lunedì 11 aprile 2016
Bogor, Indonesia: leone “drogato” per posare con i visitatori
Succede al Taman Safari Park, a Bogor, in Indonesia: un video shock mostra un leone adulto con la testa penzoloni mentre due addetti dello zoo cercano di tenerlo sveglio per permettere ai turisti di fare una foto con lui, per la misera cifra di 1 dollaro.
Le immagini, in pochi giorni, hanno fatto il giro del mondo, provocando il disgusto degli animalisti che urlano al maltrattamento.
A denunciare l’accaduto è stato lo Scorpion Wildlife Trade Monitoring Group, un’organizzazione non governativa indonesiana che si occupa di salvaguardare quel che di inalterato resta dell’ambiente naturale in Indonesia, che sostiene che le immagini mostrino l’animale inequivocabilmente sotto effetto di sostanze stupefacenti utilizzate per stordirlo.
Il video, postato sulla loro pagina facebook il 2 aprile, ha raggiunto le 5.000.000 di visualizzazioni, riuscendo ad allarmare perfino la World Association of Zoos and Aquarium (WAZA, l’Associazione Mondiale di Zoo e Acquari), che si occupa di fornire linee guida per la cura degli animali che si trovano in strutture come il Taman Safari Park.
L’Associazione ha fatto sapere che sta indagando sull’accaduto e che “il video è di grande aiuto per comprendere meglio la situazione”.
Dal canto suo, la Scorpion chiede che il Safari Park venga estromesso dalla WAZA, colpevole di maltrattamenti anche verso altri animali: “Gli orangotanghi vengono utilizzati per degli spettacoli e tre delfini sono relegati in una vasca minuscola in cui nuotano in cerchio tutto il giorno”, denunciano gli animalisti.
Dal canto loro, i responsabili del Taman hanno trovato il modo di difendere la propria posizione: “Il leone era solo molto assonnato, sono animali che necessitano di dormire molto. Tra l’altro, questo leone in particolare è nato a marzo dello scorso anno ed è stato cresciuto in cattività, gli operatori del parco gli sono familiari”, hanno dichiarato.
Eppure, la versione non convince molti veterinari, perplessi sulla possibilità di manipolare un’animale dalla naturale ferocia in maniera tanto semplice.
E, mentre il video del leone “addormentato” continua a collezionare click e visualizzazioni, si torna a parlare dei trattamenti spesso disumani a cui poveri animali sono sottoposti in zoo e parchi naturali, interessati unicamente alla possibilità di guadagni maggiori contro ogni regola di buonsenso.
Fonte: meteoweb.eu
10 antiche leggende ispirate a reali eventi geologici
Gran parte dei miti ha origine dalla sconfinata fantasia umana, ma alcune di queste storie trasmesse per tradizione orale sono ispirate a eventi geologici realmente accaduti: romanzandone i protagonisti, i nostri antenati provavano a spiegare fenomeni naturali altrimenti incomprensibili, e ad esorcizzare la paura di nuove catastrofi.
Ecco 10 leggende curiose con le rispettive, probabili spiegazioni scientifiche.
L'Arca di Noè e il Diluvio Universale.
Nel racconto biblico noto a cristiani, ebrei e musulmani - e a molti appassionati di cinema in questi giorni - Dio mandò per 40 giorni e 40 giorni una tempesta a ricoprire ogni superficie emersa, risparmiando solo Noè e la sua famiglia.
Su incarico divino Noè costruì una grande imbarcazione in cui raccolse un maschio e una femmina di tutti gli animali viventi. Questo nucleo di sopravvissuti avrebbe ripopolato il pianeta cessato il diluvio.
Basi scientifiche.
All'origine del mito ripreso in molte diverse civiltà potrebbero esserci alluvioni localizzate in particolari regioni del mondo (e non, come nel mito, su scala globale) che per alcune settimane ricoprirono ogni fazzoletto di terra disponibile.
Una delle ipotesi più accreditate è che l'episodio biblico si ispiri a una catastrofica alluvione che interessò l'area dell'attuale Mar Nero intorno al 5000 a.C.
La leggenda potrebbe anche essere servita a spiegare il ritrovamento di fossili di pesci in cima a rilievi montuosi, un fatto che oggi sappiamo dipendere dalla tettonica delle placche terrestri.
L'Oracolo di Delfi.
Narra il mito che la Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome del dio Apollo nel santuario di Delfi (in Grecia), lo facesse in uno stato di euforia mistica indotto dai vapori che fuoriuscivano da una fessura nella roccia.
Basi scientifiche.
Il tempio, i cui resti sono visibili ancora oggi, si trova in una zona particolarmente attiva dal punto di vista sismico e sotto di esso sono state individuate due faglie, dalle quali è possibile venisse emanato gas.
