La leggenda racconta che la fondazione di Amalfi fu un tributo d'amore che Ercole, figlio di Giove, volle dedicare alla sua amata. La fanciulla che infiammò il cuore di Ercole, si chiamava Amalfi e aveva gli occhi dello stesso colore del mare. Fu per questo che alla sua prematura morte, l'addolorato compagno volle seppellirla in un luogo bellissimo, in cui il mare avrebbe per sempre abbracciato le spoglie mortali della sua donna. Sulla tomba della sua amata, Ercole fondò Amalfi, e la sua forza fu una qualità sempre evidenziata nella storia della città.
Questa forse è solo leggenda, mentre la storia reale di Amalfi è così antica che le sue origini vanno ricercate al tempo della lotta dei romani contro le popolazione barbare. La particolare posizione della città, ha fatto dell'attività marittima, la principale fonte di guadagno di Amalfi, permettendole inoltre, di stringere importanti rapporti commerciali con Bisanzio e l'Egitto.
Delle quattro Repubbliche marinare, fu probabilmente la prima a riuscire ad ottenere l'indipendenza, a dotarsi di una propria struttura politica e darsi un codice giuridico, conosciuto come "Tavole amalfitane".
La sua indipendenza risale al 839, ma già da diverso tempo la città amalfitana godeva di un buona flotta e di ottimi commercianti che stringevano rapporti economici con tutti i paesi del mediterraneo. E' stato sicuramente questo il periodo più florido della città di Amalfi che cadde rapidamente quando, nel 1137, fu saccheggiata dai militari della Repubblica marinara di Pisa dopo aver subito una serie di inondazioni che l'avevano già oltremodo indebolita.
La città risorgerà con l'avvento del Romanticismo italiano, quando sarà riscoperta come luogo turistico dai grandi viaggiatori, soprattutto inglesi e tedeschi. Attirati dalla rigogliosa natura della Costiera e dallo storico passato, dal 1700 Amalfi ritorno ad essere un centro di grandissima attrazione per i viaggiatori di tutta Europa. Oggi Amalfi è il "capoluogo" della bellissima Costiera Amalfitana, dichiarata "Patrimonio dell'umanità in Italia" dall'UNESCO.
La cittadina non è molto grande e si gira a piedi in poco tempo. Dopo la visita d'obbligo al Duomo, le pause più frequenti sono quelle che riguardano le botteghe con souvenir e prodotti tipici di cui è piena la cittadina. Una sosta per una delizia al limone o per le altre squisitezze della Costiera Amalfitana, è d'obbligo. Partendo dalla parte bassa della città, che costeggia il mare, un arco conduce alla zona del centro storico e poi alla piazza principale da cui parte una leggera salita che porta verso la parte alta della città. Ristoranti e trattorie accompagnano il cammino dei turisti, richiamandoli come le mitiche sirene che vivevano nelle acque della vicina Sorrento.
Se qualcuno ha mai visto una foto o una cartolina di Amalfi, sopra c'era sicuramente l'immagine del Duomo che unisce due Chiese originariamente separate.
I lavori di ristrutturazione alla quale è stata sottoposta la struttura, ne hanno alterato in modo significativo il disegno originale.
Nel 1861, un tratto del coronamento, tenuto in pessimo stato, crollò a causa di un fortissimo vento. I danni alla cattedrale furono molto lievi, ma si optò lo stesso per operare un restauro completo. In seguito a questa decisione, la secolare stratificazione delle varie scuole scultoree che si erano alternate nell'abbellimento della facciata, furono completamente cancellate, per dare spazio ad una ricostruzione dello stile originale della Chiesa.
Secondo alcuni studiosi, se ci si fosse limitati a restaurare la parte di coronamento, oggi la Chiesa presenterebbe uno stile unico, una sorta di mosaico dei tempi, nel quale si potrebbero ammirare le varie influenze.
Gli stessi studiosi sostengono che sotto la facciata attuale, la Chiesa nasconda ancora tracce della stratificazione secolare che, per qualche motivo ancora sconosciuto, i politici del tempo hanno voluto cancellare senza alcun appello.
La carta prodotta ad Amalfi, chiamata "Charta Bambagina", è molto usata per pubblicazioni particolari quali edizioni editoriali di pregio, carta da lettera, inviti, biglietti da visita e importanti attestati. La sua pregiata fattura ha origini molto antiche: pare, infatti, che alcune cartiere fossero attive già al tempo in cui Amalfi era una Repubblica Marinara.
Ottenuta con un procedimento molto particolare, rappresenta un pezzo di storia antichissima, che affonda le sue radici nella cultura e nel fascino di Amalfi.
La "Charta Bambagina" è molto preziosa perché oltre alla normale cellulosa utilizzata per qualunque tipo di carta, viene mescolata con stracci di lino, canapa e cotone macerati. Un procedimento lento e meticoloso che richiede tecnica e pazienza, considerato che la poltiglia derivata dal trattamento delle stoffe, viene messa in forma di pagina rigorosamente a mano.
Notizie ufficiali riguardante la pregiata carta di Amalfi, si trovano in un editto di Federico II che ne proibiva l'utilizzo per gli atti notarili, sia per il suo alto costo, sia per la delicatezza che la rendeva meno duratura della carta tradizionale. Il divieto non fu accolto e la carta continuò ad essere prodotta e utilizzata.
L'alluvione che colpì la città di Amalfi nel 1954, tra gli altri gravissimi danni, causò la distruzione di quasi tutti i laboratori. Grazie alla passione e alla tradizione conservata da due famiglie amalfitane, la preziosa carta viene prodotta ancora oggi, con lo stesso procedimento che l'ha resa così famosa in passato.
La regata storica è una manifestazione durante la quale si sfidano le città delle ex Repubbliche marinare, e si svolge tutti gli anni in un giorno compreso tra la fine di maggio e l'inizio di luglio.
Nata negli anni 50, la manifestazione itinerante, oltre alla gara, vede la rievocazione dei costumi dell'epoca, con figuranti in abiti del tempo, che ricreano situazioni tipiche dell'epoca. Ogni anno, a turno, le città di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia ospitano la "Regata Storica", per onorare l'antica storia delle ex Repubbliche marinare.
Nell’insediamento birmano di Kin-pun, raggiungibile dopo una impegnativa camminata di una cinquantina di minuti in mezzo alla giungla con un caldo soffocante, si trova uno dei più incredibili fenomeni che si possono osservare in natura, la Kyaittiyo Paya, ovvero la Roccia d’Oro.
Si tratta di un masso, che si trova sulla vetta del monte Kyaikto a circa 1.200 metri di altezza, che ospita sulla sua cima una stupa.
Questo luogo, famosa meta di pellegrinaggio per il popolo birmano oltre che a una visitatissima località turistica, si trova nello stato di Mon.
