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martedì 26 marzo 2019

Villa Gravina di Palagonia: il mistero della “Villa dei Mostri” siciliana


A Bagheria, in Sicilia, esiste un luogo antico e misterioso.
 Siamo in quella che è da molti considerata la più originale ed enigmatica delle dimore: “Villa Gravina di Palagonia” ma tutti la conoscono come la “villa dei mostri”. 

Nata dalla scintilla di un moto creativo originale e profondo, la dimora che Salvador Dalì desiderava per i suoi periodi di villeggiatura in Sicilia sembra celare una metafora in divenire nel grembo di ogni sua particella.
 Qui, un viale silenzioso solletica la curiosità del passante invitandolo a procedere sotto lo sguardo attento di una solenne legione di statue dalle fattezze inconsuete e deformi. 
 Sono figure fantastiche, rappresentazioni antropomorfe, busti di uomini dal volto animalesco, musicisti caprini, nani barbuti, serpenti a più teste, rappresentazioni di dame e cavalieri, gnomi e molto altro ancora.






Sono loro i famosi “mostri” di villa Palagonia: i silenti osservatori posti a guardia dell’uomo, le terribili statue che a lungo hanno alimentato le fantasie su un’aura malevola infestante gli spazi di questo luogo.

 Realizzata nel 1715 per volere di Don Ferdinando Francesco Gravina Cruyllas Bonanni, V principe di Palagonia (su progetto dell’architetto del Senato di Palermo e “ingegnere militare” Tommaso Maria Napoli con la prestigiosa collaborazione dell’architetto Agatino Daidone), la villa deve la sua fama al nipote di quest’ultimo: il VII principe di Palagonia, Francesco Ferdinando Gravina e Alliata, (figlio di Ignazio Sebastiano Gravina e Lucchese).

 Se alcuni hanno definito Francesco Ferdinando II un innovatore, un precursore dell’arte surrealista, altri ne hanno invece insinuato la follia, valutando con stupefatto clamore la fortuna da egli spesa nel rifacimento della villa del nonno.


 Si diceva che fosse solito celarsi curioso dietro uno specchio per osservare e ascoltare i suoi ospiti. 
 Di lui Johann Wolfgang von Goethe disse: “Pettinato e intalcato, il cappello sottobraccio, vestito di seta, la spada al fianco, calzato elegantemente con scarpine ornate da borchie e pietre preziose. Così il vecchio incedeva con passo solenne e tranquillo; tutti gli occhi erano appuntati su di lui“. 


 Sotto la sua amministrazione, vennero realizzati i corpi bassi che circoscrivono la struttura, (destinati all’uso della servitù), ma fu soprattutto lui ad ideare la famosa corte di mostruose figure in pietra arenaria poste a cornice delle sue mura; da cui l’appellativo di “Villa dei Mostri”.




Ma perché una tale opera?
 Forse per la fisicità sgraziata del proprietario? 

 A parer di molti sarebbe stata questa la ragione della commissione della schiera di strane opere, quasi nel tentativo di esorcizzare un’apparenza turpe e disarmonica. 

 Nonostante le molte supposizioni, si dice che il principe possedesse un animo buono e una saggezza fine e preziosa (in realtà egli ricoprì anche cariche politiche prestigiose, essendo inoltre noto ed apprezzato per la sua grande generosità).


Famosa in tutta Europa per la singolarità delle sue forme, questa villa settecentesca ha ispirato fin dai primi albori l’interesse e la curiosa attenzione dei personaggi più illustri del mondo dell’arte e della cultura.
 Tutti gli ambienti erano dapprima votati a un’eleganza sopraffina e copiosa, ma pur sempre declinata nelle tinte di un’ispirazione bizzarra e singolare, e se per alcuni essa fu scrigno di un’arte selvaggia ed enigmatica, per altri come Goethe, l’impressione fu ben diversa.
 Per essa egli coniò il temine di stile “pallagonico”, a rappresentanza della stravaganza sibillina e grottesca che permeava ogni elemento della sua composizione.


