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sabato 5 febbraio 2022

I Penitentes: le colonne di ghiaccio delle Ande


 I Penitentes sono delle formazioni naturali di neve e ghiaccio che si trovano nelle Ande Secche, in particolare nelle zone a partire dai 4000 metri di altitudine, nel punto quindi in cui il freddo secco favorisce la nascita di formazioni di ghiaccio.

Appaiono come dure e spigolose colonne di acqua gelata e hanno misure assai differenti poiché esistono quelle che misurano pochi centimetri ma anche quelle che si innalzano verso il cielo per diversi metri.

Non sono del tutto chiari i dettagli precisi del meccanismo che genera i Penitentes, le popolazioni andine per lungo tempo hanno pensato che fossero generati dai forti venti che spazzano la zona durante la stagione invernale. Tuttavia, i venti sono solo parte dell’equazione, poiché oggi si ritiene che questi pinnacoli di ghiaccio siano formati dalla combinazione di vari fenomeni fisici.

Il processo ha inizio nel momento in cui la luce del sole irradia la superficie nevosa, ma trattandosi di zone climatiche aride immerse in luoghi desertici, il ghiaccio non si scioglie ma sublima, ossia passa da solido direttamente allo stato gassoso.

 I solchi che si creano sulla superficie del ghiaccio catturano la luce solare e questo genera sublimazione anche nelle parti più profonde e accresce le caratteristiche di queste strutture di ghiaccio.


Secondo un’altra spiegazione durante le ore diurne, invece, i raggi solari sciolgono parte del manto nevoso, l’acqua scorrendo scava sulle strutture reticoli di piccoli canali e durante la notte, quando la temperatura si abbassa notevolmente, la neve ghiaccia nuovamente. La causa delle formazioni sarebbe dunque l’alternanza tra caldo e freddo che rende sempre più profonda la rete di solchi finché quello che era un manto nevoso si trasforma in cumuli di ghiaccio che possono raggiungere anche l’altezza di sei o sette metri.

Dei Penitentes già ne aveva parlato Charles Darwin nel lontano 1835, quando nel corso del suo viaggio tra Santiago del Cile e Mendoza, in particolare nei pressi del Passo Piuquentes, si era trovato a fare numerose deviazioni che lo avevano portato ad osservare questo magnifico fenomeno naturale che dà l’impressione di una foresta di ghiaccio in mezzo al deserto.
Fonte : meteoweb.eu

lunedì 31 gennaio 2022

Dall’epoca romana ad oggi un solo acquedotto non ha mai cessato di rifornire l’Urbe: l’Acquedotto Vergine.


 Voluto da Marco Vipsanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, venne inaugurato il 9 Giugno del 19 a.C. e doveva rifornire le sue terme nel Campo Marzio: fu il sesto acquedotto della città in ordine di realizzazione. 

L’acquedotto era alimentato da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, a poca distanza dal corso dell’Aniene e presso l’odierna località di Salone, all’VIII miglio della Via Collatina.

 La portata giornaliera era di 2.504 quinarie (pari a 1.202 litri al secondo), delle quali, secondo Frontino, 200 venivano erogate nel Suburbio, mentre le 2.304 che giungevano in città erano distribuite attraverso 18 castella secondari in modo che 1.457 andassero per le opere pubbliche, 509 alla casa imperiale e le restanti 338 alle concessioni private.


Il percorso dell’acquedotto Vergine era lungo circa 20.471 Km, tutto sotterraneo ed entrava in città da nord, seguendo la via Collatina fino alla località di Portonaccio; qui attraversava la via Tiburtina, oltrepassava su arcate il Fosso della Marranella alla confluenza con l’Aniene, dirigendosi poi verso la Nomentana e la Salaria e quindi, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada e dei Parioli, passando sotto il ninfeo di Villa Giulia, entrava infine in città in prossimità del Muro Torto. 

