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venerdì 7 novembre 2014

Berlino : 25° anniversario della caduta del Muro


Il 9 novembre di 25 anni fa, cadeva il muro di Berlino. 
La storica data segnò la fine della Guerra Fredda che per 28 anni divise in due non solo una città, ma un’intera nazione. 

Venticinque anni dopo, la Germania festeggia le “nozze d’argento” con numerose manifestazioni. 
La più significativa riguarda l’installazione creata da due giovani artisti tedeschi, Christopher e Marc Bauder.
 Dal 7 al 9 novembre ricreeranno l’autentica suddivisione fra Berlino Est e Berlino Ovest, accostando migliaia di palloncini bianchi che richiamano le forme dei lampioni della luce. L’installazione, chiamata "I confini della luce" illuminerà Berlino per tre giorni e due notti.
 Verrà inoltre data la possibilità per chi voglia, di “adottare” uno degli 8.000 palloncini che al termine della performance saranno sganciati e lasciati fluttuare nell’aria. 
Gonfiati ad elio e forniti di illuminazione al Led che durerà per diverse ore prima di spegnersi, i palloncini sono stati creati con materiale biodegradabile, la cui decomposizione sarà favorita dagli agenti atmosferici.
 I due artisti tengono a precisare che il motivo di tale creazione è data proprio dal contrasto dei palloncini, così fragili e leggeri, in totale antitesi con il cemento armato con cui era stato creato il Muro. 
Il progetto, è liberamente ispirato ai numerosi cortei di protesta dei manifestanti che precedettero la riunificazione e l’effettiva demolizione del Muro.




Oggigiorno non è rimasto molto di quel crudele simbolo di divisione fra blocco sovietico e americano, è però possibile trovare alcuni resti del Muro in molte parti del mondo.
 Dei 161 chilometri che divisero Berlino sono stati lasciati sei punti come monumenti storici, il pezzo più lungo è l’East Side Gallery: una galleria a cielo aperto lunga poco più di un chilometro ricoperta di murales e graffiti di artisti famosi e non. 
Tra questi, il più esemplare raffigura Erich Honecker, segretario generale del partito della Germania dell’Est mentre bacia sulla bocca il segretario del PCUS, partito dell’Ovest, Leonid Brežnev.






Oltre al territorio tedesco, è possibile trovare resti del Muro in tutto il pianeta.
 L’agenzia di stampa britannica Reuters, per il venticinquesimo anniversario, ha chiesto ai suoi fotografi di immortalare i frammenti di Muro sparsi nei vari continenti. 
Ne sono stati trovati, in Corea del Sud, a Santa Barbara in California, a Madrid, a Città Del Capo in Sudamerica e in Indonesia. 

Dove originariamente giaceva il Muro, invece, è stato realizzato nel 2006 un percorso ciclabile che percorre tutta la lunghezza, 161 chilometri attorno a quella che era la parte Ovest della città e dove è possono trovare testimonianze e foto del periodo pre, post e durante il muro.
 Ciò che fa effetto è quello che permane nella mente della collettività, il ricordo di quegli anni di privazione della libertà personale a causa della trappola mortale che ha diviso famiglie, amici e concittadini.
 Ancor oggi è considerato il simbolo più crudele della cortina di ferro e detiene il macabro onore di rientrare nella lista delle cinquanta date che hanno cambiato la storia dell’umanità.

Il mistero irrisolto dell'antica città di Puma Punku


Puma Punku, in Bolivia, è uno dei siti archeologici più intriganti e misteriosi dell’antichità.
 Posizionate sull’altopiano andino ad un’altezza di 4 mila metri, alcuni stimano che quelle di Puma Punku siano tra le rovine più antiche delle Terra.

 Nella lingua Aymara, il suo nome significa “La porta del Puma”, tuttavia, nessuno sa chi ha progettato e costruito Puma Punku, ne quale fosse il suo utilizzo.
 Il mistero di Puma Punku rimane tale sia per gli archeologi e gli storici accademici, che per i ricercatori “alternativi”, i quali indagano l’ipotesi dell’esistenza di civiltà preistoriche avanzate o del contatto con Antichi Astronauti non terrestri.