 La particolarità di questo sito non si esaurisce nelle sue creature in pietra.
 Per dar sapientemente voce all’estro del singolare principe, una moltitudine copiosa di maestranze locali venne impiegata anche in quell’alternanza di interni ed esterni trapunti di elementi decorativi dallo stile altisonante e stravagante. 
 Tra questi, spicca per la sua sonora bellezza lo scalone a doppia rampa in prezioso marmo di Billiemi su cui troneggia il fastoso stemma principesco della famiglia Gravina. 

Al piano superiore si accede tramite un vano ellittico ove è possibile ammirare magnifici affreschi dedicati alle fatiche di Ercole; commissionati da Salvatore Gravina (fratellastro di Francesco Ferdinando II) in omaggio allo stile in voga a fine ‘700.


Ma soprattutto, a far parlare di sé è la “Galleria o Sala degli specchi” sul cui ingresso permane gloriosa la scritta “Specchiati in quei cristalli e nell’istessa magnificenza singolar, contempla di fralezza mortal l’imago espressa”. 


 Luogo che non contempla pari al mondo, qui un’installazione di specchi su cui vennero dipinti tratti di cielo e fantastici uccelli permetteva un gioco di riflessi ed ombre capace di enfatizzare, deformare e moltiplicare le immagini in ingresso; nella gloriosa e simbolica rappresentazione della vita e della morte allorquando la persona e il suo riflesso si avvicinavano o al contrario allontanavano dalla stanza; ciò affinché chiunque potesse cogliere nel proprio riflesso il senso della vanità e fragilità dell’uomo.


Oggi, larga parte del verde che circondava il sito è stato sacrificato nella spasmodica febbre edilizia che ha inglobato il suo imminente circondario.
 Così, delle duecento statue che facevano da corteccia al maestoso viale, su cui era solito arrampicarsi nei tempi dell’infanzia lo stesso Renato Guttuso, ne restano solo sessantadue.

 Per quella che il pittore definì “il luogo dei miei giochi da bambino”, egli realizzò inoltre ben tre opere: Il ratto – Villa Palagonia, Il portone murato e Spes contra Spem.


Acquistata da privati, la dimora su cui si dice alberghi ancora l’ombra del suo visionario principe è oggi parzialmente aperta al pubblico, e ogni piccolo contributo d’ingresso viene devoluto al costante mantenimento di una struttura tanto maestosa e misteriosa su cui pesano ormai 300 anni di vita. 

 E forse ciò che colpisce infine di più della villa stessa è il mistero del suo principe. 
Un mistero magistralmente racchiuso in piccoli dettagli, come in una chiesetta privata attigua l’abitazione. 
Qui un crocifisso su cui venne posta la miniatura di un uomo in ginocchio dalle fattezze simili il principe appare immerso in una preghiera di perdono a Dio per la società del suo tempo, per quella perdizione al lusso e all’apparenza a scapito dei valori.

 E sempre qui ecco ancora una peculiare statua.
 Essa rappresenta una donna bellissima ed elegante, su cui appaiono eppure degli inattesi e orribili vermi (simili a quelli post-mortem); un’altra metafora che mostra come il principe credesse fermamente che tutti, nonostante l’apparenza o lo stato sociale, siamo accomunati dallo stesso finale ed eguale destino.


 Fonte: vanillamagazine.it

lunedì 25 marzo 2019

Il lago Michigan si è trasformato un'incredibile distesa di ghiaccio appuntito


Uno spettacolo pungente.
 L'arrivo della primavera ha trasformato il lago Michigan in una distesa di appuntiti e lucenti frammenti di ghiaccio.
 Un incredibile fenomeno, visibile lungo il molo di South Haven, alla foce del fiume Black.


 Il lago Michigan è un lago di origine glaciale, uno dei cinque Grandi Laghi dell'America del Nord.
 Con i suoi 500 chilometri di lunghezza per 190 di larghezza, è il più grande specchio d'acqua interamente compreso nel territorio degli States e si stima che contenga un volume d'acqua pari a circa 4900 chilometri cubi.


