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mercoledì 15 maggio 2019

Bubastist, l’antica città egiziana dei gatti divini


I gatti sono animali meravigliosi e hanno anche una dea che abita in un’antica città, Bubastis, a sud-est della moderna Zagazig. 

Almeno questo era quello che pensavamo gli antichi egizi e che ora gli archeologi stanno riscoprendo: basta andare in Egitto per adorare Bastet, la dea gatta.




Incredibile ma vero, non solo i gatti erano venerati come divinità, ma avevano anche una dea di riferimento con tanto di città apposta per lei. 
Il suo culto, però, non è iniziato per via delle fusa feline: sembianze di gatto furono infatti attribuite nei secoli a Bast, originariamente la dea della guerra nel Basso Egitto che solo dopo, quindi, assunse caratteristiche miti e protettive.


Negli anni successivi, gli antichi egizi iniziarono a fabbricare mummie di gatto in onore di Bastet, e Bubastis, la città del Delta che era il cuore del culto di questa dea, ne divenne il centro di eccellenza.
 Diverse mummie, tra l’altro, sono state trovate in oggetti collocati in bare rettangolari a forma di gatto, o avvolti in lino e dipinti per assomigliare a un gatto.
 Gli archeologi oggi sostengono che questi “contenitori” fossero fatti per ingraziarsi la dea.


Come spiega il National Geographic “A sud-est della moderna città egiziana di Zagazig si trovano le rovine di granito rosso di una città sacra ai seguaci della dea felina Bastet, che venne adorata per migliaia di anni nell’antico Egitto e la sua popolarità raggiunse il culmine durante la 22-esima dinastia, quando i faraoni costruirono per lei un magnifico tempio in città, poi chiamato Per-Bast”.


 Città antica ma non leggendaria. 
Citata anche nella Bibbia, a volte con il suo nome ebraico di Pi-beseth, e nelle opere di Erodoto, storico greco del V secolo a.C., 

Bubastis anche grazie a Bastet divenne nell’antichità un centro commerciale oltre che di culto. Ed è tutto ormai dimostrato dai ritrovamenti che si susseguono nel corso delle ricerche.


I gatti erano venerati per motivi molto “pratici”. Si cibavano infatti di animali come i topi, li cacciavano con dedizione e tenacia.
 E per gli antichi questo era un segno divino. 
Tanto da costruire per loro statue e mummie, riempendo di tesori i luoghi di culto: coppe e bracciali in oro sono state rivenute nei decenni passati e costituiscono un valore enorme.


Oggi non costruiamo templi e non accumuliamo ori per adorarli, ma possiamo (e dobbiamo) comunque amarli (e magari visitare i loro antichi templi in Egitto, perché no). 


 Roberta De Carolis

martedì 14 maggio 2019

La cittadella fortificata di Milazzo: storia , leggende e curiosità


Se è forse normale che nei luoghi dove le dominazioni e le stratificazioni storiche si susseguono l'una dopo l'altra, abbondino anche leggende e misteri, è vero anche che Milazzo raccoglie racconti sepolti in epoche lontane e gesta di eroi recenti.
 Una città che sa cosa vuol dire legarsi alle proprie tradizioni, rispettarle e tramandarle negli anni per farsi custode di un'identità precisa.


La città fortificata di Milazzo, comunemente nota come 'il Castello', sorge sui luoghi dei primitivi insediamenti greci, romani, bizantini, musulmani, ma i primi documenti risalgono al periodo normanno (XI-XII sec.) quando viene edificato il Mastio. 

Federico II di Svevia Hohenstaufen (XIII sec.) grazie all'ingegno di Riccardo da Lentini, amplia la fortificazione attorno al Mastio. Dopo un breve periodo sotto la dominazione Angioina, subentrano gli Aragonesi; sotto Alfonso il Magnanimo il castello viene ristrutturato e alla fine del '400 per volontà di Ferdinando il Cattolico, viene costruita la 'Cinta aragonese', che ingloba la struttura federiciana. 

Si ritiene che nei primi decenni del 1500 inizino i lavori per la costruzione della 'Cinta spagnola', struttura che include il vecchio abitato medievale che in quest'area si era sviluppato nel corso dei secoli e che è in parte visibile negli scavi all'interno. 

Tra il '600 e il '700, qui erano presenti vari edifici civili come il Palazzo dei Giurati situato di fronte al Duomo Vecchio. 

Nel 1860 dopo la conquista di Garibaldi, l'esercito borbonico abbandona il presidio che aveva nel castello.
 Dal 1880 al 1959 la struttura viene adibita a carcere. 

