web

venerdì 20 gennaio 2017

Belli da morire: la triste storia dei lemuri del Madagascar


I lemuri del Madagascar sono diventati famosi per via della saga omonima comprendente quattro lungometraggi dedicati al piccolo abitante della grande isola africana.
 Ma oggi è allarme: i lemuri del Madagascar rischiano l’estinzione. Il numero di questi animali, infatti, è drasticamente calato dal 2000 a oggi.
 Il riferimento è, in particolare, al lemure dalla coda ad anelli (Lemur catta); dalla pelliccia grigia, il ventre bianco, e la coda, tipicamente colorata a strisce bianche e nere (che ricorda il pelo delle zebre).

 Due studi condotti simultaneamente e diffusi dalle pagine di Folia Primatologica e Primate Conservation hanno confermato che in Madagascar ci sono al massimo duemila esemplari allo stato brado. Paradossalmente ce ne sono di più in cattività, sparsi per gli zoo del pianeta.
 I dati parlano di un calo del 95% dal 2000 a oggi.


La progressiva distruzione del loro habitat e il commercio illegale di questi animali, considerati di compagnia; e in effetti ormai perfettamente a loro agio con gli uomini.
 Lo conferma questo video che allarma gli ambientalisti. Si vede infatti l’animale felice di farsi stuzzicare da due ragazzini, ma dimostrando l’inesorabile distacco che stanno subendo dal loro habitat naturale.

 

«Potrebbero diventare l’esempio più eclatante delle forme in via di estinzione», dice Marni LaFluer, a capo dello studio. «La colpa? Quella di essere diventati troppo famosi».
 Fenomeno legato al turismo che potrebbe avere gravi e irreversibili ripercussione sulla loro salute. 


 Fonte rivistanatura.com

giovedì 19 gennaio 2017

Il grano saraceno


Nutriente ed energizzante con le sue 343 calorie per etto, il grano saraceno è disponibile tutto l’anno ed è un’ottima alternativa al riso. 
Sebbene molti credano sia un cereale, in realtà è un seme della stessa famiglia del rabarbaro e dell’acetosa. Inoltre, è un ottimo sostituto del grano per coloro che sono sensibili al frumento o ad altri cereali che contengono le proteine del glutine.


Il grano saraceno è originario del Nord Europa e dell’Asia. 
Dal decimo al tredicesimo secolo è stato ampiamente coltivato in Cina, da dove si è poi diffuso in Europa e in Russia tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo. 
Negli Stati Uniti la sua introduzione avviene, invece, 100 anni più tardi.

 Il grano saraceno è ampiamente prodotto in Russia e in Polonia, dove è spesso presente nella cucina tradizionale. 
Altri Paesi in cui si coltiva e si mette in commercio sono soprattutto gli Stati Uniti, il Canada e la Francia, nazione quest’ultima famosa proprio per le sue crepes a base di questo ingrediente.


Il grano saraceno ha numerose qualità nutritive, che si riflettono anche sul benessere dell’organismo. 
Non mancano, tuttavia, alcune precauzioni all’uso. 

Come già ricordato, 100 grammi di prodotto contengono 343 calorie, di cui 72 grammi di carboidrati, 13 di proteine e 3,4 di grassi. 
L’alimento è inoltre ricco di potassio e magnesio. 

È innanzitutto ottimo per il benessere del sistema cardiovascolare. Un’alimentazione ricca di grano saraceno è collegata a un ridotto rischio di sviluppare colesterolo cattivo e pressione alta. 
Gli Yi della Cina consumano molto grano saraceno quotidianamente e, quando i ricercatori hanno testato i lipidi nel sangue di 805 individui, hanno scoperto un bassissimo livello di colesterolo sierico, un più basso livello di colesterolo LDL e un migliore rapporto di HDL sul quello totale. 