 Le rigide temperature invernali hanno trasformato il lago Michigan in una tundra ghiacciata.
 Ma ora, con il riscaldamento graduale dell'acqua, il ghiaccio si sta spaccando in tanti pezzetti, creando un surreale spettacolo lungo le sue coste. 
E mentre il lago ghiacciato si scioglie, le onde sospingono i pezzi di ghiaccio rotto l'uno contro l'altro, creando una distesa di spuntoni scintillanti e incredibili motivi galleggianti.




A causa di un vortice polare, a gennaio il 56% del lago era completamente congelato: il freddo è stato più intenso dello scorso anno e questo sta contribuendo a creare questo affascinante fenomeno. 

Anche nelle zone in cui i banchi di ghiaccio non si sono ancora rotti, le lastre non sono abbastanza robuste per essere calpestate, quindi la Guardia Costiera ha dovuto diramare una allerta, chiedendo a tutti di non entrare in alcun modo nel lago, accontentandosi di scattare foto da riva.


 Fonte: lastampa.it

venerdì 22 marzo 2019

I resti di un naufragio sul Nilo potrebbero essere la prima prova che Erodoto non mentiva sulle barche egiziane


Una nave affondata trovata nel fiume Nilo, rimasta sul fondo indisturbata per oltre 2.500 anni, sta ora finalmente rivelando i suoi segreti. 
Gli scienziati pensano che la struttura di questa nave sia del tipo della cui esistenza si è dibattuto per secoli.


 Nel frammento 2.96 delle Storie di Erodoto, pubblicato intorno al 450 aC, lo storico dell’antica Grecia, che stava scrivendo del suo viaggio in Egitto, descrive un tipo di nave da carico del Nilo chiamata Baris.
 Secondo la sua interpretazione, sarebbe stata costruita come con dei mattoni, rivestiti di papiro e con un timone che passava attraverso un foro nella chiglia.

 Questo sistema di guida era stato visto in rappresentazioni e altri modelli nel periodo faraonico, ma fino ad ora non avevamo prove archeologiche certe della sua esistenza.


L’attenzione si è concentrata sulla nave 17, ritrovata nella città portuale ormai affondata di Thonis-Heracleion, vicino alla foce canopica del Nilo, datata al periodo tardo, 664-332 aC. 

Qui, i ricercatori hanno esplorato oltre 70 relitti, scoprendo innumerevoli artefatti che rivelano straordinari dettagli sull’antico centro commerciale e sulla sua cultura. 

Sebbene sia rimasta in acqua per almeno 2000 anni, la conservazione della nave 17 è stata eccezionale. 
Gli archeologi sono riusciti a scoprire il 70 per cento dello scafo. “E’ Quando abbiamo scoperto questo relitto che abbiamo realizzato che Erodoto aveva ragione”, ha detto a The Guardian l’ archeologo Damian Robinson del Centro di Oxford per l’archeologia marittima . La nave mostra, infatti, diversi elementi annotati da Erodoto. 
 “Le giunture del fasciame della nave 17 sono scaglionate in modo tale da conferire l’aspetto di ‘strisce di mattoni’, come descritto da Erodoto”, ha scritto l’archeologo Alexander Belov del Centro per gli studi egittologici dell’Accademia delle scienze russa in un Documento nel 2013
 “Il fasciame della Nave 17 è assemblato trasversalmente da tenoni straordinariamente lunghi che possono raggiungere 1,99 m di lunghezza e che passano fino a 11 stecche: questi tenoni corrispondono alle” puntate lunghe e ravvicinate “nella narrativa di Erodoto … Erodoto menziona anche la chiglia dei baris e la nave 17 ha una chiglia che è due volte più spessa del tavolato e dei progetti all’interno dello scafo. 

