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martedì 12 aprile 2016

Il deserto di Uluru illuminato a energia solare


Già al naturale, l'Ayers Rock, l'imponente massiccio nel deserto di Uluru, nell'outback australiano, è uno dei luoghi più suggestivi del mondo. 
Ma l'artista britannico Bruce Munro è riuscito nel difficile intento di renderlo ancora più "magico". Ha fatto sbocciare ai suoi piedi 49 mila metri quadrati di luci colorate, in un'installazione luminosa che funziona a energia solare, con il minimo impatto ambientale. L'installazione circolare, che ha un diametro di 250 m, comprende 50 mila steli con "bulbi" in vetro smerigliato che cambiano continuamente colore e che si accendono non appena, sul deserto, cala l'imbrunire.


I fiori artificiali di Field of Light, questo il nome dell'installazione, sono collegati da 380 km di cavi in fibra ottica a 144 proiettori solari, che funzionano da fonti di luce.
 Uno spettacolo tenue, silenzioso ma diffuso, non inquinante e sostenibile, perché sfrutta una fonte energetica - quella solare - abbondante nel deserto.


Bruce Munro ha concepito per la prima volta l'idea alla base dell'opera nel 1992, durante un viaggio nel deserto di Uluru.
 Quel luogo «sembrava irradiare energie e idee, insieme al calore» racconta l'artista. Ma la difficoltà logistica della realizzazione del progetto ha prolungato l'attesa: i Field of Light sono sorti nel frattempo in varie località (per esempio a Londra e in Cornovaglia), ma a Munro mancava ancora qualcosa. 
Voleva tornare nel luogo che aveva ispirato l'opera.
 Così ha avviato una campagna di fundraising online per portare il progetto in Australia, questa volta su larga scala.

 Realizzare questo sogno ha richiesto 2800 ore di progettazione dell'impianto in Inghilterra, più 3900 ore di lavoro per ricostruire l'installazione sul posto.
 Quaranta persone hanno lavorato per sei settimane, per "seminare" i singoli fiori. 
 Munro ha fatto recapitare ad Uluru 60 mila steli, 10 mila in più di quelli previsti dal progetto. Una misura precauzionale nel caso qualcuno di essi si fosse rotto durante il trasporto.
 Accortezze a parte, il trasferimento dell'opera sembra essere andato in modo perfettamente liscio. 
 Chi ha già avuto occasione di vederla, ha paragonato il suo aspetto a quello di un'estesa rete neurale, o a una nebulosa di polveri e gas planetari. Ad altri ricorda le luci delle città illuminate viste dall'alto, dal finestrino di un aereo.




Dato il valore di questo territorio per la comunità aborigena, Munro si è consultato a lungo con i rappresentanti delle popolazioni locali prima di intraprendere il progetto. 
Ha ricevuto il loro appoggio, e un nuovo nome per l'opera che suona come un sigillo di approvazione: Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku, che in lingua Pitjantjatjara (la lingua parlata dagli aborigeni del deserto centrale australiano) significa "guardando molte, bellissime luci".


In ogni caso, Field of Light non si trova all'interno del parco nazionale di Uluru ma in un'area adiacente, di proprietà del Voyages Indiginous Tourism Australia.
 Rimarrà in questo luogo per un anno, fino al 31 marzo 2017, prima di essere smantellata.

 La luce del luogo - di cui l'artista si è innamorato 24 anni fa - gioca un ruolo determinante nella fruizione dell'opera. 
Come se 50 mila fiori aspettassero che il giorno finisca, prima di aprirsi. 
L'effetto è visibile anche all'alba, ma dà il meglio al crepuscolo. 

 Il biglietto d'ingresso costa circa 23 euro. 
L'artista ha scelto di lasciare l'opera in loco per un anno, per dare la possibilità a chi la visita di sperimentare tutta la gamma di condizioni offerte dalle stagioni australiane. 

