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giovedì 3 novembre 2016

Namibia: sorprendente viaggio tra deserti, parchi nazionali e foreste pietrificate


Wonderful Namibia! 
Non tutti hanno la fortuna durante la propria vita di fare l'esperienza del deserto, in assoluto una delle più particolari e sbalorditive che si possano sperimentare. 
Fra le dune sperimenti la tua fragilità e ti confronti, come in pochi altri contesti al mondo, con te stesso, i tuoi limiti, la tua piccolezza di fronte alla maestosità della natura.
 È un luogo, il deserto, dove si percepisce il senso della vastità e dell'infinito. Non si può non esserne rapiti.
 A partire da quando si ode per la prima volta la sua voce, quella magnifica, impalpabile melodia generata dai granelli di sabbia che, mossi dal vento, si sfiorano l'un l'altro. O ancora, quando ci si trova di fronte ai suoi magnifici tramonti infuocati o alla volta celeste, che di notte si riesce a scandagliare senza ostacoli in tutta la sua brillantezza, o agli incontri che solo nel deserto si possono fare.






Se poi si ha la fortuna di fare quest'esperienza nel deserto del Namib, in Namibia, in assoluto uno dei più belli della pianeta, il tutto può diventare ancora più straordinario.
 Il Namib, arido da oltre 50 milioni di anni, si ritiene che sia, infatti, uno dei deserti più antichi del mondo, un'ecoregione di grandissimo interesse per geologi e biologi, con una fauna e una flora costituita in gran parte da specie endemiche in grado di adattarsi nei millenni a un ambiente tanto ostile.






Gran parte del territorio del Namib è tutelato da aree naturali protette, la più importante delle quali è il Namib-Naukluft National Park, il parco nazionale più esteso d'Africa.
 Strepitose le dune che, a seconda dell'ora, assumono diverse colorazioni: dall'albicocca-arancio dell'alba fino al rosso fuoco del tramonto.


Le dune di Sossusvlei sono le più alte del mondo e, sprofondando in mare, offrono uno spettacolo di singolare bellezza. 
Ma il Namib non è l'unico deserto del Paese: all'interno dei confini nazionali ricade anche parte dello splendido deserto del Kalahari, condiviso con Botswana, Zimbabwe e Sudafrica.


La Namibia, che ha una densità di popolazione di 2,43 persone per kmq (contro le 200 dell'Italia), offre la possibilità di avvistare praticamente tutti gli animali che vivono nel Continente africano, compreso i cosiddetti Big five, vale a dire leoni, rinoceronti, leopardi, elefanti e bufali.
 In particolare il Parco Nazionale Etosha, nel nord del Paese, uno dei più suggestivi e importanti parchi dell'Africa australe, dove si può peraltro dormire anche in ecolodge costruiti in modo da salvaguardare il più possibile il contesto in cui sono inseriti, è un autentico eden per i safari fotografici. 
Il cuore del parco è costituito da 5mila kmq di conca salina priva di vegetazione e le numerose sorgenti d'acqua al margine della conca richiamano ogni tipo di animale: migliaia di uccelli, elefanti, ippopotami, giraffe, leoni, leopardi, branchi di antilopi e di zebre, oltre al raro rinoceronte nero e all'impala dal muso nero, a rischio estinzione.








Altre splendide escursioni naturalistiche sono quelle all'altopiano Waterberg, ricadente, con le sue molte sorgenti, nell'omonimo parco nazionale, dov'è possibile avvistare fra gli ultimi esemplari di ghepardi esistenti al mondo, e alla Foresta Pietrificata. 
Dichiarata monumento nazionale negli anni '50, vi si osservano tronchi pietrificati (diventati cioè dure rocce silicee) risalenti a ben 260 milioni di anni fa e trasportati da una grande alluvione fin qui da zone probabilmente ricche di foreste di conifere.






Strepitosi anche il Fish River Canyon, paragonabile per la sua maestosità al Grand Canyon stellestrisce, e il tratto più a sud della Skeleton coast, che deve il nome ai relitti di navi arenatesi nel tempo da queste parti, oltre la quale vive una grande colonia di otarie.


Ma la Namibia non è soltanto natura e straordinari deserti. 
Offre, infatti, anche un ricchissimo patrimonio culturale a partire dalle ben 13 diverse etnie che convivono sul suo territorio, tra cui l'affascinantissima tribù degli Himba, costituita da pastori nomadi che vivono nel nord del Paese, custodi di antiche tradizioni.






