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lunedì 13 aprile 2015

Il cimitero delle auto abbandonate


A Chatillon, un villaggio nel sud del Belgio, da più di 70 anni esiste un ingorgo di auto d’epoca abbandonate nel bel mezzo della foresta. Un vero e proprio cimitero di auto a cielo aperto.
 Le auto si presentano arrugginite e ricoperte dalla vegetazione e sembra proprio che la foresta si sia ripresa nel tempo quello che qualcuno le aveva in maniera improprio tolto negli anni.

 Secondo quanto si narra le auto appartenevano ai soldati americani che operavano in quella regione durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Finita la guerra le truppe furono rimpatriate ma si scoprì che il prezzo per trasportarle negli Stati Uniti era troppo oneroso.
 Per questo motivo i militari decisero di lasciarle in Belgio.
 Ecco che allora il governo, invece di guadagnare dalla vendita di un rottame e vendere le auto, ha pensato bene di seppellirle sulle colline.
 Qualora i soldati americani tornati in patria avessero voluto recuperare le proprie auto avrebbero dovuto assumersi l’onere delle spese per la spedizioni.
 Ecco che allora le auto furono lasciate lì abbandonate in 4 punti diversi per un totale complessivo di circa 500 veicoli. 
Il tempo e la corrosione ha logorato moltissime auto e tanto è stato “prelevato” dalla gente del posto per pezzi di ricambio e dai collezionisti.
 Resta tuttavia il fascino e il colpo d’occhio alla visione di queste immagini che vi riportiamo.
 C’è anche un filone di pensiero storico che racconta invece che le auto furono abbandonate lì, sempre durante la seconda mondiale, ma a causa di un ingorgo che vide i loro occupanti fuggire a piedi perché davanti ad un attacco di soldati.

 Le immagini e la scena che si presenta agli occhi di tutti è quasi post-apocalittica.










itmbattipaglia.com

Caerphilly Castle


Terra di leggende e di antichi cavalieri, di castelli e di fantasmi, il Galles conta oltre 400 manieri medievali. 
Tra questi spicca il castello di Caerphilly, a pochi chilometri da Cardiff, il secondo più grande della Gran Bretagna dopo Windsor e uno dei più begli esempi di maniero medievale in Europa.

 Guliemo Il Conquistatore e i suoi successori, che si impadronirono di tutta l’Inghilterra, non riuscirono a conquistare il Galles settentrionale.
 La zona di confine, The Marches, rimase per secoli in mano ai signori locali. 
La fortezza di Chaerphilly, eretta tra il 1268 e il 1271, fu uno degli strumenti usati per sottomettere gli irriducibili gallesi.


Nel 1271 il conte Gilbert de Clare portò a termine la costruzione del castello, eretto su tre isole artificiali, create all’interno di un vasto fossato, del tutto simile a un lago.
 Era nata una fortezza inespugnabile, la base per l’attacco inglese al Galles. 
 Come ogni castello che si rispetti anche questo ha una storia legata a un passato burrascoso e a una leggenda.
 Edificato intorno al 1268-1271 da uno dei baroni più ambiziosi dell’epoca, l’anglo-normanno Gilbert de Clare, Lord di Glamorgan, nacque come luogo di difesa contro Llywelyn the Last, che all’epoca controllava gran parte del Galles.
 Nessuna ulteriore modifica è stata apportata alla struttura dall’epoca e oggi Caerphilly è ancora il più puro esempio di fortificazione militare del XXIII secolo in Edwardian Style, con lo sviluppo regolare e concentrico delle cortine murarie di difesa, un gioiello di ingegneria.


Il castello si erge nella regione del Glamorgan in una pianura al centro delle colline del Mynydd Eglwysilian, verso la valle del fiume Rhymney.
 La sua imponente cinta muraria si staglia sullo sfondo della campagna gallese, su un’isola, circondata da un lago naturale e uno artificiale, creato per la difesa
. L’entrata è quella originaria dell’epoca, sul lato est, e vi si accede da un ponte di legno.
 Varcata la soglia il maniero appare in tutta la sua bellezza, nel suo stile essenziale, senza finestre e decorazioni. Alcune aree sono state restaurate e si possono visitare, ma è salendo sulla terrazza che si gode il panorama migliore e, in un colpo d’occhio, ci si rende conto della sua grandezza.


Tutto intorno si trovano le torrette di avvistamento che, secondo una leggenda, sono tanto amate dalla Dama Verde, il fantasma di Caerphilly. 
Testa enorme e occhi rigonfi, questi sarebbero i tratti di una donna uccisa per amore, che oggi si celerebbe agli sguardi dei visitatori trasformandosi in edera, la pianta che come un mantello avvolge le mura diroccate del castello.


