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mercoledì 9 aprile 2014

SANGUE RH NEGATIVO: TRACCE DI UN’ANTICA IBRIDAZIONE ALIENA?

Molti di noi hanno avuto modo di sapere qualcosa in merito ai gruppi sanguigni dalle lezioni di scienze apprese a scuola.
Tuttavia se confrontiamo le nozioni scolastiche con gli studi ed i molti dibattiti pubblicati sulle riviste scientifiche … ebbene, ci si accorge come gli elementi più interessanti di questo tema siano stati ‘accidentalmente’ omessi dai programmi didattici di base.
Non esiste plausibile spiegazione scientifica circa la provenienza del gruppo RH negativo.
La scienza ortodossa si è limitata a ipotizzare che si tratti di una non meglio identificabile, casuale mutazione genetica.
Circa l’85% degli esseri umani possiede il gene scimmiesco RH, mentre nel restante 15% non è riscontrabile il fattore RH (RH-) e ciò potrebbe essere spiegato dalla presenza di un gene alieno. Questo articolo esplora la tesi che l’umanità sia stata allevata come una razza di schiavi, dal momento che il 97% del nostro codice genetico risulta disattivo, e possiamo disporre di appena il 3%, utile semplicemente alla sopravvivenza.
Tra i tipi di sangue umano, il più comune è il gruppo 0. Si tratta di un tipo di sangue universale.
I tipi di sangue sono suddivisi ulteriormente in due gruppi: positivi e negativi in relazione al fattore RH. Il fattore RH è così denominato perché collegato al fattore Rhesus, cioè il nesso genetico tra la umanità e le scimmie, individuabile da una specifica proteina ematica.
Quando nel sangue di un individuo è presente il fattore RH, si dice che il suo sangue sia di tipo RH positivo (RH+). Se il test restituisce esito negativo, vuol dire che il fattore Rhesus è assente.
E’ stato provato che uno dei fattori ereditari più stabili e meno suscettibili di mutazioni generazionali sia proprio il sangue.
Come si diceva, la maggior parte delle persone – circa l’85% – possiede sangue RH positivo, elemento a sostegno della tesi secondo cui gli esseri umani si sarebbero evoluti dai primati. Tuttavia esiste un restante 15% che risulta del tutto sprovvisto del fattore RH.
Se è vero che il gruppo sanguigno rientri tra le caratteristiche genetiche meno mutevoli, da dove proverrebbe il tipo RH negativo? Si tratta di un interrogativo che per decenni ha lasciato perplessi gli scienziati. Alcune prove suggeriscono che il fattore RH negativo sia apparso sul pianeta circa 35.000 anni fa, all’interno di alcune aree geografiche molto circoscritte, al punto da sembrare collegato con alcuni particolari gruppi sociali e tribù.
Le aree in cui la sua presenza fu maggiormente riscontrata sono la Spagna settentrionale, la Francia meridionale e la etnia basca.
Un altra etnia con alta concentrazione del fattore RH- è quella ebraica dell’Est.



Circa il 40% della popolazione europea possiede il fattore RH-. Solo il 3% degli africani e circa l’1% degli asiatici e dei nativi americani è RH-.
Sulla scorta di tali informazioni statistiche, non è difficile intuire dove il fattore RH- potrebbe essere stato introdotto, originariamente, nel codice genetico umano.
Stiamo parlando della regione caucasica.



Dal punto di vista scientifico, se il fattore RH-negativo fosse realmente una tipologia ‘normale’ di sangue, a cosa potrebbero addebitarsi gli inconvenienti che sorgono quando una madre RH- dà alla luce un bambino RH+?
Si tratta di una malattia emolitica, o meglio di una reazione allergica che può produrre conseguenze gravi quando i due diversi gruppi sanguigni si mescolino nel corso della gravidanza, dal momento che le sostanze antigeniche presenti nel tipo RH- attaccano le cellule RH+.
Ciò detto, a cosa può addebitarsi una lotta genica tra due tipi di sangue ugualmente umano?
Abbiamo a che fare con un gruppo sanguigno alieno?
Esiste un unico altro caso in natura in cui ha luogo una simile reazione tra organismi che si accoppiano: quando asini e cavalli vengono incrociati per la produzione di muli.
Tutto ciò è comprensibile, in quanto si tratta di un incrocio ‘innaturale’, che allo stato brado non esiste. L’ibridazione che dà vita ai muli ha luogo esclusivamente a causa dello intervento umano. Dunque, è possibile che esistano due tipologie di esseri umani, simili ma geneticamente diverse?
Peculiarità.
Nella maggioranza delle persone con sangue di tipo RH- si tende a riscontrare una serie di caratteristiche comuni. 