Dopo un lungo periodo di abbandono e incuria, tra il 1991 e il 2002, e tra il 2008 e il 2010, il complesso è stato oggetto di due importanti restauri. 


 Tra le leggende più antiche c'è quella che risale al secondo poema epico di Omero, l'Odissea. 
Sembra, infatti, che i racconti omerici, che parlano di Polifemo e della cattura di Ulisse dopo il nubifragio, collochino la grotta del ciclope proprio a Milazzo: Polifemo governava gli armenti del dio Sole nella terra detta Chersoneso d'oro, Aurea Chersonesus, cantata dai greci come terra bella, fertile e dal clima ideale. 

Poco importa che gli studiosi siano meno convinti, e che questa terra dei Ciclopi sia a volte collocata vicino ad Aci Trezza, altre volte presso le isole Egadi, altre ancora sulle rovine della città antica di Erice, il fatto è che a Milazzo, sotto la Rocca e il Castello, c'è una spelonca veramente grande tanto da ospitare un gigante come Polifemo, tanto da essere stata sede di un locale famoso negli anni Settanta e tanto da essere ora abbandonata e non visitabile.


Se il fantasma di Polifemo ancora stenta a mostrarsi, sembra che quello del Castello compaia nelle "serate buie e tempestose". 

Si tramanda che una ragazza dovesse prendere i voti, ma si fosse innamorata di un soldato. 
Venne scoperta insieme all'amato e costretta a entrare in un convento di clausura, ma questo non bastò a fermare il loro amore. L'epilogo di questa storia non poteva che essere tragico: gli amanti furono sorpresi insieme anche dopo la clausura, la ragazza subì una punizione infernale, poiché venne murata viva all'interno del Monastero.
 Tuttavia dei suoi resti non si ebbe notizia fino al 1928 quando venne ritrovato un cadavere da alcuni detenuti (il castello è stato anche un carcere per molti anni). 
Analizzato, si scoprì che non era il cadavere di una donna, ma quello di un soldato disertore irlandese. 

E se il fantasma di questa giovane donna si aggirasse ancora per farci scoprire dove si trovano le sue spoglie?


C'è qualcuno o "qualcosa" che da anni scruta l'orizzonte verso Oriente.

 Lungo le mura medievali si stagliano due occhi realizzati in pietra lavica: alcuni invece riconoscono uno scarabeo con le sue ali e le sue antenne.
 La simpatica decorazione è davvero singolare poiché ad oggi non si conosce la sua funzione. 

Alcuni lo vedono come una sentinella, altri come semplice decorazione, altri come simbolo di rinascita o di imbattibilità.

 Negli ultimi anni qualche studioso milazzese ha pensato di legare le ali dello scarabeo a dei quadranti solari e ne sta osservando e registrando "il comportamento" rispetto alla luce solare. 

Vedremo dove porterà quest'affascinante interpretazione, intanto continuiamo a fantasticare. 

 Fonte: travel.fanpage
            etnaportal.it

lunedì 13 maggio 2019

Splendidi sarcofagi egizi antichi trovati in un cimitero di 4.500 anni


Una serie di sepolture è stata scoperta nel cimitero, che fu costruito per la prima volta durante la V dinastia del Vecchio Regno tra il 2465 e il 2323 a.C., secondo un annuncio del Supremo Consiglio delle Antichità d’Egitto. 

Sebbene il cimitero iniziò ad essere utilizzato in quell’epoca, fu spesso oggetto di sepolture durante il Periodo Tardo (664-332 AC). Una delle tombe del Vecchio Regno apparteneva a una persona chiamata Behnui-Ka, che aveva il titolo piuttosto particolare di “Il prete, il giudice, il purificatore dei re, (Khafre, Userkaf e Niuserre) il sacerdote della dea Maat, e il maggiore giuridico nella corte. “Un’altra tomba conteneva i resti di una persona conosciuta come Nwi Who, che aveva l’altrettanto impressionante titolo di” capo del grande stato; il sovrintendente dei nuovi insediamenti e il purificatore del re Khafre. ” La figura” Khafre “a cui si riferiscono è un antico faraone egiziano della IV dinastia durante l’Antico Regno che ordinò la costruzione della seconda più grande piramide di Giza.




Accanto alle sepolture, gli archeologi hanno anche portato alla luce una serie di reperti , il più impressionante dei quali è una bella statua in calcare del proprietario della tomba, sua moglie e suo figlio.

