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venerdì 6 ottobre 2017

A Gloucestershire, in Inghilterra, è stato scoperto un cane di bronzo col metal detector


Un’incredibile statua di cane con la lingua di fuori è stata scoperta, insieme ad altri reperti romani del IV secolo d.C., grazie a un metal detector nella contea di Gloucestershire, in Inghilterra. 

 Il tesoro è stato trovato dagli archeologi amatoriali Pete Cresswell e da suo cognato Andrew Boughton. 
Il ritrovamento più importante è certamente la scultura di un cane che lecca, mai trovata prima nel Regno Unito.
 Si tratterebbe di un esempio di statua curativa: in questa regione ai cani venivano associati poteri di guarigione poiché si leccano le ferite migliorando appunto il processo di guarigione. 
Questa statua potrebbe provenire dal vicino tempio romano di Lydney, dove sono state trovate altre statue di cane (anche se non nell’atto di leccare), oppure da un qualche altro tempio non ancora stato scoperto
.

A parte questa statua, tutti gli altri reperti, datati tra il 318 e il 450 d.C., sembrano essere stati deliberatamente rotti e nascosti. 
Gli archeologi credono che un lavoratore di metalli possa averli nascosti sperando di tornare a riprenderli per fonderli nuovamente. Il tesoro comprende frammenti di scatole metalliche, maniglie, pezzi di statue, pezzi di gioielli di bronzo, vasi, fibbie e accessori per mobili. 
Attualmente sono conservati presso il museo di Bristol per le fotografie e la catalogazione.
 Gli esperti stanno raccogliendo gli indizi e i risultati saranno presentati dal British Museum in un evento dedicato che avrà luogo verso la fine dell’anno.

 Tratto da: ilfattostorico

giovedì 5 ottobre 2017

Le isole degli dei


Quante persone entrano nel paradiso? 2.200. È il numero giornaliero dei visitatori permessi nelle Cíes, un arcipelago formato da tre isole, “quelle degli dei” secondo i romani. 
Non avevano torto, ma si sbagliavano in una cosa: le divinità sono proprio loro.

 Quando salpa l’ultima barca, intorno alle otto di sera, si verifica un fenomeno strano.
 Mentre il sole si nasconde, la nebbia inizia a circondare l’isola galiziana di O Faro, situata nel nord della Spagna. 
È allora che loro prendono il controllo: poco a poco, i gabbiani invadono la sabbia bianca e soffice delle spiagge delle isole Cíes. Incluso quella di Rodas, diventata famosa grazie a una di quelle liste che girano su Internet con le “migliori spiagge del mondo”.


Qui comandano i gabbiani e la natura gli obbedisce.

 Le nove spiagge, quasi vergini, non conoscono lidi. Sono circondate da boschi di pino ed eucalipto, oltre ad altre specie endemiche, come l’Armeria marittima. 
Anticamente questa pianta veniva utilizzata per realizzare pozioni magiche che avevano a che fare con l’amore e la fertilità. L’incantesimo delle “meigas”, le streghe, ha funzionato, almeno sui visitatori che si arrendono dinanzi alla bellezza di questi mini-Caraibi galiziani.
 L’unica differenza? 
La temperatura dell’acqua, che a malapena raggiunge i 20º in estate.
 Nonostante il freddo, la trasparenza invita a immergersi in cerca di polpi, anemoni di mare e pesci colorati. Ovviamente con la muta. Fuori dall’acqua il territorio è degli uccelli.
 Oltre ai gabbiani, è possibile vedere marangoni dal ciuffo, falchi pellegrini e astori, che si possono riconoscere dai diversi osservatori ornitologici che si trovano nelle isole.
 Vi si accede attraverso sentieri che fanno parte delle rotte per il trekking.