Gli effetti benefici del grano saraceno sono dovuti in parte al suo ricco contenuto in flavonoidi, specialmente in rutina.
 I flavonoidi sono fitonutrienti che proteggono contro le malattie e agiscono come antiossidanti.
 L’attività ipolipemizzante del prodotto è in gran parte dovuta, appunto, a questi elementi.

 Ancora, il grano saraceno è una buona fonte di magnesio. Questo minerale rilassa i vasi sanguigni, migliorando il flusso del sangue e quindi l’apporto dei nutrienti ai tessuti, riducendo dunque la pressione sanguigna e andando, di conseguenza, a incentivare il benessere del sistema cardiovascolare. L’ingrediente, poi, controlla i livelli di zucchero nel sangue e riduce il rischio di diabete.
 In uno studio che ha confrontato l’effetto di grano saraceno e cereali raffinati sulla glicemia, l’ingrediente dimostrava di abbassarla significativamente, oltre che di soddisfare di più la fame. Sembra che l’effetto benefico sulla glicemia sia conseguenza del suo contenuto in magnesio, poiché agisce come cofattore per degli enzimi coinvolti nell’utilizzo del glucosio e della secrezione di insulina, e in D-chiro-inositolo, un composto che sembra svolgere un ruolo significativo nel metabolismo del glucosio e nella sensibilità cellulare all’insulina. 
 Aiuta inoltre a prevenire i calcoli biliari. 
Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Gastroenterology, mangiare cibi ricchi di fibre insolubili, quali appunto il grano saraceno, può aiutare le donne a evitare questo disturbo. 
I ricercatori, in uno studio durato 16 anni su 69.000 donne, hanno potuto notare che coloro che assumevano più fibre presentavano un rischio ridotto del 13% di sviluppare la patologia rispetto alle donne che consumavano altri alimenti.
 Ancora, coloro che mangiavano cibi più ricchi di fibre insolubili presentavano un rischio inferiore del 17% rispetto alle donne che assumevano quantità inferiori. 
Tale protezione dipende dalla dose assunta: un incremento di 5 grammi di fibra insolubile era associato a un rischio ridotto del 10%. 
Questa capacità delle fibre insolubili di prevenire i calcoli biliari si pensa sia dovuta alla capacità di accelerare il transito intestinale, riducendo quindi la secrezione di acidi biliari, aumentando la sensibilità all’insulina e abbassando i trigliceridi. 

Sebbene il grano saraceno sembri sicuro per gli adulti, potrebbero esservi effetti collaterali in caso di ipersensibilità o allergia a questo alimento. 
Meglio evitarlo, inoltre, in gravidanza e allattamento. 

Fonte: greenstyle.it

mercoledì 18 gennaio 2017

Sembra un’adolescente, ma la stella 49 Lib ha 12 miliardi di anni


A guardarla  le davano 2.3 miliardi di anni. La metà dell’età del Sole. Un’adolescente. 
E invece salta fuori che di anni, sul groppone, ne ha almeno cinque volte tanti: ben 12 miliardi. 
Il segreto? Non vive sola, ma in coppia. Ed è stata proprio la sua stella compagna a regalarle l’unguento magico che la fa apparire così giovane. 
Un anti-age tutto a base di elementi pesanti.

 La stella 49 Lib Brilla nell’emisfero australe a poco più di cento anni luce da noi, e a svelarne il peccatuccio di vanità è uno studio, uscito la settimana scorsa su Astrophysical Journal, firmato da Klaus Fuhrmann e Rolf Chini, entrambi astrofisici alla Ruhr-Universität Bochum tedesca. 
 «Prima si credeva che la stella avesse la metà degli anni del nostro sole», dice Chini. «Invece i nostri dati dimostrano che si è formata all’epoca in cui è nata la nostra galassia».
 La ragione per l’errore? L’oggetto celeste è un sistema binario, a doppia stella, come già era stato dimostrato da un altro team di ricercatori nel 2016. 