 Le sepolture del periodo più tardo non erano altrettanto elaborate, ma erano probabilmente più abbaglianti. 
Lo scavo nel sito rivelò la presenza di numerosi sarcofagi in legno decorati con pitture colorate che sorprendentemente vibravano anche dopo tutti questi secoli.













Nonostante tutti questi grandiosi titoli e sontuose sepolture, la posizione del sito è vicina alle tombe dei lavoratori . 

In questa parte del complesso, è possibile trovare i resti di dozzine di muratori, artigiani, falegnami e altri operai specializzati che hanno contribuito a costruire le piramidi. 


Il ministero delle antichità egiziano ha osservato che la scoperta non solo ha “valore scientifico e archeologico, ma è una buona promozione per l’Egitto”. 
La ricca storia della zona è una componente chiave del turismo egiziano, una delle principali fonti di reddito per il paese, che a subito l’influenza di rivoluzioni fallite, una serie di disastri aerei, e la continua instabilità politica nella regione, con anche l’industria che ha sofferto molto e viste queste difficoltà, il governo si sta impegnando molto per promuovere le recenti scoperte archeologiche. 

Tratto da www.iflscience.com

giovedì 9 maggio 2019

La Domus Aurea svela un nuovo tesoro: dopo duemila anni riemerge la Sala della Sfinge


Pantere, centauri rampanti, persino una sfinge che svetta muta e solitaria. 

Sontuosa ed interamente decorata, torna alla luce, dopo duemila anni a Roma, una nuova sala della Domus Aurea neroniana. Scoperta eccezionale nella quale i tecnici si sono imbattuti mentre intervenivano per restaurare la volta di un ambiente contiguo. 


 La scoperta, raccontano archeologi e restauratori, risale agli ultimi mesi del 2018, grazie ad un ponteggio montato per restaurare la volta della sala 72 della Domus Aurea, una delle 150 attualmente note dell'immensa dimora diffusa che l'imperatore si fece costruire nel 64 d.C. dopo il grande incendio che aveva devastato Roma, con superbi padiglioni che si susseguivano senza soluzione di continuità, sul modello delle regge tolemaiche, da un colle all'altro della capitale dell'impero romano. 

 "Ci siamo imbattuti in una grande apertura posta proprio all'imposta nord della copertura della stanza", scrive nella sua relazione Alessandro D'Alessio, il funzionario responsabile della Domus Aurea.
 Le lampade che i tecnici avevano a portata di mano per illuminare i ponteggi hanno fatto il resto: "rischiarata dalle luci artificiali è apparsa d'un tratto l'intera volta a botte di una sala adiacente completamente affrescata".
 Un tesoro che si è scelto di mettere subito in salvo, spiega ancora il tecnico, con un intervento che si è concluso agli inizi di quest'anno.










Peccato che una larga parte della nuova sala, che ha la pianta rettangolare ed è chiusa da una volta a botte anch'essa fittamente decorata, sia ancora interrata, sepolta sotto quintali di terra su ordine degli architetti di Traiano (che proprio qui, sopra la reggia dell'odiato Nerone, fece costruire un complesso termale) e in qualche modo destinata a rimanere tale, dal momento che per ragioni di stabilità dell'intero complesso archeologico non è prevista, almeno per il momento, la rimozione della terra.


 Quello che emerge racconta però già molto di questa grande stanza, che anche ai tempi di Nerone doveva essere non molto illuminata e che per questo si decise di decorare con un fondo bianco sul quale risaltano eleganti figurine suddivise in riquadri bordati di rosso o di giallo oro.
 In un quadrato il dio Pan, in un altro un personaggio armato di spada, faretra e scudo che combatte con una pantera, in un altro la piccola sfinge, che svetta su un piedistallo. 
E poi creature acquatiche stilizzate, reali o fantastiche, accenni di architetture come andava all'epoca, ghirlande vegetali e rami con delicate foglioline verdi, gialle, rosse, festoni di fiori e frutta, uccellini in posa.


 Proprio questo tipo di decorazione, che si ritrova anche nella Domus di Colle Oppio e in altre sale e ambienti della Reggia neroniana come il Criptoportico 92, porta gli esperti ad attribuire la Sala della Sfinge alla cosiddetta Bottega A, operante tra il 65 ed il 68 d.C. 

 Fonte: roma.repubblica.it

mercoledì 8 maggio 2019

Olio di Rosa Damascena: i mille usi della Rosa di Bulgaria


La Rosa in Bulgaria ha origini molto antiche. 
Si ha notizie dei primi impianti per distillare l’essenza di rose a partire dal 1664.