Cosa si potrebbe concludere dagli elementi illustrati? E’ stato dimostrato che il sangue è l’organo con minori probabilità di mutazione.
Se si esclude quella di cui stiamo dibattendo, la scienza non ha mai registrato altre mutazioni genetiche nel sangue.
Elemento che supporta la tesi secondo cui il fattore RH- sia stato introdotto da una fonte esterna, ad esempio esseri simili agli umani, ma non terrestri.
E’ possibile che una specie aliena abbia manipolato la vita preesistente sul pianeta per creare l’uomo moderno?
La Stirpe Giunta dal Cielo.
Molti testi antichi, compresa la Bibbia, sembrano supportare questa teoria.
Molte storie nei testi antichi, in particolare quelle contenute nei testi pre-cristiani, narrano di una stirpe giunta dal cielo che avrebbe creato l’uomo a propria immagine.
L’uomo primitivo li identificò come divinità dalla straordinaria longevità, e capaci di compiere prodigi, ad esempio volare su strani veicoli e provocare assordanti boati sparando fuoco da tali mezzi. Gli esseri umani assistettero alla edificazione di mastodontici monumenti e splendide città da parte di queste creature apparentemente divine.
Perché dal punto di vista di un umanoide primitivo non potevano che apparire come divinità.
Ma in realtà chi erano, tali divinità?
Le storie antiche ci dicono molto su di esse. Mediante ciò che si suppone fosse tecnologia avanzata potevano volare in cielo e nello spazio. Erano maestri di aviazione, di metallurgia, di astronomia, medicina e – ovviamente – di genetica.
Conoscevano la energia atomica ed utilizzarono il suo potere distruttivo, a giudicare dalle prove prodotte da studi di paleo-geologia .
Conoscevano le tecniche della agricoltura e sapevano come creare cereali più nutrienti ed altri derivati alimentari.
Tutte le granaglie con cui gli esseri umani si alimentano da molto tempo, sono apparse contemporaneamente sul pianeta nel corso di un periodo non più lungo di 10.000 anni.
Tempo molto breve, biologicamente parlando, oltre il quale non fu più sviluppata alcuna nuova forma di grano.I nostri testi antichi narrano che un giorno queste creature iniziarono ad accoppiarsi con gli esseri umani.
La Bibbia dice che gli dei guardarono le donne e le trovarono piacevoli per gli occhi, e quindi le presero in mogli, e concepirono figli, molti figli
Nella prima parte di questo articolo ho descritto cosa accade quando due specie geneticamente simili ma non uguali, vengano incrociate. Esse producono ibridi, ad esempio i muli risultanti dalla ibridazione di cavalli ed asini. Tuttavia la non perfetta compatibilità genica fa si che i muli nascano sterili. Di conseguenza quando sarebbero stati creati gli esseri umani, essi potrebbero essere stati il frutto di una ibridazione ottenuta in un laboratorio e ottimizzata mediante tecnologia avanzata, dal punto di vista delle facoltà riproduttive.

Fonte: http://phantasypublishing.blogspot.it/2012/04/mystery-of-rh-negative-blood-genetic.html
Tratto da: anticorpi

La Megera nella mitologia


Nella mitologia irlandese la megera rappresenta la dea sovrana del mondo fatato nella ricerca del giusto erede e re.
 E’ attraverso di lei che il re si unisce alla terra e pensate che quando essa si accoppia al giusto erede, si trasforma in una bellissima fanciulla elfica per indicare la sovranità dell’uomo.

 Nelle storie tradizionali irlandesi e scozzesi, la megera mette al mondo valli e montagne, pietre e colline e le varie creature che popolano la terra di mezzo.
 La megera è uno dei tre aspetti della Tripla Dea Madre, la dea sovrana della terra. Vecchia eppure senza età, e nei canti elfici, incanta i suoi eroi “scelti” con poteri magici e confonde e perseguita chiunque respinga le sue avance.

 La leggenda narra che il regno degli Ui Néill, venne creato con la benedizione della dea della sovranità, la megera. 
Niall e i suoi fratelli erano a caccia nella foresta quando vennero presi dalla sete ed uno dopo l’altro, arrivarono ad una pozza d’acqua dove a guardia vi era un’orribile vecchia che offrì a ciascuno un sorso d’acqua in cambio di un bacio. 
Tutti fuggirono spaventati dal suo aspetto eccetto Niall, difatti il ragazzo baciò la megera e fece l’amore con lei e mentre si baciavano, la megera divenne bella.

 I racconti tradizionali irlandesi, gallesi e scozzesi sono pregni di storie sulla megera, la “Madre della Montagna”, la “Grande Vecchia”, o la Cailleach, in lingua gaelica. 

Girovagando sulla terra, la megera crea i paesaggi naturali e le creature della terra.

Noce moscata: un tesoro di spezia in cucina ed un prezioso seme benefico per il nostro organismo


La noce moscata è il seme molto odoroso di un albero sempreverde originario dell‘arcipelago di Banda, nelle Molucche (Indonesia), e oggi molto diffuso anche nelle zone intertropicali.
 Il nome botanico della noce moscata è Miristica fragrans, una pianta unica nel suo genere in quanto produce due diverse spezie: la noce moscata e il macis.
 Il suo frutto, di colore pallido e simile all’albicocca, una volta maturo si apre in due parti, liberando un nocciolo contenente una noce particolarmente odorosa, la noce moscata. Questo seme è a sua volta protetto da una parte carnosa simile a una reticella: il macis. 

Nell’Europa tra il 400 e il 700, le spezie erano più preziose dell’oro, al punto che le maggiori potenze marinare e commerciali si disputarono a lungo il controllo della loro produzione e del loro commercio, fino a combattere vere e proprie guerre.


La spezia più ricercata era proprio la noce moscata che, secondo i medici del tempo, curava la dissenteria, la colite ulcerosa e la flatulenza, risvegliando la virilità assopita o, al contrario, placando lo smodato desiderio sessuale; era persino in grado di prevenire la malattia più temuta: la peste bubbonica!

