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martedì 6 settembre 2016

I mulini a vento delle saline di Trapani


Sono incorniciati in un paesaggio conosciuto come la Via del Sale e si trovano nel percorso che da Trapani conduce a Marsala, nella bella isola siciliana.
 Sono i mulini a vento sul mare, uno spettacolo da vedere almeno una volta nella vita. 
 Questi antichi mulino a sei pale della Riserva delle Saline di Trapani e Paceco sono stati addirittura considerati fra i dieci più belli d’Europa secondo la rubrica “In viaggio nel mondo” dell’Ansa. 
 Il perché è molto semplice: da antiche architetture industriali si sono trasformate in un’attrazione turistica che porta sul luogo centinaia di visitatori.






I mulini trapanesi sono di due diverse tipologie: il mulino a stella o olandese, caratterizzato da sei pale trapezoidali di legno e il mulino americano, con pale di lamiera zincata. 
Entrambi però soprattutto all’imbrunire, offrono uno scenario suggestivo perché il paesaggio si tinge di colori che si riflettono sulle saline.
 Ma nel punto in cui l’acqua si confonde con la terra c’è ancora un’altra meraviglia, ovvero la vista dei fenicotteri che creano un immagine da cartolina.


La Riserva delle Saline di Trapani e Paceco è una riserva naturale regionale nella quale si esercita l’antica attività dell’estrazione del sale. 
E’ gestita dal WWF Italia e le sue origini sono addirittura fenicie, ma dopo la prima guerra mondiale con la nascita di saline industrializzate, quelle trapanesi cominciarono la loro decadenza e allo scoppio della seconda, con la concorrenza straniera, furono dismesse. Per fortuna rimangono i mulini a vento utilizzati un tempo per la macinazione del sale e per il pompaggio dell’acqua salata da una vasca all’altra.


Oggi vi è comunque un rilancio del sale marino trapanese inserito nell’elenco dei prodotti agroalimentari siciliani.

Dominella Trunfio

lunedì 5 settembre 2016

Le favelas di Rio de Janeiro


Caratteristiche di Rio de Janeiro, le favelas colpiscono fortemente l’immaginario collettivo.
 L’origine del nome “favela” viene dalla Guerra di Convidos. Il paese di Convidos che sfidò il governo federale, fu costruito vicino ad una collina (Morro). 
Dopo la guerra del 1897, alcuni militari, ritornando a Rio de Janeiro, non ricevettero più il salario, ritrovandosi in grandi difficoltà economiche.
 Senza risorse, si stabilirono nel Morro della Providencia, in baracche provvisorie, e presto questo luogo venne chiamato “Morro da Favela”, prendendo il nome dalla favela (Cnidoscolus quercifolius), una pianta resistente che cresceva in quella regione e causava una forte irritazione della pelle.
 A partire dagli anni 20, tutte le abitazioni di baracche costruite sulle colline di Rio de Janeiro presero il nome di favelas.
 Queste pseudo-case si sviluppano caoticamente, divenendo sempre più grandi, degradate e pericolose. In esse povertà e criminalità sono la realtà di tutti i giorni; giorni scanditi dal traffico di droga e dalle guerre tra gang criminali.
Le “case” costruite con diversi materiali di scarto, dai mattoni alle lamiere di Eternit, alcuni recuperati dalle immondizie e dalle discariche a cielo aperto, sono la testimonianza più lampante delle contraddizioni di un Paese in crescita.








Da un lato grattacieli e hotel di lusso, dall’altro baracche fatiscenti, con finestre tappate col cartone, l’intonaco scrostato e i bimbi che giocano per strada a piedi nudi.
 Davanti a questa desolazione vengono in mente tutti gli sprechi di cibo e d’acqua del “nostro mondo”, quello Occidentale, considerato evoluto, quello in cui, nonostante la crisi, continuano a girare soldi. E’ per questo che Papa Francesco, visitando le favelas in occasione della GMG, ha insistito sulla necessità di non restare insensibili alle diseguaglianze sociali, appellandosi a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e agli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale per un mondo più giusto.