 Ma in che modo, esattamente, l’essere in coppia le ha permesso di ingannare sull’età? 
Per capirlo, occorre anzitutto tenere presente il sistema usato dagli astronomi per valutare quanti anni può avere una stella. 
Di solito ci si basa sulla loro composizione chimica. Questo perché le stelle delle generazioni più antiche, quelle che si sono formate agli albori dell’universo, sono fatte pressoché interamente di elementi leggeri: idrogeno ed elio. 
Gli elementi più pesanti, sintetizzati attraverso numerosi cicli di fusioni nucleari e dalle esplosioni di supernove, sono infatti divenuti disponibili solo in un secondo tempo, e dunque sono considerati un tratto distintivo delle popolazioni di stelle più recenti.
 È il caso del nostro sole, per esempio: essendo relativamente giovane, il materiale di cui è composto comprende anche quel che resta da precedenti generazioni di stelle.


Elementi pesanti come quelli dei quali gli astronomi, nel corso dei decenni passati, avevano visto l’inequivocabile firma fra le righe spettrali di 49 Lib.
 E in effetti quella firma c’era, ma a lasciarla era stata un’altra stella, la compagna invisibile. 
Come?
 Stando alla ricostruzione di Fuhrmann e Chini, l’altro membro della coppia, divenuto ormai così grande da non riuscire più a trattenere – con la sola forza di gravità – tutto il materiale che lo formava, ha iniziato a perdere gas. Gas ricco di elementi pesanti. Gas che, fluendo verso 49 Lib, è andato ad arricchirla e “ringiovanirla”.

 Come nella storia, narrata da Oscar Wilde, di Dorian Gray e del suo ritratto, c’è però un prezzo da pagare per la riconquistata giovinezza. Ed è un prezzo salato: l’aumento di “peso” – più correttamente, di massa – abbassa drasticamente l’attesa di vita di una stella.
 Ora, a causa del gas sottratto alla compagna, si stima che 49 Lib abbia “messo su” l’equivalente di 0.55 masse solari: una rimpinguata sufficiente a segnarne tragicamente il destino.
 «Presto diventerà una gigante rossa, per poi collassare in una nana bianca», prevede Chini.
 Ma l’esito potrebbe essere ancora più spettacolare.
Una volta divenuta gigante rossa, anche 49 Lib, come la compagna, potrebbe non riuscire a trattenere il gas più esterno. 
In tal caso, la storia si ripeterà, ma a ruoli invertiti: il materiale ceduto da 49 Lib tornerà alla stella d’origine, divenuta nel frattempo una nana bianca.
 «A questo punto, se la compagna non sarà in grado di smaltire la materia in arrivo con piccole eruzioni», conclude Chini, «l’intera stella esploderà come supernova».

 Fonte: media.inaf.it

martedì 17 gennaio 2017

La strada della Forra di Tremosine , l'ottava meraviglia del mondo


La strada della Forra di Tremosine è un gioiello incastonato tra le montagne bresciane a tuffo sul lago di Garda. 
Oggi denominata Provinciale 38 è stata definita da Winston Churchill come l’ottava meraviglia del mondo.

 Il percorso dalla Gardesana sale verso gli altopiani di Tremosine, attraversando la forra del torrente Brasa e soprattutto in orario serale diventa un luogo magico e suggestivo.

 La strada della Forra fu voluta da Don Giacomo Zanini e venne inaugurata l’8 maggio 1913 dopo 4 lungi anni di lavori. 
Oggi è un percorso molto amato da chi pratica trekking o chi è appassionato di mountain bike, solo così infatti si riescono ad ammirare i canyon creati dall’acqua.




Strette gallerie e singolari passaggi creano un ambiente fiabesco; durante la strada ci si imbatte poi nella Madonnina, che fu portata in processione e collocata nella Forra da Don Michele Milesi.
 Dal 1960 questa è diventata la patrona degli automobilisti di Tremosine.












