non si può più dividere. Una volta creato il pezzo più piccolo si realizza il successivo, leggermente più grande in modo che possa contenere il precedente e così via.
Una matrioska è composta da un minimo di 3 bambole fino ad un massimo di 60.
Il significato simbolico
La parola matrioska ha un collegamento con la parola latina mater. Matrioska è una parola russa utilizzata come diminutivo del nome Matrena, letteralmente 'matrona', come capofamiglia femminile in una società matriarcale.
La matrioska rappresenta simbolicamente la figura materna e la generosità ad essa correlata con un collegamento alla fertilità della terra e della donna.
Le otto piccole bambole che componevano la prima matrioska rappresentavano, in ordine di grandezza, una madre, una ragazza, un ragazzo, una bambina, un bambino fino all'ultima figura, quella di un neonato in fasce.
La matrioska nasce come la raffigurazione di una variopinta contadina russa, dipinta con colori sgargianti e agghindata con abiti tradizionali, con la testa coperta da un fazzoletto a fiori.
Nella matrioska tradizionale erano contenute cinque contadinelle, un ragazzo, un bambino e un neonato, con evidente riferimento alla maternità e alla fecondità generatrice.
Nel corso del tempo i personaggi rappresentati dalle matrioske sono rimasti identici nel caso della matrioska classica ma sono cambiati se prendiamo in considerazione le numerose varianti sul tema.
Ad esempio alcune matrioske sono state realizzate per rappresentare personaggi delle favole o protagonisti dei grandi romanzi russi.
Le matrioske sono state utilizzate anche come rappresentazione di personaggi politici sia in contesti dal tema storico sia in senso ironico, con matrioske che ad esempio hanno le fattezze di politici come Stalin, Lenin e Putin.
Un’interpretazione interessante del significato simbolico della matrioska la troviamo nella commedia Trois et Une di Demys Aniel, dove si dice che in ogni donna sono contenute tante donne diverse, ognuna con la propria personalità, una dentro l’altra proprio come nelle famose bambole russe.
Il simbolo della matrioska è stato inoltre associato alle caratteristiche variegate dell’Unione Sovietica che si dispiegava tra paesaggi rurali e tecnologia, tra vita in campagna e viaggi nello spazio.
Alla figura della matrioska sono stati associati anche dei riferimenti all’uso del linguaggio e alla letteratura, con esempi come le tecniche del ‘racconto nel racconto’ per la costruzione di un testo e della ‘figura nella figura’ per quanto riguarda le opere d’arte.
Si parla di matrioska anche per fare riferimento ad un testo composto da più livelli che interagiscono tra loro, come ha spiegato Dino Buzzati in “Una bambola russa”.
Ricorre spesso nella letteratura italiana e non la figura della matrioska ancora una volta per indicare una donna dalle mille personalità.
Nella cultura russa la matrioska viene utilizzata anche per rappresentare le dinamiche delle famiglie molto numerose, tra nonne, bisnonne, zii, nipoti e pronipoti.
In particolare la matrioska è il simbolo della matrona russa come donna forte che è in grado di tenere le fila di tutta la famiglia. Questa matrona all’interno della famiglia di riferimento può essere una nonna, detta ‘babushka”.
Possiamo inoltre vedere la matrioska come una donna che ha dato alla luce molti figli. La sua forma tondeggiante ricorda quella di un uovo, tipico simbolo della fertilità nella cultura popolare e anche della riproduzione, sin dai tempi più antichi.
Tra i vari significati ad essa attribuiti, la matrioska inoltre è un modo per dominare lo spazio, perché contraddice il fatto che uno stesso luogo non possa essere occupato da più di un oggetto.
In generale le matrioske tendono a commemorare la famiglia russa numerosa come base della società tradizionale o la storia politica del passato del Paese.
In Russia chi desidera una matrioska personalizzata può far raffigurare sulla popolare bambola se stesso e la propria famiglia.
Marta Albè
mercoledì 8 febbraio 2017
"Des destinées de l’ame" , il libro rilegato con pelle umana
Il libro in questione è quello di Arsène Houssaye, "Des destinées de l’ame" (I destini dell’anima), scritto nella metà dell’Ottocento, che si trova nella Houghton Library dell’ateneo.