La peculiarità del luogo consiste appunto in questo enorme macigno dorato che sta miracolosamente in equilibro sul bordo del precipizio.
I giovani del posto si divertono a spingerlo mostrando ai turisti quanto sia facile farlo oscillare di qua e di là.
Il colore dorato del macigno è dovuto alle migliaia di sottili foglie d’oro che i pellegrini birmani incollano in segno di devozione.
Ma come è possibile che un enorme blocco di pietra resista in quella posizione?
Sicuramente è un mistero, anche perché pare quasi che il masso non tocchi neppure la roccia dove poggia.
La tradizione spiega il fenomeno con la presenza, sulla cima, della stipa Kaik-tiyo. Si dice che questa pagoda contenga un capello di Buddha e che sia grazie a questo che il masso rimane in equilibrio.
La leggenda narra che un eremita donò al re Tissa un capello di Buddha a condizione di trovare un’enorme roccia che assomigliasse alla sua testa, metterla sull’orlo di un precipizio, costruirci sopra un santuario e metterci dentro il capello.
Il re Tissa trovò la roccia che cercava in fondo al mare, con molta fatica la fece issare in cima al burrone dopo averla ricoperta d’oro e vi costruì la stupa.
Un’altra leggenda racconta che un giorno la bellissima Shwe-nan-kyin, moglie del re, stava passeggiando nella giungla proprio sotto la scarpata, quando una enorme tigre balzò davanti a lei; la regina, convinta che presto sarebbe morta sbranata dalla belva, alzò gli occhi verso la roccia d’oro affidando la sua sorte al destino, e a quel punto la tigre se ne andò.
Il nome completo del santuario è Kayaik-l-thi-ro, che significa”pagoda portata sulla testa da un eremita”, ma col tempo il nome è stato accorciato in Kaik-tiyo.
Fonte : http://zloris.blogspot.it
"Polena" è il nome che designa, nell'area mediterranea, una figura scolpita, posta sulla prora delle imbarcazioni, che fu un elemento indispensabile della nave, specialmente nei secoli XVII e XVIII fino a tutto il XIX.
Anche l'origine del suo nome, curiosamente collegato alla moda delle calzature, dal francese poulaine e precisamente souliers à la poulaine, risale presumibilmente al secondo decennio del Seicento.
In quel periodo la struttura della prua delle navi subisce un cambiamento: la sua estremità, da diritta, aggettante e bassa sul mare, diventa un tagliamare tondeggiante che si ripiega all'indietro verso il castello prodiero. Può darsi che i primi modelli di questi vascelli, presentati alla corte francese, suscitassero in qualche buontempone un'analogia con la forma degli stivaletti dei cavalieri polacchi, noti per avere la punta tonda e rivolta all'indietro; e poi nel giro di qualche tempo l'allusione scherzosa, che in origine designava tutta la prora, rimase come nome della figura che la sormontava.
Ma certo l'uso di decorare la prora delle navi con immagini pittoriche o sculture è molto più antico: sembrerebbe infatti risalire alla battaglia di Salamina (480 a.C.), quando l'ateniese Licomede avrebbe offerto ad Apollo le insegne della prima nave persiana catturata. L'usanza nasce o come segno di scaramanzia contro le potenze avverse presenti nell'immaginario collettivo della gente di mare, oppure di ossequio verso le divinità, per ottenerne tutela nel corso della navigazione.
Così troviamo nell'area mediterranea, sulla parte anteriore delle navi egizie, greche e romane, elementi distintivi quali il vello votivo dell'animale sacrificato agli dei prima della partenza, oppure l'apposizione di un occhio apotropaico, atto a tener lontane le influenze maligne.
Nella tradizione orientale quello era l'occhio della nave, intesa come creatura vivente, capace di scegliere da se stessa la rotta migliore. Quando la nave acquista una coppia di occhi prodieri, diventa simbolicamente un essere vivente che sa riconoscere il cammino e, guardando, sa salvarsi dal malo occhio della sventura.
A volte tale elemento distintivo è un rostro, a forma di testa di animale, o una decorazione in cima alla ruota di prua; e su questa verranno applicate le prime sculture che potremmo paragonare alle polene.
Anche i navigatori del Nord, i Vichinghi e poi i Normanni, dotarono le navi con le quali effettuavano le loro scorrerie, di teste e forme mostruose, sicché le loro vittime, quando venivano attaccate, erano per prima cosa atterrite dalla visione di mostri marini orrendi, e gli assalitori si trovavano così in posizione di vantaggio.
Durante il Medioevo le navi appaiono particolarmente spoglie, prive di polene e di sculture decorative particolari.
Ciò si verificò non certo perché i marinai medievali fossero meno religiosi o superstiziosi, o più razionali di quelli che li avevano preceduti, anzi la loro grande religiosità è attestata dalla celebrazione di riti, dalla benedizione delle navi, dalla dedicazione di ogni imbarcazione a uno o anche più santi; solo che la collocazione delle statue votive non era più esterna alla nave, ma interna: nasce infatti in quel periodo l'uso di sistemare un piccolo altare con un'immagine sacra nel cassero poppiero, dove viene celebrata la liturgia domenicale.
Le polene riappaiono sulla prua delle navi nella seconda metà del secolo XV e nel corso del XVI, per effetto dell'incremento dell'orgia decorativa nella costruzione navale in epoca barocca, non tanto per una questione di gusto, quanto per la competizione che si è instaurata per il controllo del mare sia nel bacino mediterraneo, sia nel Mare del Nord.
Nel 1543 l'inglese Jeffrey Bythane scrisse un trattato sulla necessità di decorare i vascelli, affinché onorassero la bandiera patria con l'opulenza dei propri ornamenti. L'uso di stucchi e dorature fu quindi introdotto in Inghilterra da James I (1566-1625), immediatamente imitato dalle altre Marine.
Somme ingentissime vengono spese per costruire, armare e decorare galee e galeoni. Genovesi e Veneziani, Spagnoli, Inglesi, Svedesi e Francesi fanno a gara nel varare splendide navi, curate nei minimi particolari e dotate di decorazioni impressionanti e di elaborate polene.
Queste, nella maggior parte dei casi sono "gruppi" di personaggi o motivi tipici, ma raramente identificabili in una sola figura
Come esempio emblematico inglese basti ricordare il Sovereign of the Seas, la nave più grande del'epoca, di 60x17 metri, armata con 100 cannoni, opera di Phineas Pett, mentre alle decorazioni provvide Anton van Dyck, allievo di Rubens. La polena rappresentava re Edgardo il Pacifico in groppa a un bianco destriero, trionfante su sette re nemici, a simboleggiare la vittoria della virtù sui sette peccati capitali.