La più conosciuta è la Rotta Monte Faro, che passa per l’osservatorio di uccelli e procede a zig zag attraverso la montagna rocciosa, per terminare nel faro, con una vista privilegiata delle tre isole: Monte Agudo, O Faro e San Martiño.
 Durante il percorso, di appena 7,5 chilometri, tra andata e ritorno, si costeggiano scogliere e si attraversano dune e boschi. Intorno al faro il vento soffia forte e i gabbiani si mimetizzano tra i visitatori in cerca di un sandwich o un po’ di frutta.
 Passeggiano e dissimulano, ogni volta sempre più sfacciati, come se sapessero che in un paio d’ore il territorio sarà di nuovo completamente loro.


Solo pochi fortunati possono assistere al rituale delle isole al tramonto.

 Quando compri il biglietto devi comprare anche quello di ritorno, per lo stesso giorno, a meno che tu non abbia prenotato il campeggio. 
È l’unico luogo in cui è permesso pernottare e in estate è sempre pieno.
 Per arrivarci bisogna percorrere una passerella di roccia e fare una salita.
 Finita questa appaiono, finalmente, le tende dei campeggiatori. Con il calar del sole iniziano le ronde di “Estrella Galicia”, la birra locale, nell’unico bar aperto.
 Tra i campeggiatori si crea una specie di complicità silenziosa, come se condividessero un segreto.

 Nessuno osa avventurarsi in spiaggia, è il momento dei gabbiani.



Fonte: passenger6a

mercoledì 4 ottobre 2017

Nel mare di Taiwan ci sono due cuori di pietra che nascondono una trappola mortale


Due cuori di pietra nel mare cinese meridionale.
 Potrebbero sembrare l'opera di un innamorato amante del mare, che ha incastonato migliaia di sassi l'uno sull'altro per creare una romantica cartolina aerea. E invece si tratta di una antica trappola per pesci.

 Siamo a Qimei, sull'isola di Taiwan. E pare che questa insolita e romantica trappola resista alle maree da quasi quattro secoli e che sia il luogo più scelto dagli sposi locali come set fotografico per gli album di nozze, nonostante siano tutt'alto che un simbolo d'amore. 

Originariamente i due cuori vennero costruiti come trappola per le acciughe.
 I pesci trasportati dalle correnti arrivavano in quel punto e lì rimanevano intrappolati, non essendo più in grado di uscire man mano che la marea indietreggiava.


I due cuori sono stati datati fra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, quando la pesca a Taiwan era la prima fonte di sostentamento.
 I pescatori locali erano noti per usare trappole sofisticate per pescare aringhe, acciughe, ricciole e altri pesci locali. E questo ne è un esempio.

 La realizzazione di questa trappola ha richiesto molto tempo, oltre che l'ingegno forse di più di un pescatore, che ben conoscevano la conformazione del territorio e i movimenti delle maree, e han saputo sfruttarli a loro vantaggio.
 Pescare con questa trappola, infatti, non richiedeva alcun tipo di sforzo: bastava attendere che il mare facesse il suo corso, per poi andare a recuperare i pesci rimasti spiaggiati.


Lungo la costa di Taiwan sono presenti molte altre trappole che sfruttano le maree, ma nessuna si è ben conservata come il Qimei Shuang Xin Shí Hu.

 Un doppio cuore che dimostra ancora una volta come l'apparenza inganna, soprattutto quando è l'uomo a metterci mano. 

 Fonte: lastampa.it

martedì 3 ottobre 2017

La bocca dell’inferno


Una spaccatura nella roccia lungo la costa del Portogallo, alla periferia di Cascais, nel distretto di Lisbona, è un’attrazione turistica che incuriosisce chi la vede. 
 Quando il mare è mosso, l’acqua che entra nelle fenditure della scogliera si infrange con forza sulle pareti rocciose e un soffio di acqua marina nebulizzata fuoriesce verso l’alto come fosse fumo proveniente dall’inferno, da cui il nome Boca do Inferno, bocca dell’inferno. 
 Questo fenomeno naturale genera un suono roco. C’è chi dice che sembri il gemito di una persona e che ascoltarlo sia incredibilmente inquietante.

 La Boca do Inferno si è formata nel corso dei secoli a causa dell’infrangere delle onde sulla roccia calcarea.
 Si è creata una piccola grotta che poi è collassata lasciando solamente un arco di pietra naturale.




