web

giovedì 22 ottobre 2015

Deserto dei Pinnacoli, Australia: straordinarie rocce calcaree nel Nambung National Park


Le grandi città australiane di Sydney, Melbourne, Adelaide e Perth, che si trovano sempre tra i primi posti delle graduatorie indicanti la qualità della vita; sono dei moderni centri urbani rispettosi, però, della natura e dell’individuo… delle “metropoli a misura d’uomo” in cui ai tranquilli panorami metropolitani si aggiungono straordinari scenari naturali. 

Uno di questi è situato a circa 15 km dalla città di Cervantes, nel Western Australia, a circa 2 ore e mezza da Perth. 
Si tratta del Deserto dei Pinnacoli (Pinnacles Desert), nel Nambung National Park…un deserto particolarissimo che offre scorci unici ed accattivanti. 
Esso, infatti, non è costituito solo da sabbia, ma da migliaia di rocce calcaree affusolate di varie dimensioni che assomigliano ai pinnacoli delle chiese gotiche. 

Queste spettacolari formazioni naturali, alcune dall’aspetto frastagliato e tagliente, altre più piatte, che animano un luogo apparentemente vasto, arido, privo di vita, risalgono a 30.000 anni fa circa, quando il mare, ritirandosi, depositò le strutture calcaree degli organismi viventi. 
I processi erosivi hanno creato colonne ricoperte di sabbia che col tempo, sono state scoperte dai venti costieri.
 Le immense distese di dune sabbiose ricoperte di bush (la “macchia australiana”), simili a dorsi di balena, sono costellate da rocce appuntite, che si ergono così straordinariamente da sembrare piantate dall’uomo. 

I pinnacoli, rimasti sconosciuti alla maggior parte degli Australiani fino a quando l’area, nel 1960, venne aggiunta al Parco Nazionale di Nambung, ospitano oggi oltre 250.000 visitatori all’anno, lasciandoli a bocca aperta con gli incredibili giochi di luci e ombre che disegnano forme surreali.
 Le formazioni calcaree possono essere visitate sia in macchina che a piedi, attraverso un percorso circolare ben definito. Il momento migliore per visitarle è al tramonto o alle prime luci del mattino, mentre il periodo è quello compreso tra agosto e ottobre, quando le giornate sono miti ed i fiori selvatici iniziano a sbocciare. 

Il Deserto dei Pinnacoli, in cui il vento fa da protagonista, scalpellando le variegate forme rocciose, è uno dei posti più affascinanti al mondo da visitare almeno una volta nella vita.








Fonte: meteoweb.eu

mercoledì 21 ottobre 2015

Cina: una “città volante” appare tra le nuvole


Migliaia di persone in Cina sono rimaste incredule nello scorgere in cielo quella che sembrava a tutti gli effetti una leggendaria città volante.
 I residenti di Jiangxi e Foshan hanno visto quello che pensavano essere torreggianti grattacieli apparire dalle nuvole. 
 Le foto hanno fatto il giro dei social, e subito è scattata la convinzione che nel cielo si fosse creato un portale per un universo parallelo. 
Tuttavia, gli esperti hanno capito bene che in realtà quella che appare come una metropoli di un altro mondo, è in realtà una particolarissima illusione ottica. 
Il fenomeno è conosciuto con il nome Fata Morgana. 
Si tratta di un raro miraggio "superiore" che distorce gli oggetti distanti, e può essere visto su terra o mare. 
 Il nome prende spunto dalla mitologia celtica, secondo la quale tale fata Morgana induceva visioni di fantastici castelli in aria o in terra per attirare i marinai e condurli alla morte.

 

Il miraggio è frutto della rifrazione della luce e di come viene interpretata dal nostro cervello. 
Quando il sole riscalda l'atmosfera sopra la terra o gli oceani, crea un gradiente di temperatura. L'aria vicina alla superficie è relativamente fresca e sopra questa, ci sono strati di aria più calda. Quando la luce colpisce il confine tra due strati di differenti temperature - e quindi con diverse densità - si piega e viaggia con un angolo diverso. 
Il nostro cervello presuppone che la luce viaggi lungo un percorso rettilineo. Di conseguenza quando essa si piega, pensiamo che l'oggetto si trovi dove sarebbe se il percorso della luce fosse dritto. 

Questo semplice disegno realizzato dal sito Fisicisenzapalestra.com può esservi di grande aiuto per capire l'effetto della curva della luce sul nostro cervello.