Il suo spettro corre da una torre all'altra, ma è in particolare la Flag Tower il suo luogo preferito.

 Alcuni turisti assicurano di averla quasi toccata, quindi…occhi aperti!

I Moken, gli ultimi nomadi del mare


I Moken (conosciuti anche come Moklen o Mawken, oppure Chow Lair) potrebbero presto scomparire. 
Vivono lungo le coste, fra il Myanmar e la Thailandia. 
Gli ultimi insediamenti di questa popolazione nomade, che vive in stretto contatto con il mare, si trovano nell’isola di Lampy e in altri piccoli atolli vicini, nonché in alcune aree protette a parco.
 Si sostengono attraverso il commerci e lo scambi di prodotti che il mare sa offrire. 

Sono stati censiti circa 2000 - 3000 individui, dopo lo tsunami del 2004, che ha devastato parte della costa.

I Moken per numerose generazioni hanno solcato i mari del sud est asiatico, alla ricerca di pesce, crostacei e coralli.
 Per gli antropologi questi popoli sono un enigma, non si sa con precisione da dove vengono e come si sono spostati nel corso dei secoli.
 Erano soliti vagabondare per il mare, e rimanere qualche tempo sulla terraferma solo nel periodo dei monsoni.
 Le classiche imbarcazioni costruite per solcare questi mari spesso turbolenti, sono costruite con legname prelevato dalla costa del continente o dalle isole.
 Un tempo, era il vento la forza motrice che consentiva di navigare, ora è il motore, con un albero lungo tradizionale all’estremità, sul quale si trova l’elica.
 Sulle imbarcazioni Thai il motore sostituisce in pieno l’utilizzo arcaico e avventuroso della vela.
 La tecnologia dunque ha avuto il sopravvento anche su questi popoli.






La religione Moken è animista e tipicamente in ogni villaggio è presente la "casa dello spirito tutelare" chiamata Rumah Dato, o Balai Dato (corte dello spirito tutelare). 
Queste costruzioni hanno al loro interno decorazioni simili a quelle della cultura Cinese e Thai che sono mostrate durante le feste degli spiriti oppure quando sono richieste da uno shamano.
 Nella loro religione non vi è traccia di influenze Islamiche o Buddhiste. 
Tipicamente le loro usanze sono del folklore e della religione Malay. I festival degli spititi si tengono il sesto e l'undicesimo mese dell'anno. 
Le cerimonie risultano abbastanza complesse e ancora non è noto il significato di molti termini utilizzati durante le stesse cerimonie. Parte del festival prende il nome di Hari Pahadak (giorno della protezione), e si balla e si beve ad oltranza.

 L’avvento del turismo ha stravolto gli stili di vita dei Moken, il nomadismo è stato abbandonato, sono cambiate le tecniche di pesca. 
Ultimamente per far fronte alla richiesta del turismo, cercano nei fondali coralli e conchiglie, che ripulite, vengono offerte a commercianti di souvenir, oppure pescano crostacei che rivendono poi nei ristoranti locali. 
Uno dei luoghi dove arrivano maggiormente i prodotti ricavati dal mare, è l’isola di Phuket in Thailandia.
 Il problema, ora, si sta evidenziando nei fondali marini dove i Moken sono soliti cacciare, essendo abili apneisti, raccolgono anche ricci e oloturie, e stanno mettendo in pericolo a causa del prelievo insostenibile le popolazioni di questi echinoidermi. 

Sconvolti dalla vita moderna, questi popoli sono anche decimati dalla malaria e dalle droghe (oppio ed eroina), che si procurano spesso barattando i loro prodotti con commercianti senza scrupoli. Come altri popoli tribali, hanno perso nel tempo la loro identità sociale e culturale. 
Sono molte le popolazioni indigene del mondo in pericolo, traviate ed esiliate in piccoli fazzoletti di territorio, ma per quanto ancora potranno resistere all’attacco dell’era moderna?







Fonte: www.biologiamarina.eu/

Due ipotesi discordanti tentano di spiegare perché Terra e Luna sono simili


Su un punto tutte le ricerche che riguardano la nascita della Luna sono concordi: dopo circa 150 milioni di anni dall’inizio della formazione del Sistema Solare, il nostro pianeta, ancora in fase di formazione, venne colpito da un gigantesco proto-pianeta. Theia, questo il nome dato all'oggetto che colpì la Terra, aveva dimensioni più o meno simili a Marte. 
Dalla catastrofe il nostro pianeta uscì con tante cicatrici e un’enorme quantità di polveri che in parte ricaddero sulla Terra stessa e in parte si aggregarono a dare vita alla Luna.