D‘estate il mare è calmo e le onde non sono così spaventose, ma quando sopraggiunge l’inverno sono talmente alte da far tremare le vene ai polsi.

 Si raggiunge percorrendo la lunghissima strada asfaltata che costeggia l’oceano, a piedi o in bicicletta. Da Cascais ci vogliono all’incirca 40 minuti.
 Alcuni sentieri conducono fino alla base della bocca dell’inferno per consentire ai turisti di ammirare lo spettacolo da un diverso punto di vista.


Un fatto inquietante è legato a questo luogo.
 Nel 1930, l’esoterista Aleister Crowley scomparve alla Boca do Inferno, lasciando dietro di sé solo un porta sigarette e un misterioso messaggio.
 Il poeta portoghese Fernando Pessoa suo amico fu a lungo interrogato dalla polizia, ma di Crowley nessuna traccia. Ricomparve a Londra alcuni giorni dopo: si trattò probabilmente di una farsa ordita dal mago – e forse anche da Pessoa – perfettamente riuscita.

 Fonte: http://siviaggia.it

Piramide di Giza, svelato il mistero della costruzione


Per secoli è stato uno dei più grandi enigmi del mondo: con quale tecnologia nell’età del bronzo è stato possibile edificare un monumento come la Grande Piramide di Giza – il più antico e unico sopravvissuto delle sette meraviglie del mondo antico?

 Ora gli archeologi hanno scoperto una prova che mostra come gli egiziani trasportassero blocchi di calcare e granito a partire da 500 miglia di distanza da dove poi è stata edificata la tomba del faraone Cheope.
 Il materiale archeologico dettagliato mostra che migliaia di lavoratori specializzati hanno trasportato 170.000 tonnellate di calcare lungo il Nilo in barche di legno tenute insieme da corde, attraverso un sistema costruito appositamente da canali artificiali con un porto interno a pochi metri dalla base della piramide.


Nel porto marittimo di Wadi Al-Jarf è stato trovato un papiro che ha dato una nuova visione del ruolo svolto dalle imbarcazioni nella costruzione della piramide.

 Scritto da Merer, un sovrintendente responsabile di una squadra di 40 operai di elite, è l’unico resoconto della costruzione della Grande Piramide e descrive in dettaglio come le pietre calcaree sono state spedite a valle dalla Tura, a più di 8 miglia di distanza.
 In questo documento Merer descrive anche come la sua squadra è stata coinvolta in una vera e propria trasformazione del paesaggio, aprendo dighe giganti per deviare l’acqua dal Nilo e creare dei canali artificiali. 

 Fonte: artslife.com

lunedì 2 ottobre 2017

Isole Salomone: il leggendario Vika esiste davvero


Una nuova specie di ratto gigante è stata scoperta a Vangunu, una piccola isola delle Isole Salomone a circa 1.600 chilometri a nord-est dell’Australia.
L’animale era conosciuto da tempo dai locali ma non era mai stato osservato direttamente dai ricercatori, che non erano quindi certi della sua effettiva esistenza.

 Chiamato “vika” dalla popolazione, è quattro volte più grande di un ratto di città, può pesare fino a un chilo ed è lungo quasi mezzo metro, dalla punta del muso alla coda.
 La sua scoperta è stata fortuita e aiuta a comprendere meglio le caratteristiche della fauna di queste isole remote, dove si stima vivano ancora decine di specie simili mai identificate. 

Incuriosito dai racconti sui vika degli abitanti di Vangunu, Tyrone Lavery, esperto di mammiferi del Field Museum di Chicago, nel 2010 aveva raggiunto l’isola per osservare il ratto gigante che secondo i locali vive sulle cime degli alberi delle foreste pluviali e che ha incisivi così forti da riuscire a incidere e rompere il guscio delle noci di cocco.
 Insieme con i suoi colleghi, Lavery aveva disseminato in vari punti dell’isola telecamere e trappole sulle cime degli alberi per riprendere il passaggio del grande ratto e, nella migliore delle ipotesi, catturarne un esemplare.
 Ma tutti i tentativi erano stati vani: nessuna traccia del vika. 