Rimanendo in tema culturale, non si può non visitare la capitale, Windhoek, con le sue architetture risalenti al dominio coloniale tedesco. Le conferiscono un aspetto quasi europeo e la città colpisce per il suo ordine, la sua pulizia e l'estrema sicurezza di cui si può godere andando in giro, contrariamente a quanto avviene in altri paesi dell'Africa.


Infine, il sito rupestre della valle di Twyfelfontein, autentico museo a cielo aperto, dichiarato monumento nazionale per la presenza di incisioni e pitture rupestri risalenti probabilmente a circa 6000 anni fa. 
Ultimo tuffo nel lungo passato di questo straordinario e antichissimo angolo del pianeta.


Vincenzo Petraglia

martedì 1 novembre 2016

Significato , origini e storia della festa di Ognissanti


Le origini della Festa di Ognissanti o di Tutti i Santi che cade il 1° novembre di ogni anno, sono lontanissime e si possono rintracciare al tempo dell’antica cultura delle popolazioni celtiche. 
I processi storici e culturali che hanno portato questo giorno ad avere un’importanza assoluta nel mondo cattolico, sono molti, ma in alcuni testi appaiono controversi e discordanti. 

Tutto sembrerebbe risalire, come dicevamo, alla cultura celtica la cui tradizione divideva l’anno solare in due periodi: quello in cui c’era la nascita e il rigoglio della natura e quello in cui la natura entrava in letargo passando un periodo di quiescenza. 
I giorni di inizio di questi due periodi venivano festeggiati, il primo, durante il mese di maggio (quello della vita, e quindi della rinascita della natura) e il secondo a metà autunno (quello della morte, e della quiete della natura). 
Questi due giorni venivano chiamati rispettivamente Beltane e Samhain.


Nello stesso periodo storico, presso i romani si festeggiava un giorno simile, per significato al Samhain: la festa in onore di Pomona, dove si salutava la fine del periodo agricolo produttivo e si ringraziava la terra per i doni ricevuti.

 Quando Cesare conquisto la Gallia, le due feste pagane, celtica e romana, si integrarono e i giorni per il festeggiamento cadevano, a secondo delle zone, in un periodo che si collocava tra la fine del mese di ottobre e i primi giorni di novembre. 
Solo in seguito i festeggiamenti caddero in un solo giorno e precisamente tra la notte del 31 ottobre e il primo novembre. Questa notte veniva chiamata Nos Galan-Gaeaf, cioè notte delle calende d’inverno, ed era il momento di maggior contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Con l’affermarsi del cristianesimo, al significato di questa festa, prettamente agricola e pagana, se ne sovrappose un altro prettamente spirituale e religioso. 
Nel significato religioso si voleva commemorare il mondo dell’aldilà o il mondo della morte il cui significato viene fatto risalire proprio al Samhain dei Celti. 

Nel VII secolo, con l’avvento a l soglio pontificio di Papa Bonifacio IV si tentò di andare oltre e cambiare la festa pagana in festa cristiana dandone così un significato puramente religioso. 
Per togliere ogni residuo di paganesimo, l’idea originale fu quella di abolire la festa pagana, decisione però che avrebbe scatenato le ire del popolo ancora molto ancorato alle antiche tradizioni. 
Si optò quindi per la compensazione e il giorno di festa religioso venne chiamato Tutti i Santi, giorno in cui poter onorare i santi e che cadeva il giorno 13 del mese di maggio.
 La conseguenza di questa decisione fu quella di avere due feste affiancate, una pagana e una cristiana.

 Circa due secoli più tardi, e più precisamente nell’835, Papa Gregorio IV fece coincidere la data della festa cristiana di Ognissanti o di Tutti i Santi con quella pagana per diminuire ancor di più il peso dell’antico culto pre-cristiano. 
Il giorno della festa di Tutti i Santi cadeva quindi il 1° novembre di ogni anno in coincidenza del giorno successivo alla notte delle calende d’inverno. Ma anche questo non bastò a sradicare il culto pagano, cosicché la chiesa introdusse nel X secolo una nuova festa, quella dedicata ai morti, che cadeva il 2 novembre.

Durante i festeggiamenti del 2 novembre, dove venivano ricordate le anime degli estinti, i loro cari si mascheravano da angeli e diavoli e, come nella tradizione celtica, accendevano grandi fuochi. 