In Francia l'esempio più grandioso è rappresentato dal Soleil Royal, una fregata da 104 cannoni, costruita a Brest nel 1669 e decorata da Pierre Puget, allievo di Pietro da Cortona.
Solo nel corso del Settecento la riduzione degli ornati isolerà sempre di più la figura prodiera, e questa si semplificherà, divenendo un personaggio dalle caratteristiche definite.
Siamo giunti finalmente alla nascita della polena nel vero senso della parola.
In tutta Europa l'arte della fabbricazione di polene per le navi militari e mercantili fiorì fino alla fine del secolo XIX.
Esse erano ormai, come abbiamo detto, meno elaborate e ricche di ornamenti e in genere costituite da una sola statua, però curata nei minimi particolari, anche nella colorazione e nelle dorature, da un artista specializzato che lavorava su commissione in ogni arsenale.
I filoni di ispirazione per lo scultore di bordo erano costituiti, come nei secoli precedenti, da animali: leoni, cavalli marini, delfini, o i mitici grifone e unicorno; o da figure di dei ed eroi mitologici, a volte da ritratti di monarchi, da busti di frati o di santi; infine da immagini femminili, in contrasto con la tradizionale avversione dei marinai per la presenza di donne a bordo, considerate portatrici di sventura: Veneri, anfitriti e sirene, ma anche fanciulle e donne reali raggiunsero una notevole popolarità.
Ma l'evoluzione dei sistemi di costruzioni navali e l'uso incalzante del metallo nella struttura delle imbarcazioni, resero col tempo quasi inutile il lavoro degli scultori negli arsenali. Già alla fine del Settecento gli Ammiragliati avevano ridotto gradatamente gli stanziamenti destinati alle decorazioni navali; gli assicuratori protestavano che si trattava di un orpello inutile e superato, oltre che pericoloso: le polene erano destinate a scomparire del tutto. Solo pochi piccoli armatori privati continuarono a dar lavoro ad artigiani indipendenti per l'esecuzione degli elementi ornamentali delle navi a vela, nel periodo del massimo splendore di quel tipo di navigazione nel secolo XIX.
Oggi qualche polena viaggia ancora sotto il bompresso di navi scuola, ma esse si possono trovare ormai solo nelle mostre e nei musei navali, allestiti in molte città di mare nel mondo; oppure in repliche e copie, di cui il favore degli amatori del genere ha favorito la diffusione, negli hotel, nei ristoranti sul mare e nelle case di collezionisti privati, come lampante testimonianza di quanto fascino esse esercitino ancora, grazie alla straordinaria capacità di evocare un passato eroico e fiabesco, irto di pericoli e di ostacoli, ma sempre avvincente ai nostri occhi.
Il Territorio Nazionale di Grenada (Mar dei Caraibi) è composto dalle isole: Grenada – Carriacou – Petite Martinique.
La bandiera di Grenada fu introdotta nel 1974. Il verde sta per la vegetazione, il giallo per il sole e il rosso é simbolo di armonia e unità. Le 7 stelle sono le aree amministrative originarie. La noce moscata è il simbolo internazionale dell’ “Isola delle Spezie” e la rappresenta in tutto il mondo.
St. George’s è la capitale dell’arcipelago ed è situata in cima ad un promontorio che domina il Carenage, l’area portuale disegnata a ferro di cavallo. Arrivando dal largo, svettano due forti (F. George e F. Frederick), e poco più sotto alcune chiese, ma l’occhio viene subito catturato da alcuni edifici coloniali e da un mercato molto colorato. Le strade sono strette e tortuose, le case in pietra e mattoni hanno i tetti rivestiti di tegole rosse. Nel Carenage, oggi attraccano le navi da crociera. Questo è uno dei porti più sicuri dei Caraibi perchè si trova all’interno nel cratere di un vulcano spento; ma il pericolo è sempre in agguato! A ricordarcelo è una piccola statua, la copia minore del Cristo degli Abissi, che é posta in “secco” sulla banchina principale dell’emiciclo portuale. Questo simbolo della nostra marineria fu donato dalla Società genovese-rapallina “Costa” agli abitanti di Grenada per la coraggiosa opera di soccorso offerta ai naufraghi della nave passeggeri italiana Bianca C.
Ed è proprio di questo tragico avvenimento che vi vogliamo parlare.
La nave proveniente da Napoli e diretta a La Guayra (Venezuela), aveva fatto scalo a Grenada e il 22 ottobre 1961 si trovava all’ancora nella baia tropicale di St. George’s.
Tutto accadde improvvisamente per effetto di una violenta esplosione allo starter del motore di sinistra, che provocò un incendio al quadro elettrico della Sala Macchine.
In coperta si era appena concluso lo sbarco dei visitatori e l’imbarco degli escursionisti, la nave era in partenza. I passeggeri ammontavano a 362, mentre l’equipaggio era formato da 311 marittimi, in gran parte rivieraschi, il resto era campano.
Le vittime furono due: il genovese Natale Rodizza, 2° macchinista di 33 anni e lo spezzino Umberto Ferrari, fuochista di 50 anni.
Con un’operazione di salvataggio da manuale, diretta e condotta dal comandante genovese Francesco Crevato, furono immediatamente calate in mare le scialuppe di salvataggio da ciascun lato della nave che, per effetto dell’acqua imbarcata in funzione antincendio, cominciò ad inclinarsi da un lato.
I passeggeri riuscirono a raggiungere la spiaggia anche e soprattutto per il tempestivo intervento di numerose imbarcazioni locali, che non temettero certo di avvicinarsi alla nave in fiamme.
Fu proprio per il coraggio di questi grenadini che fu possibile salvare quasi settecento persone in meno di un’ora. In seguito, per la loro sistemazione, si attivò soprattutto la Croce Rossa Internazionale installando tende e brande nel campo sportivo di Grenada, dove i naufraghi furono alloggiati per tre giorni.
Notevole ed instancabile fu la partecipazione di tutti gli isolani alla complessa operazione di soccorso che aveva coinvolto a suono di tam-tam l’intera popolazione dell’isola e la loro opera d’accoglienza fu apprezzata anche e soprattutto dal punto di vista umano e psicologico, come il tranquillizzare gli atterriti scampati... ancora sotto shock.
I naviganti lo sanno molto bene: nulla è più terrificante di un incendio a bordo di una nave.
Una preziosa testimonianza di quella disavventura caraibica ci viene proprio da un noto commerciante rapallese, Benedetto Pellerano, che all’epoca era l’operatore cinematografico di bordo e che, nonostante il grave incidente di percorso.....rimase fedele alla Costa Armatori per circa vent’anni.
