giovedì 5 gennaio 2017
Il “burian”: cos’è, come si forma e quali sono le sue caratteristiche.
Con parola “Burian” si intende quel gelido vento, da NE o E-NE, che durante la stagione invernale spira sopra le sterminate lande siberiane e le steppe kazake verso gli Urali e le pianure Sarmatiche, della Russia europea.
Il termine “Burian” (o anche Buran) deriva dalla lingua russa ed è spesso associato alle bufere di neve che in inverno investono buona parte dei territori della Russia europea e la Siberia.
Può soffiare con grande violenza venendo accompagnato da tormente di neve (di solito dai piccoli fiocchi gelati di neve farinosa, quella che cade con temperature sotto i -20° -30°) e fenomeni di “Scaccianeve“, che portano drastiche riduzioni di visibilità.
Quando scavalca la catena montuosa degli Urali, l’aria gelida di matrice siberiana, invade le pianure Sarmatiche, e spesso anche l’Europa, apportando un considerevole calo dei valori termici, anche dell’ordine dei -10° -12° in meno di 24 ore.
Il “Burian” lo possiamo considerare come un figlio dell’immenso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, che durante il periodo invernale si sviluppa sopra le grandi steppe siberiana e sull’Asia centrale.
Non di frequente, ma in alcune circostanze (in passato era molto più frequente), il gelido vento delle steppe siberiane, scavalcando gli Urali, può invadere il cuore dell’Europa, portando delle severe fasi di tempo invernale, con estese gelate e nevicate fino alle coste del Mediterraneo.
Un fenomeno tipico del “Burian” è quello dello “Scaccianeve”, i turbini di neve fatti sollevare dalle forti raffiche di vento. Ogni volta che il “Burian” entra sul vecchio continente, oltre al gelo e alla neve farinosa, porta con se anche lo “Scaccianeve”.
Durante il tardo autunno e il periodo invernale le sterminate pianure, gli altopiani e le immense steppe, tra la Siberia, il Kazakistan, la Mongolia e le altre ex Repubbliche Sovietiche dell‘Asia centrale, a nord del mar Caspio, sono interessate da un forte raffreddamento dello strato d’aria prossimo al suolo.
Questo consistente raffreddamento, meglio noto anche come “raffreddamento pellicolare”, è causato da una serie di fattori, fra cui l’aria secca, la consistente riduzione della luce solare durante il giorno e la lontananza dell’azione mitigatrice di qualsivoglia mare o oceano.
In alcune zone della Siberia centro-orientale, tra Dicembre e Gennaio, possono raggiungersi normalmente anche i -50° -60°, come nella Repubblica di Jacuzia.
Si viene cosi a sviluppare uno strato di aria gelida e molto pesante, vicino al suolo, con uno spessore limitato ai 1000-2000 metri, che origina il famoso anticiclone termico “Russo-Siberiano”, ossia una vasta zona di alta pressione di origine prettamente fredda, strutturata solo nei bassi strati.
Di solito l’anticiclone termico “Russo-Siberiano” non porta sempre bel tempo, come erroneamente si pensa.
A differenza dei tradizionali anticicloni dinamici (vedi quello delle Azzorre), essendo strutturato solo agli strati più bassi della troposfera, l’alta pressione russo-siberiana può portare tempo brutto, con forti venti e nevicate, a causa del passaggio di aree cicloniche o gocce fredde, più o meno profonde, in quota, che approfittando dei bassi geopotenziali alla quota di 500 hpa, si sganciano dalla regione artica, dove agisce il vortice polare, e si fiondano nel cuore delle steppe siberiane, kazake e mongole, apportando crude fasi invernali.
Inoltre negli anticicloni termici l’aria fredda fa diminuire più velocemente la pressione con la quota e quindi favorisce la formazione di aree cicloniche in quota.
Il “Burian” solo in determinate circostanze, durante la stagione invernale (ma non capita tutti gli inverni), può estendersi dalle steppe siberiane fino al cuore dell’Europa, portando il gelo (quello vero) su gran parte del continente.
Ciò avviene soprattutto in quegli inverni in cui si viene a formare quel determinato schema configurativo, noto ai meteorologi europei come il “Ponte di Weikoff”.
Il “Ponte di Wikoff”, prende il nome dallo scienziato russo che lo studiò per la prima volta. Si origina solo quando l’alta pressione delle Azzorre, per una sua pulsazione dinamica interna, si erge con i propri elementi, verso nord-est, in direzione della Scandinavia, per congiungersi con le propaggini più occidentali dell’anticiclone termico Russo, che dagli Urali si affaccia verso la Russia europea e il mar Baltico.
