lunedì 6 ottobre 2014
Thor Heyerdahl e la storia del Kon-Tiki
Di Thor Heyerdahl, celebre esploratore e antropologo norvegese, nato cento anni fa, il 6 ottobre 1914, viene principalmente ricordato il motivo per cui ottenne fama mondiale: la traversata a bordo della zattera “Kon-Tiki” nel 1947.
Fu un lungo viaggio su una grande zattera dal Perù alla Polinesia, durato 101 giorni, ideato da Heyerdahl nel tentativo di avvalorare una sua ipotesi contraria alle teorie scientifiche allora e tuttora dominanti.
In pratica, Heyerdahl voleva dimostrare che in tempi antichi la Polinesia fosse stata abitata da popoli provenienti dal Perù e dalle terre degli Incas, piuttosto che da immigrazioni giunte dall’Asia, ipotesi prevalente ancora oggi.
Quindi compì quel viaggio a bordo del “Kon-Tiki”, una zattera di circa 20 metri fatta con tronchi di balsa, costruita imitando le capacità e le disponibilità delle civiltà precolombiane presenti anche nei territori dell’odierno Perù.
Thor Heyerdahl partì con altre cinque persone a bordo (quattro norvegesi e uno svedese) il 28 aprile 1947 da Callao, in Perù. Arrivarono nell’arcipelago di Tuamotu, nella Polinesia francese, dopo 101 giorni. Heyerdahl lavorò a sostenere la sua ipotesi per gran parte della vita, e il successo del viaggio del Kon-Tiki – che prendeva il nome dalla divinità che una leggenda ripresa da Heyerdahl voleva avere ispirato la migrazione sudamericana – fu fondamentale per darle attenzione presso la comunità scientifica, malgrado la convinzione degli studiosi resti quella della colonizzazione da Ovest, e malgrado in molti abbiano attaccato e deriso la ricostruzione di Heyerdahl.
Ma il viaggio fu anche una storia di grande fama popolare – e questo, secondo lo stesso Heyerdahl, svilì parte della sua credibilità scientifica – e ne vennero un libro, un documentario e un film tutti di grande successo: oltre che la costruzione di un museo a Oslo che ospita la zattera originale.
La passione di Heyerdahl per la scienza e l’antropologia era cominciata molto presto, quando era ragazzo, e un’importante collezione di reperti polinesiani raccolta a Oslo lo indirizzò verso lo studio di quei luoghi.
Partecipò a una prima spedizione in Polinesia già a ventidue anni, subito dopo il primo dei suoi tre matrimoni.
Dopo il Kon-Tiki, invece, Heyerdahl studio e viaggiò ancora in Polinesia – con un intenso lavoro sull’Isola di Pasqua – ma anche in diversi altri luoghi del mondo.
Morì per un tumore al cervello il 18 aprile 2002, a 87 anni, nel borgo ligure di Colla Micheri, in Italia: dove aveva preso una casa e dove fu sepolto, dopo i funerali di Stato a Oslo.
Al centenario di Heyerdahl è stato dedicato anche il doodle di Google
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Trichechi spiaggiati in Alaska: 35mila esemplari in pericolo
Cos'è l'enorme macchia che vedete in questa foto?
Non è inquinamento marino, ma una massa enorme di ben 35.000 trichechi, che si sono rifugiati sulla costa, dopo essere rimasti senza ghiaccio e senza cibo in mare aperto.
Una migrazione record causata da un'unica ragione: il cambiamento climatico.
Secondo i ricercatori del NOAA e dell'Istituto di Geofisica americano (USGS), che hanno osservato gli animali per via aerea nei pressi di Point Lay Sabato 27 settembre, la colpa principale di questa insolita e imprevista "Città di trichechi" è lo scioglimento dei ghiacciai per il riscaldamento globale.
Tradizionalmente, i trichechi del Pacifico svernano nel mare di Bering. Le femmine partoriscono sul ghiaccio e utilizzano proprio il ghiaccio come piattaforma per raggiungere lumache, vongole e vermi sul basso fondale della piattaforma continentale.
Ma negli ultimi anni, il ghiaccio si è sciolto a causa dell'aumento delle temperature globali.