Nel caso della città volante della Cina, la luce riflessa dai grattacieli è piegata verso il basso mentre attraversa l'aria più fredda e più densa. 
Poiché, come detto sopra, il nostro cervello posiziona l'oggetto come se la luce viaggiasse in un percorso rettilineo, i grattacieli distanti appaiono più alto di quello che sono. 

 La Fata Morgana è una forma di miraggio molto rara, che in passato ha ispirato numerosissime leggende (come ad esempio la mitica Olandese Volante). 
Il nome in italiano con cui viene definito il fenomeno è in uso a livello mondiale, in quanto si tratta di un miraggio tipico dello Stretto di Messina.

 La leggenda più conosciuta sul miraggio della Fata Morgana riguarda proprio l'Italia, in particolar modo la Calabria. 
Si narra che il Re barbaro, durante le invasioni dei barbari, venne ingannato proprio dalla leggendaria fata Morgana. 
Mentre si trovava in Calabria, questa donna bellissima lo indusse a vedere che la costa siciliana si trovasse solo a pochi metri di distanza. 
Così, credendo di poterla raggiungere a nuoto, il Re si tuffò in acqua affogando per la stanchezza. 

 http://www.diregiovani.it

Sigirya: il palazzo scavato nella roccia



Sbuca fuori dalla giungla, proprio nel centro dello Sri Lanka, “il leone di montagna”: Sigiriya è ciò che resta di un vulcano spento. Questa torre di magma indurito si erge dalla base per 600 metri, e le testimonianze archeologiche dimostrano che comunità umane hanno vissuto qui per circa 10.000 anni. 
Ma la ragione per cui il leone di montagna, traduzione del nome locale, attira più turisti di qualsiasi altro sito nello Sri Lanka, è legata ad una storia, o forse una leggenda, che racconta di un antico principe, che costruì qui il suo palazzo, dopo aver ucciso il padre e spodestato il fratello.



Il principe Kassapa visse alla fine del V secolo, ma la sua storia probabilmente è stata distorta nel corso degli ultimi 1.500 anni, così quello che si racconta oggi ha il sapore della leggenda: come un cattivo di uno dei racconti di Edgar Allan Poe, Kassapa murò vivo il padre, lasciandolo morire per la mancanza d’aria, poi orchestrò un colpo di stato per rubare il trono al fratello Moggallana, che era l’erede legittimo.
 Moggallana riuscì a sfuggire alla morte rifugiandosi in India, e Kassapa, stabilì la sua corte a Sigiriya. 
 Durante il suo regno, Kassapa realizzò progetti architettonici e artistici sontuosi, ma alla fine pagò per i suoi delitti, perché il fratello tornò con un esercito e lo sconfisse. 

Ci sono versioni divergenti su come Kassapa sia morto, ma tutte sono sanguinose. 
Una di queste racconta che lo stesso Kassapa si sia suicidato, dopo aver perso una battaglia, facendosi cadere sulla sua spada per la vergogna; in un’altra versione una delle sue concubine lo pugnala a morte.


Prima dell’arrivo di Kassapa, la torre di pietra rossastra ospitava da almeno 700 anni un monastero buddista, ma quando il nuovo re vi trasferì la sua corte, questo rifugio spirituale divenne la sede del potere secolare.
 Il principe trasformò la montagna in un palazzo-fortezza, e coloro che desideravano incontrarlo dovevano salire centinaia di scalini in pietra. 
Lungo il percorso, i visitatori del V secolo, potevano ammirare una notevole serie di affreschi, raffiguranti belle donne ingioiellate, vestite con parei verdi e arancioni.
 A volte chiamate Damigelle di Sigiriya o Fanciulle delle nuvole, queste figure, per lo più in topless, sono state realmente dipinte nel V secolo, probabilmente durante il regno di Kassapa. 
Una volta si pensava che ritraessero le concubine reali, ma le immagini quasi certamente rappresentano delle Apsaras, spiriti celesti che appartengono alla tradizione indù e buddista in tutto il Sud e Sud-Est asiatico.
 Come le loro sorelle spirituali di Angkor Wat in Cambogia, o delle grotte di Ajanta in India, le apsaras di Sigiriya indossano copricapi decorati e vantano grandi seni e fianchi snelli. 
Purtroppo, delle centinaia di affreschi che decoravano le stanze e i corridoi del palazzo all’epoca del principe, poco più di venti sono sopravvissuti nei secoli.