La storia sembra stare in piedi per tanti motivi, ma ci sono aspetti difficili da spiegare: in particolare, gli elementi chimici che compongono la Luna sono troppo simili a quelli terrestri.
 I planetologi avevano ipotizzato che poiché Theia si sarebbe dovuto disintegrare nell’impatto, e che ciò che restava sarebbe andato a formare la Luna, i rapporti isotopici dei vari elementi (gli isotopi sono atomi con medesimo numero di protoni e quindi hanno nome identico, ma diverso numero di neutroni) presenti sulla Luna dovevano essere diversi da quelli sulla Terra.
 Un'ipotesi basata sul fatto che tra i corpi del Sistema Solare non ci sono, oggi, altri oggetti con rapporti isotopici identici o molto simili tra loro.

 Questa incongruenza è stata presa in esame da due lavori usciti contemporaneamente, i quali giungono però a conclusioni differenti.

 Il primo studio arriva da ricercatori israeliani e francesi, che hanno realizzato modelli molto elaborati della nascita del Sistema Solare. «Quello che abbiamo scoperto», spiega Hagai Perets, del Technion-Israel Institute of Technology, «è sorprendente. Ci risulta infatti che durante i primi milioni di anni dalla nascita del Sistema Solare molti dei pianeti in formazione dovevano essere molto simili tra loro e i nostri modelli suggeriscono che esiste almeno il 20% di probabilità che con la Terra abbia impattato proprio un oggetto simile a essa.» 
 Le piccole differenze riscontrate per alcuni isotopi, e in particolare per il tungsteno, sarebbero da imputare alla fase successiva, ossia al momento in cui il materiale che ruotava attorno ai due corpi precipitò su di essi formando una specie di coperta.
 La diversa gravità deve aver portato a piccole variazioni di contenuti riscontrati nelle rocce.


Il secondo modello, elaborato dai ricercatori dell’Università del Maryland, è partito invece dal presupposto che Theia e Terra dovevano essere molto diversi dal punto di vista isotopico.
 Per spiegare l'odierna similitudine i ricercatori americani ipotizzano che i materiali derivati dallo scontro tra i due corpi si mescolarono profondamente prima di dare origine al processo di aggregazione e raffreddamento della Luna.
 Le piccole differenze trovate nei rapporti isotopici di alcuni elementi sarebbero da imputare alla ricaduta del materiale polverizzato sulla Luna e sulla Terra in quantità diverse. 

 Con i dati di cui disponiamo oggi è impossibile sostenere dove sta la ragione.
 Forse analisi ancora più approfondite delle rocce lunari riportate sulla Terra dalle varie missioni lunari, e un nuovo programma di esplorazione del nostro satellite, potranno dare ragione all’una o all’altra ipotesi, o forse trovarne una terza che oggi non riusciamo neppure a immaginare.

 Fonte:focus.it

venerdì 10 aprile 2015

Che buoni i cibi esotici!


La tartaruga delle Galapagos (Chelonoidis niger) ha mostrato di preferire il gusto di piante non autoctone, arrivate di recente nell’arcipelago.
 La ricerca sul campo è stata eseguita da Stephen Blake, della Washington University in St. Louis, e Fredy Cabrera, della Charles Darwin Foundation alle Galapagos.
 I due ricercatori hanno osservato le tartarughe dell’isola di Santa Cruz, un vulcano spento abitato dagli uomini, il cui terreno fertile è ampiamente utilizzato per l’agricoltura e la cui vegetazione è, in molte zone, non autoctona. 
 Piazzando dei trasmettitori GPS sui gusci delle tartarughe, è stato osservato un comportamento strano: le tartarughe migravano dalle pianure, dove la vegetazione abbonda solo nella stagione delle piogge, fino agli altipiani, che sono ricchi di vegetazione per tutto l’anno.
 Ma perché questi animali pesanti oltre 200 kg, capaci di sopravvivere anche un anno senza bere e senza mangiare, dovrebbero fare la fatica di arrampicarsi lungo le pendici di un vulcano per cercare il cibo? 
Non sarebbe meglio attendere la stagione umida? 
 Poi la scoperta: i lenti giganti amano foraggiarsi di piante non native dell’isola. 
Perché? Sono più gustose.
 Dal punto di vista delle tartarughe, la guava (Psidium guajava) locale, per esempio, produce piccoli frutti con molti semi e poca polpa, relativamente amara, protetta da una buccia spessa. 
La guava importata dal continente, invece, ha frutti più grandi, contiene più polpa, dolce, con una buccia sottile.
 La conservazione della biodiversità locale è un cruciale problema con cui si confrontano le Isole Galapagos. 
Ma è impensabile sradicare le oltre 750 specie di piante invasive ed è anche difficile il loro controllo.
 Fortunatamente, la sopravvivenza delle tartarughe non sembrerebbe messa in pericolo: la dieta ricca di piante importate sembra essere neutra o, addirittura, positiva per la loro salute. Risulta anche utile per il loro equilibrio cellulare durante la stagione secca. 