Sulla natura del gas e sulle sue proprietà allucinogene, tuttavia, ancora si dibatte.
C'è chi ipotizza si trattasse di etilene, chi di benzene o di un mix tra metano e anidride carbonica.
Atlantide.
Il mito dell'isola leggendaria situata "oltre le Colonne d'Ercole", popolata da mezzi dei e mezzi uomini che ebbero, per millenni, il predominio navale sul Mediterraneo è stato descritto nei Dialoghi Timeo e Crizia di Platone ed è tornato in auge in epoca rinascimentale.
Questo regno utopico e potentissimo sarebbe stato distrutto in un solo giorno da un grande cataclisma, in seguito al tentativo fallito dei suoi abitanti di invadere Atene.
Basi scientifiche.
Il mito di Atlantide sembrerebbe un espediente letterario che Platone utilizzava per illustrare le proprie idee politiche. Ma molti hanno provato a ipotizzare la collocazione dell'isola scomparsa.
La sua storia potrebbe essere stata ispirata dalla catastrofica eruzione del vulcano Thera, situato nell'Egeo dove oggi si trova l'isola di Santorini.
Il suo risveglio 3500 anni fa provocò il collasso di una parte dell'isola, imponenti tsunami e una nube di anidride solforosa che contribuirono probabilmente anche al declino della civiltà minoica sulla vicina Creta.
Una dea nel Kilauea.
Il turbolento vulcano hawaiano sarebbe la dimora, secondo il mito, della dea del fuoco Pele.
Per vendicarsi della sorella, rivale in amore, la divinità avrebbe incendiato un'intera foresta, e scaraventato l'amato "conteso" all'interno del cratere.
La sorella, disperata, prese a scavare nel vulcano, lanciando in aria lapilli, finché non ritrovò l'uomo e si ricongiunse a lui.
Basi scientifiche.
La "soap opera" famigliare servirebbe a spiegare la colossale eruzione di lava, durata 60 anni, che nel 15esimo secolo interessò 430 chilometri quadrati di foresta nell'isola grande di Hawaii. L'ossessivo scavare della sorella di Pele rappresenterebbe invece la successiva formazione della caldera del Kilauea.
Il ponte di Rama.
Nel poema epico induista Ramayana, la moglie del dio Rama, Sita, viene rapita e portata sull'isola di Lanka, nel Regno dei Demoni. Con l'aiuto dei Vanara, un potente popolo di uomini scimmie, Rama e il fratello costruiranno un ponte che colleghi l'estremità meridionale dell'India con Lanka e grazie ad esso riusciranno a liberare Sita.
Basi scientifiche.
Immagini satellitari hanno rivelato una striscia di pietre calcaree lunga 29 chilometri che un tempo collegava India e Sri Lanka, una specie di "ponte" naturale che sarebbe stato sommerso dall'innalzamento del livello dei mari durante l'ultima era glaciale. È possibile che fino 4500 anni fa fosse attraversabile a piedi.
Il lago esplosivo.
Narra una leggenda del Camerun che per un breve periodo la popolazione dei Kom visse nella terra dei Bamessi.
Ma il re ospite ordì un complotto per uccidere tutti i maschi dei Kom e per vendicarsi, il leader dei Kom disse alla sorella che si sarebbe impiccato e il suo sangue avrebbe formato un lago pieno di pesci, da cui il suo popolo avrebbe dovuto tenersi alla larga.
I Kom abbandonarono la terra e il lago rimase ai Bamessi.
Nel giorno dedicato alla pesca, il lago esplose uccidendo chiunque si trovasse nei paraggi.
Basi scientifiche.
Che sia venuto prima il mito o la realtà, qualcosa di simile è accaduto davvero. Il 21 agosto 1986 dal lago vulcanico Nyos si levò una nube letale di anidride carbonica che uccise oltre 1700 persone che dormivano nei paraggi, e 3500 capi di bestiame.
Il Nyos giace nel cono di un vulcano dormiente ed è probabile che la CO2 normalmente tenuta a bada dalla pressione dell'acqua, abbia raggiunto un punto critico innescando la risalita e la diffusione di una gigantesca bolla di gas tossico.
Namazu, il pesce dei terremoti.
Sotto alla superficie del Giappone si nasconderebbe, secondo una popolare leggenda, un gigantesco pescegatto di nome Namazu, tenuto a bada da un dio, Kashima, che ha posto una gigantesca pietra sopra alla sua testa.
Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, il pesce si agita e scuote le pinne, provocando i violenti terremoti che caratterizzano il paese.
Basi scientifiche.