I mercanti europei dell’epoca compravano le spezie a Venezia ed i Veneziani, a loro volta, le acquistavano a Costantinopoli, ma la noce moscata veniva da più lontano, dall’attuale Indonesia. 
I Portoghesi furono i primi europei a mettere piedi nell’arcipelago della Banda, un gruppo di sei isolette vulcaniche, e da allora cominciò una corsa al possesso di queste isole da parte di Inglesi, Portoghesi, Olandesi e Spagnoli.


Non si può non ricordare che gli Olandesi, firmando la cessione di Manhattan, riuscirono a strappar le isole delle spezie agli Inglesi. 

Alla fine del 700 l’Europa fu colta da una vera e propria passione per la noce moscata.
 In famiglia si preparava il cosiddetto “aceto dei sette ladri”: vi si facevano macerare spezie e aromi e serviva sia come condimento, sia per impacchi o come sollievo per gli svenuti, cui si bagnavano le tempie e si faceva annusare la bottiglia.
 Nella medicina tradizionale era utilizzata per provocare aborti, benché alcuni erboristi sostengano, al contrario, che la noce moscata è benefica alle donne incinte.


Questa spezia è impiegata nella preparazione di creme e budini, di purè e salse come la besciamella.
Nella cucina italiana esalta il sapore di ripieni di carne e verdure per tortellini, ravioli e cannelloni; nei paesi nord-europei viene utilizzata per aromatizzare bevande come il vino caldo, punch al rum e l’egg nog , bevanda inglese preparata con birra e uova; mescolata al cardamomo e al curry conferisce al pollo all’indiana un sapore speciale.
La noce moscata, dal sapore intenso, dolce ma non stucchevole, arricchito da note piccanti e da un retrogusto esotico in grado di enfatizzare anche il sapore delle pietanze più semplici, è anche un seme curativo che in arte erboristica viene utilizzato per confezionare decotti e oli essenziali benefici nell’affrontare svariate patologie e fastidi: è una fonte preziosa di sali minerali, tra i quali: rame, potassio che serve a regolarizzare la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna; calcio, che è un valido aiuto nella crescita delle ossa e nella loro buona conservazione; ferro, utile per la formazione di globuli rossi, valido per le persone anemiche; inoltre contiene manganese, zinco e magnesio. E’ ricca di acido folico, vitamina A, C e vitamine del gruppo B.

 La noce moscata ha proprietà carminative, riduce e combatte il meteorismo e l’accumulo di gas intestinali che danno luogo ad aerofagia; tutela il sistema nervoso (il suo olio aumenta la circolazione sanguigna cerebrale, stimola il cervello, migliora la concentrazione e combatte stress, stanchezza, ansia e depressione); tutela il sistema cardiovascolare; stimola l’appetito, disintossica il fegato e i reni; attenua il dolore e le infiammazioni; l’olio di noce moscata è efficace anche nel trattamento dei crampi mestruali, dei dolori muscolari ed articolari, dell’artrite e delle piaghe, in quanto è un ottimo sedativo e antinfiammatorio.
 La noce moscata, inoltre, concilia il sonno; grazie alle sue proprietà antibatteriche elimina l’alito cattivo; essendo un antisettico cura il mal di denti e i dolori gengivali; l’olio di noce moscata è utile per la cura dei capelli crespi, donando un aspetto sano al capello; dona luminosità alla nostra pelle, rendendola liscia e compatta, riuscendo ad eliminare i punti neri e l’acne.


In quantitativi superiori a 5 grammi, la noce moscata può comportare una serie di effetti collaterali, la cui gravità varia in base alla sensibilità individuale, all’età e al sesso.
 Il seme può provocare nausea, vomito, febbre fino a disturbi psichici come allucinazioni visive, dovute alla presenza nella noce di due sostanze chimicamente simili alle anfetamine che portano ad effetti sovrapponibili a quelli causati dall’LSD. 
Per questo motivo nel ’900 veniva definita lo “stupefacente dei poveri”. 
Va conservata in luoghi freschi ed asciutti, al riparo dalla luce.

Led Zeppelin : Physical Graffiti


Nel 1975 venne pubblicato Physical Graffiti, il sesto album degli Zeppelin. 
Solo le prenotazioni del disco fruttarono alla band 15 milioni di dollari, con esordio direttamente al terzo posto nelle classifiche per quello che, a detta dei membri stessi della band, è il disco più "hard" da loro mai realizzato.
 A dire il vero le registrazioni dell’album erano iniziate molto prima, esattamente nel novembre del 1973, però John Paul Jones si ammalò e il tutto venne rimandato al febbraio dell’anno successivo. Inoltre, sebbene i quindici pezzi fossero pronti e mixati fin dal giugno del 1974, passò un ulteriore anno prima che il progetto del loro album doppio vedesse la luce nei negozi. 
Questo avvenne perchè il contratto quinquennale degli Zeppelin con l’Atlantic Records era scaduto, e i quattro musicisti erano impegnati nella fondazione della loro nuova compagnia musicale, la Swan Song.