 Piantagioni di rose sono nate a Kazanlak.
 In seguito sono state estese anche tra le catene montuose di Stara Planina e Sredna Gora. Quest’area assunse il nome di Valle delle rose.






A favorire la coltivazione ci sono clima e suolo ideali, insieme a condizioni atmosferiche ottimali, inoltre i primi giardinieri selezionatori trasformarono la specie importata nell’attuale e nota Rosa di Kazanlak.

 E’ da essa che si estrae l’essenza di rose bulgara alla base di tutti i profumi di qualità.
 Le più famose aziende cosmetiche del Mondo usano l’essenza di rose bulgara.


L’olio essenziale di rosa damascena è estratto mediante la distillazione a vapore delle rose fresche.

 E’ una procedura laboriosa e meticolosa.
 Bisogna infatti raccogliere i fiori prima dell’alba.
 Inoltre vanno distillati nell’arco della stessa giornata.

 Sono necessarie ben quattro tonnellate di petali di rosa per ottenere un chilo di olio essenziale di olio di rosa Damascena. 

 Al prezioso olio vengono attribuite delle proprietà antisettiche e antispastiche, antidepressive, antiflogistiche. 
Inoltra vanta caratteristiche afrodisiache, astringenti, antivirali, battericide, cicatrizzanti e depurative. 

 L’olio essenziale è estratto dalla distillazione a vapore della rosa Damascena fresca.
 Questa varietà è molto apprezzata anche per la sua forte fragranza e l’alto contenuto di oli aromatici. 
L’aroma sprigionato dall’olio essenziale di rosa damascena è elegante, delicato, ipnotico ed inebriante. 
E’ in effetti una fragranza piuttosto sensuale che genera sensazioni di dolcezza e di felicità.

 L’olio di rosa damascena è impiegato nella cura della pelle. E’ usato oltre che in medicina, anche in aromaterapia e nella produzione di profumi.

 Per via dell’articolata composizione è un olio essenziale piuttosto prezioso. 
Contiene minerali, vitamine, antiossidanti e aminoacidi.
 L’olio dona lucentezza alla pelle.


Questo olio sviluppa un’attività antibatterica piuttosto intensa. 
E’ un olio essenziale con proprietà emollienti, lenitive ed idratanti. Riduce infatti l’infiammazione e migliora sensibilmente la grana della pelle.
 E’ molto valido anche nel trattare la pelle matura.

 Grazie alle proprietà antinfiammatorie viene sfruttato per trattare acne, infiammazione e anche per ridurre il rossore della pelle. Trova impiego inoltre nel trattamento della psoriasi e nelle dermatiti.
 Non solo. 
Le persone che ne fanno uso sono più rilassate. 
Ha in effetti effetto sullo stress riducendolo sensibilmente.
 E’un olio piuttosto usato in aromaterapia. 

 Questo olio essenziale ha proprietà antivirali e antibatteriche. In particolare per lo stomaco, il colon e il tratto urinario. 
Inoltre viene usato in presenza di infezioni batteriche oculari. Vanta proprietà antispasmodiche e di bilanciamento ormonale. 
E’ anche un afrodisiaco molto potente. 

Di norma non è irritante e non sensibilizzante. 
E’ sconsigliato l’impiego solo durante la gravidanza. 


Fonte: laprimapagina.it

martedì 7 maggio 2019

In Turchia c’è una montagna che “sputa fuoco” ininterrottamente da duemila anni


Una fiamma eterna sfarfalla nel Parco nazionale dell'Olympos Beydaglari di Antalya, in Turchia. 
Qui si trova una montagna in grado di «sprigionare» fuoco: le fiamme escono dalle fenditure nella roccia e sono alimentate da una misteriosa emissione di metano dai meandri della Terra.


Le montagne non dovrebbero «sputare fuoco». 
Ma nonostante questo, questo massiccio turco emette costantemente da almeno duemila anni le Chimaera seep, le fiamme Chimera. 

A spiegare, almeno in parte, questo fenomeno, è ora uno studio pubblicato sulla rivista Applied Geochemistry condotto dal ricercatore italiano Giuseppe Etiope insieme al collega canadese Michael J. Whiticar, che documenta come queste fiamme perpetue vengano alimentate da una «infiltrazione sotterranea di metano», ma non dello stesso tipo prodotto dalla decomposizione della materia organica.
 Si tratta infatti in un «metano abiotico, prodotto spontaneamente dalle reazioni chimiche tra rocce e acqua» direttamente nel sottosuolo.