Non occorre lo "zampino" di un pescegatto: il Giappone giace sulla linea di giunzione di diverse placche tettoniche, è attraversato da faglie sismiche e costellato di vulcani.
E il pescegatto, secondo la tradizione, sarebbe in grado di prevedere i terremoti (benché non esistano prove scientifiche a riguardo).
I due fatti sono quindi stati fusi in un'unica leggenda.
La Chimera.
Il mitologico mostro sputafuoco descritto nell'Iliade, con la testa di leone e la coda di serpente, avrebbe a lungo terrorizzato, spargendo fiamme e distruzione, le coste dell'attuale Turchia (finché il greco Bellerofronte non riuscì a sconfiggerlo ritorcendo la sua stessa forza contro di esso).
Basi scientifiche.
Nel sudovest della Turchia i turisti possono ancora oggi ammirare il sito di Yanartas, caratterizzato da decine di fuochi perpetui alimentati dal metano che fuoriesce dalle rocce. Queste fiamme servivano probabilmente da punto di riferimento ai naviganti, che le intravedevano dalle coste, e potrebbero aver contribuito alla nascita del mito.
La nascita del Crater Lake.
Quando i primi europei arrivarono nel nordovest degli Stati Uniti, sulla costa pacifica, scoprirono che i nativi americani non si avvicinavano al Crater Lake, un lago vulcanico situato nella caldera del Monte Mazama, perché credevano che qui si fosse tenuta una sanguinosa lotta tra Llao, il dio degli inferi e il rivale Skell, dio del cielo.
I due si sarebbero lanciati rocce e fiamme finché il vulcano non collassò trascinando Llao sottoterra.
La pioggia che cadde in seguito formò l'attuale lago.
Basi scientifiche.
Il mito descrive piuttosto fedelmente - lotte divine a parte - ciò che accadde nella realtà 7700 anni fa: un'imponente eruzione vulcanica, il collasso della caldera, e la pioggia che riempì il bacino di acqua. Il mito sopravvisse, per tradizione orale, per migliaia di anni, un fatto piuttosto incredibile (di solito secondo gli esperti, simili storie si tramandano al massimo per 600-700 anni.
L'isola scomparsa.
Narrano gli abitanti delle Isole Salomone, nel Sud del Pacifico, che un giovane, Rapuanate, si fosse innamorato di una donna dell'Isola di Teonimanu, ma che questa gli fu sottratta dal fratello.
Per vendicarsi Rapuanate ricorse a un sortilegio e fece sprofondare la terra dell'amata in mare.
Basi scientifiche.
L'isola di Teonimanu è esistita davvero, ma è stata sommersa dall'acqua durante un evento sismico che ne avrebbe causato lo scivolamento nella Fossa delle Filippine, una fossa oceanica situata nell'oceano Pacifico settentrionale.
Ciò che rimane dell'isola è un bassofondo oggi noto come Lark Shoal, situato nella parte orientale dell'arcipelago.
Mappe sottomarine hanno rivelato la presenza di diverse isole sommerse sotto centinaia di metri d'acqua in questa regione.
Fonte: focus.it
Ecco 10 leggende curiose con le rispettive, probabili spiegazioni scientifiche.
L'Arca di Noè e il Diluvio Universale.
Nel racconto biblico noto a cristiani, ebrei e musulmani - e a molti appassionati di cinema in questi giorni - Dio mandò per 40 giorni e 40 giorni una tempesta a ricoprire ogni superficie emersa, risparmiando solo Noè e la sua famiglia.
Su incarico divino Noè costruì una grande imbarcazione in cui raccolse un maschio e una femmina di tutti gli animali viventi. Questo nucleo di sopravvissuti avrebbe ripopolato il pianeta cessato il diluvio.
Basi scientifiche.
All'origine del mito ripreso in molte diverse civiltà potrebbero esserci alluvioni localizzate in particolari regioni del mondo (e non, come nel mito, su scala globale) che per alcune settimane ricoprirono ogni fazzoletto di terra disponibile.
Una delle ipotesi più accreditate è che l'episodio biblico si ispiri a una catastrofica alluvione che interessò l'area dell'attuale Mar Nero intorno al 5000 a.C.
La leggenda potrebbe anche essere servita a spiegare il ritrovamento di fossili di pesci in cima a rilievi montuosi, un fatto che oggi sappiamo dipendere dalla tettonica delle placche terrestri.
L'Oracolo di Delfi.
Narra il mito che la Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome del dio Apollo nel santuario di Delfi (in Grecia), lo facesse in uno stato di euforia mistica indotto dai vapori che fuoriuscivano da una fessura nella roccia.
Basi scientifiche.