L’unione fra le due differenti figure anticicloniche da vita a un grande ponte anticiclonico, con asse orientato da sud-ovest a nord-est, che dal vicino Atlantico si estende fino alla Russia europea e ai bassopiani siberiani (oltre gli Urali), favorendo il richiamo e l’aspirazione delle masse d’aria molto gelide preesistenti sopra le lande ghiacciate siberiane.
L’aria gelida, di origine siberiana, scorrendo lungo il bordo più meridionale della poderosa figura di blocco anticiclonica, dai bassopiani della Siberia occidentale, e nei casi più estremi, pure dalle innevate steppe del Kazakistan e dal cuore della Siberia centrale, si muove verso le pianure della Russia europea, per poi invadere in pieno l’Europa centro-orientale, penetrando attraverso gelidi venti da NE e E-NE che fanno sprofondare la colonnina di mercurio su valori che si portano ampiamente sotto la soglia dello zero termico, specie quando l‘origine della massa d’aria è siberiana.
Se il “Ponte di Weikoff” è abbastanza robusto e duraturo, come nello storico Febbraio del 1956, ben alimentato da una grossa cellula anticiclonica termo-dinamica sulla Scandinavia, l’aria gelida, proveniente dalle steppe siberiane, può percorrere l’intera Europa muovendosi in modo retrogrado, ossia da est ad ovest, con vari nuclei di aria gelida che dalla Russia sono capaci di spingersi fino all’Italia, alla Francia e alla penisola Iberica, conservando gran parte del loro contenuto gelido visto il passaggio su vaste aree continentali.
Le masse d’aria gelide, una volta formato il “Ponte di Weikoff”, vengono letteralmente trascinate verso sud-ovest, ciò favorisce l’insorgenza di contrasti termici sempre più accesi con le masse d’aria più temperate presenti sopra l’Europa. L’avvento di questi contrasti può agevolare la formazione di una nuvolosità bassa e diffusa, in grado di dare la stura a nevicate, generalmente di debole intensità, fino a quote pianeggianti, se non sulle coste.
Una delle tante peculiarità è che il “Burian” è un vento che trascina una massa d’aria, molto fredda e pesante, dello spessore non superiore a 1500-2000 metri (freddo pellicolare).
Scorre negli strati più bassi della troposfera e di conseguenza man mano che si sale di quota la temperatura è relativamente più alta (rispetta il classico stato di inversione che si sviluppa d’inverno sopra gli altopiani della Siberia).
Tale particolare rende la massa d’aria particolarmente stabile nei bassi strati e incapace di dare luogo a correnti ascensionali pronte a formare nubi cumuliformi e precipitazioni a sfogo di rovescio o temporale.
Eppure basta il passaggio di aria un po’ più umida in quota per formare una nuvolosità bassa (strati, stratocumuli) sufficientemente spessa per dare la stura a deboli ma persistenti fenomeni nevosi.
Il “Burian” come già detto, proviene direttamente dalle steppe della Siberia centro-occidentale e da quelle kazake, quindi per natura nasce come un vento secco che aspira l’aria da vaste aree continentali, caratterizzate da pressioni molto elevate, spesso superiori ai 1050-1055 hPa. Ma una volta scavalcati gli Urali e attraversate le grandi pianure della Russia europea, la Bielorussia e l’Ucraina, durante la sua discesa verso sud-ovest, può costringere aria più mite e umida, incontrata nel suo cammino verso l‘Europa centrale, a sollevarsi forzatamente verso l‘alto, generando una diffusa nuvolosità, apportatrice di precipitazioni sparse.
Soprattutto durante la fase dell’intrusione del nocciolo d’aria gelida, gli scontri termici con l’aria meno fredda e più umida preesistente sopra il vecchio continente, si fanno molto forti e pronunciati, al punto da sfornare delle estese linee di instabilità o dei fronti freddi secondari che scorrendo lungo il bordo meridionale dell’imponente anticiclone di blocco termo-dinamico, con massimi centrati tra Scandinavia, Finlandia e Russia europea, si spingono in moto retrogradato dall’Europa orientale verso la MittelEuropa e in alcuni casi sull’Italia.
Sono proprio questo tipo di perturbazioni a portare gli eventi nevosi più importanti sul nostro paese.
Diversa è la storia quando il “Burian” è costretto a transitare sopra un grande specchio d’acqua o un mare interno come il mar Mediterraneo.