Gli ultimi 2 Km circa correvano invece in parte su sostruzioni ed in parte, relativamente all’ultimo tratto attraverso il Campo Marzio, su arcuazioni continue fino ai Saepta, il grande edificio pubblico situato in prossimità del Pantheon e delle adiacenti Terme di Agrippa.

 Una piscina limaria (serbatoio di decantazione) era posta presso le pendici del Pincio, dove il condotto antico è accessibile tramite una scenografica scala a chiocciola costruita nel Rinascimento, proprio accanto alla Trinità dei Monti.


Resti imponenti sono visibili invece all’interno della “Rinascente” in via del Tritone e presso via del Nazareno, dove si conservano, parzialmente interrate, tre arcate in blocchi bugnati di travertino poste ai lati di un fornice più grande.




La leggenda vuole che una fanciulla avesse indicato ai soldati di Agrippa le sorgenti fino ad allora cercate invano e perciò da quel momento denominate della Vergine, ma in realtà sembra che “virgo” possa piuttosto riferirsi alla purezza e alla leggerezza delle sue acque, determinate dall’assenza di calcare.

 Seppur danneggiato nell’attacco di Roma dei Goti di Vitige, fu ben presto ripristinato e continuamente restaurato durante il corso dei secoli in modo da poter servire di acqua fresca e pura la città. Ancora oggi infatti molte delle fontane del centro cittadino, sono servite dall’acquedotto Vergine, come per esempio la straordinaria Fontana di Trevi



Trova una moneta d’oro medievale col metal detector e la vende all’asta per quasi 650mila euro


 Erano dieci anni che Michael Leigh-Mallory non si dedicava più alla sua passione, ovvero quella di cercare tesori antichi

Aveva “appeso al chiodo” il suo metal detector per dedicarsi ai suoi figli, ma sono stati proprio loro, fattisi grandi, a spingerlo a riprendere la sua attività e a portarli con lui, alla scoperta di entusiasmanti reperti.

Lo scorso 26 settembre, dopo aver sempre riportato alla luce sempre cosucce di poco conto (pezzi di ferro, anellini, rifiuti metallici) la vita di Michael è cambiata grazie ad un ritrovamento incredibile: una moneta d’oro risalente al 1257 (regno di Enrico III).

 L’uomo, 52 anni, non si era mai imbattuto in un oggetto tanto prezioso (ritrovato per caso in un campo vicino a Hemyock, nel Regno Unito) e deve ringraziare solo i suoi figli che lo hanno spinto a riprendere in mano il metal detector.

La preziosissima moneta è stata battuta all’asta dall’agenzia Spink&Son ed è stata venduta per la cifra record di 540.000 sterline (647562,60 euro). 

L’acquirente, che è rimasto anonimo, vivrebbe comunque nel Regno Unito e ha manifestato l’intenzione di cedere il reperto ad un museo, affinché possa essere studiato e osservato dagli appassionati.

La moneta si trovava nascosta sotto uno strato di terreno molto sottile – appena 10 centimetri di terra la separavano dalla luce del sole. Di dimensioni contenute (larga poco meno di un pollice, ovvero circa due centimetri e mezzo) è costituita da oro allo stato puro: sul fronte raffigura il re Enrico III seduto sul trono, mentre sul retro è possibile vedere una croce latina con le rose.

Secondo gli archeologi, si tratta di un ritrovamento particolarmente prezioso poiché è la prima volta, in oltre 260 anni di storia, che una moneta tanto antica viene riportata alla luce. 

Attualmente sono otto le monete di questa fattura ritrovate – tutte esposte in musei e collezioni. 

SABRINA DEL FICO

sabato 29 gennaio 2022

Snow roller: i rotoli di neve creati dalla natura


 Quello degli snow roller è un rarissimo fenomeno meteorologico che ha come oggetto il manto nevoso: si tratta di una particolare specie di rotoli di neve, arrotolati su sé stesse proprio da madre natura.

Non è possibile individuare il punto  o il paese in cui si formeranno perché si devono verificare una serie di particolari condizioni, ma potenzialmente tutte le zone interessate da grandi nevicate possono essere la location ideale in cui osservare questo affascinante gioco della natura.