Il tempio, i cui resti sono visibili ancora oggi, si trova in una zona particolarmente attiva dal punto di vista sismico e sotto di esso sono state individuate due faglie, dalle quali è possibile venisse emanato gas.
Sulla natura del gas e sulle sue proprietà allucinogene, tuttavia, ancora si dibatte.
C'è chi ipotizza si trattasse di etilene, chi di benzene o di un mix tra metano e anidride carbonica.
Atlantide.
Il mito dell'isola leggendaria situata "oltre le Colonne d'Ercole", popolata da mezzi dei e mezzi uomini che ebbero, per millenni, il predominio navale sul Mediterraneo è stato descritto nei Dialoghi Timeo e Crizia di Platone ed è tornato in auge in epoca rinascimentale.
Questo regno utopico e potentissimo sarebbe stato distrutto in un solo giorno da un grande cataclisma, in seguito al tentativo fallito dei suoi abitanti di invadere Atene.
Basi scientifiche.
Il mito di Atlantide sembrerebbe un espediente letterario che Platone utilizzava per illustrare le proprie idee politiche. Ma molti hanno provato a ipotizzare la collocazione dell'isola scomparsa.
La sua storia potrebbe essere stata ispirata dalla catastrofica eruzione del vulcano Thera, situato nell'Egeo dove oggi si trova l'isola di Santorini.
Il suo risveglio 3500 anni fa provocò il collasso di una parte dell'isola, imponenti tsunami e una nube di anidride solforosa che contribuirono probabilmente anche al declino della civiltà minoica sulla vicina Creta.
Una dea nel Kilauea.
Il turbolento vulcano hawaiano sarebbe la dimora, secondo il mito, della dea del fuoco Pele.
Per vendicarsi della sorella, rivale in amore, la divinità avrebbe incendiato un'intera foresta, e scaraventato l'amato "conteso" all'interno del cratere.
La sorella, disperata, prese a scavare nel vulcano, lanciando in aria lapilli, finché non ritrovò l'uomo e si ricongiunse a lui.
Basi scientifiche.
La "soap opera" famigliare servirebbe a spiegare la colossale eruzione di lava, durata 60 anni, che nel 15esimo secolo interessò 430 chilometri quadrati di foresta nell'isola grande di Hawaii. L'ossessivo scavare della sorella di Pele rappresenterebbe invece la successiva formazione della caldera del Kilauea.
Il ponte di Rama.
Nel poema epico induista Ramayana, la moglie del dio Rama, Sita, viene rapita e portata sull'isola di Lanka, nel Regno dei Demoni. Con l'aiuto dei Vanara, un potente popolo di uomini scimmie, Rama e il fratello costruiranno un ponte che colleghi l'estremità meridionale dell'India con Lanka e grazie ad esso riusciranno a liberare Sita.
Basi scientifiche.
Immagini satellitari hanno rivelato una striscia di pietre calcaree lunga 29 chilometri che un tempo collegava India e Sri Lanka, una specie di "ponte" naturale che sarebbe stato sommerso dall'innalzamento del livello dei mari durante l'ultima era glaciale. È possibile che fino 4500 anni fa fosse attraversabile a piedi.
Il lago esplosivo.
Narra una leggenda del Camerun che per un breve periodo la popolazione dei Kom visse nella terra dei Bamessi.
Ma il re ospite ordì un complotto per uccidere tutti i maschi dei Kom e per vendicarsi, il leader dei Kom disse alla sorella che si sarebbe impiccato e il suo sangue avrebbe formato un lago pieno di pesci, da cui il suo popolo avrebbe dovuto tenersi alla larga.
I Kom abbandonarono la terra e il lago rimase ai Bamessi.
Nel giorno dedicato alla pesca, il lago esplose uccidendo chiunque si trovasse nei paraggi.
Basi scientifiche.
Che sia venuto prima il mito o la realtà, qualcosa di simile è accaduto davvero. Il 21 agosto 1986 dal lago vulcanico Nyos si levò una nube letale di anidride carbonica che uccise oltre 1700 persone che dormivano nei paraggi, e 3500 capi di bestiame.
Il Nyos giace nel cono di un vulcano dormiente ed è probabile che la CO2 normalmente tenuta a bada dalla pressione dell'acqua, abbia raggiunto un punto critico innescando la risalita e la diffusione di una gigantesca bolla di gas tossico.
Namazu, il pesce dei terremoti.
Sotto alla superficie del Giappone si nasconderebbe, secondo una popolare leggenda, un gigantesco pescegatto di nome Namazu, tenuto a bada da un dio, Kashima, che ha posto una gigantesca pietra sopra alla sua testa.
Quando Kashima lascia il suo posto di guardia, il pesce si agita e scuote le pinne, provocando i violenti terremoti che caratterizzano il paese.