“ Ci sono alcune incongruenze però in quanto la nave che Erodoto descrive aveva tenoni più corti, che agivano come costole che tenevano insieme le assi di acacia dello scafo; e il Baris di Erodoto non aveva telai di rinforzo, mentre invece la nave 17 ne aveva diversi. 
Ma entrambe le incongruenze possono essere spiegate in quanto, se la nave 17, è lunga circa 27 metri, è più grande del Baris di Erodoto. “Erodoto descrive le barche come con costole interne lunghe, nessuno sapeva davvero cosa significasse … Quella struttura non è mai stata vista archeologicamente prima”, ha detto Robinson . 
“Poi abbiamo scoperto la modalità di costruzione su questa particolare barca è assolutamente quella che ci ha tramandato Erodoto”.


E, naturalmente, c’è quello splendido timone, che è infilato attraverso due fori nella poppa. Posizionati uno di fronte all’altro, questi fori sembrano aver permesso una guida migliore a seconda che la nave sia stata a pieno carico o vuota. 

Secondo questi risultati dettagliati, i ricercatori ritengono che la nave 17 sia così vicina alla descrizione di Erodoto che potrebbe essere stata costruita nello stesso cantiere navale.

 L’esplorazione di Belov della costruzione della nave è stata pubblicata in una monografia del Centro di Oxford per l’archeologia marittima, Ship 17: un baris di Thonis-Heracleion



Fonte: www.sciencealert.com

giovedì 21 marzo 2019

La Damnatio Memoriae


Letteralmente condanna della memoria, la “Damnatio Memoriae” nel diritto latino consisteva nella cancellazione della memoria di una persona e nella distruzione totale di qualsiasi traccia potesse tramandarla ai posteri. 
Era una pena particolarmente dura, riservata a coloro che venivano considerati ostili o nemici agli interessi di Roma.

 La Damnatio Memoriae, cancellava ogni traccia dell’esistenza di queste persone, salvaguardando in tal modo l’onore della città, la pena risultava ancora più aspra se si pensa quanto valore attribuiva la società dell’epoca all’orgoglio di essere cittadino romano. 
La scarsità di fonti storiche, specialmente in epoca più antica, favoriva in molte occasioni l’efficacia di questa punizione.


 A Roma questa pena veniva generalmente decisa e applicata dal Senato, e faceva parte di quelle sanzioni che potevano essere attribuite a personalità di spicco dell’Urbe.
 In primo luogo la Damnatio Memoriae prevedeva la “abolitio nominis”, ovvero la cancellazione del “praenomen” da tutte le iscrizioni, la distruzione di tutte le sue raffigurazioni, come pitture o statue, e il divieto di tramandare il suo “praenomen” in seno alla propria famiglia di appartenenza.


In alcune circostanze, dopo che il Senato approvava la sanzione, veniva eseguita la “rescissio actorum”, la rescissione degli atti, che consisteva nella completa distruzione di tutte le opere realizzate dal condannato nell’esercizio della propria carica, in quanto ritenuto un pessimo cittadino. 
Se tale sanzione veniva applicata qualora il condannato fosse ancora in vita, essa rappresentava una vera e propria morte civile. 

In età imperiale, tale punizione subì una degenerazione lenta ma inesorabile, che andò a colpire anche dopo la loro morte persino la memoria degli imperatori spodestati o uccisi.

 In questo caso la cancellazione delle effigi indesiderate poteva avvenire anche sulle monete già coniate e già in circolazione.

Vediamo ora alcuni tra i più illustri personaggi che nella storia di Roma subirono la “Damnatio Memoriae”. 
Tra gli imperatori, rigorosamente non in ordine cronologico, vale la pena ricordare Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo, Eliogabalo, Massenzio, Treboniano Gallo, Didio Giuliano, vi furono poi altri uomini e donne di spicco che subirono tale pena, come il braccio destro dell’imperatore Tiberio, Seiano, oppure la madre di Nerone, Agrippina, o ancora Geta, fratello di Caracalla che non esitò a farlo assassinare e a far si che se ne perdesse ogni traccia.


La pena si protrasse anche in epoca medievale, particolare è il caso di Papa Formoso (816 circa – Roma, 4 aprile 896). 