In questi casi si possono avere dei veri e propri sconvolgimenti della natura termo-dinamica della massa d’aria che caricandosi di umidità è costretta a scaldarsi notevolmente dagli strati più bassi, diventando molto più instabile.
In genere quando l’aria gelida, di origine russa, si versa sul Mediterraneo, mescolandosi con l’aria molto più mite e umida del loco, i contrasti termici sono cosi intensi da creare delle forti aree di vorticità positiva che danno i natali a profonde ciclogenesi, ben strutturate nei medi e bassi strati della troposfera.
Queste aree cicloniche mediterranee, oltre a causare intense ondate di maltempo, possono dare luogo a fenomeni nevosi fino a bassissima quota.
Ma il “Burian”, nelle situazioni più esplosive (che sono pure quelle più rare), può causare anche a vere e proprie tempeste di neve, anche sulle coste del Mediterraneo.
Basta che all’aria gelida al suolo (freddo di origine pellicolare) si sovrapponga aria molto fredda negli strati superiori della troposfera.
Ad esempio, quando la ciclogenesi mediterranea, che si è sviluppata dopo che l’aria gelida dalle steppe russe, tramite il mar Egeo o l’Adriatico, si è versata sul “mare Nostrum“, viene agganciata in quota (a 500 hpa, nella libera atmosfera) da una grossa goccia fredda (vortice ciclonico chiuso in quota) colma di aria gelida (con isoterme tra i -35° -40° a 500 hpa) allora ci troveremmo di fronte ad una vera “bomba nevosa”, con l’arrivo di vere e proprie tormente, rese ancora più fitte e violente se il minimo nei bassi strati diventi particolarmente baroclino.
Basti ricordare i Blizzard del Dicembre 2001 sulle regioni settentrionali.
In passato, tra l’Ottocento e la prima parte del Nocecento, le visite del “Burian” in Europa e in Italia erano molto più frequenti rispetto ad oggi.
Ogni qual volta il gelido vento della Siberia varcava gli Urali l’Europa batteva i denti e in quasi tutti i paesi, a parte l’area del Mediterraneo, si scendeva abbondantemente sotto zero, con valori anche sotto i -30°, tanto da far ghiacciare fiumi, laghi, innumerevoli specchi d’acqua e persino le acque interne dei principali porti.
Si producevano cosi le storiche invernate del Febbraio 1929 e 1956, passate agli onori della letteratura, che ancora oggi vengono ammirate e fantasticate da migliaia di meteoappasionati e amanti del freddo e della neve.
Durante quell’annate il gelo era cosi intenso da tingere di bianco l’intera penisola.
Dalle Alpi a Pantelleria, l’Italia, in quelle rarissime occasioni, vide la neve fino alle coste su buona parte del territorio nazionale. Andando avanti con i tempi possiamo ricordare gli episodi di “Burian” del Marzo 1971, Gennaio 1985, Febbraio 1991 e del Febbraio 1996, quando si realizzarono delle intense fasi di gelo, soprattutto sulle regioni centro-settentrionali, con valori perennemente inchiodati sotto la soglia degli 0°.
In Italia l’avanzata del gelido vento della steppa siberiana è spesso preceduta dall’attivazione di una gelida Bora che dall’altopiano del Carso si getta verso il golfo di Trieste, generando un brusco abbassamento termico e apportando il gelo fino alle marittime della Venezia Giulia e del Friuli fino alla laguna veneta.
Se nella città di Trieste, con l’ingresso delle forti raffiche di Bora (non per caso spira da E-NE), il termometro piomba abbondantemente sotto lo 0° (con la formazione della patina di ghiaccio sul porto triestino) allora possiamo stare certi che il “Burian” è arrivato anche in territorio italico.
Segno che l’aria in sfondamento dall’Ungheria e dalla Slovenia è veramente gelida, conservando buona parte del suo contenuto freddo originato sopra i bassopiani siberiani.
Con l’ingresso della Bora sull’alto Adriatico e il suo incanalamento, forzato, fin dentro il Catino Padano, il gelo siberiano è pronto ad invadere l’intera penisola.
Fonte: http://www.meteoweb.eu/
sabato 31 dicembre 2016
Il capodanno 2017 è più lungo di un secondo
L'International Earth Rotation and Reference Systems Service (IERS), l'organismo internazionale che vigila sui sistemi di riferimento legati alla rotazione terrestre, ha stabilito che la mezzanotte del 31 dicembre 2016 - orario di Greenwich: per noi sarà già l'una di notte - dovrà durare un secondo in più.