 Fonte: meteoweb.eu

Origini e Significato del Simbolo dell’Infinito


Ci sono diverse teorie sulla nascita del simbolo dell’infinito (∞ – lemniscata), un simbolo matematico usato per la prima volta da John Wallis nel 1655, il quale lo scelse per identificare un numero grandissimo proprio perché quei due occhielli possono essere percorsi senza fine. 
Un’altra teoria nasce dal fatto che M, il numero romano che indica 1000 (quindi una quantità molto grande), veniva a volte scritto come CIƆ, oppure venne scelto come deformazione delle prime due lettere della parola latina uguale (aequalis) perché all’inizio veniva usato per indicare l’uguaglianza. 
 Alcuni ipotizzano anche che il simbolo dell’otto rovesciato sia una variante dell’Ouroborus, un antico simbolo raffigurante un serpente o drago si mangia la coda. 
 Ma l’ipotesi più accreditata è che il simbolo dell’infinito come lo conosciamo oggi sia la derivazione e la raffigurazione dell’Analemma cioè la figura che si crea nel cielo se si fotografa il sole alla stessa ora, nel solito punto, nei diversi giorni dell’anno. A causa dell’inclinazione della terra e della sua orbita ovulare, il sole crea una figura nel cielo che non è sfuggita agli antichi astronomi, un percorso ad otto rovesciato nel cielo, per poi ritornare nel solito punto; per cui il simbolo è andato a significare “L’andare e venire del tempo” ed in definitiva il simbolo dell’infinito.


Il fatto che ci sia bisogno di un simbolo per raffigurare qualcosa che la mente umana fatica a focalizzare è abbastanza concepibile, infatti quando si guarda il cielo è difficile pensare che lo spazio sia infinito, soprattutto quando il piccolo uomo terrestre si ritrova circondato da cose enormi ma che comunque hanno una fine, tangibile e verificabile, infatti se provate ad immaginare l’infinito trovate delle difficoltà, perché ciò che è infinito non può mai essere presente nella sua totalità nel nostro pensiero.

 Dalla lemniscata (da lemniscus un termine latino che rappresentava, nell’epoca romana, un nastro ornamentale utilizzato per le corone) è derivato il concetto del “Nastro di Moebius ” che rappresenta l’infinito ma anche le realtà parallele che corrono sulle due bande del nastro, fu il grande disegnatore dell’assurdo e dell’impossibile Escher che rappresentò il nastro di Moebius con delle formiche le quali sembrano camminare su lati opposti ma in realtà sono tutte sullo stesso.


Nella cultura antica il concetto di infinito era dedicato solo alle divinità, legato al loro potere o alla loro saggezza, ma a volte anche le cose più banali come il mare erano per gli antichi fonte di mistero e quindi immaginabili come luoghi infiniti. Filosoficamente parlando ci sono tre tipi di infinito, o tre categorie, come volete chiamarle: 
• Potenziale matematico dell’infinito: la successione dei numeri naturali o reali o l’insieme dei punti di una retta sono insiemi infiniti perché, fissato comunque un elemento, è sempre possibile trovarne uno maggiore o che segue l’elemento dato. 
• Infinito reale o fisico: un infinito che esiste in natura.
 Questa categoria include l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, come l’Universo o il tempo. 
• Infinito “Assoluto”: qui si sconfina nella parte filosofica religiosa dove per infinito assoluto si identifica Dio o chi per esso.
 Ancora per spiegare cosa rappresenti il simbolo dell’infinito possiamo definirlo come l’anello di congiunzione spazio-temporale che unisce i vari punti dell’esistenza in un continuo evolversi senza fine, i due cerchi che si susseguono senza sosta uno dopo l’altro, a rappresentare la materia che segue lo spirito, lo spirito che segue la materia, generazione dopo generazione, infatti se si pensa al cerchio viene subito in mente il ciclo della vita.


In numerologia esoterica il numero otto indica il numero della materia somma, o della meteria elevata e perfezionata.