 Puma Punku è parte del più ampio complesso monumentale di Tiahuanaco (Tiwanaku), un ampio sito archeologico nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca e approssimativamente 72 km a ovest di La Paz, sede del governo della Bolivia. Indubbiamente, la città precede la presenza Inca in questa parte del Sud America.
 Nelle leggende dei locali, si racconta che il vicino tempio di Tiahuanaco sia stato costruito per commemorare l’arrivo a Puma Punku degli dei venuti dal cielo.

 Il mistero impenetrabile di Puma Punku si trova nella precisione e nella complessità delle strutture che pervadono la rovina: porte finemente intagliate e blocchi di pietra pesanti fino a 130 tonnellate perfettamente levigati, senza la minima traccia di segni di scalpello. Ma ciò che più lascia perplessi archeologi e ingegneri è la presenza di misteriosi moduli in pietra a forma di “H”, tutti della stessa dimensione.
 L’impressione che si ha è quella di produzione in serie, come se si fosse utilizzato uno stampo.


La levigatura dei blocchi è incredibilmente liscia, i solchi millimetrici praticamente perfetti e le scanalature negli angoli dei blocchi di pietra fanno immaginare una sorta di assemblaggio ad incastro, un qualche sistema modulare di costruzione, lavorati in modo così preciso da poter essere uniti gli uni agli altri in diversi modi.
 I blocchi venivano uniti e fissati con l’utilizzo di cambrette di metallo. 

 I blocchi di Puma Punku sono fatti di granito e di diorite.
 La diorite è una roccia di origine vulcanica dura quasi come il diamante: le cave di diorite più vicine al sito si trovano ad oltre 60 km di distanza.
 L’altro grande mistero che aleggia sulle rovine di Puma Punku e Tiahuanaco è il mistero sulla loro fine: guardando le rovine si ha l’impressione di una distruzione avvenuta a seguito di un evento catastrofico. 
Nel caso di Pumapunku le devastazioni sono ancora più estese. Infatti è quasi impossibile riconoscere la struttura degli edifici ed esistono solo poche pietre vicine l’una all’altra, mentre a Tiwanaku sporadicamente è ancora possibile vedere alcuni muri. 

 Secondo Jason Yaeger, professore di antropologia presso l’Università del Texas, Sant’Antonio, la città risultava già abbandonata quando gli Incas conquistarono la zona nel 1470. Tuttavia, i nuovi arrivati riuscirono a incorporare Puma Punku e il resto di Tiahuanaco nel loro impero e nella loro cultura.
 Gli Incas credevano che la città era il luogo dell’antica venuta di Viracocha, il dio che aveva creato il popolo ancestrale inviato poi nel mondo per popolare i rispettivi territori e dare origine alle varie etnie umane.

 “Gli Incas avevano riconfigurato le strutture esistenti adattandole alle loro attività rituali”, spiega Yaeder in un articolo comparso su School for Advanced Research. 
 Quando infatti i conquistadores europei scoprirono il sito, chiesero agli Incas chi avesse costruito Puma Punku ottenendo questa risposta: “Non l’abbiamo costruita noi e neanche i nostri padri. L’hanno costruita gli dei antichi in una sola notte”.

 La datazione del complesso di Puma Punku è ancora oggetto di dibattito tra i ricercatori, perché, come è noto, non è possibile eseguire la datazione al carbonio-14 della pietra. 
 Secondo i risultati della datazione presentati dal professore di Antropologia William H. Isbell, il sito sarebbe stato costruito tra il 500 e il 600 a.C.
 L’analisi al radiocarbonio è stata eseguita sul materiale organico dello strato più basso e più antico del sito di Puma Punku.
 Tuttavia, sono in molti a ritenere il metodo presentato da Isbell come estremamente impreciso.
 Alcune caratteristiche architettoniche del sito, infatti, farebbero pensare che si tratta di una realizzazione molto più antica: per capire l’età di Puma Punku bisogna guardare Tiahuanaco.