Alla fine dell'estate, ha raggiunto il sesto livello più basso dal 1979, cioè da quando sono iniziate nel mondo le osservazioni satellitari.
La sua superficie è arrivata ad appena 5,02 milioni di km2, ben al di sotto della media minima osservata tra il 1979 e il 2012, che è di 6,1 milioni di km2, secondo il centro di riferimento in materia, la National Snow and Ice Data Center (NSIDC).
Gli esperti non sanno ancora se questo cambiamento nel comportamento dei mammiferi marini possa avere un impatto sulla loro mortalità. Ma credono comunque che gli animali perdano più energia per cercare le loro prede e che i cuccioli siano più vulnerabili su terra.
La scorsa settimana, sono stati trovati 50 animali morti, probabilmente uccisi da una fuga precipitosa.
Per evitare di innescare il panico tra i pinnipedi, il governo americano ha vietato ad aeroplani ed elicotteri di volare sopra la zona a basse altitudini, come ha spiegato The Guardian.
"Si tratta di una importante nuova prova dei drammatici cambiamenti ambientali connessi con lo scioglimento dei ghiacci - spiega Margaret Williams, direttore del programma Artico del WWF, all'agenzia di stampa AP. – I trichechi ci dicono ciò che gli orsi polari già ci avevano fatto capire : l'ambiente artico sta cambiando molto rapidamente, è il momento che il mondo ne prenda atto, ma anche che si dia il via alle misure per affrontare le cause del cambiamento clima".
Fonte : http://www.greenme.it
Il giardino più velenoso del mondo
Il cartello all’ingresso è inequivocabile: “queste piante possono uccidere”.
Il giardino dei veleni di Alnwick è però un’attrazione.
Il castello cui il giardino è annesso è stato usato come ambientazione della scuola di magia di Hogwarts nei primi film di Harry Potter.
Creato quasi vent’anni fa da Jane Percy, duchessa di Northumberland, contea nel nord dell’Inghilterra al confine con la Scozia, oltre a roseti e file di ciliegi, riunisce in un unico posto le piante più velenose esistenti al mondo.
Visitarlo non è pericoloso: se si seguono regole di buon senso non si rischia nulla, ma soprattutto si impara tantissimo.
Da secoli, infatti, le piante sono note per le loro proprietà medicinali, dalla corteccia del salice usata come antipiretico all’estratto di digitale per trattare lo scompenso cardiaco.
Molte delle piante velenose sono proprio quelle da cui si ricavano principi con azione farmacologica dato che, come già sosteneva Paracelso, è la dose a fare il veleno.
La pianta velenosa per eccellenza è la cicuta, Conium maculatum, passata alla storia come quella con cui Socrate si diede la morte, tossica per la presenza di varie sostanze alcaloidi che inducono la morte per paralisi respiratoria.
Alcune sono specie esotiche, come la Brugmansia arborea, chiamata anche trombone d’angelo, originaria del Sudamerica ma coltivato anche da noi come pianta ornamentale.
Tutta la pianta è velenosa, contiene alcaloidi come atropina e scopolamina, che possono causare stati di delirio e portare anche alla morte.
Appartiene alla stessa specie della belladonna e pare che fosse utilizzata anche dalle popolazioni del centro-america come allucinogeno. E ancora oggi viene usata come droga fai-da-te, con effetti pericolosissimi.
Altre piante crescono tranquillamente nei nostri giardini. L’oleandro, Nerium oleander, per esempio, che in molte tradizioni è un simbolo legato alla morte.
Tutte le parti della pianta sono tossiche: provocano nausea, vomito, alterazioni del ritmo cardiaco. Cinque foglie, ingerite, possono bastare per uccidere.
Altri insospettabili sono piante del genere delle ellebore, tra cui Helleborus niger, la cosiddetta rosa di Natale, che cresce nelle zone alpine ma viene anche coltivata in giardino.
Il suo estratto, fin dal Medioevo, veniva usato come potente veleno che provoca la morte per arresto cardiaco.
Un’insospettabile che può essere molto tossica è la peonia, utilizzata nell’antichità per provocare l’aborto.