 Oggigiorno si usa molto farsi tatuare il simbolo dell’infinito come rappresentazione della perfezione e di apertura, spesso si usano linee tribali o animali come farfalle e rondini per indicare libertà o natura incontaminata, molti associano anche la parola Love o il nome dell’amato o del figlio per indicare l’amore eterno che li lega; alcuni tatuaggi hanno al loro interno anche una piuma per rappresentare la purezza e l’innocenza.

 Fonte: http://www.eticamente.net/

venerdì 2 settembre 2016

Il suggestivo occhio del soldato che guarda il mare: la street art trasforma un bunker in Normandia


In principio era un bunker della Seconda guerra mondiale, uno scenario sanguinario sulla spiaggia di Siouville-Hague, vicino alla punta della penisola di Cotentin, in Normandia. 
 Da anni si era trasformato in un edificio abbandonato e semidistrutto che deturpava il paesaggio circostante. 
 L’artista francese Cece ha però rivoluzionato questo blocco di cemento grigio attraverso la street art, riuscendo così a incastonare il bunker in un contesto davvero mozzafiato.

 L'idea di base era quella di rivitalizzare un luogo abbandonato, ma pieno di storia.
 Una parte del bunker era infatti, crollata e non potendola rimuovere era necessario pensare a qualcosa che potesse cambiare lo scenario desolante.
 La parete dell’edificio diventa così la tavolozza di Cece. "L’obiettivo è stato quello di disegnare qualcosa che avesse un valore simbolico. Ho pensato ad un occhio con una doppia valenza: prima era l’occhio dei soldati che guardavano durante la guerra i morti in mare, adesso è un occhio blu che guarda alla vita, alla natura, al mare", ha spiegato l'artista.




Nel raffigurare il murales, che si chiama appunto The Eye, l’artista francese ha sottolineato attraverso alcuni dettagli, lo stretto legame tra gli elementi.
 Oggi, questo occhio è simbolo di speranza, guarda il mare e interagisce con esso attraverso le onde. 
Un’opera unica e travolgente che dimostra ancora una volta come l’arte possa trasformare gli edifici.



Dominella Trunfio

giovedì 1 settembre 2016

Lo splendido piccione delle Nicobare


Il piccione delle Nicobare (Caloenas nicobarica) è il parente più stretto del dodo, un uccello ormai estinto originario delle Mauritius che nel corso del tempo è quasi diventato una creatura leggendaria. Questo piccione multicolore ci abbaglia con le sue piume iridescenti.
 Il dodo è ormai estinto da moto tempo e il piccione delle Nicobare è l’uccello più vicino alla sua specie, anche se i due animali non si somigliano. 

Nell'aspetto il piccione delle Nicobare non ha nulla a che vedere con i piccioni comuni a cui siamo abituati.
 Le differenze balzano subito all’occhio. 
Il dodo non era in grado di volare e non aveva un piumaggio multicolore. 
Il piccione delle Nicobare ha sviluppato il proprio manto iridescente poiché ha vissuto isolato per molto tempo, in luoghi dove non erano presenti predatori naturali. Dunque non aveva bisogno di nascondersi o di mimetizzarsi.
 Ecco allora che ha sviluppato delle piume variopinte davvero meravigliose. 

Questo piccione vive sia sulle isole Nicobare che in altre isole del Sud-Est dell’Asia e del Pacifico.
 Lo troviamo ad esempio in Thailandia e a Papua Nuova Guinea.
 Il suo habitat preferito è rappresentato dalle foreste con una fitta vegetazione.






Purtroppo la specie è in declino a causa della deforestazione e della diffusione sulle isole di predatori non nativi, come topi e gatti. 
Ora il piccione delle Nicobare è considerato un animale quasi a rischio secondo lo IUCN e dunque si è avviato un impegno per la sua conservazione. 

 Marta Albè

“L’orologio circadiano” che il girasole segue giorno e notte!