Si tratta di una riflessione sulla vita oltre la morte, donata dall’autore stesso all’amico medico Ludovic Bouland, il quale fece ricoprire il libro con la pelle di una sconosciuta paziente psichiatrica, da poco morta per un infarto.
Lo stesso Bouland aveva scritto sul frontespizio del libro che la rilegatura era avvenuta in “pergamena di pelle umana su cui nessuna decorazione è stata applicata per preservarne l’eleganza“.
Fino ad oggi l’informazione contenuta nel libro non era mai stata verificata.
Solo di recente i ricercatori di Harvard hanno prelevato dalla copertura dei piccoli campioni e li hanno analizzati tramite un metodo che analizza la composizione delle proteine presenti nel tessuto: mentre non è stato rintracciato nessun riscontro con gli animali che solitamente forniscono la pergamena (bovini o ovini, principalmente), si è invece scoperta la stretta relazione con i tessuti dei primati.
Un’ulteriore analisi condotta con la spettrografia di massa ha escluso il coinvolgimento di animali come gibboni e gorilla, rivelando che al 99% quella rilegatura ha origine umana.
Una tale tecnica di rivestimento dei libri si chiama in termini specifici bibliopegia antropodermica.
Fonte: /liberlist
Fenestrelle: la Grande Muraglia Piemontese
A poco più di un’ora di auto da Torino, immerso nella natura incontaminata dell’Orsiera, si trova il complesso della Fortezza di Fenestrelle, chiamato anche “la Grande Muraglia Piemontese” per i suoi tre chilometri di lunghezza sviluppati sul crinale della montagna.
Costruita a partire dal 1728 per ordine del re Vittorio Amedeo II, la fortezza è la seconda costruzione militare più lunga del mondo (preceduta dalla più famosa Muraglia Cinese).
Ma la lunghezza non è la sua unica peculiarità: essa è costituita da otto opere difensive, ognuna progettata con uno scopo miliare ben preciso, e la sua superficie complessiva occupa uno spazio di circa 1,350,000 metri quadri. Un’ampiezza tale da renderla la più grande fortezza alpina d’Europa.
Tutte le otto strutture sono attraversate da collegamenti sia interni che esterni; tra questi ultimi si distingue la cosiddetta “scala coperta”, un percorso di 4000 scalini protetti da mura spesse che s’inerpicano sul pendio della montagna per oltre due chilometri, fino ad arrivare al punto più alto della struttura: il Forte delle Valli a quota 1800 metri.
Una vera e propria maestosità architettonica la cui storia è interessante almeno quanto la sua particolare costruzione.
Nasce come forte francese voluto nel 1692 dal Re Sole a causa del fatto che la Val Chisone e il suo restringimento nella zona di Fenestrelle mettevano in una situazione di svantaggio l’esercito francese, intento a proteggere il confine con il Ducato di Savoia. Nell’agosto del 1708 le truppe di Vittorio Amedeo II conquistarono il forte francese (chiamato Fort Mutin) che, tuttavia, fu ritenuto insufficiente a causa delle sue dimensioni ridotte.
Tutto attorno alla struttura il re incaricò l’ingegnere militare Ignazio Bertola di progettare un complesso di fortificazioni che proteggesse la pianura torinese da eventuali contrattacchi francesi.
Durante il fascismo il complesso venne usato come prigione e dopo la seconda guerra mondiale venne abbandonato.
Solo a partire dal 1990, grazie all’Associazione progetto San Carlo Onlus, è iniziato il recupero della struttura che, al giorno d’oggi, può essere considerata uno dei maggiori luoghi d’interesse della zona.
Al suo interno vengono organizzate visite guidate, eventi culturali e lo spettacolo teatrale itinerante “Antiche Mura”, una suggestiva rievocazione notturna per raccontare la storia e i segreti della grande fortezza.
Fonte: europinione.it
Il notturlabio
Il notturnale (o notturlabio) è un antico strumento astronomico usato sin dal XV secolo per la misura del tempo, ed essendo di costruzione molto semplice e pratico è usato ancora oggi soprattutto per fini didattici.
Si tratta di uno strumento che consente di ricavare, con discreta approssimazione, l’ora civile basandosi sull’osservazione in cielo di un gruppo di stelle di riferimento.
