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venerdì 14 settembre 2018

Giraffe nella neve: ecco cosa accade quando la Savana si imbianca


Nevica in Sudafrica e gli animali apprezzano il fresco e i paesaggi innevati.
 A immortalarli nella loro selvaggia bellezza è stata Kitty Viljoen. E le foto stanno facendo il giro del web e dei social. 

 Giraffe, antilopi, rinoceronti ed elefanti: siamo abituati a immaginarli nel caldo della savana, in mezzo a paesaggi ampi e brulli ma ancora una volta la Natura ci mostra le sue infinite sfaccettature. 

 Siamo alla fine dell'inverno australe.
 Via i luoghi comuni. L'Africa non è solo calda ma sa anche essere glaciale. Accade infatti che in Sudafrica, in inverno ossia in questo periodo, si raggiungano temperature molto basse. E le foto scattate da Viljoen non hanno fatto altro che mostrarlo al mondo.
 Questa volta i cambiamenti climatici non c'entrano. L'inverno a quelle latitudini può essere molto rigido.

 Le foto di Kitty Viljoen ritraggono elefanti che si godono la neve nello Sneeuberg (Snow Mountain) sul Western Cape del Sud Africa, dove la neve si è depositata alla fine della scorsa settimana.
Ha anche fotografato le giraffe che emergono tra le cime innevate degli alberi, nella regione semi-desertica di Karoo.


Anche l'antilope, immortalata nella riserva di Glen Harry Game a Graaff-Reinet, a ovest di Città del Capo, è stata colta nella sua etera bellezza, circondata da una vegetazione ghiacciata.


Tutto il Sudafrica è nella morsa del gelo.
 La scorsa settimana il Ministero dei trasporti è stato costretto a chiudere le strade della zona orientale della capitale.
 La neve ha colpito anche il Western Cape, dove le temperature sono scese sotto lo zero. 
 Sono previste altre nevicate nel corso del weekend in tutta la città ma anche nello stato di Kwazulu-Natal. In alcune aree si aspettano oltre 25 cm di neve in tre giorni.

 Intanto gli animali passeggiano in questo paradiso bianco, ignari di essere stati immortalati e di aver raggiunto con la loro bellezza ogni angolo del mondo.

 Francesca Mancuso
 Foto: Kitty Viljoen

giovedì 13 settembre 2018

Addio allʼara di Spix: si è estinto il pappagallo blu protagonista di "Rio"


Brutte notizie dal mondo della Natura - ed ancora una volta tra i responsabili c'è l'Uomo. 
L'ara di Spix, il magnifico pappagallo blu divenuto una star internazionale grazie al fortunato film d'animazione "Rio", si è infine estinta.

 A confermarlo BirdLife International - consorzio internazionale di ONG impegnate nella conservazione degli uccelli - a seguito di una ricerca pubblicata su Science Direct, e che, nonostante il risultato, deve servire a "ispirare un raddoppiamento degli sforzi per prevenire altre estinzioni”.


Ad affermarlo è Stuart H.M.Butchart, capo scienziato di BirdLife International ed alla guida del team di ricercatori che hanno condotto lo studio. 
 "Le estinzioni continuano e accelerano oggi", avverte Butchart. "Storicamente il 90% delle estinzioni di uccelli sono state piccole popolazioni su isole remote. 
Le nostre prove dimostrano che c'è un'ondata crescente di estinzioni che si riversano nel continente a causa della perdita di habitat da agricoltura, drenaggio e disboscamento non sostenibili ". 

Infatti quattro delle otto estinzioni di uccelli appena identificate si sono verificate in Brasile, di cui era originaria l'ara di Spix. Malgrado i tentativi di preservarne la specie, questo pappagallo - lungo 55 - 57 cm e celebre per le varie sfumature di blu del piumaggio - si è estinto a causa in primis della caccia e della deforestazione.


Commerciata per 150 anni prima che venissero scoperte popolazioni selvatiche, nel 1985 furono trovati tre esemplari di ara di Spix in Amazzonia: due vennero catturati illegalmente, e i tentativi di allevare il terzo fallirono. 

L'ultimo avvistamento di ara di Spix in natura risale al 2000. 