 Inotrodotti gli aneddoti storici, parliamo più in dettaglio dell'album. Una citazione doverosa va sicuramente alla bellissima copertina, raffigurante un edificio americano, di tipo vittoriano, attraverso le cui finestre è possibile vedere varie immagini intercambiabili: fotografie di Lee Harvey Oswald e W.C. Fields si alternano con i ritratti dei Led Zeppelin in costume (scattati la notte in cui avevano erroneamente preso in giro Stevie Wonder).
 In quel periodo i Led Zeppelin si sentivano in gran forma e i nuovi pezzi vennero scritti quasi di getto.
 CUSTARD PIE venne ispirata da Shake ‘Em On Down di Bukka White, chitarra a mitraglia, gemiti d’armonica e un’atmosfera di volgarità, senza vergogna.
 La monumentale e drammatica KASHMIR era destinata a diventare il nuovo pezzo forte degli Zeppelin, chi non ha mai ascoltato questa canzone si perde un grossa fetta della storia dell’hard rock. 
IN THE LIGHT guarda di nuovo ad oriente, replicando il ronzio dell’armonium con la sovraincisione di chitarre suonate con l’archetto, lo shenai indiano e il testo descrivente la ricerca spirituale.
 IN MY TIME OF DYING era un vecchio spiritual, reinterpretato da Page con la sua bizzarra slide guitar, che preannuncia un decollo verso un rock duro e rapidissimo (per l’epoca). Il pezzo si conclude con Plant che implora Gesù, un’anomalia visto il repertorio della band. 
Altro grandissimo pezzo è TRAMPLED UNDER FOOT, che comincia con una parte di clavinet suonata da Jones e che ha una lirica che parla di una donna che viene paragonata ad un’automobile. Eccezionale qui la prova canora di Plant, veramente al di sopra delle righe.
 TEN YEARS GONE descrive il rimpianto dello stesso Robert per la sua prima ragazza. Questo è uno dei miei pezzi preferiti dell’album, con la sua atmosfera malinconica e dolce allo stesso tempo, dotata di un pathos che è secondo solo a quello di Kashmir. SICK AGAIN e THE WANTON SONG nacquero sostanzialmente come rifacimenti (e che rifacimenti!!!) di The Rover e The Crunge.


Parecchi gruppi del tempo, e non solo, si sarebbero baciati i gomiti per scrivere due pezzi del genere, che si riferivano entrambi allo stormo di ragazze che assediavano i Led Zeppelin.
 A questi otto nuovi brani furono aggiunti sette vecchi "scarti" remixati, al fine di realizzare quel doppio album che da anni Page voleva produrre. 
Il collasso chitarristico di BRON-YR-AUR e lo splendido panorama marino di DOWN BY THE SEASIDE risalgono entrambe alle sedute del 1970 per Led Zeppelin III, mentre NIGHT FLIGHT e la jam BOOGIE WITH STU (canzone fuori di testa) provengono dalle registrazioni del 1971 per il quarto album senza titolo.
 I tre pezzi rimanenti facevano parte delle sedute dell’anno prima. HOUSES OF THE HOLY  aveva dato il titolo all’album precedente del gruppo, pur senza apparire nella tracklist. 
BLACK COUNTRY WOMAN è una jam sciolta e improvvisata, su cui Plant declama la sua supplica più visionaria per l’unità, l’amicizia e gli ideali trascurati degli anni ’60. Infine la bellissima THE ROVER, che nella scaletta del disco è messa come secondo pezzo, con Custard Pie come primo, apre l’album in maniera potente e sublime (diciamo pure geniale). In definitiva è un album stupendo, che io reputo alla pari con il quarto, e se non avete mai ascoltato pezzi come Trampled Under Foot, In My Time Of Dying, Custard Pie, Ten Years Gone e soprattutto Kashmir, mi dispiace perché non conoscete veramente il vero valore dell’Hard Rock nella sua forma originale.


Note sulla copertina 

 Un doppio album, una copertina identica davanti e dietro: un palazzo con tante finestre.
 Questa copertina è tra le più importanti della storia del rock.
 La particolarità è che, i ritagli effettuati in direzione delle finestre sull'immagine del palazzo, permettevano ai diversi personaggi (tra cui i volti dei componenti della band, gatti, personaggi moderni e del passato, angeli, sequenze di film western, ecc..), di penetrare all'interno degli appartamenti.
 Presa da un'antica abitazione a St. Mark's Place a New York, questa copertina ha un profondo significato per il disco stesso.
 Da tempo Page affermava che i Led Zeppelin si stavano sforzando di trovare il perfetto equilibrio tra luce e ombra.
 Con "Physical Graffiti" riuscirono nel loro intento, e tutte quelle finestre e quei molteplici personaggi stavano ad indicare che era un disco pieno di sonorità diverse.
 Questa copertina, innovativa quanto geniale, ispirò anche altri artisti.

 

martedì 8 aprile 2014

Canta che ti passa (la fatica): ecco i pozzi cantanti dell'Etiopia

Prima ancora del blues esistevano i work songs, i canti di lavoro degli schiavi afroamericani che raccoglievano il cotone e il riso, tagliavano la canna da zucchero, costruivano le linee ferroviarie, scavavano gallerie.
 Non si trattava di semplice intrattenimento ma dell’unico modo per reggere i disumani cicli lavorativi in quanto il ritmo del canto cadenzava i movimenti, sincronizzava la mano d’opera e rendeva la giornata meno alienante (dunque più proficua per i padroni).