Egli di fatto subì un processo post mortem, conosciuto come il Sinodo del Cadavere, con l’accusa di sacrilegio e abuso di potere, il suo cadavere fu riesumato, vestito con abiti pontifici e posizionato sul trono della sala del concilio, dove il suo successore (anche se il vero successore di Papa Formoso fu Papa Bonifacio che guidò la chiesa per soli 15 giorni), Papa Stefano VI l’avrebbe processato.

 A rispondere alle domande poste venne nominato un diacono. 
Al termine di questa farsa, il defunto Papa venne riconosciuto colpevole, e dopo il taglio delle tre dita usate per impartire le benedizioni venne trascinato e gettato nelle acque del Tevere.



Fonte: romaeredidiunimpero

Africa, la misteriosa isola coperta di quarzo che gli scienziati non riescono a spiegarsi


L'isola di Anjouan si trova tra il Madagascar e la costa africana. Essa è composta di roccia ignea e vulcanica che proviene dalla crosta oceanica. 
Proprio per questa ragione gli esperti non riescono a spiegarsi il motivo per cui essa sia colma di quarzo, minerale che invece è tipico della crosta continentale.

 In parole povere, quel particolare genere di roccia non dovrebbe trovarsi lì.
 L'isola ne è letteralmente ricoperta, e c'è persino una montagna dell'atollo composta per metà di questo minerale.

 Ora una ricerca finanziata dalla National Geographic Society sta cercando di venire a capo del mistero.


Cornelia Class, un geochimico del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University e membro del team, ha commentato:
 "Non sembra che il quarzo possa essersi formato da solo in un'isola come quella".


L'isola di Anjouan è una delle isole Comore.
 Ospita oltre 300.000 persone e si è formata dai resti di un vulcano a scudo. 
Questo, vomitando lava sul fondo dell'oceano, pian piano ha fatto affiorare l'isola. 
Per questo la presenza di quarzo, di origine continentale, è difficile da spiegare. 

 Già nel 1900 alcuni geologi riferirono di aver trovato alcune rocce non vulcaniche su Anjouan.
 Negli anni '80, poi, una squadra francese documentò alcuni affioramenti sparsi di quarzite. 
Nel 1991 la stessa dottoressa Class ha visto alcuni pezzi del minerale mentre lavorava alla sua ricerca di dottorato.

 Ancor più sorprendente è il fatto che, quando Class, con i colleghi Steven Goldstein del Lamont-Doherty Earth Observatory e Christophe Hemond dell'Université de Bretagne Occidentale in Francia, andarono su Anjouan nel viaggio finanziato dal National Geographic (nel settembre dello scorso anno), trovarono molta più quarzite di quanto si aspettassero. 

 Class e il suo team stanno ora riunendo i loro dati per mappare tutta la quarzite e comprenderne le dimensioni reali.

 In questo momento, l'esistenza della roccia in quest'isola rimane però inspiegabile.
 Gli esperti suppongono che, in qualche modo, la quarzite continentale finì nel bacino oceanico e fu sollevata insieme alle rocce vulcaniche da circa 4.000 metri sul fondo del mare.

 Fonte: blastingnews.com

mercoledì 20 marzo 2019

La Porta dell'inferno: l'incredibile filmato di un drone


Un drone ha catturato un filmato incredibile del cratere in fiamme di Darvaza, nel mezzo del deserto del Karakum, in Turkmenistan, per questo chiamato "The Door to Hell". 

 È nota come la porta dell'inferno.
 E' un enorme cratere situato in Turkmenistan che brucia da oltre 40 anni. 

Nuove spettacolari immagini arrivano grazie a un drone.
 Il fotografo Alessandro Belgiojoso ha filmato dall'alto questo luogo suggestivo, nel deserto del Karakum.

 

 Non si tratta di un cratere naturale ma nacque negli anni '70 a seguito di trivellazioni.
 Il cratere di Darvaza è un'anomalia geologica che brucia costantemente al punto da essere diventata una vera e propria attrazione turistica.

 A trovarlo fu un gruppo di geologi russi nel 1971 quando il terreno sotto le loro attrezzature di perforazione crollò creando l'attuale voragine.