Appaiono come soffici cuscini di nuvola o come giganteschi marshmallow, ma gli snow roller sono le palle di neve che vengono create direttamente da madre natura.
Questo fenomeno si verifica sul manto nevoso quando agglomerati di neve si accumulano e rotolano lungo pendii più o meno dolci.

Questi “rulli di neve” si presentano con una forma cilindrica e con una spirale visibile al loro interno, appaiono talvolta semivuoti all’interno, questo nel momento in cui gli strati più interni iniziano ad essere più sottili e si disintegrano sotto il peso degli strati più esterni.

Per formarsi hanno bisogno di condizioni ottimali, in particolare: lo strato superficiale dev’essere di neve bagnata con una temperatura vicino al punto di fusione; il manto nevoso deve trovarsi su una superficie ghiacciata o su neve polverosa che non si attacchi con lo strato soprastante; dev’essere poi presente un’inclinazione del terreno; infine, il vento deve essere abbastanza forte da riuscire a spingere i rotoli di neve, ma non troppo veloce perché in tal caso non consentirebbe la loro formazione.


Infatti, il vento quando inizia a soffiare spinge la neve a muoversi rotolando sul terreno, qui questo primo agglomerato comincia a raccogliere materiale lungo il cammino, mano a mano che il rotolo si fa più grande gli strati si compattano e si possono ammirare snow roller che hanno le dimensioni di una pallina da tennis ma anche cumuli che arrivano persino a raggiungere qualche metro di diametro.

In passato gli snow roller sono stati scambiati per le palle di neve delle fate, perché apparivano come il frutto di giochi tra bambini, analoghi alle palle iniziali con cui si formano i pupazzi di neve, ma misteriosamente senza che vi fosse presenza di impronte sulla neve intorno agli stessi.
Questo fenomeno appare in zone che sono interessate da nevicate frequenti, come ad esempio il Nord Europa e il Nord America, qui il fenomeno meteorologico è stato osservato in Ohio, diverse volte a Cincinnati; in Pennsylvania, a Venus; nelle Rocky Mountains del Colorado, nella località di Krkonoše, dove i turisti delle Parco Nazionale delle Montagne Rocciose si sono soffermati ad ammirarli.

Negli anni passati, sul nostro continente sono stati individuati nel Somerset, in Gran Bretagna, ma anche fotografate in Repubblica Ceca, dove hanno raggiunto grandi dimensioni.
Non è possibile dire dove e quando si verificheranno, quindi per andare a caccia di snow roller non resta che recarsi nella natura e aspettare che le condizioni siano favorevoli per consentire di osservare questo fenomeno e tutta la sua evocativa magia.

Fonte: meteoweb





lunedì 24 gennaio 2022

Il fiume più bello del mondo è un arcobaleno liquido di colori

 

Esistono luoghi nel mondo dove tutte le cose che pensavamo appartenessero solo al nostro immaginario, o a qualche film di fantascienza, prendono vita. E lo fanno grazie alla straordinaria arte che appartiene a Madre Natura e che rende il mondo che abitiamo un luogo meraviglioso. Come quel fiume che sembra un dipinto e che è realizzato con i colori dell’arcobaleno sciolti nell’acqua. E invece è reale ed è straordinario.

È considerato il fiume più bello del mondo e in effetti Caño Cristales lo è davvero.

 Conosciuto anche con il nome di arcobaleno dai cinque colori o liquid rainbow questo corso d’acqua incanta con la sua meraviglia cittadini e viaggiatori provenienti  tutto il mondo.

Situato in Colombia, il fiume rio della Sierra de la Macarena, si presenta agli occhi delle persone con una particolarità che sembra davvero frutto di un incantesimo. E invece, come la scienza spiega, questo fenomeno è caratterizzato dalla presenza del fiume di una particolare alga dal nome Macarenia Clavigera che vive proprio nella zona e che durante alcuni periodi dell’anno trasforma il corso d’acqua in un arcobaleno liquido che incanta gli occhi e riscalda il cuore.