“L’incendio partì dalla sala macchine ed in breve tempo si propagò dappertutto. Io mi avviai, come da regolamento, nel locale CO2 dove erano installate le grosse bombole per la distribuzione del prodotto antincendio. Persi i sensi e mi svegliai tra le braccia del marinaio Maddalena che sicuramente mi salvò la vita trascinandomi verso una lancia di salvataggio. Mentre ci allontanavamo dalla nave in fiamme e quindi dal pericolo, forse non mi crederà, ma non eravamo contenti, un pezzo della nostra vita era lì e se ne stava andando, mentre i nostri compagni erano ancora in pericolo...Rivissi quella scena come un incubo per molti anni e ancora adesso, durante qualche notte insonne, mi ritrovo ancora là, ai Caraibi, mentre mi allontano dalla Bianca C.
Giunti a terra, ci fu una gara di solidarietà tra la gente del posto che quasi litigava per prelevarci e portarci al sicuro verso le loro case. Il nostro gruppetto, formato da sei persone, fu subito prelevato ed allontanato su un piccolo furgone ed avviato verso una strana altura. La nostra meraviglia fu completa quando ci trovammo davanti alla prigione coloniale che stavano evacuando per sistemarci alla buona. Fummo tranquillizzati... e poco dopo provvedemmo a tirarci su il morale a modo nostro, nel frattempo al gruppo si erano aggiunti i carcerieri e qualche malandrino.. ci contammo e buttammo gli spaghetti a cuocere nei buglioli “penali”. Dopo tre giorni la M/n Surriento” della Linea Lauro ci riportò in Italia dalle nostre famiglie.
Il comandante Francesco Crevato, lambito dalle fiamme, dirige stoicamente le operazioni di salvataggio/Capt. F.Crevato was in charge for managing the emergency on the Bianca C.
Anche l’agonia della Bianca C. durò tre giorni, il tempo necessario alla fregata militare inglese H.M.S Londonderry di giungere da Portorico, agganciare la nave e rimorchiarla verso Point Salines. Purtroppo i cavi si spezzarono, l’impresa di trainarla in precarie condizioni di sicurezza non riuscì e la Bianca C., abbandonata a sé stessa, colò a picco il 25.10.61 a tre miglia al largo di Grenada. A distanza di 47 anni, il suo relitto giace su un fondale di 50 mt. ed è oggi fra le mete subacquee più conosciute del Mar dei Caraibi.
L’elegante Bianca C. (18.000 t.s.l.) fu la prima nave da “crociera di lusso” della Costa Line.
Il suo debutto avvenne alla fine degli anni ’50 e si distinse subito per una notevole innovazione: l’offerta di suites con veranda privata per i VIP, curiosamente ricavate nello scafo, secondo un modello che sarebbe riemerso soltanto negli anni ’90, con la classe Fantasy della Carnival L. e definitivamente consacrato dalla celebre Queen Mary 2.
"Quest'uomo straordinario, re degli impostori e dei ciarlatani affermava con la massima serietà di avere trecento anni, di conoscere il segreto della medicina universale, di essere signore dei quattro elementi e di essere in grado di fondere i diamanti". Casanova "
Al pari di Prometeo, egli rubò il fuoco per cui il Mondo esiste e tutto respira,
La Natura al suo comando obbedisce e si muove:
Se non è dio egli o, un dio possente l'ispira."
Questi versi accompagnano, come una didascalia, il ritratto (incisione a bulino), che potete vedere, esposto nel gennaio 1785 dal Berfinische Monatschnft con il titolo Il Conte di Saint-Germain, celebre Alchimista.
L’incisione era stata realizzata due anni prima, da N. Thomas, sulla base di un ritratto del conte, l’unico esistente, dipinto quando questi era a San Pietroburgo, nel 1760, opera del conte italiano Pietro Rotari, artista della corte russa. Il dipinto era poi stato donato alla Marchesa d’Urfé, importante esponente della vita mondana parigina, che si dilettava in esoterismo.
Il conte di Saint-Germain è una figura mitica, ammantata da un alone di mistero ed assurta a ruolo di vera leggenda per gli studiosi di esoterismo. Egli non ha mai avuto precise connotazioni biografiche, facendosi chiamare, indifferentemente, Conte di Welldone, Marchese d’Aymar, Conte di San Germano, Monsieur de Surmont o Monsieur de Belmar.
Secondo la testimonianza di un occultista, Eliphas Levi, l’uomo noto come Conte di Saint-Germain sarebbe nato in un paese vicino Asti alla fine del 1600, precisamente il 1698, da una relazione fra la regina di Spagna, Marie Annie di Neuburg (rimasta vedova) e l’Amirante di Castilla.
Questa nascita bastarda, ma regale, permise al Conte di disporre di ingenti ricchezze, di farsi una cultura vastissima e di essere ricevuto in tutte le corti d’Europa come un membro dell’alta aristocrazia. Anzi, sarebbe stato utilizzato da Luigi XV per una missione diplomatica delicata in Olanda, poi fallita per la gelosia del Duca di Choiseul, ministro degli esteri.
Parlava italiano e francese, anche se con un leggero accento piemontese (anche se alcune fonti citano il conte come un conoscitore assai fine di francese, inglese, spagnolo, portoghese, italiano, tedesco, ebraico, arabo e latino).
Il barone di Gleichen, Charles Henri, nella sua cronaca, lo descrive come “un uomo di taglia media, assai robusto, vestito con semplicità magnifica e ricercata”, che “aveva fronte spaziosa, occhi penetranti, statura media e forme aggraziate”, come, del resto, appare emergere dal ritratto di Thomas. Apparso per la prima volta (o “rinato” come vorrebbe qualcun altro) a Londra nel ‘43, si schiera al fianco di Giacomo II Stuart nella speranza di farlo tornare sul trono inglese.
Saint-Germain non era sicuramente il suo nome, ma piuttosto un omaggio ai Giacobiti, i nobili fedeli agli Stuart, che si erano rifugiati proprio a Saint-Germain protetti dalla Francia. Fin qui, nulla di particolarmente rilevante.
La sua storia, però, comincia a prendere forma a metà dei 1700, quando, ad un ricevimento tenutosi alla corte di Luigi XV incontra la contessa di Vergy. Questa lo saluta affettuosamente, chiedendogli informazioni sul padre che aveva conosciuto una cinquantina di anni prima a Venezia, ma la risposta che ottiene è semplice e sconvolgente: l’uomo conosciuto era proprio lui e per rendere inequivocabile l’affermazione le descrisse dei particolari che solo qualcuno presente allora poteva conoscere!
Altra testimonianza di rilevanza storica notevole è quella di Giacomo Casanova: risale a un incontro con il Conte di Saint-Germain nel salotto della marchesa d’Urfè, avvenuto a Parigi, nel 1758.