Basi scientifiche.
Non occorre lo "zampino" di un pescegatto: il Giappone giace sulla linea di giunzione di diverse placche tettoniche, è attraversato da faglie sismiche e costellato di vulcani.
E il pescegatto, secondo la tradizione, sarebbe in grado di prevedere i terremoti (benché non esistano prove scientifiche a riguardo).
I due fatti sono quindi stati fusi in un'unica leggenda.
La Chimera.
Il mitologico mostro sputafuoco descritto nell'Iliade, con la testa di leone e la coda di serpente, avrebbe a lungo terrorizzato, spargendo fiamme e distruzione, le coste dell'attuale Turchia (finché il greco Bellerofronte non riuscì a sconfiggerlo ritorcendo la sua stessa forza contro di esso).
Basi scientifiche.
Nel sudovest della Turchia i turisti possono ancora oggi ammirare il sito di Yanartas, caratterizzato da decine di fuochi perpetui alimentati dal metano che fuoriesce dalle rocce. Queste fiamme servivano probabilmente da punto di riferimento ai naviganti, che le intravedevano dalle coste, e potrebbero aver contribuito alla nascita del mito.
La nascita del Crater Lake.
Quando i primi europei arrivarono nel nordovest degli Stati Uniti, sulla costa pacifica, scoprirono che i nativi americani non si avvicinavano al Crater Lake, un lago vulcanico situato nella caldera del Monte Mazama, perché credevano che qui si fosse tenuta una sanguinosa lotta tra Llao, il dio degli inferi e il rivale Skell, dio del cielo.
I due si sarebbero lanciati rocce e fiamme finché il vulcano non collassò trascinando Llao sottoterra.
La pioggia che cadde in seguito formò l'attuale lago.
Basi scientifiche.
Il mito descrive piuttosto fedelmente - lotte divine a parte - ciò che accadde nella realtà 7700 anni fa: un'imponente eruzione vulcanica, il collasso della caldera, e la pioggia che riempì il bacino di acqua. Il mito sopravvisse, per tradizione orale, per migliaia di anni, un fatto piuttosto incredibile (di solito secondo gli esperti, simili storie si tramandano al massimo per 600-700 anni.
L'isola scomparsa.
Narrano gli abitanti delle Isole Salomone, nel Sud del Pacifico, che un giovane, Rapuanate, si fosse innamorato di una donna dell'Isola di Teonimanu, ma che questa gli fu sottratta dal fratello.
Per vendicarsi Rapuanate ricorse a un sortilegio e fece sprofondare la terra dell'amata in mare.
Basi scientifiche.
L'isola di Teonimanu è esistita davvero, ma è stata sommersa dall'acqua durante un evento sismico che ne avrebbe causato lo scivolamento nella Fossa delle Filippine, una fossa oceanica situata nell'oceano Pacifico settentrionale.
Ciò che rimane dell'isola è un bassofondo oggi noto come Lark Shoal, situato nella parte orientale dell'arcipelago.
Mappe sottomarine hanno rivelato la presenza di diverse isole sommerse sotto centinaia di metri d'acqua in questa regione.
Fonte: focus.it
venerdì 8 aprile 2016
La magia della foresta blu di Hallerbos
Né troppo presto né troppo tardi: è la regola per assistere a ogni spettacolo della natura, e coglierlo così nel momento del suo massimo splendore.
Lo sanno bene i fotografi che ogni anno dalla metà di aprile tengono d’occhio la fioritura delle bluebell di Hallerbos, letteralmente “foresta di Halle”, 535 ettari nella Regione del Brabante fiammingo, a una manciata di chilometri di Bruxelles.
Addentrarsi nel fitto dedalo di querce e betulle e camminare sul tappeto blu-violaceo di queste campanule è come passeggiare in una foresta incantata, che a seconda delle ore del giorno e della luce degrada in sfumature azzurrine, dal lilla al pervinca al glicine.
Le bluebell sono, in realtà, giacinti selvatici, Hyacinthoides non–scripta, per essere precisi, ma il nome latino, decisamente poco fatato, nulla toglie al fascino dell’atmosfera magica che si vive durante la fioritura.
Il viola dei boccioli si confonde con quello più intenso delle pervinche e si accende davanti alle corolle bianche dell’aglio ursino, facilmente riconoscibile dal profumo pungente.
Non mancano narcisi, ranuncoli, anemoni selvatici, acetoselle e mughetti.
Un tappeto di fiori che riempie il sottobosco, e che può essere ammirato solo per un breve periodo, dalla metà di aprile all'inizio di maggio.
I giacinti sono la testimonianza palese di quanto questa foresta sia antica, perché fioriscono da secoli, senza che nessuno li abbia mai piantati.