 La strada della Forra nel tratto che corre lungo il torrente Brasa, nella roccia e su strapiombi offre panorami mozzafiato. Sicuramente, uno dei punti più belli è la Terrazza del Brivido sospesa a 350 metri sul lago, da lì appare il lago di Garda meravigliosamente in linea con il Monte Baldo.



Dominella Trunfio

lunedì 16 gennaio 2017

L'albero della vita


L’albero della vita è un simbolo e un archetipo che fa parte del mondo della mitologia, è legato soprattutto alla tradizione celtica e alla Cabala. 
 L’immagine dell’albero della vita accompagna molte religioni e credenze, con il significato principale di un albero che serve a rappresentare il mondo e l’universo, oppure una particolare genealogia, assumendo il significato di albero genealogico.
 A volte l’albero della vita assume il significato di albero della conoscenza che connette il mondo in cui viviamo con l’oltretomba o con il paradiso.
 Nel mondo della scienza Charles Darwin ha utilizzato l’immagine dell’albero della vita per spiegare la teoria dell’evoluzione. 

 L’albero della vita viene definito come un albero mistico e magico e costituisce un simbolo proprio di numerose culture fin da tempi molto antichi.
 In generale questo albero simboleggia la fonte della vita con alcune sfumature differenti nelle varie culture. 
 Nell’albero della vita troviamo alcune parti principali: le radici, il tronco, le foglie e diversi tipi di frutti che maturano sullo stesso albero.
 Le radici sono profonde e rendono stabile l’albero della vita verso la terra mentre i rami si protendono verso il cielo. 
Alle foglie dell’albero della vita sono associate proprietà curative mentre i frutti sono un simbolo di nutrimento non solo concreto ma anche spirituale. 

 Non dimentichiamo che in tutte le culture l’albero è un simbolo universale della vita.
 Dona l’ossigeno che permette la nostra sopravvivenza e ci consente di avanzare nella nostra esistenza.
 Gli alberi sono anche fonti di energia positiva e di vibrazioni naturali che ci donano maggiore energia ed è per questo motivo che ci sentiamo molto meglio dopo una passeggiata in un parco o in un bosco, muovendoci tra gli alberi.


Nella Cabala e nel misticismo ebraico l’albero della vita diventa un simbolo fondamentale ed è formato da dieci nodi interconnessi tra loro.
 L’albero della vita qui rappresenta l’obiettivo di riportare armonia in tutta la Creazione. 
 Il simbolo dell’albero della vita proprio dell’antica Cabala è stato in seguito adottato da diverse tradizioni religiose e teologie esoteriche oltre che da pratiche magiche anche con diversi significati.
 Dal rinascimento in poi infatti la Cabala ebraica è entrata a fare parte della cultura occidentale anche tra i non ebrei e ha raggiunto anche il cristianesimo, l’occultismo e l’esoterismo. 
 L’albero della vita nella Cabala è legato alla formula complessa dell’esistenza e della creazione, con il flusso della creazione dal Divino alla Terra e con il ritorno al Divino.


Nella Cabala l’albero della vita è composto da dieci sefira, con ventidue sentieri comunicanti.
 La parola sefira viene ricollegata al termine sfera ma in realtà ha altri significati: libro o racconto, luce o pietra preziosa, numero. La colonna di sinistra rappresenta l'aspetto femminile della creazione e contiene tre sefira: Intelligenza, Forza, Splendore.
 La colonna di destra rappresenta gli aspetti maschili della creazione e contiene tre sefira: Saggezza, Amore, Eternità.
 Il pilastro centrale rappresenta l’equilibrio tra i pilastri maschili e femminili. Contiene quattro sefira: Corona, Bellezza, Fondamento, Regno.
 Si aggiunge anche un quinto punto che indica la Conoscenza. L’albero della vita della Cabala è associato all’albero del giardino dell’Eden, custodito da un serpente e accanto a cui scorre un fiume la cui acqua è fonte di vita e nutrimento.