Ci saranno quindi le 23:59:60, per dar modo al tempo universale coordinato (UTC) di restare al pari con il sempre più lento giorno terrestre.
Il moto di rotazione della Terra dovrebbe durare 86.400 secondi atomici, ma l'attrazione gravitazionale del Sole e della Luna, con le maree, la non omogenea distribuzione delle masse nel nucleo del pianeta (nel quale il tempo scorre più lentamente) e altri fenomeni su larga scala, come i grandi terremoti o la fusione di grandi ghiacciai continentali, alterano questo movimento, rallentandolo di circa 2 millesimi di secondo al giorno.
Lo IERS monitora queste discrepanze con l'aiuto della luce di galassie distanti, usate come punto di riferimento.
Quando lo scarto supera gli 0,9 secondi, si introduce il cosiddetto leap second (secondo intercalare), che si aggiunge per comodità a fine anno o al termine di giugno, e si annuncia sei mesi in anticipo: potrebbe infatti far sballare alcuni sistemi computerizzati, i motori di ricerca e i riferimenti satellitari e gps.
Quella del 31 dicembre 2016 sarà la 27esima correzione dal 30 giugno 1972 (l'ultima è stata il 30 giugno 2015).
Finora è sempre stato necessario aggiungere, e mai togliere, un secondo. Senza questo espediente, la nostra misura del tempo si discosterebbe in modo crescente dalla posizione del Sole nel cielo. Senza il leap second, nel 2100 saremmo 2 o 3 minuti desincronizzati con la nostra stella, e nel 2700 di 30 minuti.
Fonte: focus.it
sabato 24 dicembre 2016
giovedì 22 dicembre 2016
Natale con la Luna piena. L’ultima volta 38 anni fa
È Natale e lo sembra ancor di più se c’è qualche segno nel cielo… E quest’anno ne abbiano due.
La cometa Catalina, innanzitutto.
Una cometa che potremo vedere soltanto una volta, perché a causa della sua orbita si perderà negli spazi siderali.
E poi c’è la Luna, la Luna piena.
È vero che abbiamo una luna piena al mese (se non due), ma questa volta cade proprio nel giorno di Natale.
Chi si alzerà di buon ora (prima delle 5:50) la potrà vedere in tutto il suo splendore.
La Luna infatti, inizierà a sorgere al tramonto a est e raggiungerà il punto più elevato nel cielo a mezzanotte per poi tramontare verso ovest.
Sembrerà proprio che la Luna voglia guidare con il suo massimo splendore il viaggio di Babbo Natale…
L’evento non è così “normale”, perché l’ultima volta che una Luna piena coincise con il giorno di Natale si ebbe nel 1977 e la situazione non si avrà più fino a Natale del 2034.
Fonte: focus.it
mercoledì 21 dicembre 2016
Giuseppe Arcimboldo : "L'Inverno"
L’Inverno è un dipinto di Giuseppe Arcimboldo e appartiene al ciclo delle quattro stagioni.
Tale ciclo di dipinti venne donato all’imperatore del Sacro Romano Impero Massimilano II d’Asburgo dall’Arcimboldo nel 1569, insieme ad altri quattro dipinti che rappresentavano i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco, dipinti nel 1566.
L’ Inverno fu dipinto nel 1563, ma la versione che si può vedere è quella del 1573 in parte diversa dall’originale (l’uomo rappresentato aveva un mantello e una corona) e che fu realizzata dal pittore su richiesta dell’imperatore.
Si tratta di un olio su tavola che misura 66,6 x 50,5 ed è attualmente esposto al Louvre di Parigi.
Come nelle composizioni fantastiche, che contraddistinguono la produzione artistica di questo straordinario pittore, anche L’Inverno rappresenta il volto di un anziano, composto, in questo caso, da elementi naturistici, rami, foglie, frutti, pezzi di alberi, dipinti con i colori e disegnati con le forme che assumono durante la stagione invernale.
La pelle del volto è un tronco nodoso e in parte marcio con pezzi della corteccia al posto delle rughe, rotte e rovinate.
La barba è composta da qualche piccolo ramo spoglio e senza foglie.
L’occhio, che appare una fessura piccola come se la persona cercasse di mettere a fuoco qualcosa, è una spaccatura del legno, la bocca è composta da due funghi.
I capelli sono foglie e rami spezzati e radi.