Il girasole segue la direzione apparente del Sole durante il giorno grazie all'azione di un orologio circadiano che, in funzione della direzione della luce, fa sì che di giorno lo stelo cresca da una parte più che dall'altra e viceversa durante la notte. 
Lo ha scoperto una nuova ricerca basata su coltivazioni sperimentali all'aperto e al chiuso e sull'analisi delle riprese video dello sviluppo della pianta

 

Come fanno i girasoli a seguire il movimento del Sole? Il segreto è nel loro orologio circadiano, su cui si basa la secrezione degli ormoni che regolano la crescita dello stelo.
 Lo ha stabilito una nuova ricerca condotta da Stacey Harmer dell'Università della California a Davis e colleghi che firmano un articolo sulla rivista “Science”.

 Harmer studia da anni gli orologi circadiani delle piante, cioè l'insieme dei meccanismi che consentono ad alcuni processi fisiologici di mantenere una ciclicità di 24 ore. 
Nel caso di Arabidopsis, per esempio, uno dei modelli vegetali più studiati nei laboratori di biologia, il ricercatore ha scoperto il legame tra alcuni geni denominati “clock” e l'ormone vegetale auxina, che regola la crescita della pianta. 
 Un altro caso interessante in cui si vede all'opera un orologio circadiano vegetale è quello del girasole.
 All'alba, il fiore ha la corolla rivolta verso est, e durante la giornata la ruota verso ovest, seguendo il movimento apparente del Sole nel cielo. 
Durante la notte, la corolla ritorna nella posizione di partenza.


Questo comportamento del girasole è stato descritto scientificamente fin dal 1898, ma nessuno prima d’ora l’aveva associato ai ritmi circadiani. 
“La pianta anticipa il tempo e la direzione dell’alba: è quanto basta per ipotizzare che esista una connessione tra l’orologio e il meccanismo di crescita”, ha spiegato Harmer. 
 Il ricercatore ha condotto una serie di esperimenti su girasoli coltivati sia all’aperto sia al chiuso. 
Dai test è emerso che le piante fissate a un supporto in modo da impedirne il movimento, o che venivano girate dai ricercatori sul lato sbagliato, perdevano in breve tempo la capacità di seguire il Sole. 
 Quelle che invece venivano fatte crescere all’interno di un laboratorio in presenza di una grande lampada fissa continuavano per alcuni giorni a compiere il movimento est-ovest durate il giorno e ovest-est durante la notte, per poi smettere. 
Se però la lampada veniva mossa all’interno del laboratorio con un ciclo di 24 ore, le piante ritornavano al loro movimento originario, ma non quando il ciclo era di 30 ore. 

 Tutti questi comportamenti, secondo i ricercatori, sono la conferma dell’esistenza di un meccanismo governato da un orologio interno circadiano. 
 Ma in che modo crescono gli steli dei girasoli? Per comprenderlo, gli autori hanno iniettato alcune goccioline di inchiostro alla base degli steli stessi e ne hanno tracciato poi il movimento con una telecamera.
 Le immagini accelerate hanno mostrato che quando le piante seguono il Sole, il lato est del gambo cresce più rapidamente di quello rivolto verso ovest. 
Di notte invece a crescere più rapidamente è il lato ovest.

 A controllare questa crescita differenziata è un gruppo di geni, identificati durante lo studio, che sono espressi maggiormente nella parte della pianta esposta verso il Sole durante il giorno o sul lato opposto durante la notte.

 In definitiva, Harmer e colleghi hanno concluso che nel girasole agiscono due meccanismi di crescita. Il primo determina un tasso fisso di crescita della pianta, basato sulla disponibilità di luce. 
Il secondo, controllato dall’orologio circadiano e influenzato dalla direzione della luce, fa sì che lo stelo cresca da una parte più che dall’altra, determinando la rotazione tipica del fiore.

 Fonte: lescienze.it

giovedì 14 luglio 2016

Ritrovata la città del gigante Golia, grande quattro volte Gerusalemme


Mura alte trenta metri, un cancello imponente e un’estensione quadrupla rispetto a Gerusalemme: l’antica città di Golia si è svelata agli archeologi dell’Università di Bar Ilan in tutta la sua potenza, portando a rileggere gli equilibri di forza con il regno di Giuda.