Chi l'ha vista di persona assicura che le foto non rendono neanche lontanamente l'idea.

 Fonte: focus.it

Salina Turda: la miniera in disuso trasformata in parco divertimenti


Siamo a Turda, la seconda città più grande della Romania. 
Qui si trova un luogo davvero suggestivo, sia per la sua conformazione naturale e la sua posizione, che per le sue attrazioni. Parliamo di Salina Turda, nel dipartimento di Cluj, una vecchia miniera di sale sfruttata sino al 1932 quando venne utilizzata come rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale e per la conservazione di generi alimentari. 
Nel 1992, riaperta al pubblico, è stata trasformata in un parco divertimenti-museo che comprende, in realtà, tre miniere: la miniera Terezia che raggiunge 120 metri di profondità, la miniera Anton con i suoi 108 metri e la Rudolf, 42 metri di profondità. All’interno di Salina Turda sono state collocate una ruota panoramica, un campo da calcetto, un minigolf ed una pista da bowling ed è possibile noleggiare piccole imbarcazioni per lasciarsi trasportare da un’atmosfera surreale, creata da spettacolari laghi sotterranei e gallerie ricche di stalattiti.
 I più dinamici potranno giocare a ping pong mentre gli amanti degli spettacoli di certo non si perderanno quelli proposti nell’anfiteatro.










Durante le visite guidate, poi, vengono presentate anche le modalità di estrazione e trasporto del minerale, avvalendosi di argani a trazione animale, e di comunicazione vocale, grazie ad una fantastica eco 
In superficie, il lago salato creato dai depositi dei minerali di salgemma, attrezzato con servizi termali, solarium e ristorazione, propone in estate la possibilità di nuotare e rinfrescarsi.

Oltre che alla sua indescrivibile bellezza visiva, Salina Turda è un luogo assolutamente salutare. 
 Un mineralogista del luogo, infatti, Johann Fridwaldszky, in una delle sue opere pubblicate nel 1767 , scrisse che “la miniera di sale di Turda è degna di essere visitata”. 
Qui la temperatura è tra gli 11 e i 12° C, l’umidità media è del 80% e la velocità di movimento dell’aria è tra 0,02-0,7 m/sec. Tutti questi fattori, uniti all’assenza di batteri patogeni e alla moderata ionizzazione dell’aria, hanno un effetto benefico per l’apparato respiratorio. 

 Fonte: meteoweb.eu

lunedì 11 aprile 2016

Quel buco nero da record che può contenere 17 miliardi di soli


Scoperto un nuovo buco nero supermassiccio.
 Il suo peso è pari a quello di 17 miliardi di soli e si trova al centro di una galassia in una zona dell'universo scarsamente “popolata”. 

Le osservazioni, effettuate dal telescopio spaziale Hubble e dal telescopio Gemini alle Hawaii, indicano che questi oggetti possono essere più comuni di quanto si pensasse finora. 
 Fino ad ora, i più grandi buchi neri supermassicci - quei circa 10 miliardi di volte la massa del nostro sole - sono stati individuati in ammassi di galassie molto grandi.
 Il buco nero gigante appena scoperto si trova al centro della galassia ellittica massiccia NGC 1600, situata in una zona cosmica depressa, un piccolo gruppo di circa 20 galassie. 

A scoprirla è stato Chung-Pei Ma dell'University of California-Berkeley astronomo e capo dello studio Survey che si occupa di esaminare le galassie e i buchi neri supermassicci nell'universo locale.
 Se trovare un buco nero gigante in una galassia massiccia in una zona affollata dell'universo è prevedibile, è decisamente meno probabile trovarla nei piccoli centri dell'universo.
 I ricercatori hanno anche scoperto che il buco nero è 10 volte più massiccio di quanto previsto per una galassia di questa massa. 
Sulla base delle precedenti rilevazioni Hubble sui buchi neri, gli astronomi avevano sviluppato una correlazione tra la massa di un buco nero e quella della sua galassia ospite.