All’inizio del XX secolo l’ingegnere austriaco Arthur Posnansky (1873-1946) dedicò lunghi anni delle sue ricerche alle rovine di Tiahuanaco.
 L’ingegnere concentrò i suoi studi su una zona del villaggio, dove alcune pietre erano disposte verticalmente. 
 Posnansky si rese presto conto che i costruttori di Tiahuanaco avevano realizzato un gigantesco osservatorio astronomico allineato al Sole e alle stelle. 
Posnansky osservò che nel primo giorno di primavera, il Sole sorgeva esattamente al centro della porta principale del tempio: è l’inizio di una straordinaria scoperta. Questi allineamenti astronomici, infatti, gli consentirono di datare il sito: per tutto l’anno il Sole sorge ogni giorno in un punto differente dell’orizzonte.
 Il primo giorno di primavera si può vedere il sole sorgere esattamente al centro.


Studiando la disposizione del complesso, Posnansky deduce che il primo giorno d’inverno o d’estate, il Sole dovrebbe sorgere agli angoli, cioè in corrispondenza dei pilastri sui lati del tempio. 
Ma non è così. Gli archeologi “ortodossi” affermano che si sia trattato semplicemente di un errore da parte dei costruttori.


Osservando la perfezione con cui è stato costruito il sito, sembra davvero molto improbabile che i costruttori abbiano potuto compiere un errore così grossolano, sbagliando i marcatori dei solstizi. 

 Non convinto dell’ipotesi errore, l’archeologo Neil Steede compie un accurato controllo dei calcoli di Posnansky. Misurando la diagonale delle pietre angolari, e comparando l’angolo alla posizione attuale del sorgere del Sole, Posnansky era giunto alla conclusione che Tiahuanaco era stata costruita almeno 17 mila anni prima!


Ma a quell’epoca l’inclinazione dell’asse terrestre era leggermente diversa rispetto a quella di oggi: all’epoca della costruzione del sito, infatti, il solstizio invernale e quello estivo sarebbero sorti esattamente sopra le pietre angolari. 
 “Grazie agli strumenti astronomici più precisi che oggi abbiamo a nostra disposizione, possiamo dire che la datazione reale di Tiahuanaco risalga a 12 mila anni fa”, conclude Steede. “E questo, dovrebbe far riflettere tutti noi sulla vera origine della civiltà”.

 Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/

Nirvana felino: i gatti tra le braccia di Buddha


Mentre gli esseri umani cercano l'illuminazione sulla strada verso il nirvana, questi gatti hanno pensato bene di schiacciare profondi pisolini tra le braccia delle statue di Buddha, dove hanno trovato un posto perfetto e accogliente per rilassarsi.
 Ma i felini lo fanno perché hanno una connessione "speciale" con il buddismo?
 Non proprio.
 Sono moltissimi i gatti, infatti, osservati a riposare e dormire anche su statue di marmo di imperatori romani o di figure mitologiche che non hanno alcun rapporto con Buddha o il buddismo.
 Sembrerebbe, quindi, che le statue stesse, a prescindere dalla loro "appartenenza", esercitino una certa attrazione per i gatti. Potrebbero essere attirati dalle forme antropomorfe delle statue? Chissà. Di certo presentano alcuni vantaggi rispetto al modello 'organico' di carne e ossa, come il fatto che non hanno mai bisogno di alzarsi  scomodando il regale sonno felino.




Molto più concretamente, però, come spiega Web Ecoist, è probabile che il comportamento derivi dal fatto che le grandi statue di pietra o di metallo si riscaldano durante il giorno e trattengono il calore, mentre altre superfici tendono a raffreddarsi.
 E i gatti, si sa, amano crogiolarsi in luoghi ben caldi.


Roberta Ragni

La danza di corteggiamento del ragno pavone


Che cosa non ci si inventerebbe, per fare colpo sulla partner. 
Il ragno pavone costiero (Maratus speciosus) un piccolo aracnide saltatore australiano, tenta di impressionare le femmine con una danza lunga e coinvolgente, in cui solleva i lembi della parte posteriore del corpo (una sorta di "coda" simile a quella dei pavoni) rivelando un manto arcobaleno.


L'acarologo Jurgen Otto è riuscito a immortalare il rituale di accoppiamento di queste creature lungo le spiagge nei pressi di Perth, Australia: potete ammirarle in questo video molto ravvicinato e attraverso una serie di foto macro. 
Vederle ad occhio nudo è difficile: i ragni pavone non sono più grandi di 4-5 millimetri, dimensioni che non rendono giustizia alla loro spettacolare livrea.