La tradizione non è tramontata come si pensa e ancora si trovano le workgang, i gruppi per cui il canto è complementare al lavoro, ad esempio nel sud dell’Etiopia, dove l’Associazione Esplorare La Metropoli è andata a girare il documentario The well .
 Per mesi la telecamera ha seguito nelle aride distese dell'Oromia l’attività dei Borana, i figli dell’aurora, una popolazione di pastori seminomadi che durante la stagione secca si sposta per lunghi tratti per raggiungere i centenari “pozzi cantanti”, la cui litania è un rassicurante richiamo per uomini e bestie.


Queste “Ellas” sono scavate a mano nella roccia fino a trenta metri di profondità, con diversi livelli e rampe digradanti.
 Dal fondo parte la catena umana, composta da giovani volontari che passano secchi pieni d’acqua da un braccio all’altro, da un livello a quello successivo, finché l’ultimo, il più vicino alla superficie, non li versa nell’abbeveratoio.
 E’ una staffetta senza sosta sin dal primo mattino, una fatica immane scandita dal canto ascensionale e perfettamente coordinato che dalla cavità si spande nell'aria fino a raggiungere le grandi mandrie che, riconoscendo il suono, si avvicinano lentamente dopo giorni di cammino. 
Così nella savana, rossa e asciutta a perdita d’occhio, quando il nulla sembra essere dappertutto, il canto di lavoro che spunta dalle viscere della terra funge da guida verso la salvezza.


Il work song si basa sullo schema del call-and-response, cioè il richiamo del solista e la reiterazione del coro, non c’è accompagnamento strumentale e i testi improvvisati contengono storie tradizionali o nuove, con mille varianti: 
«Il canto aiuta a concentrarci e a non stancarci - racconta uno dei giovani Borana - Celebriamo gli animali o raccontiamo aneddoti sul proprietario o cose inventate. Ci aiuta a dimenticare la noia e il fatto che per sopravvivere non abbiamo scelta».
 Se il solista canta più forte gli altri lo seguono, se funziona il canto funziona la squadra.


Di pozzi cantanti ne restano quattordici, diciotto sono stati abbandonati perché, a causa dell’estrema siccità, le tribù si sono spostate altrove o perché le frane hanno ricoperto di detriti la falda. Ogni “ella” appartiene a uno specifico clan Borana, ma l’acqua è un diritto indiscriminato e non viene negata a nessuno, nemmeno a chi non appartiene ai clan.
 Il Konfi è il trovatore del pozzo ma mai il proprietario, il proprietario resta la Comunità.
 Il gestore viene scelto dal clan, tiene pulito il pozzo, coordina le persone e governa gli animali, 2300 al giorno, in ordine cavalli, vitelli, vacche e cammelli.
 Presta servizio gratuitamente e non può accettare soldi. Il denaro non deve sporcare ciò che è sacro quindi all’interno dei pozzi è vietato qualsiasi affare o commercio, nessuno può litigare e se capita, se qualcuno viene alle mani, uno dei suoi animali viene immediatamente sgozzato.


In una delle regioni più ingenerose della terra abitata, l’acqua assurge a funzione unificante e pacificatrice persino tra gruppi di etnie differenti, spesso in conflitto tra loro. E per tirarla su ci vogliono tante voci che ne formano una sola, ci vuole la musica perché senza, dicono, si perdono storie, muscoli e sintonia.

Fonte: ilmessaggero.it

 

Gioco d'azzardo ....una malattia troppo lucrosa per essere debellata

I dieci padroni del gioco d'azzardo la terza industria dopo Eni e Fiat Chi lo gestisce in modo legale si spartisce una torta che a fine 2011 arriverà a quota 80 miliardi di euro. Sedici volte il business annuo di Las Vegas. Lo Stato incassa il 10%. In alcuni casi è arduo stabilire proprietari e intrecci societari. di ALBERTO CUSTODERO quanto basterebbe a sei o sette manovre finanziarie. il settore ha 120 mila addetti, Le big del mercato delle new slot, delle lotterie e delle scommesse sportive in Italia sono dieci e rappresentano metà di quel fatturato. Dietro a loro ci sono altri 1.500 concessionari-gestori che si spartiscono l'altra metà. Alcune made in Italy sono perfettamente trasparenti - per esempio Lottomatica e Snai - mentre per altre con sedi all'estero è arduo stabilire proprietari e intrecci societari.