Il buco nero si trova a circa 200 milioni di anni luce dalla Terra in direzione della costellazione Eridanus.
 Un'ipotesi per spiegarne le dimensioni è quella che prevede la fusione con un altro buco nero avvenuta tempo fa, quando le interazioni di galassie erano più frequenti. 
Quando due galassie si fondono, i loro buchi neri centrali si stabiliscono nel nucleo della nuova galassia e orbitano uno intorno all'altro.
 In alcuni casi uno divora l'altro formando un buco nero ancora più grande.
 Il buco nero generato poi continua a crescere inghiottendo il gas liberato dalle collisioni tra le galassie. 

 Una scoperta che ha aperto affascinanti interrogativi. 
 Lo studio è stato pubblicato su Nature. 

 Fonte: nextme.it

Bogor, Indonesia: leone “drogato” per posare con i visitatori


Succede al Taman Safari Park, a Bogor, in Indonesia: un video shock mostra un leone adulto con la testa penzoloni mentre due addetti dello zoo cercano di tenerlo sveglio per permettere ai turisti di fare una foto con lui, per la misera cifra di 1 dollaro. 
Le immagini, in pochi giorni, hanno fatto il giro del mondo, provocando il disgusto degli animalisti che urlano al maltrattamento. 

A denunciare l’accaduto è stato lo Scorpion Wildlife Trade Monitoring Group, un’organizzazione non governativa indonesiana che si occupa di salvaguardare quel che di inalterato resta dell’ambiente naturale in Indonesia, che sostiene che le immagini mostrino l’animale inequivocabilmente sotto effetto di sostanze stupefacenti utilizzate per stordirlo. 

 Il video, postato sulla loro pagina facebook il 2 aprile, ha raggiunto le 5.000.000 di visualizzazioni, riuscendo ad allarmare perfino la World Association of Zoos and Aquarium (WAZA, l’Associazione Mondiale di Zoo e Acquari), che si occupa di fornire linee guida per la cura degli animali che si trovano in strutture come il Taman Safari Park.
 L’Associazione ha fatto sapere che sta indagando sull’accaduto e che “il video è di grande aiuto per comprendere meglio la situazione”. 
Dal canto suo, la Scorpion chiede che il Safari Park venga estromesso dalla WAZA, colpevole di maltrattamenti anche verso altri animali: “Gli orangotanghi vengono utilizzati per degli spettacoli e tre delfini sono relegati in una vasca minuscola in cui nuotano in cerchio tutto il giorno”, denunciano gli animalisti. 
 Dal canto loro, i responsabili del Taman hanno trovato il modo di difendere la propria posizione: “Il leone era solo molto assonnato, sono animali che necessitano di dormire molto. Tra l’altro, questo leone in particolare è nato a marzo dello scorso anno ed è stato cresciuto in cattività, gli operatori del parco gli sono familiari”, hanno dichiarato. 
Eppure, la versione non convince molti veterinari, perplessi sulla possibilità di manipolare un’animale dalla naturale ferocia in maniera tanto semplice.

 E, mentre il video del leone “addormentato” continua a collezionare click e visualizzazioni, si torna a parlare dei trattamenti spesso disumani a cui poveri animali sono sottoposti in zoo e parchi naturali, interessati unicamente alla possibilità di guadagni maggiori contro ogni regola di buonsenso.

 

Fonte: meteoweb.eu

10 antiche leggende ispirate a reali eventi geologici

Gran parte dei miti ha origine dalla sconfinata fantasia umana, ma alcune di queste storie trasmesse per tradizione orale sono ispirate a eventi geologici realmente accaduti: romanzandone i protagonisti, i nostri antenati provavano a spiegare fenomeni naturali altrimenti incomprensibili, e ad esorcizzare la paura di nuove catastrofi.

 Ecco 10 leggende curiose con le rispettive, probabili spiegazioni scientifiche.


L'Arca di Noè e il Diluvio Universale. 