Le cromie che si estendono per quasi 100 chilometri luccicano al sole che, con i suoi raggi, esalta la bellezza dei colori che spaziano dal blu al verde, passando per l’arancione e il rosso. Le nuance si fondono e si confondono, si adagiano sulle rocce e si intrecciano sulla costa rendendo il panorama così unico e straordinario da lasciare col fiato sospeso.

Il Caño Cristales si trova all’interno del Parque Nacional Natural Sierra de la Macarena e una visita in questo angolo incantato del mondo è quasi d’obbligo. La sua bellezza risplende tutti i giorni dell’anno ma è nel mese di luglio, e fino a quello di novembre, che la natura mette in scena il suo spettacolo più bello tingendo le acque che scorrono. 

Ed è magia.


Arrivare a Caño Cristales è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Uno dei modi più suggestivi per raggiungere questo corso d’acqua è quello che parte da San Josè del Guaviare  e conduce a La Macarena in barca, navigando sul Rio Guayabero.

Il fiume scorre sullo straordinario complesso montuoso della Serrania de la Macarena ed è proprio qui, tra i colori dell’arcobaleno liquido, che è possibile osservare altre meraviglie della natura.

Ci sono le rocce di quarzite che risalgono a miliardi di anni fa, e osservando attentamente il fiume arcobaleno è possibile ammirare dei pozzi circolari profondi dove l’acqua cade vertiginosamente creando a a sua volta nuove e straordinarie visioni.

Il fiume ospita inoltre una grande varietà di flora acquatica. Oltre alla Macarenia clavígera, artefice della magia che si verifica durante il periodo delle piogge, tra luglio e novembre, e che cresce nel fiume, ci sono le altre specie tipiche della foresta pluviale idrofitica. 

Qui vivono anche tantissimi esemplari di animali, tra cui uccelli (oltre 420 specie), anfibi, rettili e primati.

Fonte: siviaggia.it

domenica 23 gennaio 2022

Polinesia: scoperta grande barriera corallina incontaminata al largo di Tahiti


 Coralli giganti a forma di rosa che si estendono a perdita d'occhio: è lo spettacolo che si sono trovati davanti agli occhi gli scienziati dell’UNESCO che hanno appena scoperto una delle barriere coralline più grandi al mondo al largo della costa di Tahiti, isola della Polinesia francese.

Ad aumentare lo stupore e la gioia degli scienziati, il fatto che la nuova barriera si presenti del tutto incontaminata. Le conseguenze del riscaldamento dell'oceano sembrano averla risparmiata.

 I coralli si estendono per 3 chilometri, tra i 30 e i 70 metri di profondità, in una zona dove arriva poca luce solare.




"Crediamo che sia per questo che si sono conservati così bene, non subiscono lo stress della luce e della temperatura" fanno sapere gli esperti. Quasi un miracolo se si pensa che la maggior parte delle barriere coralline conosciute, sta soffrendo gli effetti del surriscaldamento del pianeta. Quella australiana, per esempio, ha l'80 percento dei coralli che hanno subito un grave sbiancamento.

"Questa scoperta però non deve farci pensare che allora va tutto bene, che non dobbiamo più preoccuparci delle barriere coralline. Perché la vita e la biodiversità in una barriera che si trova in profondità sono diverse da quelle che stanno più in superficie", afferma una biologa del Politecnico di Zurigo che da anni lavora per sviluppare barriere artificiali che permettano ai coralli di sopravvivere.

"Si tratta di una delle barriere coralline profonde più grandi mai scoperte ma è di soli tre chilometri non basta a compensare la vastità delle barriere che si trovano in superficie. 

Gli scienziati, dunque, non si fanno troppe illusioni sulla salute delle barriere coralline che si trovano in superficie.  


mercoledì 19 gennaio 2022

Huacachina e la sua Oasi nel deserto

 

Proprio come in un film, all’improvviso, nel bel mezzo del deserto, spunta lei: l’Oasi di Huacachina, una pittoresca Laguna avvolta da Dune di Sabbia.