Fonte www.rivistanatura.com

Anche a Roma i sakura sono in fiore: l'Hanami e lo spettacolo dei ciliegi giapponesi all'Eur


Si rinnova al laghetto dell'Eur il rito giapponese dell'Hanami, la contemplazione dei fiori che avviene quando fiorisce il sakura (Prunus serrulata), il fiore del ciliegio e uno dei simboli più importanti della cultura giapponese.

 Daiichi Sankyo arricchisce con dei nuovi esemplari di ciliegio Yoshino la Passeggiata del Giappone nel Parco EUR, con l'obiettivo di rinnovare l'impegno nella promozione di tutte le forme di tutela ambientale.
 "Abbiamo accolto con viva gratitudine l'iniziativa di Daiichi Sankyo di contribuire alla ripopolazione della Passeggiata del Giappone, all'interno del Parco Centrale del Lago. 
Le nuove alberature sono un modo per riaffermare il rapporto di stima e amicizia che lega i nostri due Paesi e si inseriscono nel più ampio progetto di valorizzazione del patrimonio paesaggistico affidato alla tutela di EUR SpA, che quotidianamente ne cura la bellezza, il rigoglio e gli arredi urbani, permettendone la fruizione ai tanti turisti e cittadini che scelgono questo luogo anche per festeggiare l'inizio della primavera con la celebrazione dell'Hanami", commenta Pierluigi Borghini, Presidente EUR SpA




Questa suggestiva area del parco tra marzo e aprile è frequentata dai tanti giapponesi residenti a Roma e dagli amanti della cultura giapponese che non rinunciano a festeggiare in kimono la loro Hanami, in Giappone una tradizione millenaria che consiste nel godere dello spettacolo della fioritura dei ciliegi che per circa due settimane tinge di rosa il Paese del Sol Levante, partendo dal sud del Kyushu alla fine di marzo, per poi toccare Tokyo i primi di aprile e giungere infine verso metà maggio a colorare l'Hokkaido settentrionale.


Durante la notte, l'Hanami continua trasformandosi in Yozakura, "La notte del Ciliegio", nell'ancor più suggestiva atmosfera creata dal bagliore lunare e dalle lanterne di carta accese.

 Fonte: greenme.it

Il culto della dea Mefite nella valle dell'Ansanto (AV)

Qui si mostra un’orrenda spelonca e gli spiragli del crudele Dite… Questa è la Mefite, una delle porte dell’Inferno”. 
Virgilio, Eneide, VII.


Nell’immaginario degli antichi numerose zone della Campania, per la loro natura vulcanica, furono associate al mondo degli Inferi. 
 C’è un luogo in particolare che, ancora oggi, rende facile capire come questo sia stato possibile: la valle dell’Ansanto descritta anche da autori come Cicerone, Diodoro Siculo e Dante Alighieri. In questo luogo è possibile vedere un lago di acque sulfuree da dove fuoriescono velenose emissioni di gas.


Mefite era una divinità adorata dagli italici perché propiziava buoni raccolti.
 Era però considerata anche una specie di tramite tra la vita e la morte, assumendo su di sé gli aspetti di altre divinità come Venere e Cerere. 

 In genere i luoghi di culto di Mefite si trovavano vicino a sorgenti d’acqua come nel caso di Tivoli.
 Forse, dopo la conquista da parte dei Romani delle zone dell’area osco-sabellica, Mefite fu associata solo alla presenza delle acque sulfuree che potevano avere proprietà curative. 
 A Roma un tempio dedicato Mefite fu eretto sull’Esquilino nel III sec. a. C. all’interno di un bosco sacro.

 Nella valle dell’Ansanto Mefite fu venerata dal IV sec. a. C., fino alla prima età imperiale, come dimostrato dai ritrovamenti di ex voto e monete lasciate nel fiume. 
 Famosi ex voto sono gli xoana e si datano al V sec. a. C. Si tratta di statue di legno perfettamente conservate, ma se ne ricorda in particolare una, asessuata, ma dotata di una particolare espressività.


Con l’avvento del Cristianesimo il culto fu abbandonato a favore di quello dedicato a Santa Felicita. 

 Chi oggi volesse visitare il lago della Mefite deve farlo con grande cautela a causa delle esalazioni venefiche e trattenersi il meno possibile.

 fonte: antika.it
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