Il popolo celtico era molto legato agli alberi. La tradizione ha fatto arrivare fino a noi l’oroscopo celtico a cui ad ogni periodo dell’anno è associato a un albero che dà un significato particolare alla propria data di nascita.
 Nell’albero della vita celtico abbiamo rami che si intrecciano e si uniscono formando una trama complessa. 
Nella simbologia celtica il tronco dell’albero della vita rappresenta il mondo in cui viviamo. Le radici sono il collegamento con i mondi inferiori mentre i rami dell’albero ci portano verso i mondi superiori.
 In gaelico l’albero della vita è chiamato Crann Bethadh.
 I rami rappresentano la complessa trama della vita e con i loro nodi stanno ad indicare i diversi eventi che compongono l’esistenza e gli ostacoli da affrontare.

 

Quando parliamo di albero della vita per i Celti parliamo anche di evoluzione spirituale perché questo albero rappresenta l’evoluzione dello spirito dai mondi inferiori verso i mondi superiori.
 L’idea è dunque di un miglioramento della persona attraverso gli ostacoli da affrontare nella vita. 
I rami chiusi e i nodi possono rappresentare i sentieri ‘sbagliati’ e le strade senza uscita che ci capita di incontrare nella vita. Nell’esistenza delle popolazioni celtiche – e non solo – l’albero rappresentava un rifugio per le persone e per gli animali ma anche una fonte di cibo grazie ai suoi frutti e di cura e medicine grazie alle sue foglie o alle sue bacche.
 Tagliare un albero per i Celti equivaleva ad un grave crimine. 

 Ora comprendiamo meglio il significato dell’importanza degli alberi e della natura per queste antiche popolazioni e speriamo di imparare proprio dai loro simboli e tradizioni un maggior rispetto per l’ambiente.

 Marta Albè

venerdì 13 gennaio 2017

La curiosa storia del frosone, l’uccello “spaccasemi”


In inverno molte specie di uccelli italiani devono adattarsi alla mancanza di risorse alimentari, alle difficoltà di poter superare le temperature gelide della notte, quando il termometro scende molti gradi sotto lo zero.
 In quel momento gli uccelli cercano qualsiasi risorsa possa offrire il territorio ed è in quel momento che una specie in particolare trova il modo di primeggiare andando a selezionare semi e granaglie che per molti sarebbero inaccessibili: stiamo parlando del frosone (Coccothraustes coccothraustes). 
Questo volatile lievemente più grande del fringuello deve il suo nome scientifico proprio alla sua abilità di rompere i semi più duri. Infatti il suo nome scientifico deriva dalle parole greche kokkos (seme) e thrauō (rompere).


Ben distribuito in Italia, soprattutto sui rilievi alpini, il frosone talvolta colonizza anche parchi e boschetti planiziali. 
In inverno può spingersi anche verso sud e sovente si stabilisce anche nelle aree urbane, attirato dalle mangiatoie, sebbene preferisca le cime degli alberi più alti. 
Il suo becco così robusto è un vero tritatutto. Pensate che riesce ad aprire persino noccioli molto duri come quelli del bagolaro, del ciliegio selvatico e i frutti del tasso a lui molto graditi, esercitando con il suo becco una forza non indifferente di 30-50 kg. 


 Fonte rivistanatura.com

giovedì 12 gennaio 2017

Lumia, l'agrume un po' cedro e un po' limone


Lumia (Citrus x lumia) è il nome di una pianta di agrumi e del frutto che produce. 
Appartiene al genere Citrus. Con il nome comune di lumia si fa riferimento sia alla pianta che al suo frutto.
 La famiglia degli agrumi è molto più ampia di quanto pensiamo. Conosciamo bene le arance, i mandarini e i limoni, ma non dimentichiamo che tra gli agrumi esistono anche il cedro, il pompelmo e il pomelo, insieme alla meno conosciuta lumia.