 Le cose sono cambiate nel novembre del 2015, grazie a una combinazione di eventi piuttosto fortunata.
 Mentre stavano lavorando all’abbattimento degli alberi, alcuni locali hanno notato che tra le fronde di una delle alte piante abbattute c’era uno strano animale morto, una specie di topo fuori misura. 
Combinazione ha voluto che nella zona stesse passando Hikuna Judge, un guardiaparco di una riserva naturale, che ha recuperato i resti dell’animale e si è fatto confermare dagli anziani dell’isola che si trattasse di un esemplare di vika. 
L’animale è stato poi inviato al Museo del Queensland in Australia per ulteriori indagini.

 A distanza di poco meno di due anni, ora la scoperta è stata annunciata da Lavery e Judge in una ricerca pubblicata sul Journal of Mammalogy. 
La nuova specie è stata chiamata Uromys vika in onore del nome tradizionale dato dagli abitanti di Vangunu all’animale (Uromys indica il genere, ed è il nome utilizzato per parte dei roditori della famiglia dei Muridi).

 È la prima specie di questo tipo proveniente dalle Isole Salomone a essere stata descritta negli ultimi 80 anni e tra le più complicate da avvistare, considerate le sue abitudini di vita e il fatto che ne rimangono pochi esemplari.




Il ratto gigante di Vangunu è lungo quasi mezzo metro e trascorre buona parte della sua esistenza sulle chiome degli alberi, in particolar modo di quelli da frutta come le palme da cocco. 
La lunga coda quasi totalmente priva di peli serve all’animale per aggrapparsi più facilmente alle fronde, muovendosi rapidamente da un ramo all’altro. 
Le sue zampe posteriori, con palmi molto ampi e dita lunghe e incurvate, lo aiutano a darsi la spinta per gli spostamenti in verticale e per avere una migliore presa.
 La dentatura del vika è pronunciata, come in molti roditori, e i suoi incisivi sono lunghi e affilati per riuscire a incidere i duri gusci delle noci di cocco, e cibarsi della polpa che si trova al loro interno.


 Fonte: ilpost.it

venerdì 29 settembre 2017

La duna più alta d'Europa è una giovane montagna di quarzo che divide il bosco dall'oceano


L'altezza non è tutto. Almeno non per la Dune du Pilat, una meraviglia della natura in grado di dividere il bosco dall'oceano, creando un paesaggio mozzafiato. 

 Siamo in Francia, vicino al bacino di Arcachon, a 70 chilometri da Bordeaux, e quella di Pilat è sicuramente la duna più grande d'Europa, anche se è in continua trasformazione.
 Un'enorme montagna di quarzo sbriciolato, con un colore che varia dal bianco all'oro rosa, esaltato dall'azzurro dell'Atlantico e della rigorosa pineta che la delimitano.


Grazie alla conformazione del terreno, la sabbia si accumula proprio in quel punto della costa, creando una duna di sabbia lunga 2,7 chilometri, larga 500 metro e alta sino a 108 metri.
 E pensare che a Dune du Pilat nel 1855 misurava «appena» 35 metri. 

Secondo gli esperti, la sua origine è legata alla distruzione di un enorme banco di sabbia che nel Diciottesimo secolo si estendeva davanti alla costa attuale: vento e maree l'hanno quindi riportato a riva, creando questo gigantesco spettacolo della natura.





Fonte: lastampa.it

Colchicum autumnale, come riconoscere il falso zafferano tossico


Prima di raccogliere piante, fiori ed erbe spontanee è sempre bene essere consapevoli di quello che si sta facendo.
 A rischio c'è la propria salute! 
Sapete ad esempio che esiste una pianta molto simile allo zafferano ma altamente tossica?
 Ecco come riconoscere il falso zafferano.
 Andare in prima persona a raccogliere ingredienti naturali che poi utilizzeremo in cucina o per realizzare prodotti fitoterapici fai da te è sicuramente un’attività che dà molte soddisfazioni. 
E' fondamentale però conoscere bene quello con cui abbiamo a che fare!
 Non solo i funghi, infatti, possono essere pericolosi se non si sanno riconoscere ma anche bacche, fiori e piante tossiche che all’apparenza sono molto simili ad alcune varianti commestibili. 