Dato che il suo scopo è quello di fornire un metodo per la lettura dell’ora durante tutto l’anno, le stelle di riferimento devono essere per forza circumpolari, e quindi anch’esse sempre visibili; nel nostro caso si tratta di due stelle dell’’Orsa Maggiore, la quale come sappiamo alle nostre latitudine (circa 45°) è sempre circumpolare.
L’uso del notturlabio era quindi prettamente notturno (di giorno si potevano usare altri strumenti quali meridiane od astrolabi), e costituiva uno strumento di uso quotidiano che faceva parte del bagaglio di conoscenze di ogni marinaio.
Così come gli astrolabi, anche i notturnali potevano essere realizzati in varie forme, incisioni e con materiali differenti, a seconda dell’abilità del costruttore tanto da essere delle vere e proprie opere d’arte come quello conservato presso il Museo della scienza di Firenze qui sotto riportato.
Il principio alla base del notturlabio è legato ai moti fondamentali della Terra, ovvero alla rotazione apparente della sfera celeste ogni 24 ore. Sappiamo che le stelle percorrono un cerchio completo attorno alla Stella Polare ogni 24 ore circa; fra tutte queste, consideriamone la Stella Polare e due stelle dell’Orsa Maggiore: Dubhe e Merak (chiamate anche i Puntatori) e tracciamo un’ipotetica linea che passa per queste tre stelle.
Esse rappresentano la lancetta delle ore del nostro orologio cosmico.
Per saperne di più :
https://articolidiastronomia.com/tag/notturlabio/
martedì 7 febbraio 2017
Mauritia , il continente scomparso
I continenti del Pianeta non sono sempre stati così come li si conosce oggi. Nel corso dei millenni, infatti, la conformazione della crosta terrestre si è modificata di continuo e, naturalmente, l’aspetto della Terra continuerà a mutare anche in futuro.
Di recente, tuttavia, una scoperta ha reso ancora più stupefacente questo processo: sembra, infatti, che 40 milioni di anni fa la formazione della catena della Himalaya abbia assorbito un continente, un tempo presente tra l’attuale India e il Madagascar.
La scoperta deriva dallo studio dell’Università del South Wales, per una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications.
Secondo quanto reso noto, 85 milioni di anni fa esisteva un continente, chiamato Mauritia, nei pressi delle attuali isole Mauritius, una grande zolla di terreno poco più grande del Madagascar.
Questo continente, stretto proprio tra il Madagascar e l’India, sarebbe stato però assorbito dai movimenti della crosta terrestre che hanno portato alla formazione della catena dell’Himalaya, scomparendo al di sotto di questo strato roccioso.
Nemmeno le Mauritius come oggi le conosciamo, inoltre, farebbero parte di questo continente originale: le isole si sarebbero invece formate dai 10 ai 7 milioni di anni fa, a seguito di alcune attività vulcaniche.
Per giungere a questa scoperta, gli esperti hanno analizzato dei cristalli di zircone, scovati proprio alle Mauritius e conseguenti ad attività vulcaniche.
Le indagini hanno portato a datare queste gemme a 3 miliardi di anni fa, quindi la loro origine non può essere fatta risalire all’apparizione di queste isole, come già detto formatesi dai 10 ai 7 milioni di anni fa, bensì a un continente precedente.
Fonte: greenstyle.it
lunedì 6 febbraio 2017
Un nostro antichissimo antenato: il Saccorhytus coronarius
Da scavi in rocce sedimentarie effettuate nella provincia dello Shaanxi, in Cina, sono venuti alla luce 45 fossili più piccoli di un chicco di riso che apparterrebbero a una specie finora sconosciuta, imparentata alla lontana con i vertebrati e perciò con l'uomo.
Il nome dato a questo organismo è Saccorhytus coronarius, per via della forma a sacco e di una sorta di corona che attornia la bocca. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, riporta la possibilità che questo piccolo essere sia un antenato dei vertebrati, vissuto tra i granelli di sabbia di un antico fondale marino all'inizio del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa.
La scoperta contribuisce a colmare un vuoto nella linea di una categoria di organismi chiamati Deuterostomes, a cui appartengono, tra l’altro, i cordati, gli echinodermi e gli hemichordata.
Durante il Cambriano, i Deuterostomi si diversificarono in un gran numero di gruppi.