 La lumia è un frutto molto profumato, dalla scorza di colore giallo molto spessa.
 La parte bianca all’interno del frutto non è commestibile.
 La lumia viene coltivata soprattutto come pianta ornamentale ma esistono degli usi alimentari del frutto.
 Il frutto della lumia ricorda il limone e il cedro.

 La varietà più conosciuta di lumia è detta Citrus lumia pyriformis e la si distingue per la caratteristica forma di pera. 
Per questo motivo è nota anche con il nome di Pera del commendatore.
 In Italia la coltivazione della lumia avviene soprattutto in Sicilia. 
 Il frutto più comune del Citrus lumia è parente del cedro, del limone e del pomelo. 
Una delle estremità del frutto è più stretta dell’altra e ciò lo rende simile a una pera nella forma.
 Il colore della buccia del frutto maturo è giallo brillante e il profumo è quello tipico degli agrumi che già conosciamo. 
La buccia del frutto a volte è liscia, altre volte è ruvida. La polpa del frutto ha un sapore acidulo.

Non sempre la lumia è piriforme. 
Esistono anche lumie di forma tondeggiante, come la lumia pomo d’Adamo e la lumia Castagnetola. 
 Il gusto della polpa e del succo del frutto ricorda quello del cedro e del limone.
 La pianta ha foglie di forma lanceolata, dentate sui bordi. 
I fiori sono grandi e profumati, disposti a grappolo. 
La fioritura avviene due volte all’anno e il frutto maturo può rimanere a lungo sulla pianta. 

 Le piante del genere lumia sono conosciute fin dall’antichità e sono considerate un ibrido tra l’arancio e il limone cedrato. 
 E' difficile vedere la lumia dal vivo se si vive al di fuori della Sicilia.
 Un aiuto per riconoscerla arriva però dall'arte grazie alle tele di Bartolomeo Bimbi, pittore mediceo, che (tra la fine del '600 e l'inizio del '700) fissò per la gioia dei futuri botanici una enorme varietà di agrumi e di frutta.


La lumia sia come pianta che come frutto viene coltivata soprattutto a scopo ornamentale, per abbellire orti e giardini. Potrete infatti trovare la lumia nei vivai proprio tra le piante ornamentali.
 Le proprietà e le caratteristiche benefiche per la salute della lumia come frutto sono al momento in corso di studio. 
Sappiamo in ogni caso che questo frutto è ricco di vitamine e di sali minerali come gli altri agrumi e che in sé riassume le caratteristiche del cedro e del limone. 
 Secondo uno studio giapponese del 1996, l'albedo (lo strato interno, in genere di colore bianco, della buccia caratteristica degli agrumi) estratto dal frutto della lumia ha dimostrato di possedere la più alta attività inibitoria nei confronti della cicloossigenasi (IC50 = 24 mg / ml), tra gli altri agrumi studiati. 
 La parte bianca del frutto della lumia non andrebbe consumata perché non è considerata commestibile.
 Il suggerimento è dunque di gustare solo la polpa e eventualmente la buccia della lumia come di solito si fa con gli altri agrumi. 

 Con la polpa della lumia si possono preparare succhi e spremute. Si può anche utilizzare questo frutto in abbinamento ad altri agrumi per realizzare marmellate, confetture e conserve fatte in casa, oltre che gelatine e canditi.
 Naturalmente i frutti devono provenire da piante coltivate a scopo alimentare, dunque preferibilmente in modo biologico, per assicurarsi di poter consumare con sicurezza la lumia. 