 Huacachina è un Villaggio nella regione di Ica , nel Sud-Ovest del Perù, costruito intorno a un piccolo lago naturale nel Deserto. Chiamata anche “Oasi d’America”, viene usata come Resort per famiglie locali della vicina Città di Ica, ma ogni giorno che passa diventa sempre più meta per Turisti che amano sport come il Sandboarding e le corse sulle buggy, infatti nei dintorni dell’Oasi vi sono dune di sabbia alte anche 30 metri, ed proprio nella regione di Ica che si trova la Gran Duna, la duna più Alta del Mondo.


Il Lago Naturale di Huacachina si è formato a causa di correnti sotterranee. Queste falde, abbondanti di minerali, hanno dato vita a una intensa vegetazione, costituita da palme, eucalipti e tipici Huarangos. 

La flora e la fauna dell’Oasi rendono questo territorio uno dei più belli e caratteristici del Perù, ma sicuramente la peculiarità del luogo, è stato il potere di guarigione delle sue acque, una volta ricche di sostanze solforose e saline, tanto che negli anni 40, l’Oasi di Huacachina, divenne uno dei più importanti ed esclusivi Centri Termali Peruviani, questo ha fatto si che si venissero a costruire attorno alla Laguna strutture ricettive come Hotels, Ristoranti ed altro.


La Leggenda racconta che una Bellissima Principessa del posto, facendo il bagno in una pozza d’acqua, fu scoperta da un giovane cacciatore che passava. 

Vedendo l’uomo, la Principessa fuggì via, e il suo mantello, strisciando sulla sabbia, formò le famose dune circostanti, mentre la pozza nella quale aveva fatto il bagno divenne la Laguna dell’attuale Oasi di Huacachina.

 Si racconta che la Principessa viva ancora nell’Oasi con l’aspetto di una Sirena.


Molti proprietari terrieri vicino all’oasi hanno cominciato a installare pozzi per poter meglio accedere alle falde acquifere sottostanti, provocando un consistente abbassamento del livello dell’acqua.

 Per compensare a tale mancanza, la Città ha iniziato nel 2008 un processo artificiale per reintegrare l’acqua, pompandola.

 Questo ha fatto si che il luogo perdesse il suo fascino in termini di Turismo, pur restando comunque un luogo surreale e suggestivo, qualcosa assolutamente da vedere.

Fonte: viaggiandonelmondo

domenica 16 gennaio 2022

Luna piena del lupo: le leggende celtiche e dei nativi americani sul primo plenilunio dell’anno

 

Nella notte tra il 17 e il 18 gennaio è Luna piena del lupo, il primo plenilunio dell’anno che non potrà non incantarci. Occhi al cielo per vedere il nostro splendido satellite luminoso al suo massimo in cielo.

La luna piena di gennaio prende questo nome non solo nella tradizione dei nativi americani, dati i profondi e antichi legami tra i lupi e questo plenilunio.

 Ad esempio, la parola gaelica per gennaio, Faoilleach, deriva dal termine usato per i lupi, faol-chù, anche se i lupi non esistono in Scozia da secoli.

La parola sassone per gennaio è inoltre Wulf-monath, o Wolf Month (“mese del lupo”). E in Giappone in questo mese si tiene la festa del dio lupo, Ooguchi Magami, mentre la tribù Seneca lega il lupo alla luna così fortemente da credere che un lupo abbia dato alla luce la luna “cantandola” nel cielo.

Ma perché i lupi sono sempre associati alla Luna piena di gennaio?

La risposta più ovvia è perché i lupi sono molto più rumorosi e più presenti a gennaio quando inizia la stagione riproduttiva I lupi iniziano a ululare più frequentemente e in modo aggressivo per stabilire il loro territorio, ammonendo vicini e nemici di stare lontano dai loro terreni di riproduzione.