Nel 1475 la festività di Ognissanti venne resa obbligatoria in tutta la Chiesa d’Occidente da Sisto IV ma il culto pagano, in special modo quello celtico, nonostante un lungo periodo di quasi totale dimenticanza, è sempre sopravvissuto nella cultura dei popoli europei fino ai giorni nostri.
 Infatti la notte di Nos Galan-Gaeaf dell’antica cultura celtica viene rievocata, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, nella notte di Halloween il cui significato è proprio vigilia di Ognissanti o di Tutti i Santi (All Hallows = Tutti i Santi + eve = Vigilia). 

 Fonte: mitiemisteri.it

venerdì 28 ottobre 2016

Scoperto perché in autunno le foglie cambiano colore


In autunno le foglie perdono il loro colore e assumono un giallo/arancio più o meno brillante.
 Si sa che questo accade perché la clorofilla viene degradata e trasformata in un’altra molecola, e che nelle foglie diventano evidenti altre sostanze, antociani o carotenoidi, pigmenti rossi o gialli. 
Si sapeva anche che un enzima toglie alla clorofilla una molecola di magnesio e quindi ne impedisce l’attività, ma non si conosceva chi facesse partire il processo. 

 Un gruppo di ricerca giapponese ha ora scoperto il gene che codifica l’enzima responsabile della degradazione della clorofilla, e ha pubblicato la scoperta sulla rivista scientifica The plant cell (sommario, in inglese). 
Si chiama Stay-Green ("rimane verde", abbreviato in SGR) e l’enzima da esso prodotto è l'Mg-dechelatasi. 

 Questa molecola toglie alla clorofilla l’atomo di magnesio (Mg), la trasforma in un altro composto (feofitina a) e lascia nelle foglie spazio ad altre molecole che infine cambiano il colore del mondo e trasformano i boschi autunnali in una sinfonia di colori. 

 Il gene SGR ha anche un senso storico, perché è uno dei geni studiati da Gregor Mendel (il monaco boemo che ha scoperto le leggi delle genetica) nei suoi esperimenti sui piselli verdi e gialli. 

Quando una mutazione “guasta” il gene SGR, questo non degrada più la clorofilla, che rimane nei semi lasciandoli verdi.

 fonte: focus.it

Una sepoltura Subeixi con un ‘sudario’ di cannabis


Circa 2.500 anni fa, nel nord-ovest della Cina un uomo venne sepolto in una elaborata tomba, e il suo petto fu ricoperto con un sudario fatto di 13 piante di canapa.
 La tomba è una delle poche privilegiate, nel centro del continente euroasiatico, nel quale c’era la cannabis.
 Questa in particolare getta nuova luce su come la popolazione preistorica della regione usasse questa pianta nei rituali. 
 “Una notevole scoperta archeobotanica”, avvenuta perché gli abitanti moderni avevano paradossalmente deciso di costruire un nuovo cimitero. 

 Nella tomba vi erano archi, frecce e i resti di animali addomesticati, tra cui capre, pecore e un teschio di cavallo – indice che questa popolazione praticasse sia la caccia sia l’allevamento. Il cimitero apparteneva probabilmente alla cultura Subeixi (nota anche come Gushi), a giudicare dalle analisi del vasellame di terracotta. 
I Subeixi furono il primo popolo conosciuto a vivere nell’arido bacino di Turpan (o depressione di Turfan), 3.000 anni fa circa.

In tutto, gli archeologi hanno trovato 240 tombe antiche. L’uomo con la canapa (tomba M231) era un uomo caucasico, morto a 35 anni circa.
 I suoi resti giacevano su un letto composto da stecche di legno, mentre la sua testa riposava su un cuscino di cannucce di palude. Numerosi erano anche i vasi di terracotta.
 Più sorprendente sono però le «13 piante femminile di cannabis quasi intere, poste in diagonale sul corpo del defunto come un sudario, con le radici e le parti inferiori delle piante raggruppate insieme sotto il bacino», scrivono i ricercatori sulla rivista Economic Botany.

 La tomba risale tra i 2.400 e i 2.800 anni fa, stando alla datazione al radiocarbonio, eppure le piante sono rimaste intatte grazie al clima asciutto della regione.
 Ci sono anni in cui neanche piove. Ma i depositi dei fiumi (come sabbia e ciottoli) e i resti di piante acquatiche (equiseti e canne) indicano che all’epoca qui vicino scorreva un fiume.