 La storia dell'ara di Spix deve essere di insegnamento, secondo Butchart : "Se alcune di queste specie se ne sono andate, dobbiamo reindirizzare queste risorse a quelle che rimangono ".
 A questo proposito, nel medesimo studio, sono state sottoposte ad una nuova valutazione le 51 specie più minacciate delle 26.000 presenti nella lista rossa dell'IUCN - l'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura -. 
+A questo scopo si è fatto ricorso ad un nuovo metodo statistico per analizzare e valutare gli sforzi di ricerca e la validità degli avvistamenti di specie sull'orlo dell'estinzione, rendendole più efficaci e precise.


Speriamo dunque che la ricerca ed una nuova consapevolezza generale dell'importanza della biodiversità impediscano l'estinzione di ulteriori specie animali.

 Fonte: curioctopus

Trovata una porta medievale sotto un castello in Scozia. Ecco il segreto che nasconde da secoli


Una porta segreta sotto un antico castello. 
Cosa ci può essere di più affascinante? 

Siamo in Scozia, al cospetto del castello di Culzean, che sorge sulla costa occidentale dell'isola, a sud-ovest di Glasgow. E lungo le fondamenta di questo maniero, gli archeologi del National Trust of Scotland hanno scoperto, all'interno di una grotta usata come una stalla, una porta dimenticata.


Leggende narrano che quelle grotte siano infestate dai fantasmi, ma anche utilizzate da contrabbandieri e fuggiaschi.
 Ma nessuno avrebbe mai pensato di trovare, nascosta nella pietra, dietro una porta di origine medievale, una cantina con decine di bottiglie di vino rimaste chiuse lì dal Settecento. 

 Prima che fosse costruito l'attuale castello, esisteva un altro maniero chiamato House of Cove o Coif Castle, proprio in onore alle antiche grotte sottostanti, risalenti all'età del ferro.
 E' dal Trecento che quei rifugi in pietra venivano utilizzati per conservare il cibo, vino incluso.
 Poi sono stati convertiti in stalle, e il vino è rimasto lì sigillato sino a oggi.




Non si sa se quelle bottiglie siano state semplicemente dimenticate dal personale di corte, oppure nascoste dai contrabbandieri che frequentavano la zona, certi che nessuno sarebbe andato lì a cercare il bottino. 

 Il castello di Culzean è una delle attrazioni turistiche più popolari della Scozia, ma in pochi sanno che è stato costruito sopra un labirinto di caverne. 
Solo una piccola porzione oggi è visitabile. E quando anche tutta quest'altra parte interessata dagli scavi sarà messa in sicurezza, il Trust desidera aprirla al pubblico: «Ci sono così tante storie da raccontare qui e condividere con i nostri visitatori», ha fatto sapere Ian Cornforth.

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 12 settembre 2018

Aperta a Saqqara una delle sepolture più belle della necropoli: la tomba di Mehu


Riaperta dopo 4000 anni. 
La tomba di Mehu, una delle più belle della necropoli di Saqqara, in Egitto, è stata restaurata e resa visitabile ai turisti per la prima volta a 78 anni dalla sua scoperta.


La tomba si trova a pochi metri di distanza della parete meridionale della piramide a gradoni di Djoser, eretta per la sepoltura del sovrano della III dinastia dall'architetto Imhotep. 
Le sue pareti sono sontuosamente decorate e al suo interno si trovano tre camere funerarie: una per Mehu, che ha avuto un ruolo influente nella corte reale della sesta dinastia, rivendicato non meno di 48 titoli «nobiliari», dov'è stato rinvenuto anche il suo sarcofago con coperchio, e altre due erano destinate al culto del figlio Mery Ra Ankh, sorvegliante della regione di Buttu e di ispettore dei profeti della piramide di Pepi, e del nipote Hetep Ka II.

 Mehu era «un visir, il capo dei giudici e il direttore del palazzo al tempo del re Teti, il primo re della sesta dinastia», spiega l'archeologo egiziano Zahi Hawass.
 E la sua tomba è famosa per le splendide iscrizioni presenti sulle pareti interne, oltre che per la sua falsa porta decorata in oro. 
E si può dire che sia una delle meglio conservate e colorate del vecchio regno.


Questo incredibile sito archeologico è stato scoperto nel 1940, durante una missione diretta dall’egittologo Zaki Saad.
 E ora, grazie al restauro, sono riemersi tutti i vividi colori che ne decorano le pareti, rimasti segreti per millenni. 