Il veneziano, Massone e direttore delle Lotterie Reali francesi, si dichiarò affascinato dai modi, dallo sfarzo e dalle conoscenze del conte in campo occultistico. Protetto da madame Pompadour, era già seguito da leggende di immortalità ed eterna giovinezza, quando fu presentato al reggente di Francia che, piuttosto scettico, volle mettere alla prova le sue dichiarate facoltà paranormali e di veggenza. Il re era rimasto impressionato da una storia ascoltata da bambino in cui un procuratore dello Chatelet e dilettante alchimista, un certo Maitre Dumas, era sparito dalla sua abitazione dopo aver ricevuto la visita di un omino nero su un vecchio ronzino ferito. Non solo il conte citò il nome dell'uomo, ma rivelò anche l'esatto indirizzo: rue de l’Hirondelle.
Stimolato da Luigi XV, si concentrò ed aggiunse che il cadavere non si era mai trovato in quanto Dumas si era avvelenato nel laboratorio sotterraneo la cui unica entrata era una botola nascosta da alcune lastre mobili nei pressi dell'entrata.
Poi si fermò, concludendo che potevano saperne di più solo i seguaci di Rosa-Croce, cosa che il re non era. “Non posso rispondervi, Sire”, avrebbe detto il Conte, aggiungendo poi: “Fatevi Rosa + Croce, Maestà, e vi rivelerò ogni cosa”. Il giorno successivo fu riaperta un’inchiesta e tutto fu trovato come descritto.
Abbiamo detto che Saint-Germain non volle continuare nella “descrizione” del luogo dove avrebbe trovato il corpo di Dumas a re Luigi XV perché questi non era membro dei Rosa-Croce. Saint-Germain era affiliato al Rosacroce: il suo pseudonimo significava appunto “Vomes Sanctae Fraternitatis” (Socio della Santa Fratellanza). E proprio da questa appartenenza derivavano le sue conoscenze alchemiche, compresa la conoscenza della formula della pietra filosofale, della formula e dei riti per far resuscitare gli avvelenati dai funghi, della formula per far “aumentare di volume” le perle (si pensi che il procedimento per le perle artificiali è stato messo a punto nel 1913), per eliminare i difetti dei diamanti (come leggiamo nei Commentari di Horace Walpole).
Proprio su questo punto, nelle Memorie di Madame Pompadure leggiamo come, entrato in contatto con Luigi XV, come detto grazie alla presentazione di Madame Pompadour stessa, il Conte sia riuscito a togliere una macchia a una gemma, rendendola “della più bell’acqua e aumentandone il valore da 6.000 a 10.000 franchi” nel tempo.
Nella prima metà del XVIII secolo, la figura di Saint-Germain si confonde con quella dell'alchimista Lascaris, perché tanti sono i punti di contatto e le coincidenze che taluni li ritengono un’unica persona. Entrambi boemi e legati alla corte di Prussia, riuscirono a trasmutare rame e piombo in oro alla presenza di testimoni attendibili; entrambi sembravano non invecchiare mai e più di un tratto somatico e della personalità coincideva perfettamente.
Sadoul, un alchimista contemporaneo che si è interessato alla loro storia, ritiene che Lascaris possa essere un’identità precedente dei conte, che aveva scoperto l'elisir di lunga vita (o qualcosa di simile che lo facesse ringiovanire periodicamente). Imprigionato a Londra per sovversione, riesce a farsi rilasciare e si sposta in Francia dove trova protezione, riuscendo ad entrare nelle grazie di Luigi XV come già detto.
Nel 1760 avrebbe dovuto far ottenere alla Francia un prestito dall'Austria, ma viene accusato di tradimento dal duca di Choiseul e deve riparare in Inghilterra. Da qui si trasferisce in Olanda dove apre un laboratorio alchemico e cambia il suo nome in conte di Saint-Surmont.
I guadagni fatti, non sempre in modo lecito, gli permettono di passare in Belgio da cui parte subito dopo alla volta della Russia. Nel 1768 si unisce al generale Orlov, che si diceva avesse aiutato nel portare al trono Caterina II, e viene nominato generale nella guerra contro i Turchi con il nome di Welldone.
Sconfitti i seguaci dell’Islam, nel 1770 se ne va in Germania dove si stabilisce definitivamente.
Siamo giunti ormai al 1784 e Saint-Germain, che dimostra una settantina d’anni (anche se, come detto, era nato alla fine del 1600), muore a Eckernforde, nel castello del Principe Carlo di Assia-Cassel
(il cui nome da rosacruciano era “Eques a Leone Resurgente”).
A questo proposito, va registrato che, una settimana dopo, quando il principe Carlo di Assia Cassel, tornato da una lunga assenza al castello, fece aprire la tomba per rendere l’ultimo saluto al proprio ospite, il cadavere di Saint-Germain non si trovò.
Questo fatto si ricollega necessariamente con quanto accade l’anno successivo, quando Saint-Germain viene visto vivo e vegeto, ed enormemente ringiovanito, ad una riunione massonica tenutasi a Wilhelmsbad. Non solo: c'è chi giura di averlo incontrato a Parigi in compagnia di personaggi dalla fama sinistra e maledetta come Mesmer e Cagliostro (una tesi piuttosto fantasiosa vedeva il mago italiano come un allievo iniziatici del Conte, anche se poi i due furono di idee politiche totalmente opposte).
La rivoluzione francese è alle porte e dai diari di Maria Antonietta si viene a sapere dell’avvertimento che le aveva fatto riguardo alle sciagure future. Il rammarico della regina è di non avergli creduto, rifiutandosi di approfondire il discorso.
Ma nella capitale francese è pericoloso essere amico dei nobili, quindi il conte ritiene opportuno fare visita a Gustavo III di Svezia, mettendolo in guardia dai pericoli che lo minacciano.
Una sua amica, la signorina d’Adhemar, annota sul suo diario lo stupore di averlo trovato giovane come sempre. Ancora giovane sembra essere nel 1882 e la sua leggenda cresce a dismisura tanto da meritarsi un’indagine ufficiale da parte di Napoleone III. Purtroppo non si addiviene a nulla in quanto tutti i documenti relativi alla sua persona erano stati distrutti da un incendio doloso che colpi l’Hotel de la Ville di Parigi nel ‘71.
La storia dei conte sembra giunta al capolinea se il suo nome non comparisse periodicamente negli elenchi di alcune sette esoteriche (come la Società Teosofica di Helena Blavatsky, che lo paragonò a Cristo, Platone e Buddha).
Nel nostro secolo il conte di Saint-Germain viene tirato nuovamente in ballo per giustificare l’esistenza del grande alchimista Fulcanelli che si diceva fosse riuscito ad assurgere al massimo livello di perfezione lasciando il nostro piano temporale e tramutandosi in un androgino.
Tanto per cambiare, nessuno lo ha mai visto o può produrre alcuna prova.