Studiando le differenze genetiche delle popolazioni attuali, i biologi hanno ricostruito la loro storia e compreso quando il gruppo si divise in organismi diversi.
Finora non era stata identificata la madre, ossia l'origine della diversificazione, perché l'organismo originario era molto piccolo, perciò pochi sono riusciti a fossilizzare.
Si pensava addirittura che non se ne potessero mai trovare: è per questo che la scoperta di questi organismi di così ridotte dimensioni è di grande importanza.
I fossili rinvenuti fanno pensare a piccole maschere con un buco nel mezzo a fare da bocca.
Questa doveva essere circondata da rugosità che probabilmente permettevano all'organismo di catturare piccole prede.
Altri piccoli fori che somigliano a occhi e narici erano probabilmente sistemi per espellere rifiuti: anche perché sembra che l'organismo non possedesse un ano, caratteristica insolita per i deuterostomi.
Stando ad alcuni ricercatori queste aperture si trasformarono in branchie nei pesci e in orecchie per l'uomo.
Spiega Simon Conway Morris (università di Cambridge): «Se a un primo esame i fossili scoperti somigliano a piccoli granelli neri, sotto il microscopio lasciano attoniti. Si possono infatti osservare molte caratteristiche che hanno permesso una serie di importanti deduzioni.
È difficile ovviamente tracciare una precisa linea di discendenza tra noi uomini e il Saccorhytus coronarius, tuttavia non c'è dubbio che possiamo realmente considerarlo un nostro antichissimo antenato».
Fonte: focus.it
A Lugano le vecchie cabine telefoniche si trasformano in biblioteche gratuite
Protagoniste sono sempre loro: le cabine telefoniche in disuso che si trasformano in qualcosa di utile alla collettività.
A Lugano diventano piccole biblioteche gratuite, dove chiunque può prendere o lasciare un libro.
Un esperimento ormai collaudato che in Italia ha avuto tra i pionieri Roma o meglio il quartiere di Torresina con la Bibliocabina, ma che è già affermato in tutto il mondo, soprattutto Londra, patria delle cabine telefoniche rosse.
Un luogo che si trasforma, quindi, per favorire la diffusione della cultura e invogliare la cittadinanza a leggere i libri.
Il tutto attraverso il bookcrossing.
A Lugano già 15 cabine hanno un nuovo look e si trovano sparse per tutto il piccolo territorio svizzero.
Un’idea che fa bene in tutti i sensi.
Gli utenti possono lasciare dei libri, magari quelli abbandonati per anni in cantina o quelli già letti e riletti e prenderne degli altri, senza il bisogno di comprarli.
Un modo solidale per scambiarsi cultura e informazioni.
Le cabine in disuso erano poi destinate alla discarica, così gli abitanti di Lugano assieme a associazioni e gruppi culturali hanno deciso di dare loro una nuova vita riciclandole.
Non ci sono regole se non quelle del buonsenso.
Si prende un libro per volta, lo si legge e lo si riporta, cosicché tutti poi abbiano la possibilità di sfogliare quelle pagine.
Non ci sono controindicazioni ma solo vantaggi, in primis quello di non far morire l’amore per la cultura.
Dominella Trunfio
venerdì 3 febbraio 2017
La straordinaria rosa nera di Halfeti
La natura non smette mai di stupirci e ci dona spesso degli spettacoli unici al mando, non solo con i suoi panorami, ma anche coi suoi frutti.
E’ il caso della rosa nera di Halfeti, l’unica che cresce in modo naturale.
Halfeti è un remoto villaggio di agricoltori nel sud della Turchia, bagnato dal più famoso Eufrate.
Questo fiore è unico e inimitabile: non sto parlando delle rose frutto di esperimenti di biotecnologia, né di quelle immerse nel colorante per assumere il colore dell’inchiostro, ma di quella il cui colore dei petali è dovuto unicamente al terreno, al clima e all’acqua che assorbe.
Cresce unicamente qui e per un motivo ben preciso: grazie al suo terreno e al pH dell’acqua del fiume che lo attraversa la piccola cittadina ha le condizioni ideali per dare ospitalità a queste splendide rose nere: si sta provando a coltivarla nei villaggi limitrofi, ma già a 10 km di distanza il risultato cambia drasticamente e le rosa nera diventa una rosa color porpora scuro.