Anche l’innocente mughetto è molto velenoso, con azione cardiotossica, e così pure i fiori e le foglie di ortensia (Hydrangea macrophylla), e del narciso, dietro la cui bellezza si nasconde la narcisina e il cui nome contiene la radice “narké”, per sopore, stupore, come la parola “narcotico”.
L’Euphorbia pulcherrima, che altro non è che la stella di Natale, contiene un lattice irritante per la pelle e velenoso se ingerito.
Variano anche le parti della pianta che contiene il veleno. L’ingestione di una paio di semi di ricino (Ricinus communis), che contengono ricina, uno dei veleni più potenti e pericolosi tra quelli conosciuti, può bastare per provocare la morte di un bambino.
La ricina è contenuta nella cuticola dei semi, resistente agli enzimi digestici, per cui l’ingestione del seme intero, non schiacchiato, solo raramente causa danni gravi.
http://www.focus.it/
Immagini dal web
Il falsario che ingannò Mussolini. E non solo
Uno studio dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam–Cnr) ha svelato l’identità del falsario di alcuni vasi e terrecotte del Museo di Archeologia dell’Università di Catania, avanzando sospetti sull’autenticità di altre opere ospitate in vari musei nazionali ed esteri e in collezioni private.
Secondo i ricercatori si tratta di Antonino Biondi, lo stesso autore che riprodusse sette ritratti policromi di stile ellenistico, donati a Mussolini nel 1939.
“In vista della pubblicazione della collezione del Museo archeologico dell’Università di Catania, Giacomo Biondi, archeologo classico dell’Ibam–Cnr che coordina lo studio, ha avviato una campagna di analisi con metodologie non distruttive (Xrd e Pixe-alpha) su alcune opere”, spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Istituto. “Contemporaneamente, Edoardo Tortorici dell’Università, in collaborazione con Graziella Buscemi, ha studiato il carteggio tra gli archeologi dell’epoca in contatto con Centuripe, cittadina siciliana sede in quegli anni di un’agguerrita ‘scuola’ di falsari: provvidenziale si è rivelato il taccuino di Biondi, noto falsario-ricettatore sul quale sin dall’inizio delle ricerche ricadevano i maggiori sospetti.
In alcuni schizzi, infatti, si riconosce la mano che ingannò il responsabile della collezione catanese e addirittura Benito Mussolini”.
I ritratti dipinti su tondi in terracotta furono infatti personalmente consegnati al Duce da un non disinteressato mecenate che li aveva acquistati per una somma considerevole sul mercato antiquario, dietro intermediazione e consulenza del senatore Pietro Fedele, presidente del Poligrafico dello Stato e della Consulta Araldica e accademico dei Lincei.
Nel 1939 furono poi donati, con un’apposita cerimonia, dal ministro all’Educazione nazionale Giuseppe Bottai al Museo di Napoli, ritenuta degna sede delle nuove acquisizioni.
Dopo la pubblicazione delle opere nella serie dei ‘Monumenti della pittura antica scoperti in Italia’, nel 1940, uno studioso ne mise però in dubbio l’autenticità causando una vivace disputa accademica, chiusa dalle successive analisi chimico-fisiche che appurarono la modernità dei ritratti, verosimilmente dipinti su supporti antichi e provenienti dall’ambiente centuripino.
Ora è stato scoperto un altro ‘colpo’ dell’abile contraffattore.
“Le analisi chimiche e fisiche hanno inoltre permesso di distinguere pigmenti antichi e moderni, difficili da individuare in ritocchi e integrazioni di pitture originali con un semplice esame autoptico”, prosegue Malfitana.
“L’esame dell’epistolario dei collezionisti Paolo Orsi e Guido Libertini ha consentito di ricostruire alcuni retroscena del periodo, in cui nuove leggi vietarono scavi e compravendita di materiali da parte di privati, leciti fino ad allora”.
Grazie a indagini in loco, infine, sono state rintracciate statuine in terracotta ricavate da matrici appartenute allo stesso Biondi e usate dai discendenti per produrre lecitamente copie destinate ad appassionati e turisti.
“L’esame delle repliche moderne di statuette fittili ellenistiche, conosciute anche grazie a foto d’epoca, ha permesso di risalire al falsario-ricettatore, il quale, una volta venduta l’opera originale, smerciava vari falsi ricavati con la tecnica del surmoulage”, conclude Malfitana.