 I geologi erano alla ricerca di gas naturale e ne trovarono una quantità talmente elevata da essere addirittura pericolosa. 
I gas nocivi minacciavano di danneggiare i villaggi vicini. 

Si decide allora di farlo bruciare. 
Da allora il cratere è in fiamme e non mostra segni di arresto.
 Con un un diametro di circa 70 metri e una profondità di 30, è pieno di fuoco e fango bollente ed emette enormi fiamme arancioni.



Da oltre 40 anni, il luogo è meta di pellegrinaggio da parte di appassionati e fotografi di tutto il mondo. 
L'ultimo è stato Alessandro Belgiojoso che ha regalato immagini davvero incredibili della porta dell'inferno: Il calore della Door of Hell può raggiungere fino a 1.000° C e non è affatto semplice né sicuro avvicinarsi.
 Per questo, Belgiojoso ha sfruttato un drone, capace di esaminare il cratere dall'alto.
 Le immagini aeree scattate sono davvero bellissime e il fotografo ha postato il video sulla sua pagina Instagram. 

 Le autorità però non amano la presenza massiccia di visitatori. L'ultima imponente visita risale al 2013 quando un gruppo di scienziati canadesi portò avanti una rischiosa spedizione guidata da George Kourounis, sceso addirittura dentro al cratere per 15 minuti. Lì, l'uomo trovo perfino dei batteri. 

 Un luogo che non finisce mai di regalare sorprese e immagini mozzafiato.



Francesca Mancuso

martedì 19 marzo 2019

Un fantastico ghiacciaio di sale dove prima c'era il Golfo Persico


Un ghiacciaio di sale, di 14 chilometri di diametro. 

Siamo sui monti Zagros e in nessun'altra parte del mondo è possibile vedere lo stesso spettacolo: qui il clorurio di sodio ha formato cupole e appuntite stalagmiti, creando uno spettacolo surreale.

 Siamo in Iran, sulla catena montuosa formata dalla collisione della placca euroasiatica con quella arabica. 
Qui nell'antichità esisteva un passo chiamato Porta persiana.
 Ma in pochi sanno che milioni di anni fa, gran parte di quest'area faceva parte del Golfo Persico. 
 Oggi i monti Zagros corrono parallelo alla costa iraniana e finiscono sullo stretto di Hormuz. 
Ma il golfo dell'oceano Indiano che oggi bagna le coste di Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait, Iraq e Iran un tempo era molto più grande di come lo conosciamo. Inondava, infatti, vaste aree della penisola arabica nel sud e dell'Iran a ovest. E questo ghiacciaio salino ne è la prova.


Man mano che l'acqua evaporava e si ritirava, lasciava dietro di sé enormi quantità di sale. 
Sale che, con le piogge, si è accumulato nelle vallate, addensandosi strato dopo strato e creando, secolo dopo secolo, quest'incredibile spettacolo naturale.




A formare le «cupole» - ovvero i diapiri dalla tipica forma a cupola pianeggiante al centro e con i fianchi più o meno inclinati - è stato un fenomeno geologico in cui il sale si comporta come un fluido: il peso dei sedimenti spinge verso il basso sullo strato di sale, comportandone la risalita attraverso le rocce sovrastanti.
 E quando il composto chimico elettricamente neutro trova un passaggio, apre una breccia e si diffonde orizzontalmente, creando un ghiacciaio salino.


Solo nella parte meridionale dei monti Zagros ci sono più di 130 cupole di sale, doline carsiche e decine di cave, inclusa la grotta di sale più lunga al mondo, di 6,4 chilometri nel monte Namakdan. 

Fonte: lastampa.it

lunedì 18 marzo 2019

Superbloom: eccezionale fioritura nel deserto della California


Nuova insolita fioritura nei deserti della California.
 Considerati tra i luoghi più aridi del mondo, in realtà da qualche anno stanno sperimentando il cosiddetto " superbloom", una vera e propria esplosione di fiori e vegetazione splendida da vedere ma anche inquietante.