Hallerbos così come un’altra foresta vicina, quella di Soignes, risale infatti al periodo Carbonifero, tra 360 e 285 milioni di anni fa, quando foreste vergini si estendevano dal Reno al Mare del Nord.
È sopravvissuta al disboscamento che ha interessato questi territori a partire dai tempi dei romani, ma nonostante l’origine millenaria, le piante che la costituiscono sono molto giovani.
Sono infatti frutto di un rimboscamento fatto tra gli anni Trenta e i Cinquanta del secolo scorso, quando si mise riparo ai tagli selvaggi degli alberi effettuati durante le due guerre mondiali.
La flora non è però l’unica risorsa di questo luogo.
Qui vivono infatti anche numerose specie selvatiche, come cervi, volpi, scoiattoli, faine e puzzole.
Fonte: lettera43.it
La via di Annibale attraverso le Alpi
Una domanda accompagna, da duemila anni, i racconti sull'impresa di Annibale: come fece il condottiero cartaginese in marcia dalla Spagna, ad attraversare i Pirenei e le Alpi con 30 mila soldati al seguito (oltre a 15 mila cavalli e 37 elefanti), per arrivare in Italia e mettere in ginocchio le legioni romane?
Ora uno studio internazionale coordinato dalla York University di Toronto (Canada) potrebbe aver rintracciato il punto di transito di Annibale e delle sue truppe alla vigilia della Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.): i cartaginesi potrebbero essere passati dal Colle delle Traversette, un valico alpino a quasi 3 mila metri di quota al confine tra la Valle Po, in Italia, e la Valle del Guil, in Francia.
Il nome non è nuovo, per chi si occupa dell'argomento: era già stato proposto più di un secolo fa, ma poi scartato in favore di località vicine con passi meno tortuosi, come il Colle Clapier (2.491 m), citato anche dallo storico romano Tito Livio.
Ma il Colle delle Traversette ha un elemento in più rispetto ad altre località ipotizzate: analisi microbiologiche e del polline depositato nell'area hanno rilevato, nei pressi del valico, la presenza di un grosso deposito di letame, probabilmente di cavallo, che le analisi al radiocarbonio datano al 200 a.C. circa.
Gli escrementi furono lasciati accanto a un lago o a una palude, l'unica nella zona abbastanza grande da abbeverare un gran numero di animali. Analisi genetiche hanno rivelato nel sito una prevalenza di Clostridia, batteri caratteristici delle feci equine.
Minori quantità di questi microbi, il cui materiale genetico si conserva anche per migliaia di anni, sono state trovate anche in altri punti del valico.
Ulteriori analisi dei reperti - e, con un po' di fortuna, la scoperta di parassiti al loro interno - potrebbero chiarire se nel letame si trovi anche sterco di elefanti, e forse anche la provenienza geografica degli animali.
Ma ammesso che Annibale sia passato da qui, perché scelse la strada difficile?
Per gli storici non avrebbe avuto scelta.
Prima di arrivare a Roma, infatti, doveva difendersi dall'attacco di altre popolazioni sparse nell'arco alpino, come i Galli: un sentiero più alto e meno battuto avrebbe potuto scongiurare il rischio di assalti improvvisi.
Il passaggio delle Alpi ovviamente non fu indolore.
Le valanghe decimarono l'esercito cartaginese, spazzando via migliaia di soldati e centinaia di cavalli.
Il gelo e le popolazioni delle Alpi fecero il resto: di 37 (o 38 o ancora 34 secondo altre fonti) elefanti da guerra che facevano parte della spedizione ne sopravvissero solamente 21 alla traversata.
I primi a usare gli elefanti in battaglia erano stati gli Indiani, poi imitati da Alessandro Magno (IV secolo a. C.), ma loro avevano impiegato elefanti asiatici, più piccoli e facili da addomesticare.
L’arma segreta di Annibale - usata in battaglia una sola volta, sul fiume Trebbia (nel piacentino) - era invece l’elefante della sottospecie Loxodonta africana cyclotis o elefante africano delle foreste.
Questa specie viveva a quel tempo anche sulle alture dell’Atlante (Africa settentrionale), raggiunge i 2,3 metri di altezza (meno dell’elefante africano della savana) ed era stata addomesticata a scopo bellico dai Numidi.