Qui, con i geroglifici, vengono raccontate la vita di Mehu e le sue passioni, come la caccia nella giungla e la pesca nelle paludi. 
Non mancano poi scene di lavoro nei campi, ma anche di feste con ballerini di danze acrobatiche, oltre a simboli più inusuali, come l’unione di due coccodrilli in presenza di una tartaruga.










Fonte: lastampa.it

La curiosa storia del Principato di Sealand


Se c'è qualcosa di più triste dello Stato dell'Isola di Plastica, nel Pacifico, è l'incredibile storia del Principato di Sealand: un autoproclamato micro-stato indipendente nel Mare del Nord, una decina di km al largo della contea di Suffolk (UK).

 È stato fondato da Paddy Roy Bates, ex militare inglese, ex conduttore radiofonico, ex radiomatore che nel 1966 occupò (e spostò fuori da quelle che fino all'87 erano acque territoriali inglesi) un avamposto militare galleggiante abbandonato. 
Bates si autoproclamò monarca, e nella breve storia del Principato dovette gestire anche un colpo di Stato.


Lo stato fondato da Bates e dalla moglie (la principessa Joan Collins) non ha mai ricevuto un riconoscimento ufficiale da altri Paesi, tuttavia non è soggetto alle leggi inglesi (o ha sempre ritenuto di non esserlo) e tanto è bastato a Bates per avviare anche una sua attività di radioamatore pirata.

 L'indipendenza a parole è un conto, ma per l'indipendenza vera c'è bisogno di soldi veri. O finti?
 Curiosamente, la famiglia Bates è riuscita a mantenere in attivo le casse del reame grazie alla vendita di monete, passaporti e titoli nobiliari del Principato di Sealand (pagabili in euro).


La struttura originaria è costituita da una zattera con due torri in cemento che sorreggono una piattaforma. 
Dopo aver traghettato la struttura 12 km a largo di Felixstowe (Suffolk, UK) la zattera è stata allagata per farla affondare e adagiare su di un banco di sabbia: dal 1942 (anno in cui è stata posizionata) alla fine della guerra, qui c'era una postazione della contraerea inglese e una guarnigione della Royal Navy.


Oggi l'interno dell'ex avamposto è arredato di tutto punto e potrebbe sembrare quello di una normale casa di un normale paese. Non si mangia tutti i giorni frutta e verdura, ma di sicuro il pesce è sempre fresco.


Il capitolo più controverso della storia di Sealand è avvenuto nel 1978. 
Mentre il Principe Bates si era allontanato dall'isola, il suo primo ministro organizzò un golpe col progetto di trasformare lo stato in un hotel di lusso. 
Con altri uomini tenne addirittura in ostaggio il figlio del monarca. Bates però fece ritorno sull'isola con un manipolo di mercenari e un elicottero d'assalto e catturò i ribelli (foto sopra).

 I golpisti furono tutti rilasciati subito, tranne l'ex primo ministro, un cittadino tedesco. 
La Germania inviò un diplomatico su Sealand per trattare con Bates, il quale interpretò la visita come un ufficiale riconoscimento del suo stato e rilasciò quindi il "prigioniero di guerra".


Dopo la morte dei coniugi Bates, il micro-stato è governato dal primogenito Michel Bates (in foto), che però nel 2007 ha deciso di vendere l'isola per 750 milioni di euro.
 I fondatori di Pirate Bay sembravano interessati all'acquisto, ma l'affare sfumò e l'isola/piattaforma/stato continua a essere disponibile. 

Se sognate di diventare principi (o principesse) sapete a chi rivolgervi.

 Fonte: focus.it

lunedì 10 settembre 2018

Ecco chi erano i primi abitanti di Stonehenge


I primi abitanti di Stonehenge? Sicuramente provenivano dal Galles. 
A stabilirlo è un nuovo studio che ha esaminato i resti di ossa carbonizzati trovati all’interno del sito megalitico.