Nel racconto biblico noto a cristiani, ebrei e musulmani - e a molti appassionati di cinema in questi giorni - Dio mandò per 40 giorni e 40 giorni una tempesta a ricoprire ogni superficie emersa, risparmiando solo Noè e la sua famiglia.
 Su incarico divino Noè costruì una grande imbarcazione in cui raccolse un maschio e una femmina di tutti gli animali viventi. Questo nucleo di sopravvissuti avrebbe ripopolato il pianeta cessato il diluvio. 

 Basi scientifiche.
 All'origine del mito ripreso in molte diverse civiltà potrebbero esserci alluvioni localizzate in particolari regioni del mondo (e non, come nel mito, su scala globale) che per alcune settimane ricoprirono ogni fazzoletto di terra disponibile.
 Una delle ipotesi più accreditate è che l'episodio biblico si ispiri a una catastrofica alluvione che interessò l'area dell'attuale Mar Nero intorno al 5000 a.C.
 La leggenda potrebbe anche essere servita a spiegare il ritrovamento di fossili di pesci in cima a rilievi montuosi, un fatto che oggi sappiamo dipendere dalla tettonica delle placche terrestri.


L'Oracolo di Delfi. 

Narra il mito che la Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome del dio Apollo nel santuario di Delfi (in Grecia), lo facesse in uno stato di euforia mistica indotto dai vapori che fuoriuscivano da una fessura nella roccia. 

 Basi scientifiche. 
Il tempio, i cui resti sono visibili ancora oggi, si trova in una zona particolarmente attiva dal punto di vista sismico e sotto di esso sono state individuate due faglie, dalle quali è possibile venisse emanato gas.
 Sulla natura del gas e sulle sue proprietà allucinogene, tuttavia, ancora si dibatte.
 C'è chi ipotizza si trattasse di etilene, chi di benzene o di un mix tra metano e anidride carbonica.


Atlantide.

 Il mito dell'isola leggendaria situata "oltre le Colonne d'Ercole", popolata da mezzi dei e mezzi uomini che ebbero, per millenni, il predominio navale sul Mediterraneo è stato descritto nei Dialoghi Timeo e Crizia di Platone ed è tornato in auge in epoca rinascimentale.
 Questo regno utopico e potentissimo sarebbe stato distrutto in un solo giorno da un grande cataclisma, in seguito al tentativo fallito dei suoi abitanti di invadere Atene.

 Basi scientifiche.
 Il mito di Atlantide sembrerebbe un espediente letterario che Platone utilizzava per illustrare le proprie idee politiche. Ma molti hanno provato a ipotizzare la collocazione dell'isola scomparsa.
 La sua storia potrebbe essere stata ispirata dalla catastrofica eruzione del vulcano Thera, situato nell'Egeo dove oggi si trova l'isola di Santorini. 
Il suo risveglio 3500 anni fa provocò il collasso di una parte dell'isola, imponenti tsunami e una nube di anidride solforosa che contribuirono probabilmente anche al declino della civiltà minoica sulla vicina Creta.


Una dea nel Kilauea. 

Il turbolento vulcano hawaiano sarebbe la dimora, secondo il mito, della dea del fuoco Pele.
 Per vendicarsi della sorella, rivale in amore, la divinità avrebbe incendiato un'intera foresta, e scaraventato l'amato "conteso" all'interno del cratere.
 La sorella, disperata, prese a scavare nel vulcano, lanciando in aria lapilli, finché non ritrovò l'uomo e si ricongiunse a lui. 

 Basi scientifiche. 
La "soap opera" famigliare servirebbe a spiegare la colossale eruzione di lava, durata 60 anni, che nel 15esimo secolo interessò 430 chilometri quadrati di foresta nell'isola grande di Hawaii. L'ossessivo scavare della sorella di Pele rappresenterebbe invece la successiva formazione della caldera del Kilauea.


Il ponte di Rama. 