 

Un piccolo branco di lupi può persino provare a sembrare un branco più grande ululando insieme. Mentre un lupo solitario può sostenere un ululato per la durata di un singolo respiro, un intero branco può ululare all’unisono per più di due minuti durante la stagione riproduttiva

E in effetti, i lupi sono così famosi per le loro comunità così affiatate che la tribù dei Sioux ha chiamato la Luna piena di gennaio “la luna in cui i lupi corrono insieme”. E secondo la mitologia celtica, il lupo è infuso di potere lunare, in quanto in grado di fiutare intuizioni o conoscenze nascoste e di scovare fonti di pericolo inaspettate. In alcune leggende, il lupo addirittura ingoia il sole per poter così godere del potere della luna.


La luna sarà piena per l’esattezza il giorno 18 gennaio 2022 alle 00.47 ora italiana, ma tutta la notte, a partire dal tramonto, sarà possibile ammirare (tempo permettendo) lo splendore del nostro satellite al 100% di luminosità (nella mappa il cielo del 17 gennaio alle 21.00 circa). Basterà alzare gli occhi al cielo e volgerli sull’orizzonte a Est.

ROBERTA DE CAROLIS

Kliluk: il lago a pois del Canada


 Il Canada è uno dei luoghi del pianeta che maggiormente rimanda ad atmosfere fantastiche e curiosità naturali come il lago di Kliluk, uno specchio d’acqua che ha l’aspetto di un lago a pois.

Allo spettacolo della natura minerale del luogo, autrice dell’aspetto alieno del luogo, si aggiungono le leggende dei nativi americani del luogo che ammantano di sacralità questo lago dalle proprietà terapeutiche.

Nei pressi di Osoyoos, in Canada, si trova il lago di Kliluk, un lago dall’aspetto magico che grazie ai numerosi minerali disciolti nelle sue acque, quali: solfato sodio, calcio, solfato di magnesio e altri elementi come il titanio e l’argento, riesce a creare forme geometriche straordinarie dai molteplici colori come il giallo, il bianco ma anche il verde e il blu a seconda delle temperature e delle stagioni.

L’estate è certamente il momento in cui il lago si presenta in tutta la sua peculiarità, poiché l’acqua evaporando fa emergere la trama della struttura di minerali con il magnesio che cristallizzandosi si indurisce, creando delle passerelle naturali intorno alle macchie colorate.
Ogni anno sono numerosissimi i turisti che si recano nell’Okanogan Valley, nella regione della British Columbia, per apprezzare questo spettacolo e fotografare questo suggestivo fenomeno naturale.

Oggi il lago viene chiamato Spotted Lake, ma la sua storia è stata lunga e travagliata: durante la Prima Guerra Mondiale era stato trasformato in una cava mineraria. Alla fine degli anni ’70, invece, c’è anche stato il tentativo da parte della famiglia proprietaria di trasformarlo in un centro benessere.


Molti si spostano sul lago Kliluk per ricercare le miracolose proprietà di queste acque che secondo la leggenda tramandata dai nativi americani del luogo sono addirittura sacre.
Queste acque, infatti, sarebbero dotate di proprietà terapeutiche, tanto da essere capaci di guarire malattie e distorsioni, ma anche ferite e lesioni cutanee nonché dolori muscolari di varia origine.

Il lago di Kliluk che oggi viene chiamato anche Spotted Lake, è oggetto quindi di una leggenda delle tribù native della zona.
Secondo i racconti nel corso di una battaglia tra tribù rivali, tutti i combattenti si fermarono e dichiararono una tregua per dare il tempo ai feriti di entrambe le fazioni di immergersi nel lago per guarire le loro ferite.


L’aura di sacralità che si è creata intorno a questo magnifico lago a pois ha fatto sì che gli indigeni tentassero in ogni modo di acquisirlo per preservarlo e dopo oltre vent’anni sono riusciti nell’impresa nel 2001, comprando i 22 ettari del terreno circostante per 720 mila dollari.