Qualcuno comincia a chiedersi come mai l'Aams - cioè l'amministrazione autonoma dei Monopoli - abbia permesso che lo Stato italiano diventasse partner di gruppi così poco trasparenti e abbia agito, come scrive la Dna guidata dal procuratore Pietro Grasso, "con grande superficialità" e "senza un approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda".
Perché i Monopoli hanno accolto aziende con proprietà a dir poco oscure, a cui di fatto viene affidato il ruolo di esattore fiscale? Come funziona il sistema di scatole cinesi delle imprese che operano in Italia con azionisti esteri e con finanziarie in paesi come Svizzera, Lussemburgo o Antille olandesi?
Come finirà la partita del rinnovo delle concessioni?
IL GRANDE BUSINESS 
Mentre sono in calo sale Bingo e scommesse tradizionali, il gioco online è in pieno boom.
Tutto è cominciato nel 2004.
Quando i Monopoli di Stato hanno affidato alle dieci concessionarie la gestione delle macchinette elettroniche: new slot nei bar e tabaccherie, e videolottery di nuova generazione in sale dedicate. Ecco com'è costituita in Italia la filiera, o "rete" del gioco legale, delle macchinette.
Alle dieci concessionarie spetta la conduzione della rete telematica con l'obbligo di assicurarne l'operatività.
Sono queste società a incaricare i gestori di installare gli apparecchi - attualmente 400 mila - poi affidati agli esercenti, i locali pubblici dove gli utenti giocano.
Le concessionarie, come si è detto, hanno il delicato compito di esattori per conto dello Stato, in quanto oltre a incassare il proprio utile, incamerano anche il "Preu", prelievo erariale unico, che poi versano ai Monopoli. Il fatturato è appunto in continua crescita: dall'inizio della crisi del 2008, in due anni - secondo i dati di Agipronews - il volume d'affari del gioco d'azzardo di Stato (slot machine, videopoker, lotterie e scommesse sportive) è aumentato di 13 miliardi, passando dai 47,5 miliardi del 2008 ai 61,5 del 2010, il 3,7 per cento del Pil.
E la raccolta del primo trimestre di quest'anno (18 miliardi di euro) conferma un trend positivio (più 17 per cento), rispetto allo stesso periodo del 2010.
L'anno potrebbe dunque chiudersi con il record di 80 miliardi. Tanto più che nel Def - come ha denunciato qualche giorno fa il senatore Idv Luigi Li Gotti - il ministero dell'economia ha incrementato l'offerta dei giochi e ha previsto su questo fronte un aumento delle entrate erariali.
E sempre pochi giorni fa un membro della commissione Antimafia, il senatore Raffaele Lauro del Pdl - ex commissario antiracket e antiusura - ha proposto una commissione parlamentare d'inchiesta sul gioco d'azzardo e ha presentato un disegno di legge per vietare ai minori di 18 anni di incassare vincite in denaro.
Ma vediamo quali sono le concessionarie. In prima fila Lottomatica e Snai, le uniche totalmente made in Italy.
La prima è al 60 per cento della De Agostini Spa controllata a sua volta dalla B&D di Marco Drago e C, holding della storica famiglia Boroli.
La Snai ha avuto un azionariato più diffuso e dopo gli ultimi cambiamenti di asset è controllata da due fondi di private equity che fanno capo uno alla famiglia Bonomi, l'altro a istituti bancari e assicurativi italiani.
Sulla Snai c'è in corso un'Opa.
Le altre otto, invece, presentano azionariati in parte o del tutto protetti da sedi estere.
La Cogetech è di proprietà della Cogemat, Spa di proprietà al 71 per cento della OI Games 2 con sede a Lussemburgo.
Gamenet è al 42 per cento (quota di maggioranza) della Tcp Eurinvest, sede Lussemburgo.
Hbg è al 99 per cento di proprietà della lussembrughese Karal: solo l'1 per cento è di proprietà di un italiano, Antonio Porsia (che è anche l'ad), imprenditore definito dalla stampa finanziaria il nuovo numero uno delle sale da gioco.
Il gruppo delle "lussemburghesi" è chiuso dalla Sisal, al 97 per cento della Sisal Holding finanziaria, Spa al 100 per cento della Gaming Invest, sede nel granducato.
Ci sono poi le società spagnole: Codere, al 100 per cento del gruppo Codere Internacional, e Cirsa di Cirsa international Gaming Corporation.
Le altre due concessionarie sono G. Matica - al 95 per cento della Telcos, una srl con 126 mila euro di utile che è controllata per il 52 per cento dalla Almaviva Technologies (altra srl della famiglia Tripi) e per il 37 per cento della Interfines Ag, sede legale Zurigo - e Atlantis, oggi sostituita da B Plus Giocolegale limited, che ha la sede principale a Londra con 68 dipendenti e una "sede secondaria" a Roma.
ATLANTIS STORY Proprio la ex Atlantis - che controlla il 30 per cento del mercato dello slot machine - è al centro di dubbi e polemiche. A rappresentarla in Italia - sede in via della Maglianella 65 a Roma - con la qualifica di "preposto", figura il trentunenne catanese Alessandro La Monica. Prima di diventare parlamentare del Pdl in quota An, il rappresentante legale della Atlantis era Amedeo Laboccetta. A questa concessionaria la Direzione nazionale antimafia ha dedicato un intero capitolo.
La Atlantis - si legge nell'ultimo rapporto della Direzione antimafia - con sede a Saint Martin nelle Antille Olandesi, è stata successivamente sostituita, in seguito a sollecitazione da parte dei Monopoli, dalla Società Atlantis Giocolegale con sede in Italia. "Gli amministratori - scrivono i magistrati antimafia - sono Francesco e Carmelo Maurizio Corallo, entrambi figli di Gaetano.
La storia di quest'ultimo è abbastanza nota essendo stato già condannato per vari reati ed essendo notoria la sua vicinanza a Nitto Santapaola". "Si deve infatti rammentare che, come riferito da alcuni collaboratori, la famiglia Santapaola gestisce proprio nelle Antille Olandesi, e proprio a Saint Martin, un casinò presso il quale Gaetano Corallo fin dagli anni 80 svolgeva l'attività di procacciatore di clienti. Lo stesso aveva poi proseguito la sua collaborazione in altri casinò in varie zone dell'America, sempre riconducibili alla famiglia Santapaola".