Nel poema epico induista Ramayana, la moglie del dio Rama, Sita, viene rapita e portata sull'isola di Lanka, nel Regno dei Demoni. Con l'aiuto dei Vanara, un potente popolo di uomini scimmie, Rama e il fratello costruiranno un ponte che colleghi l'estremità meridionale dell'India con Lanka e grazie ad esso riusciranno a liberare Sita.

 Basi scientifiche.
 Immagini satellitari hanno rivelato una striscia di pietre calcaree lunga 29 chilometri che un tempo collegava India e Sri Lanka, una specie di "ponte" naturale che sarebbe stato sommerso dall'innalzamento del livello dei mari durante l'ultima era glaciale. È possibile che fino 4500 anni fa fosse attraversabile a piedi.


Il lago esplosivo.

 Narra una leggenda del Camerun che per un breve periodo la popolazione dei Kom visse nella terra dei Bamessi. 
Ma il re ospite ordì un complotto per uccidere tutti i maschi dei Kom e per vendicarsi, il leader dei Kom disse alla sorella che si sarebbe impiccato e il suo sangue avrebbe formato un lago pieno di pesci, da cui il suo popolo avrebbe dovuto tenersi alla larga.
 I Kom abbandonarono la terra e il lago rimase ai Bamessi.
 Nel giorno dedicato alla pesca, il lago esplose uccidendo chiunque si trovasse nei paraggi. 

 Basi scientifiche. 
Che sia venuto prima il mito o la realtà, qualcosa di simile è accaduto davvero. Il 21 agosto 1986 dal lago vulcanico Nyos si levò una nube letale di anidride carbonica che uccise oltre 1700 persone che dormivano nei paraggi, e 3500 capi di bestiame.
 Il Nyos giace nel cono di un vulcano dormiente ed è probabile che la CO2 normalmente tenuta a bada dalla pressione dell'acqua, abbia raggiunto un punto critico innescando la risalita e la diffusione di una gigantesca bolla di gas tossico.


Namazu, il pesce dei terremoti. 

Sotto alla superficie del Giappone si nasconderebbe, secondo una popolare leggenda, un gigantesco pescegatto di nome Namazu, tenuto a bada da un dio, Kashima, che ha posto una gigantesca pietra sopra alla sua testa.
 Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, il pesce si agita e scuote le pinne, provocando i violenti terremoti che caratterizzano il paese.

 Basi scientifiche. 
Non occorre lo "zampino" di un pescegatto: il Giappone giace sulla linea di giunzione di diverse placche tettoniche, è attraversato da faglie sismiche e costellato di vulcani.
 E il pescegatto, secondo la tradizione, sarebbe in grado di prevedere i terremoti (benché non esistano prove scientifiche a riguardo). 
I due fatti sono quindi stati fusi in un'unica leggenda.


La Chimera.

 Il mitologico mostro sputafuoco descritto nell'Iliade, con la testa di leone e la coda di serpente, avrebbe a lungo terrorizzato, spargendo fiamme e distruzione, le coste dell'attuale Turchia (finché il greco Bellerofronte non riuscì a sconfiggerlo ritorcendo la sua stessa forza contro di esso). 

 Basi scientifiche.
 Nel sudovest della Turchia i turisti possono ancora oggi ammirare il sito di Yanartas, caratterizzato da decine di fuochi perpetui alimentati dal metano che fuoriesce dalle rocce. Queste fiamme servivano probabilmente da punto di riferimento ai naviganti, che le intravedevano dalle coste, e potrebbero aver contribuito alla nascita del mito.



La nascita del Crater Lake. 

Quando i primi europei arrivarono nel nordovest degli Stati Uniti, sulla costa pacifica, scoprirono che i nativi americani non si avvicinavano al Crater Lake, un lago vulcanico situato nella caldera del Monte Mazama, perché credevano che qui si fosse tenuta una sanguinosa lotta tra Llao, il dio degli inferi e il rivale Skell, dio del cielo.
 I due si sarebbero lanciati rocce e fiamme finché il vulcano non collassò trascinando Llao sottoterra. 
La pioggia che cadde in seguito formò l'attuale lago. 