Fonte: meteoweb

giovedì 13 gennaio 2022

Roma, dove tutto ebbe inizio: il Velabro

 

C’è un’area a Roma in grado di raccontare la storia della città fin dal principio: il Velabro.

Leggenda vuole infatti che l’Urbe sia stata fondata da Romolo precisamente sul colle Palatino.

 La città poi iniziò a svilupparsi nella vallata compresa tra questo colle e il Campidoglio, raggiungendo anche – sul lato opposto – il Tevere. E il fiume è certamente un altro importante protagonista della leggenda di fondazione di Roma: è infatti nell’area del Velabro – tra Palatino e Tevere – che la cesta in cui furono posti i due piccoli gemelli (Romolo e Remo) si arenò, in una zona inizialmente paludosa e spesso alluvionata (velus appunto).

In seguito alla bonifica dell’area ottenuta grazie alla Cloaca Massima – una delle più antiche condotte fognarie cittadine – si costituì qui il Foro Boario, importante mercato di bestiame, all’interno del quale furono poi costruiti anche importanti templi. 

Tra questi, quelli ancora oggi visibili, sono il Tempio di Ercole, a forma circolare, con accanto il Tempio di Portuno, rettangolare e dedicato al dio protettore dei porti. Nei pressi infatti, e precisamente davanti all’Isola Tiberina, i romani costruirono il primo porto cittadino, detto appunto Porto Tiberino, munito ovviamente di magazzini in cui stipare le merci, oggi posti al di sotto del Palazzo dell’Anagrafe in via Petroselli.



Di fronte al tempio rotondo, vi era invece l’Ara Massima di Ercole, un antico santuario i cui resti sono oggi visibili al di sotto della Basilica di Santa Maria in Cosmedin

L’area quindi mostrava una particolare devozione nei confronti dell’eroe greco. Secondo la tradizione, infatti, fu qui che Ercole, di ritorno dalla Spagna insieme ai buoi di Gerione, fece una sosta.

 La zona però all’epoca era infestata dal mostruoso gigante Caco, che subito gli rubò la mandria. Ercole riuscì a recuperare i suoi buoi, uccidendo il gigante e liberando così la zona dal terribile mostro. 

Gli abitanti del luogo, particolarmente grati, iniziarono a venerare quindi Ercole come un vero e proprio dio, erigendo in suo onore alcuni edifici di culto.

Ma nella zona si possono ammirare anche molti altri interessanti monumenti.

Nelle immediate vicinanze della Chiesa di San Giorgio al Velabro, si notano infatti due importanti archi: l’Arco di Giano, il cui nome si riferisce al dio bifronte protettore di porte e passaggi, anche se in realtà il monumento è da identificare con l’arco costruito nel IV secolo d.C. all’epoca dell’imperatore Costantino; poco più avanti l’Arco degli Argentari, eretto nel 204 d.C. dai banchieri e commercianti del Foro Boario, nel punto in cui l’antica strada urbana del vicus Jugarius raggiungeva la piazza del mercato.

 All’interno dell’arco si riconoscono inoltre, a rilievo, i ritratti della famiglia imperiale dei Severi: da un lato Settimio Severo e la moglie Giulia Domna, dall’altro i due figli della coppia, Caracalla e Geta, il cui volto fu però cancellato dal fratello dopo l’uccisione per la salita al potere, disponendo per lui la damnatio memoriae (condanna della memoria).




L’arco è oggi addossato alla Chiesa di San Giorgio al Velabro, edificata già nel VI secolo d.C. 

Il luogo è tristemente noto alle cronache cittadine perché nell’estate del 1993 fu oggetto di un attentato. Un’esplosione dovuta ad un’autobomba parcheggiata nei pressi, causò drammatiche distruzioni alla chiesa, che fu però interamente ricostruita, riportandola al suo antico splendore.

 Una piccola e circoscritta area di Roma certo, ma che da sola è in grado di rivelare l’intera storia della città!

 L’Asino d’Oro Associazione Culturale

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