A Roma, a mezzogiorno di ogni Natale, c’è chi giura che il Conte di Saint Germain appaia sul Pincio, tranquillamente seduto su una panchina ad attendere i suoi seguaci.
E’ storicamente provato che il Conte fosse compositore di musica (le sue sonate, stampate dall’editore londinese Waish tra il 1748 e il 1760, furono apprezzate da Mozart e da Gluck), eccellente violinista (il successo dei suoi concerti fu pari, si dice, a quello dei concerti dell’italiano Paganini), abile pittore (anche se privo di originalità artistica) e ingegnoso chimico (aveva elaborato centinaia di procedimenti industriali, per la tintura delle sete, per il cuoio, per la preparazione di oli ed essenze, oltre che per la cosmetica, arte in cui era considerato autore di ricette miracolose).
Mentre alcuni lo considerano un grande uomo (“Il più grande sapiente che sia mai esistito”, lo definì il landgravio di Hesse), altri lo odiarono profondamente come Casanova.
Questo contrasto di sentimenti è chiaramente dovuto al fascino che esercitava, all'entusiasmo con cui contagiava chi lo ascoltava, alla vanità che mostrava (non per nulla molte furono le sue “prede” femminili).
D’altra parte il conte non si tirava mai indietro quando bisognava stupire il prossimo con affermazioni incredibili, come quando asserì di essere stato amico della madre di Maria, Anna, o di essere presente alle nozze di Cana, ricordando addirittura le portate!
Concludiamo questo viaggio nel mito di Saint-Germain con un sonetto su “La Creazione”, apparso in una raccolta poetica, pubblicata dal libraio-scrivano, Mercier, di Compiègne. Il carattere di questo testo è decisamente ermetico e si dice che l’originale sia della stessa mano del conte. Ecco il testo:
Curioso scrutatore della natura intera,
ho conosciuto dell’universo il principio e la fine,
ho visto l’oro in potenza in fondo alla sua miniera,
ho carpito la sua natura e sorpreso il suo fermento.
… Spiegai per quale processo l’anima nel grembo di una madre,
fa la sua casa, la trascina, e come un seme di vite
messo vicino a un chicco di grano, sotto l’umida polvere;
l’uno pianta e l’altro ceppo, sono il pane e il vino.
Niente c’era, Dio volle, niente diviene qualche cosa,
ne dubitavo, cercai su cosa l’universo posasse,
nulla conservò l’equilibrio e servì da sostegno.
Infine, con il peso dell’elogio e del biasimo,
Io pesai l’Eterno, Egli chiamò la mia anima
Io morii, L’adorai, non seppi più nulla.
Innanzitutto, va visto come l’autore ci tenga a precisare di essere riuscito ad entrare nell’intima essenza della natura, di aver compreso i più grandi segreti del cosmo, di essere riuscito a penetrare nei processi che portano alla nascita delle cose e di aver capito come queste si differenziano.
Va notato, infine, come, nell’ultima terzina, il Conte (o, comunque, l’autore) dichiari di aver “pesato” l’Eterno. Qui possiamo notare un richiamo alla Società dei Rosa-Croce, che affermavano che, eliminando la propria natura gretta, gli uomini avrebbero potuto raggiungere l’Essenza, che era la “casa” dell’umanità (anche se piuttosto esclusiva).
In conclusione, il Conte di Saint-Germain è uno dei personaggi più enigmatici di sempre, artista, politico, mago, alchimista, immortale.
Secondo uno studio recente, tra i 12 mila e i 13 mila anni fa, un gigantesco meteorite colpì la Terra causando, con l'impatto, lo spostamento dell'asse terrestre di ben 2000 chilometri, che nulla ha a che fare con la deriva dei continenti.
Ne conseguì un vero e proprio cataclisma che sconvolse l'intero pianeta: a violenti terremoti e a terribili eruzioni vulcaniche, fecero seguito piogge torrenziali e l'innalzamento del livello dei mari.
L'evento è stato documentato scientificamente. Una prova per tutte: in Antartide sono state scoperte intere foreste fossili di betulle, faggi e altri alberi che vivono in zone temperate, cosa che confermerebbe lo spostamento dell'asse di rotazione terrestre.
Questa catastrofe terrestre è ancora oggi ricordata da molte popolazioni, da ben 70 leggende tramandate di generazione in generazione. In esse viene anche ricordata la scomparsa, a causa di questo cataclisma, di un continente chiamato Atlantide, abitato da una civiltà evoluta.
Di Atlantide, situata tra l'Africa e le Americhe, parla con dovizia di particolari anche Platone nei dialoghi Crizia e Timeo. Alcuni ricercatori sostengono che i pochi superstiti di quella civiltà perduta siano riusciti a raggiungere con altri messi le rimanenti terre emerse e a tentare di ricreare dal nulla nuovi insediamenti, valorizzando le esperienze vissute.
La simultaneità dell'avvento dell'agricoltura sul pianeta proverebbe questa teoria. Inoltre, testimoniano a favore di queste univoche realtà tramandate da millenni, anche alcuni reperti, strutture e manufatti in cui si possono trovare somiglianze di stili, di metodi lavorativi, di monumenti e tradizioni, in molti siti disseminati su tutto il globo.
Alcune leggende, ricordano, anche sotto nomi diversi, la figura di Noè con la sua arca, come salvatore dell'umanità dal castigo divino.
Molti punti non chiari esistono ancora nella storia dell'umanità, interrogativi che non hanno avuto ancora una risposta, manufatti che risalgono alla preistoria o monumenti che non ci hanno ancora svelato le loro tecniche di costruzione.
Chi insegnò ai peruviani a costruire mura gigantesche come quelle di Cuzco, Machu Picchu o Sacsayhuamán, se non disponevano di attrezzi di metallo? Con quali mezzi trasportarono, innalzarono e fecero combaciare alla perfezione questi massi mastodontici?
A Tiahuanaco, in Bolivia, nei pressi del Lago Titicaca, a 3850 metri di altezza, si trovano i resti di un'antica civiltà. La porta del Sole della città, scolpita da un unico grande blocco di roccia pesante 18 tonnellate, è uno dei monumenti più importanti delle civiltà precolombiane.
Non meno importante della porta del Sole è il Grande Idolo, un blocco di arenaria rossa alto 8 metri, che come altri colossi ricoperti di simboli, rivela una buona conoscenza astronomica della sfericità della Terra.
A Tiahuanaco è stato trovato un calendario con le posizioni della Luna di ogni giorno, tenendo conto della posizione della Terra Come hanno potuto gli abitanti di questa città, raggiungere una così ampia conoscenza scientifica?
Ovunque si volga lo sguardo sui grandi monumenti del passato, non troviamo una risposta adeguata su come fu possibile realizzare opere che hanno sfidato il tempo per millenni.