 Marta Albè

L’indecifrabile sito di Naupa Iglesia


Fino a pochi anni fa nessuno sapeva della sua esistenza, eppure è uno dei più affascinanti ed enigmatici siti di tutta l’America precolombiana. 
 Il complesso di Naupa Iglesia (Tempio degli Antichi) si trova a ridosso di un dirupo delle Ande, nel territorio di Choquequilla, Perù.
 Oltre a poche immagini piuttosto intriganti, si sa molto poco su questo straordinario complesso. Per chi è interessato, le coordinate del sito sono: 13.2977461S; 72.2551421W. 

 Si tratta di un monumento unico nel suo genere. 
La prima cosa in cui si imbatte il visitatore è un altare monolitico scolpito con precisione millimetrica nella roccia viva.


Le decorazioni dell’altare ricordano quelle viste nella fontana di Ollantaytambo, il sito più famoso della regione, distante da Naupa Iglesia solo pochi chilometri, tanto da pensare che siano state realizzate dalla stessa civiltà. 

 Ciò che lascia molto più perplessi è ciò che si trova all’interno della montagna: una porta scavata nella roccia, geometricamente perfetta. 
 Nella cultura Inca, i Ñaupas erano gli abitanti del mondo ultraterreno ed erano capaci di viaggiare nello spazio utilizzando alcuni luoghi sacri, come la porta di Puerta de Hayu Marca.
 La porta scavata nella roccia sembra davvero l’accesso per un altro mondo. 
Secondo la tradizione, bisognava essere in posseso di poteri magici per attraversarla.
 L’altare è in qualche modo collegato alla porta, quasi come fosse una ‘console’ da cui controllare l’apertura e la chiusura della porta.


Ciò che domina tutto il complesso di Naupa Iglesia è il soffitto della grotta, modellato con precisione millimetrica per creare due diverse angolazioni specifiche: 60° e 52°. 
 C’è un solo un altro posto al mondo dove questi due numeri appaiono fianco a fianco: gli angoli di inclinazione della Piramide di Cheope (52°) e della Piramide di Chefren (52°) nell’altopiano di Giza, Egitto.

 Il sito presenta notevoli danneggiamenti causati dai cercatori di tesori del secolo scorso, i quali, senza scrupoli, si sono fatti strada con la dinamite attraverso la roccia.
 L’altare porta i segni di tale ottusa devastazione. 
 Benchè l’archeologia classica dica il contrario, è veramente difficile attribuire la creazione del sito di Naupa Iglesia agli Inca, così come il resto di siti simili presenti nella regione. 
 La precisione delle incisioni nella roccia fa impallidire le creazioni attribuite agli Inca del 14° secolo.
 In realtà, gli Inca hanno semplicemente ereditato, utilizzato, e in qualche caso modificato, siti megalitici che esistevano già da migliaia di anni. 

 Lo stile di Naupa Iglesia è coerente con quanto visto a Cuzco, Ollantaytambo e Puma Punku, tutti siti che la tradizione attribuisce al dio costruttore Viracocha, comparso a Tiahuanaco (sito che l’archeoastronomia fa risalire al 9703 a.C.) per aiutare l’umanità a ricostruire il mondo all’indomani di una catastrofica inondazione. Guardando il sito di Naupa Iglesia, viene da chiedersi quale sia stato lo scopo di questo strano santuario.
 Eppure, nonostante il suo fascino enigmatico, non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita da parte della comunità archeologica. 

 Fonte: ilnavigatorecurioso.it

mercoledì 11 gennaio 2017

Titanic: il ruolo sottovalutato di un incendio


Dopo oltre un secolo dalla notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, quando il transatlantico britannico RMS Titanic affondò nell'Oceano Atlantico, ci sono ancora studiosi che cercano di scoprire cosa stava avvenendo realmente a bordo della nave poco prima e durante l'impatto con l’iceberg che ne causò l'affondamento. 