Dopo aver attraversato, terrorizzati, il Rodano su zattere di fortuna e avere affrontato gli impervi passi alpini, solo uno degli elefanti di Annibale sopravvisse al rigido inverno dell’Italia settentrionale
Fonte: focus.it
giovedì 7 aprile 2016
Il Museo Swarovski in Austria: la montagna che nasconde un tesoro di cristalli
Nascosto tra le verdeggianti colline di Wattens, in Austria, un gigante accovacciato racchiude scintillanti tesori nascosti, i Mondi di Cristallo Swarovski, un parco/museo creato nel 1995 per festeggiare il centenario della nascita della famosa azienda austriaca, che produce cristalli conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
L’artista multimediale André Heller ha ideato un mondo magico, dove i riflessi di luce creati da migliaia di cristalli incantano e sorprendono allo stesso tempo.
Per realizzare questa sorta di prezioso parco a tema, la fervida fantasia di Heller ha immaginato un gigante, che dopo aver viaggiato in tutto il mondo per conoscerne le meraviglie, si stabilisce a Wattens, a guardia delle Camere delle Meraviglie: sedici diverse stanze dove molti artisti, architetti e designer di varie nazionalità hanno espresso la loro personale interpretazione del cristallo, creando scintillanti mondi surreali, dove lo spazio si trasforma in un concetto indefinito e ammaliante.
All’esterno, un magnifico giardino accoglie opere d’arte moderna, ma anche i resti di alcuni muri di edifici romani, risalenti al III secolo d.C.
Passato, presente, e un’idea di futuro orientata verso l’arte e la bellezza si incontrano in questo bellissimo giardino, sotto il benevolo sguardo del Gigante che, dopo aver visto tutte le meraviglie del mondo, ha deciso di riposarsi fra queste verdi colline.
Fonte: vanillamagazine.it
mercoledì 6 aprile 2016
Le meravigliose Cascate del Mulino dove rilassarsi a costo zero
Le Cascate del Mulino di Saturnia sono uno dei luoghi più belli della Maremma toscana, un piccolo regno creatosi grazie alle acque sulfuree termali, che hanno scavato naturalmente la roccia di travertino
.
Le Cascate del Mulino di Saturnia sembrano delle piccole piscine che si riempiono continuamente, sono aperte tutto il giorno e anche di notte (anche in inverno) e sono completamente gratuite.
Lontano dallo stress e dal rumore cittadino, alle Cascate del Mulino è possibile immergersi completamente nella natura ma non solo. Oltre a godere di uno spettacolo mozzafiato, le terme libere sono un toccasana per la salute, poiché le acque solfuree che escono dalla sorgente naturale a una temperatura di 37 gradi centigradi, hanno molteplici benefici sugli apparati respiratorio, articolare e circolatorio.
Anche a livello dermatologico svolgono una funzione antiossidante e di esfoliante naturale.
Durante tutto l’anno, le vasche sono piene di visitatori, soprattutto nei weekend primaverili poiché quella di Saturnia è una delle località termali più famose al mondo
Viste da lontano, le Cascate del mulino di Saturnia sembrano un dipinto, il nome è legato a una leggenda.
Si narra che le fonti termali sia nate a seguito di un fulmine lanciato da Giove, adirato contro il padre Saturno.
Secondo la mitologia greco-romano, infatti, Saturno tiranno detronizzato dall’Olimpo dal suo stesso figlio, aveva vagato per tutta la penisola prima di fermarsi nella Maremma.
E proprio qui Giove aveva scagliato la sua ira contro il padre.
Fonte: greenme.it
Il Captagon e le altre droghe usate in guerra per togliere la paura
C'è un motore invisibile che toglie ai terroristi dell'Isis anche l'ultimo scampolo di umanità risparmiato da fanatismi e ideologie: si chiama Captagon e molto spesso scorre nelle loro vene al momento in cui compiono una strage.
La "droga della Jihad" come è stata soprannominata, è un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti da decenni diffuso nei Paesi del Golfo, e ora diffusosi in modo capillare tra chi combatte la "Guerra Santa".
Perdita di giudizio, resistenza alla fatica, euforia e abbandono di ogni inibizione sono tra gli effetti delle pasticche, vendute dai 5 ai 20 dollari a dose.
Chi le assume può non mangiare o dormire per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza che fa sentire invincibili.
Siringhe con tracce di Captagon - si può anche iniettare - sono state trovate nella casa di uno degli attentatori di Parigi e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia.
Ma quella tra guerre e droghe è un'associazione ricorsa più volte negli anni bui dell'ultimo secolo.
Di anfetamine fecero largo uso, per esempio, i soldati di Hitler. Quando il 14 maggio 1940, dopo solo 4 giorni, le truppe dell'armata nazista conquistarono l'Olanda, fu determinante la loro capacità di combattere senza sosta, giorno e notte, senza dormire.
Secondo quanto sostenuto da Norman Ohler nel recente saggio Der totale Rausch ("La totale euforia"), questa resistenza sarebbe stata garantita dal Pervitin, un "farmaco militarmente prezioso" usato regolarmente anche dal generale Rommel e dallo stesso Hitler.