Difficilmente la M231 è l’unica sepoltura contenente cannabis.
 Il bacino di Turpan conserva un altro cimitero Subeixi chiamato cimitero di Yanghai, che risale anch’esso al I millennio a.C.
 Una delle sue sepolture aveva per esempio una grande scorta di fiori di cannabis in un cesto di cuoio e in una scodella di legno, proprio accanto al cadevere di un uomo.
 La tomba non aveva alcuna traccia di vestiti o corde di canapa. Piuttosto, i grossi semi della pianta e l’alta presenza di cannabinolo suggeriscono che la cannabis fosse usata come sostanza attiva. 
Un’altra tomba di Yanghai conteneva teste di fiori di cannabis, segno forse di un uso a scopi medicinali. 

Anche nel sud della Siberia, nelle sepolture della cultura di Pazyryk, sono state rinvenute tracce di cannabis, “usata per scopi rituali se non addirittura come psicoattivo”, scrivono i ricercatori. In un’altra sepoltura sui Monti Altai, sempre della cultura Pazyryk, la cannabis rinvenuta venne forse utilizzata dalla donna (morta di cancro ai seni) per fronteggiare i sintomi. «Apparentemente – scrivono gli studiosi – la cannabis medicinale (e forse spirituale, o almeno rituale) era largamente usata dai popoli nel centro dell’Eurasia durante il I millennio a.C.».

 Live Science
 Economic Botany

mercoledì 26 ottobre 2016

Anche senza orecchie i ragni ci sentono arrivare


Se già le zampe pelose dei ragni vi facevano impressione, figuriamoci tra qualche riga.
 Proprio quella peluria, nei ragni saltatori - una famiglia che include il 13% di tutte le specie di ragni conosciute - è talmente sensibile che riesce a captare voci e rumori da diversi metri di distanza.
 La scoperta descritta su Current Biology confuta la diffusa teoria che questi animali, non avendo orecchie, non possano sentire, e si basino solo su tatto e vista. 
 Gli scienziati della Cornell University (USA) sono giunti a questa conclusione inaspettatamente, durante uno studio finalizzato a misurare le capacità visive dei ragni saltatori della specie Phidippus audax, attraverso il monitoraggio dell'attività elettrica del loro cervello.


Il gruppo ha notato una attivazione anomala nella risposta neurale di questi animali quando qualcuno spostava rumorosamente una sedia del laboratorio, o batteva le mani. 
La capacità è stata subito ricondotta alla peluria delle zampe. Quando questa è stata bagnata con acqua e resa incapace di vibrare, infatti, i neuroni auditivi dei ragni hanno smesso di attivarsi in risposta ai suoni.
 Ulteriori studi hanno appurato che gli aracnidi di questa specie riescono a udire un battito di mani a oltre 5 metri di distanza, e sono più sensibili ai suoni cupi (tra gli 80 e i 130 Hz) come le voci maschili e il ronzio delle vespe parassitoidi, loro predatrici. 
 Non si tratta comunque di un udito sopraffino: quello che i ragni sentono somiglia un po' «a una comunicazione telefonica disturbata», dicono i ricercatori. 
Probabilmente intuiscono il rumore e la direzione da cui proviene, ma non sembra esserci alcuna interpretazione o interazione.

 Fonte: focus.it

martedì 25 ottobre 2016

Triangolo delle Bermuda, mistero risolto ?



Fin dal 1800 il Triangolo, detto anche "delle Bermude" e "del Diavolo" a causa di un articolo apparso nel 1964, è entrato nell'immaginario collettivo come un'area maledetta.
 Lì, in quella zona dell'Oceano Atlantico incastrata fra Florida, Bermuda e Portorico, si stima che dal 1851 siano scomparse più di 8mila persone, con almeno 75 aerei precipitati o spariti e centinaia di navi di cui non si è mai conosciuto il reale destino.
 L'ultimo episodio risale al 2015. 