Una massiccia parete della montagna era stata resa a specchio: gli studiosi ritengono che la superficie fosse stata rivestita con “un intonaco speciale a base di calce fine, albume d’uovo, miele, poi lucidato con cera d’api.” 
In quel punto i visitatori avevano già superato le cime degli alberi, e doveva essere uno spettacolo impressionante vedere la propria immagine, riflessa insieme ai lussureggianti panorami della giungla dietro le spalle. 

 A poco più di metà strada verso la vetta, prima della salita finale, un grande spiazzo sporge dalla montagna. Kassapa aveva fatto progetti ambiziosi per questo terrazzamento: un leone gigante che guarda dall’alto la giungla; la scala che porta alla cima sarebbe dovuta passare attraverso la sua bocca, aperta in uno sbadiglio. L’opera fu iniziata, ma mai completata, probabilmente per la morte cruenta di Kassapa. 
L’unica prova del progetto sono le zampe di leone, che resistono ancora oggi. 
 Un complesso di edifici reali sorgeva in cima al vulcano, ma oggi sono rimaste solo le fondamenta. Tuttavia, la vista che si gode dalla cima del Leone di montagna non è meno spettacolare di quello che deve esserci stato tanti secoli fa.


Fonte: vanillamagazine.it

martedì 20 ottobre 2015

L’Autunno in Giappone: a caccia di Momiji


Quando si parla dei meravigliosi alberi del Giappone, spesso si è portati a pensare solo ai ciliegi in fiore, ma questo Paese può essere altrettanto orgoglioso anche dei suoi colori autunnali.
 L’Autunno, infatti, è una delle stagioni più suggestive del Giappone. 
 E’ proprio in questo periodo dell’anno che le foglie dell’acero giapponese (Momiji) raggiungono l’apice della loro bellezza, con una varietà di colori e sfumature che vanno dal verde al giallo, dall’arancio fino al rosso intenso . E i giapponesi, noti cultori del bello e amanti della Natura, non si lasciano sfuggire l’occasione di godere degli splendidi scenari che questa stagione regala, così come in Primavera sono soliti recarsi nei parchi ad ammirare gli alberi di ciliegio in fiore.






Si tratta di un’ antica usanza che risale al periodo Heian (794-1185), quando in Autunno i membri dell’aristocrazia solevano dedicarsi all’ammirazione delle foglie degli aceri, usanza che si è poi estesa anche al resto della popolazione durante il periodo Edo (1603-1868). 
Questo appuntamento ha assunto un’ importanza tale per i giapponesi, che, così come per le previsioni meteo, vengono trasmesse in tv anche le previsioni sull’evoluzione del colore delle foglie d’acero, in base a cui si organizzano gite e scampagnate, in famiglia o con gli amici. 
Tale evoluzione del colore, detta Kōyō , dura circa cinquanta giorni, e vede il suo inizio a Settembre nell’ isola più a Nord del Giappone, l’ Hokkaidō, per poi estendersi tra Ottobre e Novembre, fino a Sud, nell’isola del Kyūshū.


Se per la Primavera si usa il termine Hanami ( da Hana “fiore” e Mi(ru) “guardare”) per indicare l’usanza di ammirare i fiori di ciliegio, il corrispettivo per l’Autunno è Momijigari, letteralmente “andare a caccia di aceri” (da Momiji “acero” e -Kari “caccia”). 
A sua volta il termine Momiji deriva dall’antico termine Momizu, che significa “tingere di rosso“.
 Pare che l’intensità dei colori delle foglie dipenda da fattori climatici, quali sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte, umidità stagionale, insolazione massima giornaliera. Ma non solo: anche stress causato dalla siccità, o traumi alle radici, o carenza di concime possono portare ad una modifica del colore rispetto a quello dell’anno precedente.






I luoghi in cui poter ammirare le foglie d’acero, come parchi, templi, foreste, sono molteplici e sparsi per tutto il Giappone. 
E’ opinione diffusa che alcuni dei posti più suggestivi e caratteristici per andare a caccia di Momiji siano la città di di Nikkō e la regione del Kansai, in particolare la città di Kyoto. 

Proprio qui, nell’antica capitale, ci sono dei punti d’osservazione che non ci si può lasciar sfuggire: il tempio Kiyomizu, dalla cui balconata si prospetta uno degli scenari più mozzafiato di tutto il Giappone, tanto più se il terreno si presenta come un tappeto di foglie dai caldi colori autunnali; la zona di Arashiyama, uno dei punti panoramici più famosi a Kyoto, dove in Autunno la montagna regala una tal quiete e degli scenari naturali di alberi carichi di foglie rosse che vale la pena di ammirare, anche per chi avesse già visitato questo posto in un’altra stagione dell’anno.