 Quando parliamo di Stonehenge facciamo spesso riferimento al mistero della struttura monolitica pensando soprattutto alla provenienza delle materie prime. 
 Adesso i ricercatori dell'Università di Oxford in collaborazione con università di Parigi e Bruxelles, hanno dimostrato che gli uomini cremati a Stonehenge provenivano dalla stessa regione del Galles, lontana 150 chilometri, da cui arrivano le pietre utilizzate nelle costruzioni.
 Il team ha analizzato i resti di ossa carbonizzate, frutto di una cremazione, trovati nelle sepolture risalenti a 5mila anni fa intorno a Stonehenge arrivando alla conclusione che gli abitanti provenivano dal Galles. 
 Una scoperta pubblicata sulla rivista Nature Scientific Reports che avvalora ancora di più la testi della provenienza delle pietre usate nella prima fase di Stonehenge, le cosiddette blustone, importate dalle Preseli Hills, nel Galles. 

 Il team ha chiesto il permesso di Historic England e English Heritage per analizzare le ossa del cranio cremate appartenenti a 25 individui. 
Il test ha previsto l'estrazione degli isotopi dello stronzio che possono rivelare dove le persone hanno trascorso gli ultimi anni della loro vita dall'osso cremato. 
 Come sappiamo Stonehenge è stato usato come luogo di cremazione e di sepoltura.
 I test sono stati condotti su frammenti di teschi ritrovati nei "fori di Aubrey", un cerchio di 56 fosse al di fuori dell’attuale cerchio di pietra.


Prima si pensava che i pozzi contenessero pali di legno, ma scavi recenti hanno trovato schegge di bluestone. 
Una delle ipotesi è che le buche ospitassero il primo cerchio di massi, che poi sono stati ripetutamente riordinati per secoli. 
 Come si legge nello studio, le prime ossa sono state datate intorno al 3mila a.C. e coprono un arco di tempo di circa 500 anni. 

Secondo gli archeologi che hanno condotto la ricerca “la varietà di date fa sorgere la possibilità che per secoli le persone potessero essere portate a Stonehenge per essere sepolte con le pietre”. 


 Dominella Trunfio

Scoperto il teschio fossilizzato dell’ultimo “unicorno siberiano” vissuto sulla Terra


Per decenni, gli scienziati hanno stimato che l’unicorno siberiano, una specie di mammiferi estinti da molto tempo che assomigliava più a un rinoceronte che a un cavallo, era scomparsa circa 350.000 anni fa .Ma un teschio splendidamente conservato trovato in Kazakistan nel 2016 ha completamente ribaltato questa ipotesi.

 Si è scoperto che queste incredibili creature erano ancora in vita circa 29.000 anni fa.
 Sì, questo significa che c’era un vero ‘unicorno’ che vagava sulla Terra decine di migliaia di anni fa, ma non era simile a quello che magari troviamo nel libro di fiabe per bambini. 
Il vero unicorno, Elasmotherium sibiricum , era irsuto ed enorme e sembrava proprio un rinoceronte moderno, solo che aveva un grande corno direttamente sulla fronte.

 Secondo le prime descrizioni , l’unicorno siberiano era alto circa 2 metri, era lungo 4,5 metri e pesava circa 4 tonnellate.
 Era più simile a un mammut lanoso che a un cavallo e nonostante la sua statura molto imponente, probabilmente l’unicorno era un mansueto erbivoro. 
Quindi, se vuoi un’immagine corretta nella tua testa, pensa a un rinoceronte con un corno lungo e sottile che sporge dalla sua fronte invece di uno corto e tozzo come i rinoceronti di oggi.

 Il cranio, che è stato notevolmente ben conservato, è stato trovato nella regione di Pavlodar del Kazakistan. 
I ricercatori della Tomsk State University sono stati in grado di stabilire che risale a circa 29.000 anni fa tramite tecniche di datazione al radiocarbonio.


In base alle dimensioni e alle condizioni del cranio, è probabile che sia appartenuto ad un maschio molto anziano, ma il modo in cui è effettivamente morto rimane sconosciuto.

 La domanda sulla mente dei ricercatori è come questo unicorno sia rimasto molto più a lungo in vita di quelli che si estinsero centinaia di migliaia di anni prima. 
“Molto probabilmente, il sud della Siberia occidentale era un refúgium, dove questo rinoceronte ha perseverato più lungo rispetto al resto della sua specie”, ha detto un membro del team, Andrey Shpanski .
”C’è un’altra possibilità, che potrebbe essere migrato e aver preso dimora per un po ‘nelle aree più meridionali”.