 Gli scavi sulla collina di Tel Zafit, nel parco nazionale sulle colline della Giudea, sono in corso da oltre venti anni, ma finora il team internazionale di archeologi guidato da Aren Maeir non era andato oltre il ritrovamento di alcuni templi filistei dell’XI secolo a. C. e dei resti del castello crociato «Blanche Garde» che ebbe tra i suoi difensori Riccardo Cuor di Leone. 
Ma ora i ricercatori hanno scoperto la città filistea di Gath dove abitava Golia e verso la quale – come si legge nel Libro di Samuele - David fuggì andando «da re Saul a Achish, re di Gath».


La scoperta riguarda il grande cancello che era all’entrata della città, la cui imponenza consente di ricostruire anzitutto l’altezza delle mura di cinta – almeno 30 metri – nonché un’estensione che per Maeir arrivava a 500 dunam (50 ettari), ovvero quattro volte i 120 dunam (12 ettari) che all’epoca misuravano le maggiori città come Megiddo, Gerusalemme e Beer Sheva. 
 Poiché Gath venne distrutta nell’830 a. C. da Hazael, re di Aram, ciò significa per Maeir che «durante l’esistenza del regno di Giudea ai suoi confini occidentali esisteva una grande città filistea che non attaccò mai», dimostrando che durante i re David e Salomone controllava un territorio più limitato, soprattutto sulle montagne, attorno a Gerusalemme. 
Nei pressi di Gath è stata scoperta a Kaifa, alcuni anni fa, una città fortificata della Giudea, risalente al X secolo a. C., che forse segnava il limite massimo di estensione del regno prima dei cancelli di Golia.




Ma allo stesso tempo, gli scavi archeologici di Ashkelon, nel sud di Israele, hanno riportato alla luce un cimitero risalente a 2.600 anni fa.
 Un ritrovamento eccezionale, sottolinea Daniel Maestro, studioso della Harvard University che ha partecipato ai lavori sotto la guida dell’Antiquities Authority israeliana, se si pensa che le ossa delle 145 persone sepolte nel sito potrebbero rivelare informazioni importanti sui riti funebri a noi sconosciuti, così come sulle abitudini di vita dei Filistei.


Uno degli scheletri, ad esempio, è stato interrato con una fiala di profumo di argilla, ritrovata ormai saldata al cranio.

 I primi importanti ritrovamenti risalgono al 2013 nell’area dove un tempo prosperava il porto dell’antica città filistea di Ashkelon, che all’apice delle sue attività contava 13.000 abitanti e sulla quale ora si trova un parco naturale.
 L’origine del “popolo del mare” che l’abitava è incerta. 
I Filistei, mercanti e marinai, parlavano una lingua di origine indoeuropea, non praticavano la circoncisione, mangiavano carne di maiale e cane – come evidenziato dai resti individuati tra le rovine di altre quattro città filistee (Gat, Gaza, Ashdod e Ekron). Ma la storia dei Filistei è legata soprattutto all’immagine negativa restituita dalla Bibbia.
 I Filistei sono menzionati dalla Genesi e soprattutto nel libro di Samuele che descrive il celebre duello tra il gigante Golia e il pastore Davide.
 Al di là della fama che si è perpetrata nei secoli, ”facevano una vita dura – spiega l’archeologa Sherry Fox, mostrando un cranio tra le mani – lo possiamo dedurre dai denti dove si riscontrano linee che indicano una interruzione della crescita, probabilmente dovuta a una carestia o a una febbre grave durante l’infanzia”.
 E sempre dalle ossa è possibile capire che lavoravano duramente, si sposavano tra consanguinei e utilizzavano i denti come strumenti di lavoro, probabilomente la tessitura. 
Oltre al fatto che probabilmente si trattava di un popolo dalle dimensioni nella norma, nonostante la leggenda del gigante abbattuto con una fionda dall’astuto Davide 

 Fonte: blueplanetheart.it
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