Complici articoli e best seller come il libro "Bermuda, il triangolo maledetto", quest'area di mare che si estende per oltre 500mila chilometri quadrati è rimasta per anni un mistero maledetto: campi magnetici (per via delle bussole che possono impazzire), vulcani sotterranei, depositi di gas, piramidi sott'acqua, perfino alieni, sul Triangolo è stata fatta ogni tipo di teoria. 
 In realtà, come sostenuto dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, il numero di incidenti aeronavali avvenuto nel triangolo rientra nella media rispetto ad altre zone del mondo.
 Ma il fascino di scoprire perché proprio lì, dove nel 1945 i cinque aerei militari Avenger degli Usa finirono nel nulla, avvenivano così tanti misteri, è rimasto tale da lasciare aperta e attuale la sfida per tutti gli scienziati.

 La nuova soluzione sul caso Bermuda arriva ora dal dottor Randy Cerveny dell'Arizona University e dal meteorologo Steve Miller della Colorado University.
 Parlando con Science Channel i due ricercatori sostengono che una spiegazione plausibile alle terribili condizioni atmosferiche a cui è soggetto il Triangolo sia data dalle nubi esagonali, ovvero nuvole "chiuse" concentrate nella zona a ovest dell'area.


Questo tipo di nubi, la cui concentrazione sopra le Bermude (così come in altre zone del mondo, ad esempio sui mari irlandesi) è stata confermata dalle immagini satellitari studiate dai due ricercatori, produrrebbero vere e proprie "bombe d'aria" dando vita a terrificanti venti capaci di soffiare fra le 170 e le 190 miglia orarie. Gli scienziati ritengono che questi venti siano in grado di dar vita a fenomeni e tempeste tali da capovolgere navi o portare aerei a precipitare. 
Un mix di potenza della natura se si pensa come la stessa zona sia colpita da centinaia di trombe d'aria ogni anno. 
Per Cerveny questi "getti d'aria che scendono dalla parte inferiore delle nubi a contatto con l'oceano possono dare vita ad onde di dimensioni enormi. Quello che abbiamo osservato, in quest'area, è proprio una forte concentrazione di nubi esagonali". 

 Le ricerche sui fenomeni naturali del triangolo dovranno essere confermate da altri studi e immagini satellitari e gli scienziati stessi definiscono la teoria solo come "una possibile spiegazione". 
Forse è dunque ancora presto per parlare di "enigma risolto".
 Di fatto, il mistero di in questa zona dell'Atlantico che conta una media di 4 aerei e 20 navi scomparsi all'anno (dai primi dell'Ottocento), ha una storia di lunghissimo corso: il primo a registrare le anomalie magnetiche dell'area, con tanto di bussole impazzite, si dice fu proprio Cristoforo Colombo già nel suo viaggio del 1492 alla scoperta della America. 

 Fonte: www.repubblica.it

lunedì 24 ottobre 2016

Il fenomeno delle risorgive


Con i suoi 95 chilometri di lunghezza, il Sile rappresenta il più importante fiume di risorgiva in Italia. 
Nasce in prossimità della località Casacorba (Treviso). Dalle sorgenti scorre da ovest verso est grossomodo fino a Treviso; a valle della città si orienta verso sud-est sino ad incontrare la laguna, dove sfociava anticamente. 
Nel 1991 questo tratto del fiume, è stato istituito a Parco Naturale Regionale.


La parte artificiale, definita Taglio del Sile, realizzata dalla Repubblica di Venezia nel XVII secolo, è stata fatta confluire nel Sile-Piave Vecchia sino alla foce a Cavallino.
 In questo tratto il fiume lambisce ed abbraccia la Laguna Nord di Venezia ed il paesaggio fluviale si fonde con quello dei vasti orizzonti lagunari fatto di canneti e di barene. 