L’argomento si è riacceso dopo che una coppia di coniugi in Veneto è morta per aver raccolto e consumato il colchico autunnale, ovvero il falso zafferano con il quale hanno preparato un “risotto mortale” convinti di aver usato la pianta giusta.
 Subito dopo sono stati seguiti da un’altra famiglia che è finita in ospedale in seguito allo stesso errore ovvero dopo aver inavvertitamente consumato lo “zafferano bastardo” o “arsenico vegetale”.


Il pericolo deriva dal fatto che si tratta di un pianta velenosa (contiene colchicina) che se assunta porta alla comparsa di nausea, vomito, diarrea, dolori addominali e, nei casi di intossicazione molto forte o non subito individuata, anche alla morte.

 Questa pianta, il Colchico d'autunno (Colchicum Autumnale), è effettivamente simile allo zafferano anche se da quello originario (Crocus sativus) si distingue per alcune caratteristiche che bisogna saper individuare per evitare spiacevoli e drammatici incidenti.
 Le due piante sono molto simili per il loro colore violetto e l'aspetto del fiore. 
Bisogna dunque prestare attenzione ad altre variabili che riguardano sia il luogo di raccolta e il periodo di fioritura che caratteristiche particolari della pianta.


Colchicum autumnale - falso zafferano


Crocus sativus - vero zafferano

 Lo zafferano non si trova in alta montagna, davvero molto difficile quindi raccoglierlo nel Nord Italia

 La fioritura del falso zafferano va da agosto a settembre mentre il vero zafferano fiorisce tra fine ottobre e la prima metà di novembre 

Lo zafferano è composto da 3 stami (quei filamenti che troviamo all’interno del fiore che hanno funzione di organi sessuali) mentre il colchico ne possiede 6 

Il consiglio sempre valido rimane quello di evitare di raccogliere fiori, piante, erbe spontanee o funghi se non si ha la certezza di conoscerle molto bene! 

 Francesca Biagioli

giovedì 28 settembre 2017

Il curioso erbario di Elizabeth Blackwell


In certi casi, le difficoltà della vita portano alla nascita di grandi opere. 
Questo fu sicuramente il caso dell’artista scozzese Elizabeth Blackwell, nata Blachrie , che ottenne un grande successo nella prima metà del XVIII secolo con “A curious herbal”, un testo che è ancora oggi considerato un classico dell’illustrazione botanica e naturalistica. 

Blachrie era figlia di un ricco mercante di Aberdeen. In giovane età, Elizabeth sposò segretamente suo cugino Alexander Blackwell, medico e imprenditore.
 Le attività del marito crearono molti problemi al nucleo familiare, dato che dopo essere stato accusato di praticare la professione medica illegalmente, dalla Scozia dovette trasferirsi a Londra. Anche lì i Blackwell non ebbero maggior fortuna: la tipografia che venne avviata da Alexander fu chiusa dopo che venne pesantemente tassato per varie irregolarità. 
Ben presto, per il marito di Elizabeth arrivò il carcere per debiti. 

La giovane donna, rimasta sola, senza reddito e con un figlio piccolo da mantenere, si ingegnò per salvare la famiglia e trovò ben presto l’idea giusta per farlo: medici e farmacisti inglesi, in quegli anni, ricevevano di continuo nuove piante medicinali dal Nuovo Mondo, ma mancava un manuale che le raffigurasse e che elencasse le loro proprietà curative.
 Elizabeth si rese conto che un libro del genere avrebbe avuto grande successo e così, sfruttando la sua formazione come illustratrice diede alle stampe, nel 1737, “A curious herbal”, che ebbe da subito grande successo negli ambienti accademici.