Raccontano i giudici che i fratelli Corallo hanno smentito di avere rapporti di affari con il padre Gaetano rivendicando la loro autonomia di imprenditori, e gli accertamenti espletati non hanno fatto emergere contatti sospetti, né con il padre, né con il direttore o altri funzionari dei Monopoli. "Proprio su questi aspetti - si legge ancora nella relazione - la Dda di Roma ha indagato Giorgio Tino (ex direttore dei Monopoli), nonché alcuni esponenti della famiglia mafiosa dei Corallo".
La Direzione distrettuale antimafia romana ha scritto infatti: "Si appurava che lo svolgimento della gara e l'individuazione dei concessionari erano avvenute sulla base di criteri assolutamente formali, attenendosi unicamente alle conformità degli assetti societari dichiarati. Un esame più attento faceva però emergere sospetti di concentrazione occulta tra alcuni concessionari (formalmente distinti, ma che mostravano collegamenti sia di persone fisiche sia di sedi)". A proposito dei rilievi della Dna alla Atlantis/Bplus, va registrata la replica dei Monopoli resa alla commissione Antimafia: "Atlantis sottoscrisse all'origine la concessione in qualità di mandataria di un raggruppamento temporaneo di imprese costituito anche da Plp. srl, Bit media srl e Consorzio Saparnet. Successivamente è subentrata a unico titolo nella gestione della concessione come Bplus. Abbiamo verificato i requisiti di tutti i soggetti per i quali risultassero posizioni di rappresentatività nell'ambito dell'azienda. La forma di controllo più importante è il certificato antimafia rivolte alle prefetture competenti". Resta da capire quali controlli antimafia, e attraverso quali prefetture, siano stati fatti per accertare la trasparenza degli azionisti "protetti" presso la sede legale di Londra.
MONOPOLI SOTTO ACCUSA La relazione della Dna, nel capitolo intitolato "infiltrazioni della criminalità organizzato nel gioco (anche) lecito", solleva appunto dubbi sui criteri con cui quale sono state scelte le concessionarie. E sull'atteggiamento "inerte dei Monopoli nei confronti di concessionarie di rete rimaste per lungo tempo inadempienti per molti degli obblighi assunti. E comunque indebitate in modo abnorme verso l'Aams per il mancato pagamento del Preu".
Nel corso dell'inchiesta dei magistrati è risultato - caso Atlantis a parte - che alcune delle società concessionarie "avevano sede principale all'estero e oltretutto in Paesi caratterizzati da un'opacità fiscale, ma soprattutto mostravano collegamenti con persone fisiche oggetto di procedimenti penali". Pur se gli elementi indiziari raccolti non sono stati ritenuti sufficienti a concretizzare l'esercizio dell'azione penale, l'attività di indagine ha fatto emergere come le concessioni, in un settore di altissima valenza economica e a grave rischio di infiltrazione mafiose, "furono affidate con grande superficialità, senza alcun approfondito esame dei soggetti che avevano presentato domanda. E che la complessiva gestione dei Monopoli fu a dir poco disattenta tanto da provocare l'elevazione si sanzioni da parte della Corte dei conti".
Quest'ultimo è un riferimento all'indagine dei giudici contabili del Lazio che nel 2007 avevano contestato a tutte le dieci concessionarie un danno erariale di 98 miliardi di euro provocato dal mancato collegamento delle slot machine alla rete telematica di proprietà dello Stato e gestita dalla Sogei.
Il mancato collegamento ha impedito secondo i giudici la registrazione delle giocate e di conseguenza c'è stato il mancato pagamento dei tributi. Si tratta di un danno erariale, ancora oggetto di ricorsi, di 4 volte superiore alla manovra estiva varata dal governo la scorsa estate. Ad oggi la multa è scesa a 211 milioni (poi vedremo)
Ma come replicano i Monopoli a quelle critiche? L'Aams, va detto, è ben consapevole del rischio criminalità nel settore gioco. I suoi vertici alla commissione Antimafia hanno infatti dichiarato che "le più recenti indagini della gdf hanno mostrato che le mafie, in conseguenza della crescente e rapida diffusione di centri di scommesse del tutto legali sotto il profilo formale, intervengono in forma occulta o proponendosi come soci, investendo nel settore legale i proventi derivanti dal mercato nero".
Una maggiore trasparenza nelle procedure di rilascio delle autorizzazioni, hanno ammesso i Monopoli, avverrà quando sarà attuata la legge di stabilità del 2011 le cui norme consentiranno infatti un maggior controllo "rispetto a organismi societari di residenza estera".
Ma il mondo politico, alla vigilia del rinnovo delle licenze e dell'apertura del settore e nuovi operatori, è in fermento. Proprio nei giorni scorsi nella VI commissione Finanze della Camera il deputato idv Francesco Barbato ha presentato una risoluzione (primo firmatario Antonio Di Pietro), "per impegnare il governo a vietare la partecipazione alle gare di appalto alle società i cui soggetti partecipanti o controllanti siano residente in "paradisi fiscali" o al di fuori della Ue".
Nella sua risoluzione, Barbato chiede anche che il governo "si attivi per contrastare più efficacemente il preoccupante fenomeno del gioco minorile". Mentre si riapre la partita dei padroni del gioco d'azzardo, infatti, il fenomeno diventa sempre più preoccupante.
I casi di ludopatia accertati sono già 100 mila. E l'incremento della spesa media procapite annua per le scommesse legali è arrivata in Italia a 906 euro. Il triplo degli Stati Uniti.
Alla faccia dei casinò di Las Vegas.
Tratto da La Republica.it