La pillola dopante era stata sviluppata nel 1937 dal medico Fritz Hauschild, rimasto colpito dagli straordinari effetti delle benzedrine sugli atleti americani che avevano partecipato alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.
All'inizio della Seconda Guerra Mondiale veniva distribuita ai soldati dai medici militari.
Secondo Der Spiegel, più di 35 milioni di dosi di Pervitin da 3 milligrammi furono confezionate per le forze di terra e aeree tedesche tra l'aprile e il luglio 1940.
Per i loro uso massiccio sui tank tedeschi e austriaci le tavolette di Pervitin furono soprannominate Panzerschokolade, "cioccolato per carri armati".
Di metanfetamine si servì, tra il 1939 e il 1945, l'esercito giapponese, che nel dopoguerra avrebbe pagato cari gli effetti dell'abuso di queste sostanze.
Ne utilizzarono, per sopportare estenuanti sessioni di volo, anche gli alleati.
Gli statunitensi le impiegarono anche per un motivo psicologico: non volevano che i propri piloti si sentissero svantaggiati rispetto ai tedeschi.
Tuttavia il ricorso alle anfetamine non fu indolore: i piloti alleati accusarono effetti collaterali come forte irritabilità e incapacità di incanalare la concentrazione.
Molti militari diventarono dipendenti da queste sostanze e continuarono ad abusarne anche a guerra finita.
Durante il conflitto in Vietnam (1955-1975), l'abuso di eroina, marijuana e altre droghe divenne talmente comune tra i soldati americani che il 10-15% delle sviluppò una qualche forma di dipendenza e il Presidente Nixon si vide costretto a finanziare la prima grande espansione di programmi per il trattamento delle tossicodipendenze.
La lista continua fino ai giorni nostri.
Un farmaco stimolante creato per curare la narcolessia e inserito nella lista "proibita" delle sostanze dopanti - il Modafinil - è attualmente testato su soldati di varie nazionalità per prolungare il numero di ore di veglia delle truppe (si arriva a 48 ore senza dormire).
Fu dato per la prima volta ai piloti dell'Air Force americana nel 2003 in occasione dell'invasione in Iraq e si lavora ora alla struttura della molecola per prolungare ulteriormente la capacità di rimanere svegli.
L'utilizzo di anfetamine tra i soldati americani in Afghanistan è invece emerso, per esempio, con l'incidente della Tarnak farm, nel 2002, quando il pilota di un F-16 statunitense, forse sotto anfetamine, uccise con fuoco amico quattro soldati canadesi.
Non che l'utilizzo di sostanze psicoattive in battaglia sia prerogativa dell'epoca moderna.
Molti secoli prima dell'avvento delle droghe sintetiche, i soldati greci e romani preferivano lanciarsi contro le schiere nemiche non ubriachi, ma comunque brilli, per innalzare la soglia del dolore e inibire la paura (l'usanza di miscelare vino all'acqua della borraccia sarebbe stata mantenuta dai soldati francesi fino agli anni '30 del Novecento).
Prima della battaglia i Berserkir, feroci guerrieri vichinghi votati al dio supremo della guerra Odino, entravano in una sorta di trance che li rendeva particolarmente feroci e insensibili al dolore. Credendosi invulnerabili, si lanciavano sul nemico vestiti di sole pelli, forse sotto effetto di droghe.
La stessa fiera esaltazione guidava gli hashshashin, la principale setta degli ismailiti, una corrente dell'Islam sciita, contro cui combatterono i Crociati nel 1200.
Sembra che il loro nome, da cui deriva il termine "assassini", venga dal plurale arabo al-Hashīshiyyūn, "coloro che sono dediti all'hashish" (ma non tutti concordano con questa etimologia).
I guerrieri Inca masticavano foglie di coca per restare svegli; allo stesso scopo, due secoli fa, i soldati Prussiani assumevano cocaina (la consuetudine sarebbe rimasta anche in seguito, con caffeina e nicotina ad aggiungersi al cocktail).
E l'elenco potrebbe continuare di cultura in cultura, di sostanza in sostanza, con effetti analoghi e sempre le stesse, tragiche conseguenze.
Ad attacco compiuto, stare svegli e vigili non serviva più: allora si ricorreva alle droghe per sopportare il dolore di perdite, ferite e amputazioni.
Tra il '700 e il '900, la morfina fu ampiamente usata per curare le ferite da arma da fuoco e persino la dissenteria tra i soldati impegnati in battaglia. Tanto che dopo la Guerra Civile americana, si coniò l'espressione "soldier's disease" o "Army disease" per indicare la dipendenza da questa sostanza.
Fonte: focus.it
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