I colori sono tetri e scuri, la natura riposa in inverno e si mostra all’occhio umano in una fase morente.
La veste dell’uomo è una stuoia e al petto dell’uomo è attaccato un ramo da cui penzolano due frutti: un limone e una arancia.
E’ da notare che malgrado l’opinione corrente, che ritiene il quadro una rappresentazione grottesca dell’inverno e della vecchiaia, in realtà quando il quadro fu realizzato l’inverno era considerato la stagione più importante e in questa rappresentazione la sua forza visiva assume un’impostazione originale e unica.
Fonte: biografieonline.it
martedì 20 dicembre 2016
Granchio scatola, il crostaceo vergogonoso
Nomen omen è una locuzione di derivazione latina che tradotta significa “il nome è un presagio”, “un nome, un destino”, “il destino nel nome”, “di nome e di fatto”.
Cosa c’entri questo con il granchio protagonista di questo articolo sarà subito chiaro quando diremo che il nome popolare attribuito a questi crostacei è quello di “box crab” o granchi scatola oppure, più simpaticamente, granchi vergognosi, in riferimento alla loro abitudine di nascondere la bocca dietro le chele.
Osservato da vicino il granchio in questione – un esponente tropicale del genere Calappa presente anche nel nostro Mediterraneo con il granchio melograno (Calappa granulata) – non può che avere questo nome a causa del suo carapace, così compatto e chiuso da assomigliare addirittura, più che a una scatola, a un carro armato disegnato da Leonardo da Vinci.
I granchi scatola sono davvero animali corazzati.
Il loro carapace si presenta fortemente convesso, quasi come un elmetto militare, con il dorso caratterizzato da solchi e rilievi distribuiti uniformemente, che curva verso il basso per raccordarsi alla piastra ventrale, altrettanto robusta e compatta.
In questa foto la parte anteriore appare nascosta dalle due grosse e robuste chele, tenute in posizione di difesa a causa della presenza del fotografo di questo articolo, il biologo marino Federico Betti. Le chele si incastrano quasi perfettamente con il resto della corazza, lasciando sporgere soltanto gli occhi.
Al loro incrocio si nota anche una piccola apertura, in apparenza poco significativa, ma in realtà molto importante per l’animale. Infatti, è allineata con la bocca e consente al granchio – grazie anche alla peluria ai margini delle chele e che funziona da filtro – di respirare quando, com’è sua abitudine, si nasconde nei sedimenti.
In questo è rapidissimo, e con abili movimenti avanti, indietro e di lato si scava uno spazio nella sabbia, dove poi scompare lasciando come unica traccia gli occhi e un leggero movimento di particelle di sabbia dovuto ai flussi respiratori.
La calappa curiosamente non solo è una perfetta scatola, ma è anche un efficiente apriscatole e le altre scatole sono gli altri animali marini ben inscatolati, i molluschi, che caccia soprattutto di notte quando anche le loro prede sono solite uscire dai sedimenti dove hanno trovato rifugio nelle ore diurne.
Grazie alle sue chele, la calappa è in grado di spezzare i gusci dei molluschi gasteropodi utilizzando in particolare la chela destra, particolarmente robusta e potente e proprio a forma di apriscatole, per poi servirsi della sinistra per afferrare e tagliare la polpa della preda, ormai priva di difese.
Secondo alcuni studiosi, la conformazione delle chele della calappa è un chiaro esempio della corsa alle armi che si svolge sotto il mare: con l’evoluzione, più i molluschi si dotavano di conchiglie robuste, più i granchi perfezionavano e potenziavano le proprie chele.
Fonte rivistanatura.com
lunedì 19 dicembre 2016
Cos'è questo "mostro" comparso su una spiaggia in Nuova Zelanda?
Lo hanno chiamato il Muriwai Monster ("Mostro di Muriwai"), dal nome della spiaggia della Nuova Zelanda dove è stato individuato, ed il nome è quanto mai appropriato: a giudicare dalle foto, pare infatti ciò che ci si aspetterebbe di vedere in un film che parla di una mostruosa creatura saltata fuori dalle profondità oceaniche.
Comparso sulla spiaggia di Muriwai, nella parte occidentale dell'isola settentrionale della Nuova Zelanda, il "Mostro" ha dapprima suscitato la curiosità delle comunità locali: un'abitante del posto, Melissa Doubleday, ha condiviso le immagini su Facebook, nella speranza che qualcuno l'aiutasse a svelare il "mistero".