Anche a causa del clima che cambia, alcune delle zone più secche del pianeta stanno facendo i conti con improvvise ondate di pioggia, che cancellano lunghi periodi di siccità.
 Era successo già nel 2017 in California, quando il Carrizo Plain National Monument, arido e quasi senza vita, improvvisamente divenne un'enorme distesa di fiori colorati. 
 E sta accadendo di nuovo, questa volta all'Anza-Borrego Desert State Park, dove proprio in questi giorni è in corso una spettacolare e intensa fioritura dovuta alla presenza costante di piogge durante l'inverno. 
 Un vero e proprio evento se si considera che la zona è famosa per la siccità.

 Il parco è il più grande della California, con oltre 800 km di strade sterrate, 12 aree selvagge e chilometri di sentieri escursionistici. Qui un tempo i colori dominanti erano quelli della terra e delle basse colline ma oggi basta arrivare al parcheggio e al centro visitatori per notare una miriade di colori brillanti.






Fiori gialli, viola, rosa, bianchi e arancioni punteggiano il paesaggio.

 Il momento migliore per ammirarli è durante le prime ore del mattino visto che poi si chiudono col caldo pomeridiano. 

 Betsy Knaak, dell'Associazione di storia naturale del deserto di Anza-Borrego, ha detto alla NBC 7 che la fioritura di quest'anno ricorda il periodo di massimo splendore del fenomeno, negli anni '70 e '80: 
"È stata una stagione insolita, c'è stata pioggia abbondante ogni mese da ottobre. Abbiamo anche avuto un clima più fresco del normale per molto tempo". 


Knaak, che vive nel deserto di Anza-Borrego dal 1978, ha rivelato che il segreto per un "desert bloom" di successo, in gran parte, è dovuto a piogge regolari a novembre, seguite da tempeste invernali a dicembre e gennaio, e da qualche temporale a febbraio.
 Allo stesso tempo, le temperature devono rimanere miti.

 "Queste rare fioriture si verificano quando i livelli di precipitazioni nelle aree sono elevati, combinati con una siccità lunga anni che elimina le erbe e le erbe infestanti che assorbono i nutrienti.
 Queste condizioni fanno crescere i fiori selvatici.

 Si possono vedere colorati papaveri della California, verbena, enotera e gigli del deserto" si legge sul sito del Parco. 

 Se le condizioni meteorologiche persistono, è possibile che la fioritura di questo parco desertico possa durare fino ad aprile, un vero e proprio evento che si verifica raramente.
 Uno spettacolo per i fortunati che riusciranno ad ammirarlo dal vivo. 

 Francesca Mancuso

venerdì 15 marzo 2019

Ecco come appariva il cucciolo di T-rex, un tenero ammasso di piume


Feroce, predatore,dall'aspetto spaventoso. 
Così è sempre stato considerato il T-rex, ma il Museo di Storia Naturale di New York ne ha ricostruito il profilo da cucciolo, scoprendo che in realtà poco dopo la nascita il famigerato dinosauro aveva un volto adorabile.

 Un musetto angelico, tutto da accarezzare.
 Così doveva apparire il piccolo durante i primi mesi di vita, anche se poi da adulto sarebbe diventato una delle creature più spaventose che popolavano il pianeta all'epoca.

 Reso noto al grande pubblico anche grazie a Jurassic Park, il T-rex è un lucertolone alto circa 5 metri, lungo 13, con circa 60 denti e un peso che poteva arrivare fino a 7 tonnellate.

 La storia completa della tirannosauro copre 100 milioni di anni di evoluzione e include decine di specie scoperte in tutto il mondo, tra cui il T. rex, che era solo una specie. 

Non sono molti gli scheletri di T-Rex scoperti dagli scienziati.
 Per questo i paleontologi non sanno molto sullo stile di vita di questi giganteschi animali vissuti nel Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa. 

 Che aspetto aveva un baby T-Rex? 
Come ha fatto un piccolo cucciolo lanuginoso a trasformarsi in una potente "macchina" assassina, al vertice della catena alimentare?

 A fornire la risposta è stato l'American Museum of Natural History di New York che grazie ai numerosi dati raccolti dagli scienziati, ha realizzato un modello di tirannosauro di poche settimane.