 Fonte: http://www.dondake.it

Carezza : il leggendario lago arcobaleno nel cuore delle Dolomiti


Quale miglior periodo se non il fresco autunno per ammirare il Lago di Carezza, meta amata dagli escursionisti e suggestivo luogo legato a una leggenda? 
Nelle Dolomiti, nell’alta Val d’Ega, poco distante da Bolzano, stretto da fitti abeti e circondato dalle vette del Catinaccio e del Latemar, troviamo infatti, un meraviglioso specchio d’acqua conosciuto come il lago arcobaleno.
 Il piccolo laghetto alpino, infatti, si distingue dagli altri perché le sue acque, grazie al riflesso del sole, creano un effetto ottico attraverso il quale è possibile ammirare i colori dell’arcobaleno, dal blu fino al verde. 
 Al lec de ergobando, come viene chiamato in ladino, è legata una curiosa leggenda che svelerebbe il perché di questo spettacolo cromatico insolito.




Molti anni fa, viveva nel lago la bellissima ninfa Ondina che con il suo canto allietava il cammino dei viadanti.
 Si narra che il mago Masarè si innamorò di lei e chiese aiuto alla strega Lanwerda per conquistare l'amata.
 Il consiglio fu quello di travestirsi da venditore di gioielli e creare un arcobaleno che unisse il Catinaccio al Latemar. 
Al mago l’idea piacque, così stese il più bel arcobaleno mai visto e si recò al lago dimenticando però di travestirsi.
 Ondina rimase colpita dallo spettacolo ma appena vide il mago, si immerse nell’acqua e sparì per sempre. 
Masarè preso dal dolore e dalla rabbia distrusse l’arcobaleno e i gioielli in mille pezzi e li gettò nel lago.


Per questo motivo oggi il Lago di Carezza è colorato di azzurro, rosso, indaco, giallo e oro e si distingue da tutti gli altri delle Dolomiti.

 Il lago è una delle mete più visitate del Trentino Alto Adige anche nella stagione invernale, quando le acque sono ghiacciate.

 Dominella Trunfio

Scoperto e studiato il fossile di una “cavalla” e il suo feto di 48 milioni di anni fa


Forse sarebbe venuto alla luce poche ore dopo e avrebbe seguito la madre nelle praterie della Germania di allora, dove il clima era molto più caldo di oggi.
 Ma qualcosa, impossibile da capire, causò la morte della cavalla e del piccolo che portava in grembo.
 Madre e feto vennero trasformati lentamente in fossili e dopo 48 milioni di anni sono venuti alla luce e studiati da un gruppo di paleontologi guidati da Jens Lorenz Franzen del Senckenberg Research Insitute di Francoforte (Germania) e del Naturhistorisches Museum di Basilea (Svizzera).

 Si tratta di un animale che lo si può definire il parente prossimo dei cavalli dei nostri giorni, il cui nome, in termini scientifici, è Eurohippus messelensis. 
 Grazie all’uso dei microscopi a raggi X e a microscopi elettronici si sono potuti studiare per la prima volta particolari molto ben definiti del feto che è lungo 12,5 centimetri. 
Gli studi sono stati pubblicati su Plos One. 
 Tutte le ossa sono ben conservate, a eccezione del cranio, che probabilmente è stato schiacciato durante la morte della madre o da qualche altro evento sconosciuto. 
Anche la posizione del feto all’interno della “cavalla” sembra essersi conservato nel tempo nella posizione originaria, così da permettere ai ricercatori di studiare i tessuti molli del piccolo che si sono ben conservati.

 Lo studio ha permesso di stabilire che il sistema riproduttivo di questo tipo di animale era già ben sviluppato durante il Paleocene e forse, anche prima.


L’Eurohippus messelensis è stato trovato per la prima volta nel 2006 e oggi sappiamo che esso non era più grande di un fox terrier, dunque non superava i 40-50 centimetri, e aveva le dita dei piedi: quattro nelle zampe anteriori e tre in quelle posteriori.


Fonte: focus.it

lunedì 19 ottobre 2015

L’affascinante Baia di Halong, una tra le più scenografiche bellezze naturali del Vietnam


La Baia di Halong, nel golfo di Tonchino, distante circa 164 km dalla capitale Hanoi, è una straordinaria bellezza naturale, considerata tra le più scenografiche e imponenti del Vietnam. 