 Il termine risorgive indica genericamente il fenomeno di risorgenza delle acque dai suoli di pianura; si tratta di un fenomeno tipico della Pianura Padana. 
Nella Pianura Veneta, con riferimento alla realtà propria del Fiume Sile, il Piave allo sbocco dal sistema alpino scorre sul vastissimo deposito di detriti che le sue stesse acque hanno accumulato nel corso dei millenni. 
L’alveo fluviale è dunque formato, nel primo tratto planiziale (alta pianura) da ciottoli levigati dal trascinamento delle acque e dall’abrasione per sfregamento con gli altri ciottoli.
 Per questo l’alveo presenta una elevata permeabilità e le acque quindi s’infiltrano abbondantemente nel sottosuolo, raggiungendo e formando la falda ipogea.
 La pendenza degli strati sedimentari determina un lento, ma costante scorrimento sotterraneo delle acque che si interrompe, però, nella fascia in cui avviene il passaggio tra l’alta pianura, formata appunto da sedimento grossolano e la bassa pianura formata da sedimento fine (sabbia, limo, argilla). 
Qui, le acque che scorrono in profondità incontrano strati di sedimento impermeabile sempre più consistenti, che ne ostacolano il deflusso e che le “costringono” a risalire ed affiorare spontaneamente in superficie.
 In questo modo si formano le suggestive polle sorgive, piccoli avvallamenti in cui il perenne scaturire dei fiotti d’acqua origina un ruscello le cui acque, dette appunto “di risorgiva”, il più delle volte confluiscono in un unico corso fluviale. 
La zona di transizione tra alta e bassa pianura costituisce la fascia delle risorgive, ampia da 2 a 8 chilometri circa, che percorre tutta la Pianura Veneta e che s’inoltra in territorio friulano, dove il fenomeno presenta aspetti assolutamente analoghi.


Le peculiarità delle acque di risorgiva sono varie; per aver subito un processo di naturale filtraggio attraverso gli interstizi del sottosuolo ghiaioso dell’alta pianura, sgorgano non solo limpidissime, ma anche esenti da inquinanti, in particolare microbiologici. 
La temperatura dell’acqua oscilla tra i 10° ed i 13°C. Infatti, le acque di risorgiva hanno una temperatura media costante durante l’anno, con modeste oscillazioni di valore tra le diverse fasi stagionali; questo contribuisce perciò a mitigare il clima, sia durante l’estate che durante l’inverno, riducendo i picchi delle temperature massime e minime; questo rappresenta un fattore ecologico di straordinaria importanza, poiché si crea un microclima particolare che si riflette sui popolamenti vegetali ed animali, che annoverano specie non rilevabili in altre zone della nostra regione. 

 Fonte rivistanatura.com

venerdì 21 ottobre 2016

Decine di antichi relitti sul fondo del Mar Nero


Una flotta di navi di epoche diverse, colate a picco a distanza di secoli l'una dall'altra, riposa nelle profondità del Mar Nero, nel nord della Turchia.
 I 41 vascelli, databili dall'apice dell'Impero Bizantino (1.000 anni fa) ai tempi più recenti di quello Ottomano, appaiono incredibilmente ben conservati. 
 Molto spesso i relitti sono infatti scoperti in acque più basse, dove l'impeto delle correnti risparmia soltanto lo scafo. 
Quelli ora rinvenuti si trovano, invece, in acque profonde anche 1.100 metri, povere di ossigeno, in condizioni che hanno preservato gran parte del legno di cui sono fatte.
 Di molte è ancora visibile l'architettura del ponte, con i resti di alberi, timoneria e persino funi di bordo. 
 Un team di archeologi del Black Sea Maritime Archaeology Project, guidato dall'università di Southhampton (Gran Bretagna), ha scoperto il tesoro sommerso mentre scandagliava le profondità del Mar Nero per cercare di ricostruire i tempi e le modalità con le quali il livello di questo mare interno tornò a crescere dopo l'ultima era glaciale, che vide il suo culmine 20.000 anni fa.


Una tecnica chiamata fotogrammetria, che permette di ricostruire fedeli copie 3D dei relitti a partire dalle fotografie scattate da sommergibili, ha consentito di ammirare i reperti nel loro antico splendore.
 Uno di questi è un mercantile probabilmente italiano del 1300, di una foggia che doveva essere comune all'epoca di Marco Polo. Anche se lo scafo rivestito in ferro si è inabissato a profondità maggiori, si può vedere ancora la prua. 
 «L'albero è ancora in piedi, con i pennoni sul ponte», racconta Jon Adams, che ha coordinato le ricerche. «Si vedono ancora le sartie e il vasellame di bordo».
 Il relitto mostra anche alcune interessanti caratteristiche di tecnologia navale dell'epoca, come i timoni ai lati della parte poppiera, un tempo usati per sterzare.


Anche i relitti di epoca ottomana, di alcuni secoli posteriori, mostrano dettagli come le decorazioni sulla barra del timone e diverse funi che ancora pendono dal vascello.
 Gli archeologi pensano che i relitti siano resti di mercantili: viste la distanza da riva alla quale sono stati ritrovati e le loro buone condizioni, sembra improbabile che le navi siano affondate in battaglia. 

 Fonte: focus.it
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