Le ipotesi sono state parecchie, alcune particolarmente fantasiose, a partire da quella che identificava il mostro con "una balena rastafariana", visti i lunghi e numerosi tentacoli, molto simili a dei rasta.
Ci spiace per chi si aspetta l'annuncio della scoperta di qualche nuova e mostruosa specie marina: nulla di tutto questo.
In effetti, la spiegazione è molto più semplice, ma non per questo meno affascinante.
Quello che si vede nella foto, almeno secondo la New Zealand Marine Sciences Society, è un grosso pezzo di legno coperto di pedunculata, dei crostacei maxillopodi che si attaccano a rocce, detriti vari ed anche alle chiglie delle navi.
Molto spesso questo comportamento viene messo in atto da molti esemplari, creando effetti come quello del "mostro".
Nel caso doveste andare in Spagna o in Portogallo, potreste trovarveli (a caro prezzo) nel piatto, con il nome di percebes: sopratutto nella zona della Galizia vengono considerati come i più prelibati fra i crostacei.
La specie delle immagini è presumibilmente quella della Lepas anatifera, che ha la caratteristica di agganciarsi ad una superficie utilizzando questi "gambi" di muscoli che possono essere visti nelle foto e che possono raggiungere fino ad una lunghezza di 80 centimetri.
Per alimentarsi sfruttano dei tentacoli che fuoriescono dai gusci.
Quando si attaccano ad una superficie producono una specie di "mastice" che li rende quasi un tutt'uno con ciò a cui decidono di attaccarsi.
Il che può essere un problema se l'oggetto sul quale vivono decide di arenarsi su una spiaggia, dal momento che questi sono gli unici crostacei sessili al mondo, ossia gli unici incapaci di muoversi autonomamente.
Fonte: ibtimes.com
Viaggio nella terra dei Navajo alla scoperta di incredibili formazioni geologiche naturali
In Arizona, al confine con l’Utah, a pochi chilometri dalla città di Page, vicino Lake Powel, si trova Antelope Canyon, il più suggestivo ed imperdibile slot canyon (canyon stretto) degli Stati Uniti sud-occidentali. Si tratta di incredibili e misteriose formazioni geologiche naturali, opera del vento e dell’acqua che, in milioni di anni, hanno eroso la pietra arenaria, dando origine ad incantevoli percorsi che si sviluppano come delle spirali… non a caso è anche chiamato “corkscrew Canyon”, ossia “Canyon a cavatappi”.
Situato sulla terra dei Navajo (Nà-va-ho), è un luogo da sogno, possibilmente da visitare quando i raggi del sole sono perpendicolari al suolo terrestre, riuscendo a filtrare tra le piccole insenature del canyon, dando vita a suggestivi giochi di luci ed ombre, indescrivibili a parole ed i periodi ideali per ammirarlo sono quelli primaverili (marzo-aprile) e autunnali ( ottobre-novembre).
La storia narra che l’Antelope Canyon venne scoperto nel 1931, da una pastorella indiana appartenente alla tribù dei Navajo, mentre cercava una pecora fuggita dal branco.
Essendo soggetto ad inondazioni impreviste, il canyon può essere visitato solo con delle escursioni guidate.
Questa meraviglia paesaggistica, che attira sempre folle di turisti ed aspiranti fotografi alla ricerca dello “scatto mozzafiato”, è davvero imponente, con i suoi 240 metri di altezza.
Si arriva all’ingresso dell’area, composta da due formazioni distinte: Upper Antelope Canyon e la Lower Antelope Canyon , tramite mezzi fuoristrada.
L’ingresso all’Upper Antelope, che in lingua Navajo significa “il luogo dove l’acqua scorre tra le rocce”, si presenta come una fenditura nella roccia del deserto e, appena entrati, ci si trova di fronte a stretti passaggi tra rocce striate di una bellezza indescrivibile, con geometrie e curve perfette.
Il canyon deve il suo nome alle numerose greggi di antilocapre americane (pronghorn) che pascolavano in questa zona e veniva utilizzato dagli indiani Navajo per fare pascolare le mandrie durante l’Inverno.
Mentre l’Upper Antelope Canyon è facilmente accessibile e presenta con più frequenza il fenomeno della penetrazione dei raggi di luce, Lower Antelope Canyon ha un accesso più impegnativo, con scalette di ferro e un percorso non semplicissimo.
Tuttavia ha due vantaggi non da poco: la presenza di molti meno turisti e la possibilità di trattenersi al suo interno per tutto il tempo che si desidera.
Caterina Lenti
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