Non si tratta di un fenomeno raro: la montagna turca non è l'unica a custodire questa fonte illimitata di metano inorganico. 

Tuttavia rimane misterioso: nello studio, Etiope elenca le varie ipotesi che possono spiegare la produzione di metano senza alcun elemento organico coinvolto, dal raffreddamento del magma, ai meteoriti primordiali, sino al processo di serpentinizzazione che si verifica quando l'acqua filtra attraverso alcuni tipi di minerali nel mantello terrestre, causando una reazione metamorfica.


Qualunque sia il perché, rimane l'incredibile fascino di questo fenomeno che si può osservare nel parco nazionale turco che si estende lungo i litorali delle antiche regioni della Panfilia e della Licia. 

La montagna più alta del parco è il Tahtali Dagi l'Olimpo Licio, e il giacimento di gas perennemente in fiamme di Yanartas si trova proprio ai piedi di questa montagna. 


 Fonte: lastampa.it

lunedì 6 maggio 2019

Leonardo aveva la mano destra paralizzata da una lesione nervosa


A paralizzare la mano destra di Leonardo da Vinci è stata una lesione nervosa, non un ictus come si è creduto finora.

 Lo indica lo studio italiano pubblicato sul Journal of the Royal Society of Medicine e condotto da Davide Lazzeri, chirurgo plastico della Clinica Villa Salaria di Roma, da tempo impegnato nello studio della medicina nell’arte, e dal neurologo Carlo Rossi. 


La diagnosi di ictus risale a circa dieci anni fa, sulla base dell’analisi del ritratto di un busto di marmo che rappresentava Leonardo anziano, con la mano destra sostenuta da una fasciatura e le dita con una posizione insolita. 
Del busto non si hanno notizie, mentre il disegno è attribuito a un artista lombardo del XVI secolo, Giovan Ambrogio Figino, ed è conservato, ma non esposto, nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
 

Lo stesso disegno è stato adesso analizzato da Lazzeri e Rossi, che si sono soffermati sul particolare della mano fasciata e sulla posizione delle dita.

 “Piuttosto che il ritratto di una tipica mano deformata dalla spasticità muscolare successiva a un ictus ischemico, la diagnosi alternativa di paralisi del nervo ulnare sembra essere più verosimile”, rilevano i due studiosi.
 A causare la paralisi della mano destra di Leonardo, osserva Lazzeri, sarebbe quindi stato un trauma del braccio destro che ha portato alla paralisi del nervo ulnare, ossia del nervo che dalla spalla arriva alla mano e che gestisce i muscoli che controllano alcuni movimenti della mano.


A sostenere questa ipotesi, secondo lo studioso, è il fatto che “l’infermità alla mano destra non era associata a deterioramento cognitivo o ad altre disturbi motori”, tanto che anche dopo la paralisi Leonardo ha continuato a insegnare e a disegnare con la mano sinistra. 

Se da un lato Leonardo non perse mai la capacità di disegnare con la mano sinistra, i due studiosi rilevano che la paralisi della mano destra potrebbe avergli impedito di tenere in mano un pennello per ritoccare o concludere importanti dipinti che aveva portato con sé in Francia negli ultimi anni della sua vita, come Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino, un San Giovanni Battista giovane e due ritratti, uno dei quali è la Gioconda. 

 Fonte originale: www.ansa.it

Ritrovato a Istanbul il battistero perduto degli imperatori bizantini


Quello che potrebbe essere il battistero perduto degli imperatori è stato ritrovato in quella che è stata la più grande cattedrale del mondo antico: Hagia Sophia, la basilica di Santa Sofia di Istanbul.


Gli archeologi credono di aver scoperto il luogo cerimoniale dove gli imperatori avrebbero battezzato i loro figli più di 1400 anni fa. Gli scavi sono iniziati nel 2004 e hanno portato alla luce in questi anni una serie di edifici precedentemente sconosciuti ubicati tutt'intorno alla basilica.
 Resti in cui gli esperti hanno ricostruito l'aspetto del palazzo patriarcale della cattedrale e hanno anche identificato il luogo dove un tempo gli imperatori si sedevano durante le cerimonie.


I risultati della ricerca di Ken Dark e Jan Kostenec sono stati pubblicati ora nel libro «Hagia Sophia in context: an archaeological reexamination of the Cathedral of byzantine Constantinople», in cui si analizza la storia della grande chiesa di Hagia Sophia fatta costruire da Giustiniano I e completata nel 537.