“Il caso più emblematico è una maschera di sileno, autentica, venduta negli anni ’30 al Museo archeologico di Siracusa.
Una replica è esposta nel Museo di Centuripe, che la acquistò negli stessi anni e altre prodotte lecitamente circolano ancora”.
domenica 5 ottobre 2014
Troppa l'energia impiegata per cercare prede: ghepardi decimati
Scatta l'allarme per i ghepardi: dai circa 100.000 esemplari nel 1900 si è passati a solo 10.000 oggi. E la colpa non sarebbe di leoni o iene, ma dell'enorme energia che impiegano in lunghi percorsi per cercare le prede.
La perdita di habitat e l'aumento di presenza dell'uomo costringe infatti questi felini ad andare sempre più lontano alla ricerca di cibo.
E' quanto evidenzia un nuovo studio di biologi di Europa, Sud Africa e università del Nord Carolina, che ha osservato il comportamento dei ghepardi in due diverse riserve sudafricane, iniettando loro una particolare sostanza 'tracciante' e facendogli indossare radio-collari.
Seguendo i ghepardi e analizzando la quantità di questa sostanza rilasciata nei loro escrementi, il gruppo di ricerca è stato in grado di calcolare quanta energia questi velocissimi cacciatori utilizzano per catturare le prede e quanto pesi il fatto di dovere coesistere nel proprio habitat con predatori molto più forti in grado di sottrargli cibo.
I risultati sono stati "sorprendenti", secondo i ricercatori: il dispendio energetico del ghepardo durante la caccia è stato "relativamente piccolo, anche tenendo conto dei lori incredibili slanci di velocità".
La più grande spesa energetica per la specie si è rivelata essere la grande distanza che gli esemplari sono costretti ad attraversare per trovare le proprie prede, a causa della perdita dell'habitat e della sempre più allargata presenza umana.
"Abbiamo dato troppo spesso la colpa a leoni e iene per la decimazione delle popolazioni di ghepardo quando in realtà è probabile che siamo noi a guidare il loro declino, costringendoli a camminare molto di più in quanto riduciamo le loro scorte di cibo ed erigiamo recinzioni o barriere", ha commentato Johnny Wilson, della North Carolina State University, che ha lavorato allo studio.
Fonte: http://www.ansa.it/
8 isole (quasi) deserte dove naufragare
Se Robinson Crusoe naufragasse oggi, al tempo del turismo low cost, avrebbe ancora la possibilità di approdare su un'isola deserta? È probabile di sì, anche se non siamo più nel 1659.
Difficilmente si ritroverebbe da solo alla foce dell'Orinoco, dove è ambientato il Romanzo di Daniel Defoe che lo vede protagonista. Ma gli resterebbero almeno 8 scelte possibili.
Nella prima ogni tanto dovrebbe fare i conti con qualche campeggiatore o con la fauna locale, ma tutto sommato lo spazio non gli mancherebbe.
Siamo sull'isola di Henderson . Fa parte delle isole Pitcaim, nel sud del Pacifico e la mancanza di fonti d' acqua e le sue ripide scogliere la rendono praticamente inabitabile dagli esseri umani.
In compenso la abitano 4 specie endemiche di uccelli.
A Robinson piacerebbe anche quest'isola che si trova in un angolo sperduto delle Seychelles, nell'oceano indiano.
Nonostante sia il secondo più grande atollo corallino al mondo, Aldabra è relativamente sconosciuta e deserta.
Meglio così: in passato qualcuno voleva installarci delle basi militari. Ma le sue tartarughe giganti e un gruppo di agguerriti ambientalisti sono riusciti a evitarlo.
Non lontano da Koh Samui, rinomata località vacanziera della Thailandia, c'è un gruppetto di isole disabitate, formate da pietra calcarea e coperte di lussureggiante vegetazione tropicale.
Si chiamano Ang Thong e sono difficili da visitare: appartengono a un parco nazionale e gli ingressi sono controllati.
Clipperton è un atollo sterile disseminato di piccoli boschetti di palme, che si trova a nord dell'arcipelago di Galapagos, nell'oceano Pacifico.