Dimenticate la versione di Spielberg. 
Anche il T-Rex da piccolo era un cucciolo inerme.
 Immediatamente dopo la nascita era coperto di piume che perdeva con la crescita.
 Se ne potevano trovare tracce alla base del cranio, sul collo e sulla coda da adulto, se riusciva a sopravvivere. 

Secondo i paleontologi, il 60% dei piccoli Tirannosauri non riuscivano a l primo anno di vita a causa della mancanza di cibo o per colpa di altri predatori. 

 I cuccioli avevano lunghe braccia, che si accorciavano con la crescita e potevano aumentare di 3 kg al giorno per 13 anni. 

 Sulla base delle informazioni note finora, il museo ha realizzato un modello di tirannosauro di 4 anni. Caratterizzata da un'altezza di 2 metri, la creatura aveva ancora gran parte delle piume ma stava già sviluppando i denti affilati.

 Il suo aspetto innocente sarebbe durato ancora per qualche tempo. Solo 10 anni dopo, avrebbe raggiunto quello da adulto che noi conosciamo.

 

 Per ammirare il modello dal vivo, il Museo ha organizzato una mostra eccezionale dal titolo "T-rex, The Ultimate Predator", inaugurata l'11 marzo e aperta fino al 9 agosto 2019. Se fate un viaggio a New York, non perdetela. 


 Francesca Mancuso

giovedì 14 marzo 2019

Il Parco archeologico sommerso di Baia, spettacolo senza tempo.


Scrivere dell’importanza storica del Parco Archeologico Sommerso di Baia è emozionante. 
Qui sorgevano in una natura spettacolare splendide ville di aristocratici e di imperatori romani, che trascorrevano le proprie vacanze tra lusso e sfarzo lontani dalla caotica Roma, un’antica Resort, da dove potevano lo stesso governare l’ Impero e ordire trame politiche. 

Residenze estive con giardini, impianti termali per la cura del proprio benessere fisico, peschiere per l’allevamento del pesce pregiato e imbarcazioni militari e commerciali affollavano il golfo. 


A causa del bradisismo, fenomeno vulcanico, che comportava l’innalzamento e l’abbassamento del territorio e che interessò la vasta area intorno al IV sec. d.C , queste bellezze antiche cominciarono gradualmente a sprofondare e così il mare inghiottì la città di Baia. 

Il ricco patrimonio archeologico non scomparve ma è riuscito comunque a conservarsi rendendo il luogo ancora più suggestivo e affascinante. 
Tutt’oggi l’attività vulcanica nella zona è testimoniata dalla presenza di fumarole. 


 Il Parco Archeologico Sommerso di Baia appare come un mondo parallelo, assopito nel tempo, dove il mare assume il ruolo di portale e una volta immersi si possono ammirare con emozione nell’incerta luce di un basso fondale: frammenti di anfore, di lucerne, di colonne e di mosaici cristallizzati dall’acqua. 

I sub impegnati in suggestive immersioni scorgono luoghi millenari un tempo abitati dai Romani; pavimentazioni pregiate ricche di figure geometriche oltre che un importante gruppo scultoreo che adornava il Ninfeo dell’imperatore Claudio.






La sala che custodisce le statue originali di questo antico triclinium dove Claudio banchettava con i suoi ospiti, si trova nel Castello Aragonese di Baia, che ospita il museo archeologico dei Campi Flegrei. 

Altri ruderi sono della Villa dei Pisoni, I secolo a.C., famiglia patrizia dei Pisoni che organizzò un complotto contro l’imperatore Nerone. 
Scoperto, la villa passò nelle mani dell’imperatore.

 Non dimentichiamo Portus Julius, uno strategico e importante porto commerciale e militare, situato nell’area di Lucrino – Pozzuoli che Ottaviano realizzò per combattere Sesto Pompeo che governava la Sicilia e la Sardegna e impediva i rifornimenti di grano dall’Africa verso Roma.



Fonte: http://crono.news
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