 Il team spera che il ritrovamento possa aiutarli a capire meglio come i fattori ambientali abbiano avuto un ruolo nell’estinzione della creatura, dal momento che sembra che alcuni possano durare molto più a lungo di quanto si pensasse migrando su grandi distanze.
 Sapere in che modo la specie è sopravvissuta per così tanto tempo e sapere anche potenzialmente ciò che alla fine è stato spazzato via, potrebbe permetterci di fare scelte più mirate sul futuro della nostra specie, poiché ci troviamo in una situazione piuttosto pericolosa.

 I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’American Journal of Applied Science.


 Fonte: www.sciencealert.com

Il Castello di Montezuma: antichissimo antenato degli odierni condomìni


Si chiama Castello di Montezuma, ma in realtà non ha nulla a che fare con lo storico imperatore degli Aztechi, e non è nemmeno un castello.

 Questo straordinario complesso abitativo, una sorta di antico condominio, era quasi sconosciuto fino all’incirca al 1860, quando le rovine di Camp Verde furono scoperte dai sodati durante la Guerra Civile, e dai primi gruppi di minatori che arrivarono in Arizona in cerca di fortuna. 
 Furono loro ad attribuire la costruzione di quelle case di pietra a Montezuma, che in realtà non era ancora nato quando le abitazione erano già state abbandonate ormai da decenni.

 Ricerche più moderne hanno dimostrato che il Castello era in realtà un “preistorico complesso di appartamenti nella roccia” (Frank Pinkly – 1928), il primo grattacielo d’America.


Il Castello di Montezuma è un insieme di abitazioni (oggi si chiamerebbero monolocali) costruite dal popolo Sinagua nell’anfratto naturale di una parete rocciosa a strapiombo, a circa 27 metri di altezza.

 Quella dei Sinagua era una civiltà pre-colombiana, strettamente legata ad altre popolazioni indigene del sud-ovest degli Stati Uniti, che evidentemente aveva ottime conoscenze di ingegneria e tecnica costruttiva. 
Nell’arco di circa tre secoli, tra il 1100 e il 1425 dC, costruirono queste abitazioni in un luogo quasi inaccessibile, occupando una superficie di 370 metri quadrati, divisa in cinque piani e venti stanze.


Per raggiungere le loro case, i Sinagua probabilmente usavano delle scale di corda, che una volta tirate su rendevano inaccessibile il Castello, soprattutto alle tribù nemiche, le quali non potevano in alcun modo oltrepassare la barriera verticale.
 La scelta, certo non proprio comoda, di vivere così in alto rispetto al terreno, non era dovuta solo ad una necessità di difesa. Probabilmente i Sinagua trovarono questa soluzione per sfuggire ad una minaccia naturale: le inondazioni annuali del Beaver Creek, un torrente che durante l’estate spesso allagava la pianura.


Le inondazioni erano provvidenziali per l’agricoltura, ma costituivano un problema per qualsiasi edificio costruito sul terreno: l’unica soluzione era quella di realizzare una struttura, non precaria, nel sicuro rifugio costituito dalla roccia calcarea.

 La tribù, composta da una popolazione variabile di circa 30/50 persone, visse nel suo Castello per circa 300 anni, fino al 1425 d.C.


In seguito i Sinagua, come altre popolazioni del sud-ovest, probabilmente migrarono in altri territori, per motivi non conosciuti.
 Si può ipoteticamente pensare a una prolungata siccità, o all’esaurimento delle risorse naturali, oppure ancora allo scontro con un popolo giunto da poco nella zona, gli Yavapai. 

 I Sinagua probabilmente si fusero con altre popolazioni, tanto che ancora oggi alcuni clan Hopi e Yavapai contano tra i loro antenati qualcuno che aveva abbandonato il Castello di Montezuma. 

Il sito, considerato un luogo ancestrale, viene utilizzato dai discendenti dei Sinagua per alcuni riti religiosi. 
 Purtroppo, tra la fine del 19° secolo e l’inizio del 20°, il complesso è stato quasi completamente saccheggiato, e solo pochissimi oggetti della cultura Sinagua sono rimasti a testimonianza della loro civiltà. 