In tutto il mondo, dal Messico alla Colombia, dal Perù al Cile, dall'Africa al Nord Europa, si ergono opere maestose. Non sappiamo spiegare come siano stata fatte, sia per la loro mole, sia per la complessità delle strutture. Molte di quelle colossali costruzioni, distanti fra loro anche migliaia di chilometri, hanno tra loro una certa attinenza strutturale, ideologica e scientifica.
Lo scrittore Peter Kolosimo, fece una sorprendente comparazione tra la Piramide del Sole messicana e la Grande Piramide di Cheope egizia: la base del monumento messicano ha la stesse misure di quelle di Cheope, 225 metri per 220 e l'altezza di 73 metri, corrisponde alla metà di quest'ultima. Tutto ciò, alimenta l'idea di strette relazioni tra la civiltà americana e quella egizia, concedendo la possibilità di ipotizzare che entrambi le culture discendano da una cultura superiore precedente.
Presso i romani e i greci, che erano considerevolmente più vicini agli antichi egizi di quanto siamo noi, era normale credere che i faraoni e i loro sacerdoti fossero custodi di precisi documenti riguardanti eventi profondamente significativi avvenuti molto, molto tempo fa.
In realtà, questi documenti furono effettivamente visti e studiati, nella sacra città di Eliopoli, da insigni visitatori quali Erodoto (nel V secolo a.C.), dal legislatore greco Solone (640-560 a.C.) e dal suo seguace Pitagora (VI secolo a.C.).
Dai loro resoconti ebbe origine l'opinione che i greci si fecero dell'Egitto, come riferisce Platone:
“Noi greci, in realtà, siamo bambini in confronto a questo popolo che ha tradizioni dieci volte più antiche delle nostre. E mentre nulla delle preziose rimembranze del passato sopravviverebbe a lungo nel nostro paese, l'Egitto ha registrato e conservato per sempre la saggezza dei tempi antichi”.
Nei documenti egizi si parla dello Zep Tepi, un mitico “Primo Tempo” degli dèi, un'epoca remota a cui gli antichi egizi associavano le origini della propria civiltà. Le iscrizioni sul Tempio di Edfu contengono una serie di straordinari riferimenti al “Primo Tempo”, soprattutto ai cosiddetti “Libri della Fondazione”, nei quali si parla dei misteriosi “Seguaci di Horus”, descritti come esseri a volte dall'aspetto divino, a volte umano, identificati come coloro che detengono e preservano la conoscenza nel corso delle varie epoche, come una confraternita elitaria dedita alla trasmissione della sapienza e alla ricerca della resurrezione e della rinascita.
Secondo i testi di Edfu, gli dèi provenivano originariamente da un'isola, la “Terra Nativa degli Esseri primordiali”. Nei testi, si fa chiaro riferimento riguardo al fatto che il cataclisma che distrusse quest'isola fu un'inondazione. Ci dicono che fu di breve durata e che la maggior parte dei suoi “divini abitanti” fu sommersa. Arrivando in Egitto, i pochi che sopravvissero divennero poi
“gli Dèi Costruttori che edificarono nel tempo primordiale, che gettarono i semi per gli dèi e per gli uomini, i Grandi Vecchi che esistevano fin dal principio, che illuminarono questa terra quando vi giunsero insieme”.
Si ritiene che questi esseri straordinari non fossero immortali. Al contrario, compiuta la loro opera morirono e i loro figli ne presero il posto, e riti funebri si svolsero in loro onore. In questo modo, la tradizione dello Zep Tepi poteva rinnovarsi costantemente, trasmettendo alle generazioni future la sapienza proveniente da un'epoca precedente della terra.
Tra gli studiosi moderni vige la convinzione che i miti non abbiano valore di prove storiche, convinzione particolarmente diffusa tra gli egittologi. Eppure, in archeologia ci sono molti casi ben noti in cui i miti accantonati come non-storici si rivelarono in seguito estremamente precisi.
Un esempio riguarda la celebre città di Troia dell'Iliade di Omero. Fino a non molto tempo fa la maggior parte degli studiosi era convinta che Troia fosse una “città mitica”, ossia interamente inventata dalla fertile immaginazione di Omero.
Nel 1871, invece, l'avventuriero ed esploratore tedesco Heinrich Schliemann dimostrò che l'opinione ortodossa era sbagliata quando, seguendo gli indizi geografici contenuti nell'Iliade, scoprì Troia nella Turchia occidentale vicino ai Darndanelli.
Schliemann e altri due ricercatori, lo studioso greco Kalokairinos e l'archeologo britannico Sir Arthur Evans, continuarono le proprie indagini esaminando a fondo miti concernenti la grande civiltà minoica che si diceva fosse esistita sull'isola di Creta.
Anche questi miti furono accantonati come non storici dall'opinione ortodossa, ma furono rivalutati quando Schliemann e la sua squadra portarono alla luce una cultura estremamente progredita ora identificata con certezza come quella “minoica”.
Analogamente, nel subcontinente indiano, la grande mole di antiche scritture sanscrite conosciute come Rig Veda contiene ripetuti riferimenti a una civiltà elevata che viveva in città fortificate e aveva preceduto le invasioni ariane più di 4 mila anni fa.
Anche in questo caso le fonti furono universalmente bollate come “mitiche”, finché, nel XX secolo, le rovine di grandi città della Valle dell'Indo come Harappa e Moenjodaro incominciarono a essere dissotterrate e si dimostrò che risalivano al 2500 a.C.
In breve, i documenti mostrano che intere città e civiltà che un tempo erano classificate come mitiche (e di conseguenza prive di interesse storico) spesso hanno l'abitudine di materializzarsi improvvisamente dalle nebbie dell'oscurità per diventare realtà storiche.
Fonte : ilnavigatorecurioso.
Il tempio di Tanah Lot, a Bali, è uno di quegli spettacoli che durante un viaggio entrano dentro e rimangono lì, impressi come in fotografia: perchè unico nel suo genere, molto scenografico. Per fare un paragone azzardato, potrebbe essere il corrispettivo orientale di Mont St Michel, in Francia.
Tanah Lot è un tempio indù, particolare che già di per sè è un’eccezione visto che l’Indonesia è un Paese a prevalenza musulmana: ma a Bali, lungo le coste dell’isola, ci sono molti templi indù, per lo più risalenti al XV e XVI secolo.
Una gita al tempio di Tanah Lot è un classico per tutti i turisti che vanno a Bali: se siete appassionati di fotografia, la cosa migliore è cercare di organizzare il vostro arrivo al tempio durante il tramonto, in modo da riprendere la costruzione con i colori del sole che cala sullo sfondo e, ovviamente, il mare.