Nel video il ragno solleva il terzo paio di zampe e l'addome, facendo vibrare il corpo e avvicinando gli arti come per battere le mani. 
Tanta fatica non porta necessariamente a un lieto fine: se la femmina non accettasse di accoppiarsi, potrebbe finire col mangiarlo.

 

ELISABETTA INTINI

giovedì 6 novembre 2014

L'origine dei dadi da gioco


I dadi da gioco hanno un'origine antichissima. 
Sofocle riteneva che fossero stati inventati da Palmede, un astuto condottiero greco, durante la guerra di Troia; Erodono ne attribuiva l'invenzione ai popoli della Lidia. 
In realtà numerosi reperti archeologici hanno dimostrato che erano già utilizzati molti secoli prima da numerosi popoli (tra i quali anche gli Eschimesi, i Maya e gli Atzechi, le popolazioni dell'Africa e delle isole della Polinesia).
 Gli esemplari più antichi furono ritrovati nel 1972 all'interno di una tomba risalente a V millennio. 
Più che di veri dadi si trattava di astragali, piccoli ossicini di forma cuboide che possiedono quattro facce facilmente distinguibili.


Inizialmente erano considerati oggetti magici, utilizzati per divinare il futuro. 
Forse anche per questa ragione venivano conservati nelle tombe.
 In seguito divennero oggetti per il gioco, soprattutto quello d'azzardo. 
 Dadi a sei facce, praticamente uguali a quelli moderni, sono stati trovati in Egitto (risalgono al 600 a.C.) e Cina (2000 a.C.).
 I dadi più antichi ritrovati in Italia risalgono all'epoca etrusca: erano a sei facce, d'avorio ed erano ornati di lettere e non di numeri. Presso i romani i dadi erano utilizzati soprattutto per i giochi d'azzardo, strettamente connessi con Saturno: a Roma era permesso giocare soltanto durante i Satumalia, i giorni dedicati al dio.
 Anche il gioco della tombola risale a questo periodo e a questo dio: il Grande Gioco di Saturno era una sorta di gioco-oracolo col quale anticamente, e non solo a Roma, si esercitava una forma di divinazione.

Quando gli antichi egizi iniziarono ad imbalsamare i loro morti ?


Il lavoro congiunto di alcuni ricercatori provenienti dalle Università di York, Macquarie ed Oxford avrebbe portato alla luce nuove testimonianze che suggeriscono come l’origine della pratica dell’imbalsamazione dei cadaveri nell’antico Egitto sia da collocare almeno 1.500 anni prima di quanto pensato fino ad ora. 

Tale conclusione giunge dopo uno studio durato 11 anni che ha visto coinvolti i dipartimenti di archeologia e storia antica dei diversi atenei: i risultati approfondiscono alcuni aspetti estremamente interessanti (ed affascinanti) relativamente alla pratica che fu centrale nella cultura dell’Egitto dei faraoni e che, ancora oggi, assurge quasi a simbolo di quella antichissima e straordinaria civiltà che fiorì lungo le rive del Nilo. 

A proposito della mummificazione presso gli egiziani, le teorie tradizionali, in buona parte basatesi su ritrovamenti archeologici avvenuti negli scorsi secoli, suggeriscono come nell’epoca preistorica corrispondente al tardo neolitico e alla fase pre-dinastica compresa tra il 4.500 e il 3.100 a. C. i corpi degli uomini fossero sottoposti ad un processo naturale allo scopo di conservarli nel tempo, determinato dal clima caldo e asciutto del deserto.
 Le sabbie dell’Egitto hanno infatti restituito negli anni agli archeologi cadaveri del tutto integri, essiccati quasi come i loro discendenti che, qualche secolo dopo, avrebbero vissuto e sarebbero morti nell’epoca del massimo splendore della regione nilotica.