 Basi scientifiche. 
Il mito descrive piuttosto fedelmente - lotte divine a parte - ciò che accadde nella realtà 7700 anni fa: un'imponente eruzione vulcanica, il collasso della caldera, e la pioggia che riempì il bacino di acqua. Il mito sopravvisse, per tradizione orale, per migliaia di anni, un fatto piuttosto incredibile (di solito secondo gli esperti, simili storie si tramandano al massimo per 600-700 anni.


L'isola scomparsa. 

Narrano gli abitanti delle Isole Salomone, nel Sud del Pacifico, che un giovane, Rapuanate, si fosse innamorato di una donna dell'Isola di Teonimanu, ma che questa gli fu sottratta dal fratello.
 Per vendicarsi Rapuanate ricorse a un sortilegio e fece sprofondare la terra dell'amata in mare.

 Basi scientifiche.
 L'isola di Teonimanu è esistita davvero, ma è stata sommersa dall'acqua durante un evento sismico che ne avrebbe causato lo scivolamento nella Fossa delle Filippine, una fossa oceanica situata nell'oceano Pacifico settentrionale. 
Ciò che rimane dell'isola è un bassofondo oggi noto come Lark Shoal, situato nella parte orientale dell'arcipelago. 
Mappe sottomarine hanno rivelato la presenza di diverse isole sommerse sotto centinaia di metri d'acqua in questa regione.

 Fonte: focus.it

venerdì 8 aprile 2016

La magia della foresta blu di Hallerbos


Né troppo presto né troppo tardi: è la regola per assistere a ogni spettacolo della natura, e coglierlo così nel momento del suo massimo splendore. 
Lo sanno bene i fotografi che ogni anno dalla metà di aprile tengono d’occhio la fioritura delle bluebell di Hallerbos, letteralmente “foresta di Halle”, 535 ettari nella Regione del Brabante fiammingo, a una manciata di chilometri di Bruxelles. 

Addentrarsi nel fitto dedalo di querce e betulle e camminare sul tappeto blu-violaceo di queste campanule è come passeggiare in una foresta incantata, che a seconda delle ore del giorno e della luce degrada in sfumature azzurrine, dal lilla al pervinca al glicine. 

Le bluebell sono, in realtà, giacinti selvatici, Hyacinthoides non–scripta, per essere precisi, ma il nome latino, decisamente poco fatato, nulla toglie al fascino dell’atmosfera magica che si vive durante la fioritura. 
Il viola dei boccioli si confonde con quello più intenso delle pervinche e si accende davanti alle corolle bianche dell’aglio ursino, facilmente riconoscibile dal profumo pungente. 
Non mancano narcisi, ranuncoli, anemoni selvatici, acetoselle e mughetti.
 Un tappeto di fiori che riempie il sottobosco, e che può essere ammirato solo per un breve periodo, dalla metà di aprile all'inizio di maggio.










I giacinti sono la testimonianza palese di quanto questa foresta sia antica, perché fioriscono da secoli, senza che nessuno li abbia mai piantati. 
Hallerbos così come un’altra foresta vicina, quella di Soignes, risale infatti al periodo Carbonifero, tra 360 e 285 milioni di anni fa, quando foreste vergini si estendevano dal Reno al Mare del Nord.
 È sopravvissuta al disboscamento che ha interessato questi territori a partire dai tempi dei romani, ma nonostante l’origine millenaria, le piante che la costituiscono sono molto giovani. 
Sono infatti frutto di un rimboscamento fatto tra gli anni Trenta e i Cinquanta del secolo scorso, quando si mise riparo ai tagli selvaggi degli alberi effettuati durante le due guerre mondiali. 