Questa meraviglia della natura cresce in piccole quantità e sboccia una sola volta all’anno, in primavera, quando i petali assumono un colore rosso scuro. La fioritura poi termina in estate, quando invece i petali sono neri come la notte.
Purtroppo questa rosa splendida è diventata sempre più rara negli ultimi anni a causa di un disastro che ha colpito il villaggio alla fine degli anni ’90.
Il governo turco, per una maggior sicurezza e un miglior sfruttamento dei terreni, ha fatto costruire diverse dighe lungo l’Eufrate, ma ciò ha comportato l’allagamento totale di Halfeti, ad oggi riemersa solo in parte.
Gli abitanti sono stati obbligati a trasferirsi nei villaggi vicini e lì hanno tentato di recuperare la coltura della rosa nera.
A solo 5 km di distanza le condizioni sono già molto diverse di quelle di Halfeti e il terreno non risulta perfettamente adatto a generare la rosa nera.
I coltivatori stanno tentando di ripiantare le rose in serre più vicine al loro luogo di origine e alcune opere di bonifica hanno permesso di recuperare terreno in direzione del villaggio.
La situazione sta migliorando, ma non è ancora risolta.
La rosa nera turca è unica al mondo ed i cittadini locali ne sono fieri ma al tempo stesso spaventati: molte sono le leggende legate alla sua nascita ma nessuno ha il piacere di raccontarle.
Si dice che la rosa nera cresca di quel colore perché “assorba” la cattiveria nell’aria delle persone; altri credono invece che sia di quel colora in ricordo delle migliaia di vittime che la regione miete con le guerre e gli scontri interni ( spesso lungo le sponde dell’Eufrate vengono ritrovati cadaveri straziati e mutilati) e che sia il fiume a renderla nera perché macchiato del sangue degli innocenti; altri ancora sono convinti che il nero dei suoi petali sia lo specchio dell’anima degli esseri umani: il sangue degli uomini, da rosso come la passione e l’amore, sta diventando pian piano nero come la morte e la distruzione.
Un altro motivo per cui le rose nera non sono ben viste in questi villaggi (seppure fornisca ingenti guadagni) è perché è universalmente noto che il nero ha una connotazione quasi negativa, spesso è il colore al quale si abbina il mistero, una brutta notizia, la morte stessa.
In ogni caso, al di là delle credenze popolari, la rosa nera di Halfeti è di una bellezza unica, un dono che la natura ci fa, anche se ancora per poco tempo.
Fonte: curiositaeperche
Coober Pedy, la città sotterranea
A circa 850 km da Adelaide, nel Sud Australia, proprio nel bel mezzo del deserto, si trova la cittadina di Coober Pedy, famosa per le sue miniere di opale, scoperte intorno al 1915, che le sono valse il soprannome di “capitale mondiale di opale”.
La cittadina presenta una particolarità che l’ha resa famosa in tutto il mondo.
Dato che in essa le temperature medie estive si aggirano oltre i 40°C, i residenti, per ovviare al troppo caldo, hanno costruito, a partire da ex miniere dismesse, abitazioni, alberghi, ristoranti, chiese, persino un campo da golf privo d’erba ed una galleria d’arte e ceramica, proprio sotto la superficie desertica.
Coober Pedy, infatti, è per metà in superficie e per metà sottoterra. I suoi 3500 abitanti di 45 nazionalità si sono rifugiati sottoterra per fuggire alle roventi temperature dell’outback, vivendo e lavorando all’interno di un’intricata rete di tunnel, in oltre 1500 abitazioni e strutture chiamate dug-outs, dotate di un sistema di sfiatatoi per regolare l’umidità.
Il nome dell’eccentrica Coober Pedy deriva dalle parole aborigene kupa (uomo bianco) e piti (buco).
L’afflusso turistico è iniziato soprattutto dopo il 1987, quando fu ultimata la Stuart Highway, l’autostrada che collega la città di Adelaide ad Alice Spring, passando attraverso Coober Pedy; un luogo affascinante, diverso da solito, raggiungibile anche recandosi alla stazione di Manguri Sliding, situata a 47 km da esso.
Fonte: www.meteoweb.eu
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