 Il ricorso a resine naturali nell’ambito della mummificazione artificiale è documentato soltanto a partire da un caso del 2.200 a C., ossia durante il periodo detto del Regno Antico, e divenne sempre più diffuso durante il Regno medio, tra il 2.000 e il 1.600 a. C.: il lavoro dei ricercatori, reso noto attraverso un articolo pubblicato da PLOS ONE, apre però a nuove inaspettate prospettive che muterebbero profondamente tale cronologia. Secondo la dottoressa Jana Jones, della australiana Macquarie University, infatti, l’uso di sostanze particolari nel trattamento dei cadaveri sarebbe stato comune già in un arco di tempo compreso tra il 4.500 e il 3.350 a. C., come dimostrerebbero le mummie prese in esame per lo studio, provenienti dai cimiteri neolitici di Badari e Mostagedda, venute alla luce principalmente negli anni ’30 ed inviate all’epoca presso diversi musei britannici.
 Alcuni campioni, particolarmente antichi, non erano mai stati sottoposti ad approfondite indagini archeologiche: ed hanno rivelato segreti sorprendenti. 

I primi esami effettuati al microscopio nel 2002 su alcuni dei campioni di materiale tessile che avvolgeva i cadaveri avevano effettivamente dato modo di considerare l’ipotesi della presenza di resine nei bendaggi. 
Tuttavia per avere la conferma occorrevano rilievi più approfonditi: così il dottor Stephen Buckley, ricercatore presso la University of York, è stato coinvolto nello studio.
 Grazie ad una combinazione di analisi specifiche (gascromatografia, spettrometria di massa), è stato possibile rilevare la presenza di resina di pino, un estratto di pianta aromatica, gomma vegetale, grasso animale, petrolio naturale: il tutto a sigillare le bende funerarie, esattamente come accadeva durante il trattamento dei cadaveri illustri oltre mille anni dopo, al culmine della potenza dei faraoni.


I ricercatori sostengono che le proprietà antibatteriche di queste sostanze vennero sfruttate anche nei secoli successivi, quando tali ingredienti erano utilizzati dagli imbalsamatori professionisti 3.000 anni più tardi: sostanzialmente all’epoca dei cimiteri neolitici la tecnica era ancora in fase sperimentale ma, a giudicare dai risultati, dava già ottimi frutti. Anzi, pare che sia possibile addirittura stabilire che le proporzioni tra le diverse resine naturali restò inalterata nei secoli a venire: insomma, l’imbalsamazione fu un’eredità trasmessa dalla società tribale delle origini e custodita gelosamente fino al declino di quel regno unico e irripetibile che conobbe potenza, ricchezza e cultura sotto le dinastie dei faraoni.

 Il professor Thomas Higham, responsabile della datazione delle sepolture presso la University of Oxford, ha sottolineato l’importanza di un lavoro del genere, in grado di esaltare il potenziale del materiale custodito anche da decenni all’interno dei musei ma ancora capace di svelarci segreti del tutto inaspettati. Decine di collezioni possono essere ancora un fondamentale strumento archeologico, per illuminare punti oscuri o fornire nuove chiavi di lettura, soprattutto grazie all’ausilio dei moderni strumenti scientifici che aiutano a leggere sempre più in profondità tra le sabbie del tempo.

 http://scienze.fanpage.it

Midway, l'impegno a distruggere il pianeta


L'atollo di Midway è un'isola di 5,2 km quadrati con circa 3.000 abitanti, nella parte occidentale dell'arcipelago delle Hawaii, nell'Oceano Pacifico.
 Scoperto nel 1859, costituisce oggi un comprensorio geografico sotto il controllo degli Stati Uniti, a cui l'arcipelago fu annesso nel 1867.


La civiltà della plastica è lontana 3.200 km. Eppure ecco quello che riesce a fare, documentato in un video decisamente forte, disturbante, ma da vedere.
 Non sono necessarie parole di commento, tranne forse "ecco che cosa possiamo fare di... pessimo al nostro pianeta e a tutti noi". 

Midway, il corto di Chris Jordan, è un viaggio fino al cuore di una tragedia ambientale straordinariamente simbolica.
 Su una delle isole più distanti da ogni altra terra sul nostro pianeta, migliaia di albatros morti sul terreno, avvelenati dal giro del Pacifico, che vi spieghiamo nel multimedia L'isola rifiutata.

 

Da : http://www.focus.it/

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