Centinaia di splendide incisioni a colori, molto particolareggiate e scientificamente rigorose, vennero così create da Elizabeth. 

Per completare l’opera, l’artista visitò regolarmente il marito in carcere per farsi aiutare con le traduzioni dei nomi delle piante. 
Ad aiutare la giovane artista sul lato scientifico ci fu anche il botanico Isaac Rand, curatore del Chelsea Physic Garden, che contribuì alla stesura dei testi descrittivi.


Purtroppo però le vicissitudini della famiglia non finirono, soprattutto a causa di tanti investimenti errati da parte di Alexander che, dopo essere migrato in Svezia, fu accusato di tradimento e decapitato.

 Non si hanno notizie degli ultimi anni di vita di Elizabeth e, anche se venne superata in fama da un’altra Elizabeth Blackwell, la prima donna a laurearsi in medicina nella storia degli Stati Uniti, ancora adesso il suo splendido erbario delle piante americane rappresenta una pietra miliare nella storia dell’arte applicata alla scienza botanica.

 A lei è stato inoltre dedicato un intero genere di piante, le Blackwellia.

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

mercoledì 27 settembre 2017

Alla scoperta dei Giardini Majorelle


Nel cuore di Marrakech, celato dagli schiamazzi dei bambini e quell'odore così pungente di spezie curative ed incensi asfissianti, si erge un'oasi incontaminata, un eden segreto che racchiude in sé l'Anima intera del Marocco esotico, una panacea per i sensi ed una delizia per gli occhi.

 In Rue Yves Saint Laurent sorge un complesso botanico idilliaco: decorazioni eccelse si mescolano ad un'infinita qualità di piante che si aggrovigliano e si lasciano ammirare con vanità, un' esplosione insolita di colori contrastanti accolgono il visitatore che non può far altro che genuflettersi in atto d'adorazione, lasciandolo sbigottito e inerme di fronte alla bellezza che solo la natura riesce ad emanare con così tanta grazia.


Fu Jacques Majorelle, un pittore orientalista francese, a volere fortemente la creazione di questi sontuosi giardini. 
Arrivato in Marocco nel 1917, si lasciò sedurre dell'esotismo arabo e nel 1923 piantò le prime palme, lì dove ora sorge il complesso botanico; il suo sogno era far convivere natura esotica ed arte araba, un connubio che la sua anima d'artista perseguiva ormai da anni, divenuto fulcro e motivo d'ispirazione per la sua arte.
 Nel 1931 toccò all'architetto Paul Sinoir creare lo studio d'artista in perfetto stile moresco cesellato dall'infinità di ghirigori propri di un Art Decò esasperata, dando alla luce inoltre, ad un particolare tipo di blu di una brillantezza senza eguali, che prese il nome di "blu Majorelle"
.





Questa particolare tonalità di blu intensa è il leitmotiv dell'intero giardino, ponendosi in netto contrasto con la calma e la quiete che dolci corsi d'acqua e varietà sfavillanti di fiori riescono a donare durante la passeggiata di pura contemplazione del bello, di cui potrete godere all'interno di questa meraviglia marocchina.








Nel 1947 il giardino venne reso pubblico e dopo la morte di Majorelle, l'eredità passò nelle mani dello stilista Yves Saint Laurent che, nel 1980, insieme al compagno Pierre Bergé furono catturati da questa magia cromatica eccelsa e dal senso di appagamento che questo luogo manifesta, tanto da divenire la prima fonte d'ispirazione per molte delle sue più celebri collezioni. 

Nel 2008, anno della sua morte, l'amore incondizionato per questo luogo incontaminato portò Yves Saint Laurent a non abbandonarlo, anche dopo la sua dipartita: le sue ceneri vennero disperse all'interno dell'orto botanico, a memoria di un luogo lungamente corteggiato da molti, che non sfiorisce neanche nell'inverno della propria vita, un luogo dell'anima che oltre alla bellezza eccelsa, culla in sé un incanto mistico senza eguali. 

 Fonte: blastingnews.com
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