In passato approdo di naufraghi che trovavano ristoro nelle sue lagune d'acqua dolce, ora è territorio francese
Chi l'ha detto che tutte le isole deserte si trovano i tropici?
Devon è nella baia di Baffin in Canada.
In passato ha ospitato diversi insediamenti inuit. Oggi vi si avventura solo qualche campeggiatore esperto, con guida al seguito, e qualche ricercatore che si appoggia alla Devon Island Research Station, fondata nel 1960 e mantenuta dall'Istituto Artico del Nord America.
Le Maldive?
Possibile che ci siano isole deserte all'interno dell'arcipelago più desiderato dai turisti?
Ebbene sì: le Maldive comprendono oltre 1000 isole e solo una piccola parte di queste sono abitate. Alcune sono private ed è impossibile accedervi. Altre ospitano resort e sono aperte solo agli ospiti. Ma ne restano alcune centinaia completamente deserte, dove è anche possibile campeggiare (basta avere una barca o un idrovolante per raggiungerle.
Strano ma vero: quest'isola islandese non esisteva prima del 1963, quando è stata formata dall'eruzione del vulcano subacqueo.
Questo le conferisce un certo valore scientifico che la rende off limits anche ai semplici turisti. Ma anche le dimensioni scoraggiano i naufraghi: la sua estensione non supera i 1,4 km quadrati.
Appartiene alle isole Salomone e per motivi che ancora oggi sono ignoti è disabitata dalla metà del 19º secolo.
Successivamente ci sono stati diversi tentativi di stabilire delle colonie su Tetepare, ma sono falliti.
Per i novelli Robinson Crusoe è perfetta.
Tratto da: http://www.focus.it
Difficilmente si ritroverebbe da solo alla foce dell'Orinoco, dove è ambientato il Romanzo di Daniel Defoe che lo vede protagonista. Ma gli resterebbero almeno 8 scelte possibili.
Nella prima ogni tanto dovrebbe fare i conti con qualche campeggiatore o con la fauna locale, ma tutto sommato lo spazio non gli mancherebbe.
Siamo sull'isola di Henderson . Fa parte delle isole Pitcaim, nel sud del Pacifico e la mancanza di fonti d' acqua e le sue ripide scogliere la rendono praticamente inabitabile dagli esseri umani.
In compenso la abitano 4 specie endemiche di uccelli.
A Robinson piacerebbe anche quest'isola che si trova in un angolo sperduto delle Seychelles, nell'oceano indiano.
Nonostante sia il secondo più grande atollo corallino al mondo, Aldabra è relativamente sconosciuta e deserta.
Meglio così: in passato qualcuno voleva installarci delle basi militari. Ma le sue tartarughe giganti e un gruppo di agguerriti ambientalisti sono riusciti a evitarlo.
Non lontano da Koh Samui, rinomata località vacanziera della Thailandia, c'è un gruppetto di isole disabitate, formate da pietra calcarea e coperte di lussureggiante vegetazione tropicale.
Si chiamano Ang Thong e sono difficili da visitare: appartengono a un parco nazionale e gli ingressi sono controllati.
Clipperton è un atollo sterile disseminato di piccoli boschetti di palme, che si trova a nord dell'arcipelago di Galapagos, nell'oceano Pacifico.
In passato approdo di naufraghi che trovavano ristoro nelle sue lagune d'acqua dolce, ora è territorio francese
Chi l'ha detto che tutte le isole deserte si trovano i tropici?
Devon è nella baia di Baffin in Canada.
In passato ha ospitato diversi insediamenti inuit. Oggi vi si avventura solo qualche campeggiatore esperto, con guida al seguito, e qualche ricercatore che si appoggia alla Devon Island Research Station, fondata nel 1960 e mantenuta dall'Istituto Artico del Nord America.
Le Maldive?
Possibile che ci siano isole deserte all'interno dell'arcipelago più desiderato dai turisti?
Ebbene sì: le Maldive comprendono oltre 1000 isole e solo una piccola parte di queste sono abitate. Alcune sono private ed è impossibile accedervi. Altre ospitano resort e sono aperte solo agli ospiti. Ma ne restano alcune centinaia completamente deserte, dove è anche possibile campeggiare (basta avere una barca o un idrovolante per raggiungerle.