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Il video che non vedrete mai a ‪#‎leiene‬!
Questo servizio non andrà in onda a causa della par condicio, ma sarà visibile solo nel web.
Ma chi controlla il ‪#‎giocoazzardo‬ ha effettivamente tutte le carte in regola per farlo?

Cervelli in fuga ...Un sentito grazie ai nostri politici anche per questo!!!

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I cosiddetti "cervelli" che invece di arricchire l'Italia sono in fuga e producono per gli altri paesi che li accolgono a braccia aperte.
La fuga dei cervelli dall'Italia non è un fenomeno che si manifesta unicamente nel mondo della ricerca.
Molti giovani neolaureati interessati ad utilizzare e sviluppare le proprie capacità lasciano l'Italia poiché non riescono a trovarvi posizioni adatte alle loro capacità, ben remunerate e soprattutto con migliori prospettive di fare carriera.
I dati disponibili non consentono di stimare con precisione quanto sia la perdita annua, ma è verosimile ritenere che nei quattro anni, dal 1996 al 1999, hanno lasciato il paese 12 000 laureati, in media 3 000 all’anno. Nel 2000, il tasso di espatrio dei laureati si attestava al 7%.
Secondo una recente ricerca dell'Icom, solo riguardo ai proventi da brevetto,
l'Italia avrebbe perso circa 4 miliardi di euro negli ultimi 20 anni. Inoltre, «il 35 per cento dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca abbandona il Paese; fra i primi 100 è addirittura uno su due a scegliere di andarsene perché in Italia non riesce a lavorare» nonostante, secondo Andrea Lenzi, Presidente Consiglio Universitario Nazionale, «i nostri ricercatori possiedano un indice di produttività individuale eccellente» 

Un esempio su tutti



E' nato a Catania 39 anni fa, ma è cresciuto a Biancavilla, ha studiato a Pisa e in Olanda ed è stato premiato con quello che viene considerato il Nobel dell'informatica.
Questo è il profilo del primo italiano vincitore del prestigioso "Roger Needham award", il premio assegnato ogni anno ai giovani ricercatori dalla British Computer Society, considerato dagli esperti del settore uno dei massimi riconoscimenti del settore.
Si chiama Dino Distefano, e lo scorso 29 novembre è stato applaudito alla Royal Society di Londra per aver dato vita ad Infer, un sistema che, grazie ad un complicato algoritmo, è in grado di prevedere automaticamente eventuali errori che si possono presentare durante il funzionamento di altri software. "Infer è in grado di evitare i "crash" del sistema - ci spiega Dino - che potrebbero essere sfruttati dagli hackers.
Aumenta quindi gli standard di sicurezza, ed elimina molte vulnerabilità".
Una scoperta non da poco, che è diventata subito oggetto di interesse di aziende come Mitsubishi, Toyota e Arm, una compagnia inglese che produce i microchip utilizzati dalla Apple. Un progetto ambizioso, iniziato 8 anni fa, che oggi potrebbe far gola anche nel mercato italiano.
Dino, insieme al suo team, lo ha potuto realizzare grazie a una sovvenzione di oltre un milione di sterline. "Sono ordinario all'università, ho un contratto a tempo indeterminato - dice Dino - ma ho avuto la possibilità di concentrarmi solo sulla ricerca, ricevendo un finanziamento personale per 5 anni di mezzo milione di sterline dalla Royal Academy of Engineering, che mi ha permesso di mettere momentaneamente da parte l'insegnamento. Una condizione che in Italia sarebbe altamente improbabile".
La storia di Dino ha fatto il giro del mondo, non è passata inosservata: il ricercatore catanese è stato intervistato anche da Fox News e da una radio australiana.
A 19 anni è stato costretto a lasciare la sua isola, prima ha studiato a Pisa, poi ha conseguito un dottorato in Olanda.
Quindi è arrivato il contratto di lavoro a Londra, dove Dino vive tutt'ora. Il giovane catanese ha creato una start-up, Monoidics Limited, per commercializzare Infer, e sviluppare ulteriormente il prodotto.
La sua azienda oggi collabora anche con il centro di ricerca di Microsoft.
E, ironia della sorte, quella stessa terra che ha dovuto lasciare vent'anni fa, ora lo corteggia.
Infatti, subito dopo aver ricevuto il premio della Royal Society, a dicembre l'università di Catania lo ha contattato per tenere un seminario e avviare una collaborazione, fino ad ora a titolo gratuito. "Una bella soddisfazione - commenta Dino - ma non so a cosa porterà.
Ho alcuni amici che fanno ricerca in Italia, e spesso non possono neanche mandare i loro articoli alle conferenze internazionali, perché non hanno i soldi per viaggiare".
Tornerebbe in Sicilia? Dino fa una pausa, ci pensa qualche secondo: "Rientro a casa appena posso, almeno 4 volte all'anno.
Mi piacerebbe poter tornare definitivamente, ma in questo momento non ci sono prospettive".
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