Recentemente sono venute alla luce delle fotografie che mostrano segni di evidenti e gravi danni allo scafo proprio nel punto in cui venne poi colpito dall’iceberg, causati da un incendio che si era sviluppato sotto coperta.
 A riportare alla ribalta il drammatico evento del Titanic è il giornalista e scrittore irlandese Senan Molony, che da 30 anni studia il disastro. 
 Secondo Molony quella notte si verificò una coincidenza di eventi che diede origine a una sorta di tempesta perfetta, dove fuoco, ghiaccio e negligenza portarono all’affondamento del Titanic e alla morte di oltre 1500 persone.

 Era già noto che a bordo del Titanic fosse in atto un incendio, nel bunker 6, dove era stivato il carbone per la navigazione: l'incendio si era sviluppato subito dopo la partenza da Belfast. Tuttavia, durante le indagini per spiegare l'accaduto quell’incendio non venne mai considerato importante.


Ora però alcune fotografie d'epoca vendute a un'asta privata hanno mostrato una situazione molto particolare: delle evidenti macchie scure sullo scafo, che secondo Molony e gli esperti che hanno studiato le immagini, sarebbero conseguenza di un incendio particolarmente violento.
 Il fuoco deve avere indebolito in modo significativo una parte dello scafo e, per una sfortunata coincidenza, proprio quella parte che sarebbe stata colpita dall'iceberg, che incontrò quindi una resistenza molto ridotta: «Alcuni esperti di metallurgia ritengono che con una temperatura di circa 1.000 gradi centigradi, cioè quella a cui deve essere stato sottoposto lo scafo dall'interno, la resistenza deve essere scesa di oltre il 75%», riporta Molony.

 Il terzo elemento che si è sovrapposto al fuoco e all’iceberg fu la velocità: il Titanic viaggiava più velocemente di quanto avrebbe dovuto e questo, molto probabilmente, perché buona parte dell'equipaggio era impegnato a spalare carbone - caricandolo nelle caldaie - per ridurre la forza dell'incendio. 

 Questa nuova ipotesi si aggiunge alle numerose altre che hanno trovato più di un elemento da associare alla causa primaria dell'affondamento, lo scontro con l'iceberg. 

 Fonte: focus.it

martedì 10 gennaio 2017

Addio alla sequoia "tunnel"


La tempesta invernale che nel weekend ha colpito la California ha abbattuto il Pioneer Cabin Tree, la sequoia alta 45 metri simbolo del Calaveras Big Trees State Park.

 L'albero era stato scavato e modellato a formare un tunnel vivente più di un secolo fa. 
 Dal 1880 permetteva il passaggio di cavalli e carrozze prima, di auto poi; recentemente, solo ai visitatori del parco era permesso sostare e farsi fotografare al centro del tronco, che non ha retto l'umidità e le sollecitazioni di pioggia e vento. 
 Complici forse le radici ormai superficiali - e la fragilità del tronco tagliato alla base - la sequoia è caduta a terra, sbriciolandosi completamente. 

L'ha reso noto su Facebook la Calaveras Big Trees Association, con un post da oltre 11 mila condivisioni. 
Non è nota di preciso l'età della pianta, ma il Los Angeles Times ipotizza potesse avere un migliaio di anni. Le sequoie possono sopravvivere anche 3.000 anni.




La moda di ricavare tunnel negli alberi esplose nei grandi parchi statunitensi nel 19esimo secolo, per promuovere il turismo.
 Il Pioneer Cabin Tree era una delle ultime testimonianze viventi rimaste di questa usanza: nel 1969, sempre un temporale invernale aveva abbattuto il Wawona Tree, un'altra millenaria sequoia scavata nel Parco Nazionale dello Yosemite. 

 Chi ha assistito agli ultimi istanti di vita dell'albero racconta che, nel weekend, era talmente circondato d'acqua da sembrare emergere da un fiume. 
Secondo la Associated Press, le piogge che si sono abbattute negli ultimi giorni su California e Nevada, provocando inondazioni e valanghe di fango, sono state tra le più intense dell'ultimo decennio.

 Fonte: focus.it
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...