Strano ma vero: quest'isola islandese non esisteva prima del 1963, quando è stata formata dall'eruzione del vulcano subacqueo.
Questo le conferisce un certo valore scientifico che la rende off limits anche ai semplici turisti. Ma anche le dimensioni scoraggiano i naufraghi: la sua estensione non supera i 1,4 km quadrati.
Appartiene alle isole Salomone e per motivi che ancora oggi sono ignoti è disabitata dalla metà del 19º secolo.
Successivamente ci sono stati diversi tentativi di stabilire delle colonie su Tetepare, ma sono falliti.
Per i novelli Robinson Crusoe è perfetta.
Tratto da: http://www.focus.it
Gli antichi manoscritti di Timbuktu
Circa 700 anni fa Timbuktu era un grosso centro dove i viaggiatori provenienti da Europa, Africa sub-sahariana, Egitto e Marocco si incontravano per commerciare sale, oro, avorio e, purtroppo, anche schiavi.
Ma non ci si scambiavano solo merci, Timbuktu era un luogo dove le idee, le filosofie, i pensieri intellettuali, e le credenze religiose si riunivano in un mix dinamico, e uno dei modi principali con cui si scambiavano le idee era soprattutto attraverso la vendita dei libri. Secondo la descrizione del 1526 del diplomatico Leone l'Africano
"il profitto più grosso veniva dalla vendita dei libri più che da altri settori del commercio"
Gli antichi testi di Timbuktu sono uno spettacolo veramente impressionante - fatti in pelle di cammello, pelle di capra o di vitello e scritti in oro, in rosso e in nero, le loro pagine sono scritte in calligrafia araba e africana e contengono numerosi disegni geometrici.
Oggi, ci sono centinaia di migliaia di questi manoscritti antichi in abitazioni private, e mentre nella maggior parte dei casi gli archeologi condannano la proprietà privata riguardo i reperti antichi, in questo caso invece, è stato proprio quello che ha permesso a questi testi di sopravvivere.
Nel corso degli anni, molti di questi manoscritti sono stati rovinati o rubati dai poteri che dominavano Timbuktu, tra i quali i francesi, che colonizzarono il Mali tra il 1892 e il 1960, e diversi gruppi terroristici come Al Qaeda che nel 2012 durante l invasione di Timbuktu, hanno distrutto molte tombe e tutti i manoscritti che hanno trovato.
Fortunatamente molti manoscritti sono sopravvissuti perché i loro proprietari li hanno portati fuori da Timbuktu grazie ad Abdel Kader Haidara, che ha organizzato il salvataggio dei libri con asini e barche.
Una grande operazione visto che i testi salvati contengono informazioni dal 13 al 17 ° secolo, su corano, sufismo, filosofia, diritto, matematica, medicina, astronomia, scienza, poesia e molto altro ancora.
"Ogni libro ha le sue risposte, e se si analizzano si possono imparare ancora soluzioni", ha detto Haidara. "Tutto ciò che esiste ora, esisteva prima d'ora."
I manoscritti aprono una finestra nella mente dei più importanti pensatori dei tempi, tramandati attraverso le generazioni delle antiche famiglie, parlano di un Islam moderato, nel quale si sono sostenuti i diritti delle donne e si parlava dell accoglienza di cristiani ed ebrei.
Quello che fatto Haidara non è da meno di un miracolo.
In totale, è riuscito a portare oltre 300.000 manoscritti al porto di Bamako.
Hanno affrontato violenze, conflitti e pericoli nascondendo i preziosi testi in automobili, carri e canoe sotto mucchi di verdura e frutta.
Ora, per assurdo questi manoscritti, si trovano ad affrontare un nuovo pericolo.Passare da un clima caldo e asciutto a un luogo molto più fresco potrebbe rovinarli definitivamente. Se il danno fisico derivato dalle condizioni di conservazione attuale dovesse continuare, la muffa favorita dal tasso di umidità potrebbe essere devastante.
Un'iniziativa chiamata Biblioteche Timbuktu ha avviato un progetto con lo scopo di portare i manoscritti in un archivio resistente all'umidità per tutta la durata del loro esilio.
Speriamo bene.
Fonte : http://www.infinitafollia.it/
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