Il tempio in realtà è famoso più per la location nella quale si trova che per la sua architettura: la costruzione, infatti, non è nulla di particolare. Ma il fatto che si trovi su uno scoglio staccato dalla riva e che per arrivarci occorra tener conto degli orari delle maree, fanno del tempio di Tanah Lot una particolarità.
Tanto che, per visitarlo, tocca rassegnarsi al fatto che probabilmente non sarete soli, al contrario scoprirete che molti altri turisti hanno avuto la vostra stessa brillante idea: con la conseguenza che troverete anche molti venditori di souvenir che cercheranno di convincervi a fare acquisti. Poco male, perché lo spettacolo merita.
Tanah Lot significa ‘Terra del mare’ e in effetti mai nome fu più azzeccato: si trova vicino alla città di Tabanan, a 20 km da Denpasar, e la sua costruzione pare risalga al XV secolo da parte del monaco Nirartha. Secondo la leggenda, il monaco quando vide lo scoglio ne rimase incantato e ordinò ai pescatori di erigere un tempio in onore della divinità balinese del mare.
Il tempio divenne molto importante in passato e conserva tuttora un ruolo primario: fa parte dei Sette Templi del Mare che sorgono sulla costa balinese guardandosi l’un l’altro in una metaforica catena. Sempre secondo la leggenda, alla base del tempio di Tanah Lot ci sono dei serpenti marini che fanno la guardia.
La riflessione è un preciso fenomeno fisico che si verifica quando un'onda luminosa, meccanica o elettromagnetica colpisce una superficie che separa elementi con proprietà diverse. Tradotto in natura e nel caso della luce, il tutto si trasforma in laghi e pozzanghere che diventano specchi, vetri di futuristici palazzi che riflettono antiche costruzioni e finestre che diventano quadri impressionisti... E tanto altro ancora...
Il pavimento in questo caso si trasforma in un vero e proprio specchio e rimanda l'immagine di una ballerina che si esibisce al Chaillot Theatre di Parigi. Se il raggio di luce incontra una superficie a specchio, la riflessione è massima. Se invece la superficie è soltanto trasparente, parte del raggio l'attraversa e si crea la cosiddetta rifrazione.

Basta una scheggia di vetro per cogliere un riflesso e un'immagine lontana. Composto da una miscela fusa di ossidi, fatta raffreddare rapidamente fino allo stato solido, il vetro è noto per il suo basso coefficiente di assorbimento della luce. Pur essendo trasparente, insomma, ha un elevato potere riflettente, che varia in base agli strati di vetro che vengono sovrapposti su una lastra.
L'uso del vetro è molto antico e già gli Egizi lo utilizzavano a partire dal 2500 a.C. per monili, gioielli e amuleti.

Ecco come appare sull'occhiale a specchio di uno spettatore uno snowboarder che si esibisce in un salto acrobatico nel corso delle finali del campionato del 2004, svoltesi a Bardonecchia. Lo specchio inverte il davanti con il dietro dell'immagine o, meglio, il dentro con il fuori.
Per capire questo concetto, immaginate di tenere sul viso una maschera di Carnevale in gomma, di allontanarla dal viso e rivoltarla su se stessa, schiacciando in dentro naso e mento e tirando in fuori le orecchie. La maschera apparirà rivolta verso di noi, identica a prima, ma con tutto invertito. Insomma, il neo che prima era sulla guancia destra è finito sulla sinistra, il brufolo che era sulla sinistra della fronte, ora è sulla destra. Nello stesso modo lo specchio "modifica" le immagini.

Esiste lo specchio perfetto? Scientificamente no, perché non esiste una superficie che sia in grado di riflettere tutta la luce che la colpisce.
Nel 1998, John D. Joannopoulos, un ricercatore del Massachussetts Institute of Technology di Boston (USA), è riuscito a produrre lo specchio perfetto usando lamine alternate di polistirene e tellurio. Oggi insieme ha fondato una società per le telecomunicazioni: lo specchio da lui inventato, infatti, è servito a progettare un rivoluzionario sistema di trasmissione ottica per telecomunicazioni. I messaggi, trasformati in segnali luminosi, sono trasmessi molto meglio e più velocemente che attraverso le fibre ottiche.
Nella foto, un'antica chiesa si riflette su un moderno grattacielo a Boston.

L'effetto specchio a volte è talmente reale da ingannare l'occhio umano. Quanti di voi si sono accorti infatti che questa foto… è stata capovolta (vedila nel giusto verso, nel link sottostante)? Basterebbe solo qualche increspatura dell'acqua per far scomparire l'effetto.
Quando una montagna si riflette nell'acqua si verifica il fenomeno della riflessione totale. I raggi solari visti da una certa angolazione colpiscono la superficie di striscio e rimbalzano senza penetrare nell'acqua: per questo motivo l'acqua sembra un vero specchio.

In quest'immagine l'acqua in cui cammina un airone in cerca di cibo si colora dell'arancione del tramonto in corso.
L'acqua pura è quasi incolore, ma tende al blu perché assorbe la luce rossa. Il colore di mari e laghi è comunque dovuto anche, come in questo caso, al colore del cielo.

In questa immagine, sembrano raddoppiati i denti di un cucciolo di coccodrillo del Nilo (Crocodylus niloticus), uno dei più diffusi e conosciuti rettili africani, che può arrivare a 6 (o addirittura 10) metri di lunghezza. I denti gli servono di sera, durante le sue scorribande notturne in cerca di cibo, per afferrare le prede. Queste, dopo essere trascinate in acqua, vengono ingoiate a pezzi, senza però essere masticate.

Ecco come una finestra riflette il Teton Range, segmento settentrionale delle Montagne Roccose americane, facendolo sembrare parte di uno splendido quadro impressionista.
La catena del Teton, formata da una serie spettacolare di guglie granitiche si trova nel Wyoming (USA) e la punta massima, il Grand Teton,
è alta 4196 metri.

I migliori specchi sono formati da sottili strati d'argento deposti su lastre di vetro, ma talvolta, per ridurre il costo, al posto dell'argento si usa stagno ben levigato. Il vetro dello specchio è composto da un miscuglio di sabbia silicea, calcare, solfato sodico e carbone.
Ma da dove deriva l'espressione "specchietto per le allodole" per indicare un espediente usato per attirare e ingannare gli ingenui? Nelle battute di caccia, i cacciatori, nascosti nella boscaglia, agitano pezzetti di legno in cui sono incastrati frammenti di specchio per attirare questi uccelli. Da qui l'espressione.

Riflessa su una pozzanghera è l'intera opera dell'artista tedesco Sergej Dott, installata su un muro della città di Berlino. Intitolata "Wild Nature" (in italiano, "Natura selvaggia"), questa scultura di luce è una delle tante opere pubbliche di questo artista che si possono osservare semplicemente passeggiando per Berlino e alzando il naso da terra…
Fonte : Focus.it