 Nel 1453 l'impero ottomano conquistò Costantinopoli - oggi Istanbul - e trasformò la cattedrale in una moschea.
 Ma oggi la basilica di Santa Sofia è un museo, ristrutturato grazie ai finanziamenti del World Monuments Fund.


«Il nostro lavoro sul campo, svolto tra il 2004 e il 2018 nell'area che circonda le fondamenta della chiesa del sesto secolo, ha riportato alla luce nuove strutture bizantine a Nord, Ovest e Sud», raccontano Dark e Kostenec.

 Strutture che includono un'antica biblioteca che avrebbe potuto contenere migliaia di pergamene, mosaici, affreschi, sculture e un grande vestibolo che faceva parte della chiesa giustinianea» che ha preceduto di duecento anni l'attuale Hagia Sophia.


Una scoperta «così grande» e «senza precedenti negli ultimi decenni», che «altera in modo significativo il piano conosciuto di quell'edificio così famoso in tutto il mondo». 

E fra le tante particolarità, i ricercatori hanno identificato «il punto esatto, a forma di disco, in porfido, dove l'imperatore si fermava per assistere alle cerimonie religiose» e «resti di lastre di marmo bianco, che suggeriscono come l'esterno della basilica avesse un aspetto straordinariamente diverso da quello che conosciamo».

 Fonte: ilsecoloxix.it

venerdì 3 maggio 2019

Sta per aprire il ponte pedonale sospeso più lungo del Nord America


Nel Tennessee il prossimo 17 maggio aprirà al pubblico il ponte pedonale più lungo dell’America del Nord, il Gatlinburg SkyBridge, poco più di 200 metri di lunghezza per 45 metri di altezza tra le spettacolari cime delle Smoky Mountains. 

 Un ponte completamente pedonale – sospeso a picco nel vuoto – e un’esperienza nella natura assolutamente da non perdere, non fosse altro che la parte centrale è fatta con pannelli di vetro che permettono di vedere di sotto per un brivido davvero unico.


Lo SkyBridge fa parte dello Skylift Park, che dispone di una seggiovia che arriva alla cima del Crockett Mountain.

 Con l’apertura del ponte, sarà a disposizione anche un ascensore che porterà i visitatori in alto per poi attraversare la passeggiata sul vuoto e godersi il panorama senza alcun limite di tempo.


Dopo l’EuropaBrueche o Ponte Charles Kuonen, il ponte pedonale sospeso più lungo al mondo che si trova in Svizzera, quello cinese, il ‘ponte per cuori coraggiosi’, all’interno del parco naturale dello Hunan, e il Kelowna Mountain in Canada, anche il Gatlinburg SkyBridge promette di regalare emozioni davvero uniche.



Germana Carillo

giovedì 2 maggio 2019

Il misterioso bosco degli alberi contorti


C'è chi dice che siano diventati così all'improvviso, per colpa di un fulmine o di un incontro del terzo tipo.
 C'è pure chi viene colto da malessere e vertigini camminandoci vicino e chi giura che tutti gli animali selvatici ci stanno bene alla larga. 

Qualunque sia il mistero che nasconde, in Canada c'è un boschetto di pioppi molto particolare. 
Mentre tutti gli altri alberi di Hafford crescono normalmente, in un punto preciso della campagna canadese alcuni pioppi presentano degli insoliti rami contorti.
 E nessuno sa il perché.

 Siamo nel Saskatchewan e questo mistero botanico scoperto negli Anni 40 ora diventato una attrazione turistica. 
Il Crooked Bush è infatti entrato a far parte delle «54 meraviglie del Canada» e accoglie fino a cinquemila visitatori ogni giorni, tutti incuriositi dalla particolarità di questi alberi che presentano una «mutazione genetica» che li fa crescere storti.


I rami di questi pioppi atipici non crescono verso il cielo ma ad un certo punto si contorcono, dirigendosi orizzontalmente a spirale o addirittura verso terra, conferendo a questo boschetto un aspetto spettrale. 
Una caratteristica che si nota ancor di più dato che questo bosco contorno di trova concentrato fra altri normalissimi pioppi che non presentano questa mutazione.




Questa zona oggi è considerata un tesoro naturale.
 Anche se si trovano su un terreno privato si possono tranquillamente raggiungere a piedi.
 E per evitare di danneggiarli, è stato creato anche una apposita passerella in legno da cui godersi appieno lo spettacolo senza compromettere la loro unicità.



Fonte: lastampa.it
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