La leggenda narra che mentre i vietnamiti combattevano contro i cinesi, gli dei mandarono dei dragoni ad aiutarli in battaglia… da qui il nome di “Ha Long” (“dove il drago scende in mare”). 
Si racconta anche che i dragoni iniziarono a sputare gioielli e perle che si trasformarono nelle isole e negli isolotti che punteggiano la baia, unendosi, poi, per formare una muraglia contro gli invasori.










La realtà, invece, vuole che questa baia sia costituita da 3000 isolette calcaree che sorgono da queste acque color verde cristallo, capaci di donare ad visitatore uno scenario unico al mondo. 
La Baia, che vanta 1553 km di acqua da cui emergono 1969 isolotti calcarei, battezzati con nomi creati dall’immaginazione dei marinai (gallo che combatte, tartaruga, testa di bufalo ecc.)è di grande interesse geologico, geomorfologico e biologico, tanto da essere stata designata Patrimonio Mondiale dall’Unesco nel 1994 e, dall’11 novembre 2011, una delle meraviglie naturali del mondo. 

Le sue acque sono popolate da pesci e molluschi e, nel suo ecosistema tropicale, le foreste pluviali sempreverdi regalano stupende mangrovie e rare specie botaniche floreali.
 La fauna è caratterizzata da scimmie, antilopi, scoiattoli volanti e iguane. 

 Fonte:: meteoweb.eu

Salvato cucciolo di orango “mummificato” in una scatola


Lo hanno trovato come se fosse stato mummificato.
 Chiuso in una scatola con le braccia e gambe rannicchiate, quasi come se in quell’abbraccio volesse trovare conforto per l’incubo che stava vivendo. 
Così Gito, un cucciolo di orango di cinque mesi, è stato trovato dagli operatori dell’International Animal Rescue (Iar). 
 «E’ uno dei casi più choccanti di crudeltà sugli animali e di abbandono che abbiamo mai visto - spiegano dall’associazione -, anche per quelli di noi che hanno già visto molte situazioni». 

Rimasto orfano per mano di un bracconiere che aveva ucciso sua madre, il piccolo era tenuto come animale domestico dal capo di un villaggio nel Borneo dopo averlo acquistato per 30 dollari.
 Quando lo Iar lo ha trovato, era stato messo in una scatola di cartone e lasciato al sole per morire.
 Era stato nutrito solo latte condensato, e la scatola ricoperta della sua urina.
 «Era sdraiato come morto con le braccia incrociate sul petto, e questo, insieme a una mancanza di capelli e pelle grigia, lo faceva apparire quasi mummificato come se fosse in una bara» ha detto lo Iar che lo ha subito preso e portato in moto in un lungo viaggio, nove ore, verso la clinica.


Per fortuna Gito è sopravvissuto anche a questo. I veterinari che lo hanno visitato gli hanno riscontrato la scabbia e gli sono state subito applicate flebo.
 Un video mostra soprattutto i danni agli arti che il piccolo orango ha subito: appena gli operatori provavano a muovergli braccia o gambe, il piccolo emetteva versi di dolore, così come non era in grado di reggersi in piedi.

 La storia di Gito è tragicamente simile a quella di Budi, un giovane orango che è stato salvato all’inizio di quest’anno dalla vita in una gabbia di pollo. Quando è stato trovato, Budi era fortemente denutrito e i suoi arti erano storti e gonfi.




«Il nostro team ha visto un significativo aumento del numero dei cuccioli di orango tenuti come animali domestici - ha detto Alan Knight, amministratore delegato di Iar -. 
Questo è il risultato degli incendi boschivi che devastano l’Indonesia, lasciando gli oranghi selvatici senza cibo e riparo. 
Per evitare di essere bruciati vivi, scappano e spesso vengono uccisi o catturati». 
 Purtroppo, il tragico mercato dei cuccioli di orango continuerà fino a quando il loro habitat continuerà a essere distrutto: gli oranghi hanno perso fino all’80 per cento della loro popolazione nel secolo scorso, con il tasso di mortalità che è aumentato notevolmente negli ultimi anni. 
 Ma per ora Gito è al sicuro, e si spera possa ripercorre gli stessi passi di Budi che poco per volta sta tornando a essere un animale con una dignità e salute che merita.

 

Fonte: LaZampa.it
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...