Il Castello di Montezuma fu dichiarato Monumento Nazionale degli Stati Uniti nel 1906, ma l’accesso alle abitazioni non è più consentito dal 1951 per motivi di sicurezza, sia dei visitatori sia per lo storico complesso. 
La bellezza suggestiva di questo antenato dei condomìni si può ammirare solo da lontano



Fonte: vanillamagazine.it

giovedì 6 settembre 2018

Ogni anno le persone raggiungono questo posto per ammirare un 'incontro' naturale spettacolare


La città di Ginevra, in Svizzera, è ricca di mete turistiche assolutamente imperdibili nel momento in cui la si visita.
 Sulle guide però, probabilmente non vi verrà consigliato uno dei punti più magici della città, in cui avviene uno spettacolo naturale davvero unico. 


Nel cuore della città, le acque torbide del fiume Arve si mescolano a quelle cristalline del Rodano.
 I fiumi danno luogo ad un fenomeno naturale di rara bellezza: come per magia, il 'punto di contatto' tra i corsi d'acqua rimane nettamente visibile.

 Il fiume Arve si origina dai ghiacciai della valle di Chamonix, a nord-ovest del massiccio del Monte Bianco: durante il suo percorso, le acque si arricchiscono di sedimenti che intorbidiscono la limpidezza.
 Il fiume Rodano, invece, prende vita dal lago Lehman: le sue acque rimangono cristalline.


Attorno a questo magico punto si sviluppa il quartiere chiamato La Junction, che prende il nome proprio dal fenomeno della congiunzione tra i due fiumi. 


 Fonte: curioctopus.guru

mercoledì 5 settembre 2018

Riemergono le "pietre della fame": cosa sono?


L'eccezionale ondata di calore che questa estate ha colpito l'Europa centrale ha riportato alla luce una miriade di tesori archeologici, da un insediamento preistorico in Irlanda, al design di un giardino inglese del XVII secolo rimasto per secoli coperto dall'erba, a un villaggio tedesco abbandonato da oltre cento anni sommerso dalle acque di un lago.

 Recentemente il basso livello delle acque del fiume Elba registrato vicino alla città di Decin (Repubblica Ceca) ha però fatto emergere qualcosa di ancora più strano: oltre una dozzina di cosiddette hunger stone, pietre della fame. 
Di cosa si tratta?


Gli studiosi chiamano in questo modo le pietre che secoli fa venivano riposte sulle rive dei fiumi in secca.
 I nostri antenati lo facevano per due ragioni: una pratica - documentare i bassi livelli di acqua - e una didascalica, spiegare agli uomini gli effetti drammatici della siccità.

 La pietra della fame più antica tra quelle ritornate alla luce nei pressi della cittadina risale al 1616 ed è considerata il più antico "segnale", punto di riferimento, idrogeologico dell'Europa centrale. Si trova lungo le rive dell'Elba (1.091 chilometri) che nasce proprio nella Repubblica Ceca.


La più famosa della serie invece - come riporta uno studio del 2013 - è quella che "spiega" gli effetti del grande caldo: cattivo raccolto, penuria di cibo, innalzamento dei prezzi e carestia.
 Con effetti tragici soprattutto per la gente più povera.
 Una iscrizione tedesca sulla medesima pietra, visibile 126 giorni all'anno a causa di una diga, dice invece: "Quando mi vedi, piangi". Ed è in buona compagnia con altre pietre che hanno inciso frasi come: "Abbiamo pianto - Piangiamo - piangerete" oppure "Chi mi ha visto una volta, ha pianto, chi mi vede adesso piangerà"
.

Ed effettivamente, a leggere le ultime pubblicazioni dei ricercatori, c'è ben poco da stare allegri: uno studio pubblicato ad agosto rivela che nei prossimi decenni, per effetto del riscaldamento globale, le ondate di calore saranno sempre più mortali, soprattutto alle latitudini tropicali e subtropicali ma, in misura più contenuta, anche in Europa.
 Forse questo in un'economia globale e più industrializzata come quella europea avrà minori conseguenze automatiche, come nei secoli scorsi, sull'alimentazione (pur non risparmiandone le qualità nutrizionali). 
In ogni caso, il messaggio che ci viene da queste pietre del passato è quanto mai attuale e non andrebbe sottovalutato. 


 Fonte: focus.it
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