La flora non è però l’unica risorsa di questo luogo. 
Qui vivono infatti anche numerose specie selvatiche, come cervi, volpi, scoiattoli, faine e puzzole. 

 Fonte: lettera43.it

La via di Annibale attraverso le Alpi


Una domanda accompagna, da duemila anni, i racconti sull'impresa di Annibale: come fece il condottiero cartaginese in marcia dalla Spagna, ad attraversare i Pirenei e le Alpi con 30 mila soldati al seguito (oltre a 15 mila cavalli e 37 elefanti), per arrivare in Italia e mettere in ginocchio le legioni romane? 

 Ora uno studio internazionale coordinato dalla York University di Toronto (Canada) potrebbe aver rintracciato il punto di transito di Annibale e delle sue truppe alla vigilia della Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.): i cartaginesi potrebbero essere passati dal Colle delle Traversette, un valico alpino a quasi 3 mila metri di quota al confine tra la Valle Po, in Italia, e la Valle del Guil, in Francia.

 Il nome non è nuovo, per chi si occupa dell'argomento: era già stato proposto più di un secolo fa, ma poi scartato in favore di località vicine con passi meno tortuosi, come il Colle Clapier (2.491 m), citato anche dallo storico romano Tito Livio.


Ma il Colle delle Traversette ha un elemento in più rispetto ad altre località ipotizzate: analisi microbiologiche e del polline depositato nell'area hanno rilevato, nei pressi del valico, la presenza di un grosso deposito di letame, probabilmente di cavallo, che le analisi al radiocarbonio datano al 200 a.C. circa. 
 Gli escrementi furono lasciati accanto a un lago o a una palude, l'unica nella zona abbastanza grande da abbeverare un gran numero di animali. Analisi genetiche hanno rivelato nel sito una prevalenza di Clostridia, batteri caratteristici delle feci equine. 
Minori quantità di questi microbi, il cui materiale genetico si conserva anche per migliaia di anni, sono state trovate anche in altri punti del valico.
 Ulteriori analisi dei reperti - e, con un po' di fortuna, la scoperta di parassiti al loro interno - potrebbero chiarire se nel letame si trovi anche sterco di elefanti, e forse anche la provenienza geografica degli animali.

 Ma ammesso che Annibale sia passato da qui, perché scelse la strada difficile? 
Per gli storici non avrebbe avuto scelta.
 Prima di arrivare a Roma, infatti, doveva difendersi dall'attacco di altre popolazioni sparse nell'arco alpino, come i Galli: un sentiero più alto e meno battuto avrebbe potuto scongiurare il rischio di assalti improvvisi.

 Il passaggio delle Alpi ovviamente non fu indolore.
 Le valanghe decimarono l'esercito cartaginese, spazzando via migliaia di soldati e centinaia di cavalli. 
Il gelo e le popolazioni delle Alpi fecero il resto: di 37 (o 38 o ancora 34 secondo altre fonti) elefanti da guerra che facevano parte della spedizione ne sopravvissero solamente 21 alla traversata.


I primi a usare gli elefanti in battaglia erano stati gli Indiani, poi imitati da Alessandro Magno (IV secolo a. C.), ma loro avevano impiegato elefanti asiatici, più piccoli e facili da addomesticare. 

L’arma segreta di Annibale - usata in battaglia una sola volta, sul fiume Trebbia (nel piacentino) - era invece l’elefante della sottospecie Loxodonta africana cyclotis o elefante africano delle foreste.
 Questa specie viveva a quel tempo anche sulle alture dell’Atlante (Africa settentrionale), raggiunge i 2,3 metri di altezza (meno dell’elefante africano della savana) ed era stata addomesticata a scopo bellico dai Numidi.
 Dopo aver attraversato, terrorizzati, il Rodano su zattere di fortuna e avere affrontato gli impervi passi alpini, solo uno degli elefanti di Annibale sopravvisse al rigido inverno dell’Italia settentrionale 

 Fonte: focus.it
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